William Shakespeare

Re Lear

The Tragedy of King Lear

Shakespeare, William. <<Re Lear>> . Tradotto da Cino Chiarini. In: Praz, Mario, ed. <<Shakespeare: Teatro>> , vol. 3, Firenze: Sansoni, 1946, 3 vols.

Joan Oleza Simó (Investigador principal) Chiarini, Cino (Traductor) Tronch Pérez, Jesús (Editor digital)

Italiano · Verso · 6 versos

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Nota a questa edizione digitale

Questa pubblicazione fa parte del progetto di ricerca "Teatro spagnolo ed europeo dei secoli XVI e XVII: patrimonio e banche dati", riferimento PID2019-104045GB-C54 (acronimo EMOTHE), finanziato dal MICIN/AEI/10.13039/501100011033.

La scena è in Bretagna

PERSONAGGI

RE LEAR Re di Bretagna
RE DI FRANCIA
DUCA DI CORNAVAGLIA
DUCA DI BORGOGNA
DUCA D’ALBANIA
CONTE DI KENT
CONTE DI GLOUCESTER
EDGARDO Figlio di Gloucester
EDMONDO Figlio bastardo di Gloucester
CURANO Cortigiano
OSVALDO Maggiordomo di Gonerilla.
VECCHIO Vassallo di Gloucester
MEDICO
MATTO
UFFICIALE EDMONDO
GENTILUOMO CORDELIA
ARALDO
SERVI
GONERILLA
REGANA
CORDELIA
ALB-CORN

ATTO PRIMO

SCENA I.

(Una sala di parata nel palazzo di Re Lear.)
(Entrano KENT, GLOUCESTER, e EDMONDO.)
KENT
Io pensavo che il Re avesse più inclinazione vverso il duca d’Albania, che per il duca di Cornovaglia.
GLOUCESTER
A noi è parso sempre così; ma ora, nella divisione del regno, non apparisce quale dei ducchi egli apprezzi di più; poiché le parti uguali sono pesate così bene, che la stessa meticolosità non saprebbe scegliere fra la porzione dell’uno e quella dell’altro.
KENT
Questo non è vostro figlio, signore?
GLOUCESTER
Il peso della sua educazione è toccato a me. Io ho arrisoti così spesso di riconoscer costui, che ormai ci ho fatto la faccia di bronzo.
KENT
Io non riesco a concepire…
GLOUCESTER
Messere, la madre di questo giovinotto vi riuscì: e appunto per questo le si arrotondò il grembo, e in verità, messere, si trovì ad avere un bambino per la sua cull, prima di avere un marito per il suo letto. Vi sa di peccato?
KENT
Non saprei desiderare che il peccato non fosse stato commeso, il frutto essendone così bello.
GLOUCESTER
Ma io, messere, ho un figlio in regola con la legge, di circa un anno amggiore di questo, che tuttavia non è più caro ai miei occhi, sebbene questo briccone sia venuto al mondo un po’ impertinentemente, prima d’esser mandato a chiamare: sua madre però era bella, fu un dolce sollazzo il farlo, e il bastardello dovete essere riconosciuto. – Conosci questo nobile signore, Edmondo?
EDMONDO
No signor, mio.
GLOUCESTER
Il signore di Kent: ricordalo, d’ora innanzi, come mio onorabile amico.
EDMONDO
I miei servigi a Vostra Signoria.
KENT
Io debbo volervi bene, e cercare di conoscervi meglio.
EDMONDO
Signore, mi studierò di meditarlo.
GLOUCESTER
Egli è stato fuori per nove anni, e dovrà tornar via di nuovo. – Vieni il Re.
(Fanfara.)
(Entrano: uno che reca una corno, poi RE LEAR, i DUCHI D’ALBANIA e DI CORNOVAGLIA, quindi GONERILLA, REGANA, e CORDELIA con persone del seguito.)
LEAR
Accompagnate qui i sovrani di Francia e di Borgogna, Gloucester.
GLOUCESTER
Sarà fatto, mio signore.
([Escono Gloucester e Edmondo.)
LEAR
Intanto noi esporremo i nostri più: segreti propositi. Datemi quella carta. Sappiate, dunque, che noi abbiamo diviso il nostro regno in tre parti; ed è nostro tenace proposito di scrollare ogni cura ed ogni occupazione dalle nostre vecchie spalle, affidandole a più giovani forze, mentre noi liberati dal fardello, ci trasciniamo lentamente verso la morte. – Nostro figlio di Cornovaglia, e voi nostro non meno affezionato figlio d’Albania, noi abbiamo ferma volontà, in quest’ora, di proclamare pubblicamente le singole doti delle nostre figliole, affinché possa essere impedita fin d’ora ogni futura contesa. I sovrani di Francia e di Borgogna, rivali illustri nell’amore per la nostra più giovane figliola, hanno, ormai, fatto lungo il loro soggiorno di amore presso la nostra corte, e qui debbono avere una risposta. Dite su, figliole mie, giacché noi oggi vogliamo spogliarci, ad un tempo, del governo, di ogni potestà di terre, e di ogni cura di stato, quale di voi dovrem dire che ci vuole più bene? Sentiamo, affinché la nostra liberalità più grande posssa estendersi là, dove l’affetto naturale la reclama con diritto. Gonerilla, primogenita nostra, parla tu per prima.
GONERILLA
Signore, io vi amo più di quanto possano riuscire ad esprimere le parole: v’ho più caro della vista, dello spazio, della libertà; vi amo al di sopra di tutto ciò che può essere stimato ricco e raro; non meno della vita, quando è unita alla grazia, alla salute, alla bellezza, all’onore; vi amo quanto figliolo amò mai padre, o padre si vide amato; di un amore, il quale rende povero il fiato e impotente la parola; io vi amo al di là di tutti questi modi così alti di amare.
CORDELIA
Che potrà fare Cordelia? Amare e starsene zitta.
LEAR
Di quanto è dentro questi confini (precisamente da questa linea a quest’altra), ricco di foreste ombrose e di campagne, d’irrigui fiumi e di sterminate praterie, noi ti facciamo signora: rimanga ciò, in perpetuo, proprietà dei discendenti moi e del duca d’Albania. − Che cosa dice la nostra seconda figliola, la nostra carissima Regana, moglie del Cornovaglia? Parla.
REGANA
Io sono fatta dello stesso metallo di mia sorella, e mi stimo del suo medesimo valore. Nel mio cuore schietto io trovo che essa esprime proprio i termini dell’amor mio, soltanto essa resta un po’ al di sotto: giacché io mi protesto nemica di tutte le altre gioie che la più preziosa perffezione del senso possiede, e trovo che sono felice solamente nell’amore di vostra cara Altezza.
CORDELIA
Allora, povera Cordelia! Eppure, no; poiché, ne sono sicura, il mio amore ha più peso della mia lingua.
LEAR
A te e ai tuoi rimanga per sempre in eredità questo ampio terzo del nostro bel regno, non inferiore, in quanto a spazio, valore, e amenità, a questo assegnato a Gonerilla. − Ora, sentiamo la nostra gioia, la nostra ultima figliola, ma non quella che vale di meno, nel cui giovane amore cercano a gara di impegnarsi le vigne della Francia e le cascine di Borgogna: che cosa sai dire per strapparci un terzo più abbondante di quello delle tue sorelle?
CORDELIA
Nulla, mio signore.
LEAR
Nulla?
CORDELIA
Nulla.
LEAR
Nulla verrà dal nulla: rispondi un’altra volta.
CORDELIA
Infelice ch’io sino, non so far sollevare il mio cuore fino alle labbra: io voglio bene a Vostra Maestà quanto comporta il mio dovere; né più né memo.
LEAR
Come, come, Cordelia! Correggete un poco il vostro parlare, per timore di poter danneggiare la vostra fortuna!
CORDELIA
Mio buon signore, voi mi avete generate, allevato, voluto beme: io vi corrispondo, da parte mia, con quei doveri che sono giustamente convenienti; cioè vi obbedisco, vi amo, e vi onoro del mio meglio. Perché hanno marito le mie sorelle, se dicono che tutto il loro amore è per voi? Probabilmente, quando un giorno mi sposerò, l’uomo che riceveri dalla mia mano il pegno della mia fade, porterà via con sé metà dell’amor mio, meti delle mie cure, e dei miei doveri: certo, io non mi mariterò mai come le mie sorelle, per dedicare tutto intero l’amor mio a mio padre.
LEAR
Ma c’è il tuo cuore in questo che dici?
CORDELIA
Sì, mio buon signore.
LEAR
Così giovane, e così priva di tenerezza!
CORDELIA
Così giovane, mio signore, e così sincera!
LEAR
Sia pure: la tua sincerità, allira, sial la tua dolte; poicé per il sacro splendore del sole, pei misteri di Ecate e della notte, per tutto l’influsso delle sfere, per effetto del quale noi esistiamo e cessiamo di essere, io qui sconfesso ogni mia cura paterna, ogni legame ed ogni affinità di sangue, e da questo momento io ti ritengo per sempre come una estranea al mio cuore e a me. Il barbato Scita, o colui che della sua stirpe fa pasto per saziare la sua fame, sarrano buonni vicini del mio cuore, e vi troveranno pietà e soccorso al pari di te, che un giorno eri mia figlia.
KENT
Mio buon soverano…
LEAR
Silenzio, Kent! Non ti mettere fra il drago e il suo furore. Io l’amavo sopra ogni altra cosa, e pensavov di affidare il mio riposo alle sue cure amorose. – [A Cordelia] Via di qua, e fuggi gli occhi miei! − La mia tomba sia la mia. pace, come è vero che qui io ritiro da lei il cuore di suo padre! − Chiamate il re di Francia. Via, chi si muove? Chiamate il duca di Borgogna. Cornovaglia, e voi duca di Albania, con le doti delle mie due figliole cumulate questo terzo: l’orgoglio, che essa chiama sincegità, la faccia sposa. Io investo voi due uniti insieme, del mio potere, della mia soviranità, e di tutte le grandi prerogative che si adunano intorno alla maestà. Noi per il periodo di un mese faremo la nostra dimora con ciascuno di voi, secondo un turno regolare, con una scorta di cento cavalieri che ci riserbiamo, e che dovranno essere mantenuti da voi. Noi riterremo solamente il nome di re, e tutti i titoli; il potere, i redditi del regno, il disbrigo di tutto il resto, miei amati figlioli, sia affar vostro: a conferma della qual cosa, dividete fra di voi questa corona.
KENT
Regale Lear, che io ho sempre onorato come mio re, amato come padre mio, seguito come mio signore, a cui mi sono rivolto, come a mio grande protettore, nelle mie preghiere….
LEAR
L’arco è piegatp e la corda tesa: schiva lo strale.
KENT
Lascialo pure scoccare, quand’anche la punta dorcuta dovesse penetrare la regione del mio cuore. Kent sia scortese, una volta che Lear è pazzo. Che cosa pretenderesti di fare, vecchi? Credi tu che il dovere possa aver paura di parlare, allorché la potenza si inchina all’adulazione? L’onore è tenuto alla sincerità, quando la maestà si umilia fino alla pazzia. Annulla la tua sentenza; e, dopo miglior consiglio, frena cotesto tuo impeto orrendo. Risponda la mia vita del mio giudizio: la più giovane delle tue figliole non è quella che ti vuole meno bene; né è vuoto il cuore di coloro, la cui voce sommessa non ripercuote il vuoto.
LEAR
Kent, per la tua vita, basta!
KENT
Lamia vita io non l’ho considerata mai altro che una posta da rischiare contro I tuoi nemici, né mi fa paura il perderla, quando la tua salvezza ne sia la cagione.
LEAR
Via dagli occhi miei!
KENT
Vedici meglio, Lear, e lascia che io rimanga ancora il vero punto di mira dell’occhio tuo.
LEAR
Ora, per Apollo,…
KENT
Ora, per Apollo, o re, tu giuri pei tuoi dei invano.
LEAR
Ah, vile! traditore!
([Mettendo mano alla spada.)
ALBANIA E CORNOVAGLIA
Caro signore, frenatevi.
KENT
Colpisci; uccidi il tuo medico, e il suo onorario dallo alla sozza malattia. Revoca la tua sentenza; o finch’io possa far uscire un grido dalla mia gola, ti dirò che tu fai male.
LEAR
Ascoltami, rinnegato! Per il tuo dovere di suddito ascoltami! Poiché tu hai cercato di farci rompere il nostro giuramneto (ciò che noi non osammo mai fare fino ad ora), e di interporti, con tracotanza estrema, fra la nostra sentenza e il nostro potere (ciò che la natura nostra e il nostro grado non possono ammettere), sia fafta valere la potenza nostra, e tu ricevi il premio che meriti. Noi ti accordiamo cinque giorni, perché tu provveda a metterti al riparo dalle sciagure del mondo; nel sesto pensa a volgere al nostro regno le me spalle esecrate: se nel decimo giorn da questo la tua bandita carcassa sarà trovata nei nostri dominî, quell’istante è la tua motte. Val, per Giove, ciò non sarà revocato!
KENT
Addio, re: poiché tu vuoi apparire così, la libertà vive lungi da questi iuoghi, e qui c’è l’esilio.− [A Cordelia] Gli dei prendano sotto la loro cara protezione te, o fanciulla, che pensi giustamente, ed hai parlato benissimo! – [A Regana e a Gonerilla] E possano le vostre azioni esser d’accordo coi vostri magniloquenti discorsi, sicché da parole di amore possano derivare buoni effetti. − Così, o principi, Kent dice a voi tutti addio; egli continuerà la sua vecchia strada in un paese nuovo.
([Esce.)
(Squillo di tromba. Rientra GLOUCESTER col RE DI FRANCIA, il DUCA DI BORGONGA e le tre persone del seguito.)
GLOUCESTER
Ecco il re di Francia e il duca di Borgogna, mio nobule signore.
LEAR
Mio signore di Borgogna, noi ci rivolgliamo prima a voi che siete stato rivale di questo re ne’ll amore per la nostra figliole. – Che cos’è il meno che voi pretendete in dote corrente, insieme con lei, per non desistere dalla vostra richiesta di amore?
BORGOGNA
Regalissima Maestà, io richiedo non più di quanto Vostra Altezza ha offerto, né voi vorrete accordare di meno.
LEAR
Nobilissimo duca di Borbogna, allorché essa ci era cara, noi la tenevamo così alta, ma ora il suo prezzi è in ribasso. Signore, eccola là: se in quella parvenza di sostanza qualche cosa, o tutto l’insieme, può convenire e piacere a Vostra Grazia, con la sola aggiunta del nostro disfavore e eniente altro.
BORGOGNA
Io non so cosa rispondere.
LEAR
Insomma, coi difetti che essa ha, priva d’amici, adottata teste dall’odio nostro, dottata della nostra maledizione, e straniata dal nostro giuramento, intendete di prendera o di lasciarla?
BORGOGNA
Perdonatemi, augusto signore: a tali condizione non può avanzarsi scelta.
LEAR
Allora lasciatela, signore; poiché, per quella potenza che mi creò, io con questo vi ho detto tutta la sua ricchezza. [Al Re di Francia] In quanto a voi, gran re, io non vorrei tanto sciarmi dal vostro affetto, da unirvi a chi detesto: quindi, io vi scongiuro di indirizzare l’amor vostro per una via più degna, di quel che nonsia una sciagurata, che la natura ha quasi vergogna di riconoscere per sua.
FRANCIA
Ciò è molto strano, che colei, la quale pur ora era il vostro più prezioso oggetto, l’argomento delle vostr lodi, il balsamo della vostra vecchiaia, la migliore, la più cara delle vostre figliole, abbia potuto commettere, in questo breve attimo, una cosa tanto mostruosa, da venir spogliata del numeroso ammanto del vostro favore. Certo il suo delitto dev’essere di un genera così snaturato, da rendersi mostruoso, anziché il vostro decantato affetto di prima debba essersi corrotto; ma per credere di lei questa cosa, è necessaria una fede, che la ragione non potrebbe mai far radicare in me senza un miracolo.
CORDELIA
Io supplico ancora Vostra Maestà…. che se è perché a me manca l’arte sdrucciolevole e uniuosa di parlare e non àver propositi (giacché quando mi propongo fermamente una cosa, io la faccio prima di dirla), voi facciate sapere, che non la macchia di un vizio, non un assassinio, non unignominia, non un’azione impudica, o un passe disonorevole, mi ha fatto perdere la vostra grazia e il vostro favore; ma proprio il non possedere ciò, per la cui mancanza, appunto, io sono più ricca, cioè un occhio che chiede sempre, ed una lingua che io sono contenta di non avere, sebbene il non averla mi abbia perduta all’affetto vostro.
LEAR
Meglio che tu non fossi nata, piuttosto che non aver incontrato di più il mio piacimento.
FRANCIA
Non è che questo? una inerzia della natura, la quale spesso lascia inespressa la storia che essa vuol raccontare? – Mio signore di Borgogna, che cosa dite alla nobile fanciulla? Amore non è amore, allorché esso ha che fare con delle considerazioni, che sino lungi dal suo oggetto principale. La volete? Essa è di per se stessa una dote.
BORGOGNA
Nobile re, accordate non più che quella parte del regno che voi medesimo offriste, e qui stesso io prendo per mano Cordelia, duchesa di Borbogna.
LEAR
Nulla. Ho giurato: sino irremovibile.
BORGOGNA
Allora, sino dolente che voi abbiate perduto un padre fino al punto, da dover perdere un marito.
CORDELIA
Si dia pace il duca di Borbogna! Dal momento che considerazioni di interesse formano l’amor suo, io non sarò sua moglie.
FRANCIA
Bellissima Cordelia, che sei ancor più ricca perché sei povera, più eletta perché abbandonata, più amata perche disprezzata, io mi impossesso, qui, di te e delle tue virtù: io, mi sia lecito, raccolgo ciò che vien gettato via. Dei, dei! è strano che alla gelida noncuranza di costoro, l’amor mio dovesse accendersi, fino a divampare in venerazione. Re, la tua figliola senza dote, gettata nelle mie braccia dalla ventura, è regina nostra, dei nostri sudditi, della nostra bella Francia: tutti i duchi dell’acquosa Borgogna non potranno ricomperare da me questa preziosa fanciulla disprezzata. Cordelia, di’ addio a costoro, per quanto snaturati: tu perdi questo luogo, per trovarne uno migliore.
LEAR
Tu la possiedi, re di Francia: sia pur tua, poiché noi non abbiamo una tal figlia, e non rivedremo mai più la sua faccia. Perciò, vattene senza la nostra grazia, senza il nostro affetto, senza la nostra benedizione. − Venite, nobile duca di Borgogna.
([Squill di trombe. Escono Lear, il Duca di Borbogna, il Duca di Cornovaglia, il Duca d’Albania, Gloucester, e le persone del loro seguito.)
FRANCIA
Dite addio alle vostre sorelle.
CORDELIA
Gioielli del padre nostro, con gli occhi inondati di lacrime Cordelia vi lascia. Io so quelo che siete, e, come sorella, mi ripugna immensamente chiamare i vostri difetti col loror vero nome. Trattate bene nostro padre. Io lo affido ai vostri cuori pieni di protestazioni; tuttavia, ahimè, se fossi nelle sue grazie, lo raccomanderei a miglior luogo. Così, addio a tutte due.
REGANA
Non ci prescrivete il nostro dovere.
GONERILLA
Il vostro pensiero sia quello di far contento il signor vostro, il quale vi ha presa per carità della fortuna: voi avete lesinato l’obbedienza, e siete ben degna che vi manchi quel che vi è mancato.
CORDELIA
Il tempo svelerà ciò che l’avvolgimento dell’astuzia nasconde; chi copre i propî difetti, finalmente è schernito dalla vergogna. Possiate avere buona fortuna!
FRANCIA
Venite, mia bella Cordelia.
([Escono il Re di Francia e Cordelia.)
GONERILLA
Sorella, io ho da dirvi non poco, di una cosa che interessa molto da vicino tutte e due. Credo che nostro padre anderà via di que stanotte.
REGANA
È certissimo, e verrà con voi; con noi il mese venturo.
GONERILLA
Voi vedete come è piena di cambiamenti la sua vecchiaia; l’esperienza che ne abbiamo fatta non è stata lieve: egli ha sempre voluto più bene alla nostra sorella che a noi; e con quanta miseria di discemimento ora l’abbia ripudiata, apparisce in modo troppo evidente.
REGANA
E la debolezza dell’età; del resto, egli ha avuto sempre una scarsa coscienza di sé.
GONERILLA
Il periodo migliore e più sano della sua vita non è stato altro che avventataggine; perciò noi dobbiamo aspettarci, dalla sua vecchiaia, non soltanto i difetti di un’abitudine da lunge tempo inveterata, ma, oltre a questi, la capricciosa ostinatezza che gli armi, i quali rendono l’uomo cagionevole e bilioso, portano con sé.
REGANA
Noi corriamo il rischio di ricevere da lui uno di quegli scatti improvvisi, come quello dell’esilio di Kent.
GONERILLA
C’è ancora lo scambio di qualche altro complimento di congedo fra il re di Francia e lui. Ve ne prego, mettiamoci d’accordo: se nostro padre fa valere la sua autorità con quell’umore che si ritrova, quest’ultima resa del potere da parte sua non potrà che noucerci.
REGANA
Ci ripenseremo ancora.
GONERILLA
Bisogna fare qualque cosa, e battere il ferrro finchñe è caldo.

SCENA II.

(Una sala nel castello del Conte di Gloucester.)
(Entra EDMONDO, con una lettera.)
EDMONDO
To, o Natura, sei la mia dea; i miei servigi sono legati alla tua legge. Perché io dovrei essere vittima di quella peste che è il costume, e permettere all’esaggerato scrupolo delle nazioni di diseredarmi, per il solo af un fratello? Perché bastardo? perché ignobile? una volta che le mie proporzioni sono così ben congegnate, la mia anima è cosè generosa, e la mia conformazione così schietta come se io fossi la. prole di un’onesta dama? Perché ci bollano col titolo di ignobili, e parlano di ignobilità, di bastardigia? Ignobili? ignobili? noi che nel furto vigoroso della natura attingiamo una tempra più solida, e maggior fierezza di casattere, che non vada a creare tutta una tribù di gonzi, generati, fra il sonno e la veglia, in un letto torpido, frollo, fiacco? − Ebbene, legittimo Edgardo, io debbo avere la tua terra. L’amore di nostro padre spetta al bastardo Edmondo, come al flgliolo legittimo. Legittimo, bella parola! Eh! mio bel legittimo, se questa lettera cammina, e il mio disegno riesce, l’ignobile Edmondo prevarrà sul legittimo... − Io divento grande, la fortuna mi assiste: ora, o dei, parteggiate per i bastardi!
(Entra GLOUCESTER.)
GLOUCESTER
Kent esiliato così, il re di Francia andato via in collera, il Re partito stanotte, il suo potere passato ad altri, ridotto ad una pensione! Tutto ciò nell’estro del momento! – Edmondo! Ebben, che notizie?
EDMONDO
Piaccia a Vostra Signoria, nessuna.
([Fingendo di metter via la lettera.)
GLOUCESTER
Perché cerchi, con tanta premura, di metter via quella lettera?
EDMONDO
Non ho notizie, signor mio.
GLOUCESTER
Che cos’è quella carta che leggevi?
EDMONDO
Niente, mio signore.
GLOUCESTER
Niente? Allora che necessità c’era di quella terribile fretta di mandarla a finire nella tua tasca? Ciò che ha la qualità del nulla, non ha tutto questo bisogno di nascondersi. Vediamo; se si tratta di niente, non avrò bisogno degli occhiali.
EDMONDO
Ve ne scongiuro, signore, perdonatemi: è una lettera di mio fratello, che non ho finita di leggere tutta; ma da quanto ne ho letta, trovo che non è conveniente che voi ci mettiate gli occhi sopra.
GLOUCESTER
Datemi quella lettera, messere.
EDMONDO
Io faccio male tanto a sottrarla, quanto a darvela. Il contenuto, per quel che in parte ne comprendo, è da biasimare.
GLOUCESTER
Vediamo, vediamo.
EDMONDO
Io spero, a giustificazione di mio fratello, ch’egli abbia scritto ciò soltanto per avere un saggio della mia virtù, o metterla alla prova.
GLOUCESTER
[legge] «Questo civile uso del rispetto alla vecchiaia, ci amareggia il mondo nei nostri tempi migliori; ci sequestra i beni, fin che la nostra vecchiaia non è più in grado di goderli. Io comincio a trovare una vana e sciocca pastoia nell’oppressione della tirannide senile, che governa non perché è potente, ma perché è tollerata. Venite, ch’io possa parlarvi di ciò più a lungo. Se nostro padre dormisse finché io lo svegliassi, voi vi godreste per sempra metà della sua rendita, e vivreste prediletto dal vostro fratello, Edgardo». Ah! una congiura? «...dormisse finché lo svegliassi..., voi vi godreste metà della sua rendita». Mio figlio Edgardo! Ha egli avuto una mano per scrivere questo? un cuore ed un cervello per concepirlo? − Quando vi è giunto questo foglio? Chi l’ha portato?
EDMONDO
Non mi è stato portato, mio signore; lì sta l’astuzia. L’ho trovato in terra vicino alla finestra del mio gabinetto.
GLOUCESTER
Riconoscete che il carattere sia quello di vostro fratello?
EDMONDO
Se la sostanza andasse bene, signor mio, io oserei giurare che fosse suo: ma in considerazione di quella, vorrei credere molto volentieri che non fosse.
GLOUCESTER
È suo.
EDMONDO
È la sua mano, signor mio; ma nel contenuto, io lo spero, il suo cuore non c’è.
GLOUCESTER
Aveva mai scandagliato, prima d’ora, il vostro pensiero su questa faccenda?
EDMONDO
Mai, signor mio. Ma l’ho sentito spesso sostenere: esser giusto che, maturi i figli e fatti vecchi i padri, il padre fosse come sotto tutela del figlio, e il figlio amministrasse le sue rendite.
GLOUCESTER
Oh, scellerato, scellerato: proprio l’opinione ch’egli ha espresso nella sua lettera. – Furfante abominevle! Snaturato, detestato, bestiale furfante! peggio che bestiale! Via, giovanotto, andate a cercarlo; lo farò arrestare. Abominevole furfante! Dov’è?
EDMONDO
Non so bene, signor mio. Se vorrete sospendre il vostro sdegno contro mio fratello, finché possiate raccigliere da lo stesso una prova migliore delle sue intenzioni, batterete una via sicura; mentre, se agiste violentemente contro di lui, ingannandovi circa i suoi propositi, ciò aprirebbe una gran breccia nel vostro onore, e strapperebbe la radice della sua obbedienza. Oso scommettre la mia vita in favor so, che egli ha scritto questo per provare il mio affetto per Vostro Onore, e non per altra intenzione criminosa.
GLOUCESTER
Lo credete?
EDMONDO
Se Vostro Onore lo giudica conveniente, io vi metterò in un posto donde ci sentirete ragionare di ciò, e voi, assicurandovi con le orecchie vostre, avrete la vostra soddisfazione, e senza un indugio più lunfo di questa sera stessa.
GLOUCESTER
Egli non può essere un tal mostro….
EDMONDO
E non è, sicuramente.
GLOUCESTER
….verso suo padre, che lo ama così teneramente e con tutto l’affetto. Cielo e terra! Edmondo, trovatelo; entrate per me nella sua confidenza, ve ne prego: conducete la cosa con la vostra saggezza. Io mi spoglierei di tutto, pur di essere già in una convinzione assoluta.
EDMONDO
Vado subito a cercarlo, signore; condurrò la cosa con tutti i mezzi che troverò, e quindi vi errò informato.
GLOUCESTER
Questi ultimi ecclissi di sole e di luna con ci presagiscono nulla di buono: sebbene la saggezza naturale sappoa rendercene ragione in questo quel modo, tuttavia la natura rimane affitta lo stesso dagli effetti che ne seguono. L’amore si raffredda, l’amicizia se ne va, i fratelli si dividono: nelle citta ribellioni; nelle campagne discordia; nei palazzi tradiment, e spezzato il legame fra padre e figlio. Questo scellerato del mio, cada sotto la predizione: ed ecco il figlio contro il padre; il re devia dalla inclinazione della natura: ecco il padre contro il figlio. Non abbiam visto il meglio dei tempi nostri: congiure, perfidia, tradimento, e perturbamenti funesti d’ogni specie, ci accompagnano, senza tregua, alla tomba. − Trova questo scellerato, Edmondo; tu non ci perderai nulla: fallo con cura. − E il nobile e leale Kent esiliato! la sua colpa? l’onestà! Èstrano!
([Esce.)
EDMONDO
Ecco la sublime stoltezza del mondo: quando la nostra fortune si ammala (e spesso è il reo effetto della nostra stessa condotta) noi diamo la colpa delle nostre sciagure al sole, alla luna, e alle stelle: come se noi fossimo degli scellerati per necessità; degli stolti per impulso celeste; dei furfanti, dei ladri, e dei traditori, per la predominazione delle sfere; degli ebbri, dei bugiardi, e degli adulteri, per una forzata obbedienza all’influsso dei pianeti; e tutto ciò in cui siamo perversi, per effetto di una spinta divine. Bella scappatoia da puttaniere, questa di affibbiare ad una stella la colpa della propria lascivia! Mio padre se la intese con mia madre sotto la coda del Drago, ed io nacqui sotto l’ursa maior: sicché io sono, di conseguenza, brutale e lascivo. Bah! sarei stato quello che sono, anche se la stella più verginale del firmamento avesse brillato sulla mia bastardificazione. – Edgardo!... Entra EDGARDO. E un buon punto viene, come la catastrofe dell’antica commedia: la mia parte è una infame malinconia, accompagnata da un sospiro da accattone. Eh! questi ecclissi presagiscono queste dissonanze. Fa, sol, la mi.
EDGARDO
Ebbene, fratello Edmondo, in quale grave contemplazione siete assorto?
EDMONDO
Sto pensando, fratello mio, ad una predizione della quale ho letto l’altro girono, a proposito di cò che dovrebbe accadere in seguito a questi ecclisi.
EDGARDO
E voi vi occupate di questo?
EDMONDO
Vi garantisco che le conseguenze di cui l’autore scrive, sventuratamente si avvevano; quali: snaturatezza fra padre e figlio; morete, carestia, rottura di antiche amicizie; scisioni nel regno; minacce e maledizioni contro il re e contro i nobili; diffidenze irragionevoli, esilio di amici, dispersione di bande, infrazioni coniugali, e non so che cosa.
EDGARDO
Da quanto tempo siete un seguace delle dottrine astronomiche?
EDMONDO
Via, via; quando avete veduto mio padre l’ultima volta?
EDGARDO
Ieri sera.
EDMONDO
Gli avete parlato?
EDGARDO
Sì, per due ore di seguito.
EDMONDO
Vi siete lasciati in buoni termini? Da qualche parola, o dal suo contegno, avete notato in lui alcun indizio di contrarietà?
EDGARDO
Nessuno, affato.
EDMONDO
Ripensate bene, in che cosa potete averlo offeso: e, se ascoltate na mia preghiera, evitate la sua presenza, finché un po’ di tempo abbia mitigato l’ardore della sua collera, la quale in questo momento infuria in lui a tal punto, che appena si calmerebbe col sacrificio della vostra persona.
EDGARDO
Qualche infame mi avrà calunniato.
EDMONDO
Questa è la mia paura, fratello. Vi prego, sappiatevi contenere ed abbiate pazienza, finchñe la foga della sua collera rallenti un poco; e, come vi dico, rituratevi con me nel mio alloggio, dal quale io vi metterò convenientemente in grado di sentire che cosa dice il mio signore. Ve ne prego, andate: eccovi la mia chiave. Se uscite, andate armato.
EDGARDO
Armato? Fratello!
EDMONDO
Fratello, io vi avverto per il vostro meglio; non sono un uomo onesto, se in aria c’è qualche buona disposizione a vostro riguardo. Io non vi ho dato che una pallida idea di quello che ho veduto e sentito: nulla ho detto, che assomigli all’immagine e all’orrore di ciò. Vi prego, andate.
EDGARDO
Saprì presto qualche cosa da voi?
EDMONDO
In questa faccenda lasciatevi servire da me. [Edgardo esce] Un padre credulo, ed un nobile fratello, la cui natura è così lontana dal fare il male, ch’egli non sa sospettarne alcuno: la loro sicocca onestà si presta agevolmente al mio gioco! La faccenda io la vedo chiara. Se non ho terre per diritto di nascita, che io le abbia per opera della mia intelligenza! Tutto per me è buono, quello che posso rendermi utile.
([Esce.)

SCENA III.

(Un stanza nel palazzo del Duca d’Albania.)
(Entrano GONERILLA e OSVALDO, suo maggiordomo)
GONERILLA
Mio padre ha percosso il mio gentiluomo di corte perché ha rimproverato il suo buffone?
OSVALDO
Sì, signora.
GONERILLA
Egli mi offende giorno e notte: ogni momento prorompe in questo o in quell’eccesso inconsulto, che mette la discordia fra tutti noi; io non lo tollero. I suoi cavalieri incominciano a farsi urbolenti, ed egli stesso ci rimprovera per ogni inezia. Quando teornerà dalla caccia, gli direte che io mi sento male: non ho voglia di parlargli. Se vorrete essere meno pronto a servirlo che per l’innanzi farete bene: della colpa rispondo io.
OSVALDO
Egli giunge, signora; lo sento.
([Corni dal di dentro.)
GONERILLA
Assumete pure quell’aria di svogliata negligenza che crederete meglio, voi e i vostri compagni; io sarei contenta che ciò provocasse una discussione. Se non gli piace, se ne vada da mia sorella, il cui pensier e il mio, lo so bene, in queesta sono uno solo: non lasciarsi dettar legge. Stolto di unvecchio, il quale pretende di far valere ancora quell’autorità di cui si è privato! Davvero che questi vecchi pazzi diventano quando si vede che sono indotti in errore. Ricordatevi di ciò che vi ho detto.
OSVALDO
Sta bene, signora.
GONERILLA
E i suoi cavalieri, d’innanzi, incontrino in mezzo a voi sguardi più freddi: quel che ne succede, non importa. Avvertitene i vostri compagni. Io vorrei farne nascere, e vi riuscirò, qualche buona occasione per peoter parlare. Scrivo, senz’altro, a mia sorella, di tenere la mia precisa condotta. Fate preparare il pranzo.
([Escono.)

SCENA IV.

(Una sala nello stesso palazzo.)
(Entra KENT, travestito.)
KENT
Sol che altrettanto bene io riesca a pr4endere in prestitoun’altra voce, che sappia alterare il mio modo di parlare, la mia buona intenzione mi condurrà, di per se stessa, al pieno conseguimento di quello scopo, per il quale ho cancellato le mie sembianze. Ed ora, o bandito Kent, se puoi entrare a servizio (e posssa tu riuscirbi!) propio là dove u sei condannato, il signore tuo, che tu ami, ti troverà pronto ad ogni fatica.
(Corni dal di dentro. Entrano LEAR, Cavalieri, e persone del seguito.)
LEAR
Non si faccia aspetttare un minuto per il pranzo; andate, guardate che sia pronto. [Esce uno del seguito] Ebbene! chi sei tu?
KENT
Un uomo, signore.
LEAR
Qual’è la tua professione? Che cosa vorresti da noi?
KENT
Io faccio professione di non essere da meno di quello che sembro; di servire fedelmente colui che mi ammetterà alla sua fiducia; di amare colui che è onesto; di far compagnia a chi è saggio e parla poco; di temere l’ra del Signore; di battermi quando non ho altra scelta; e di non mangiare pesce.
LEAR
Chi sei?
KENT
Una perla di galantuomo, e povero come il Re.
LEAR
Se tu, come suddito, sei povero quanto egli è come re, sei povvero davvero. Che cosa vorresti?
KENT
Trovar servizio.
LEAR
Chi vorresti servire?
KENT
Voi.
LEAR
Mi conosci, tu, giovanotto?
KENT
No,signore; ma nel vostro aspetto voi avete ciò che io chiamerei volentieri mio padrone.
LEAR
E che cos’è questo?
KENT
L’autorità.
LEAR
Che serivizi sai fare?
KENT
So serbare un segreto onesto, so montare a cavallo, correre, guastare, raccontandola, una storia troppo complicata, e riferire alla buona una semplice imbasciata: io sono capace in tutto ciò cui bastano uomini comuni; e ol mio miglior pregio è la diligenza.
LEAR
Quanti anni hai?
KENT
Non sono così giovane, signor mio, da innamorarmi di un donna perché canta; e neppure così vecchio, da spasomare per lei per un’altra ragione qualunque: ho sulle spalle quarantotto anni.
LEAR
Vieni con me; tu mi servirai: se dopo pranzo non mi piacerai meno di quanto mi piaci ora, non ti manderò via. – Questo pranzo, dico, questo pranzo! – Dov’è il mio uomo, il mio matto? Va’, e fammi venir qui il mio matto. [Esce uno del seguito. Entra OSVALDO. Giusto voi, voi mariuolo, dov’è mia figlia?
OSVALDO
Col vostro permesso….
LEAR
Che dice, là, il marrano? Richiamate quella testa di legno. [Esce un cavaliere] – Dov’è il mio matto?... Pare che il mondo dorma. Rientra il Cavaliere. Ebbene! dov’è quel can bastardo?
CAVALIERE
Egli dice, signor mio, che vostra figlia non si sente bene.
LEAR
Perché il mariuolo non è tornato indietro, quando l’ho chiamato?
CAVALIERE
Signore, mi ha risposto, chiaro e tondo, che non ne aveva voglia.
LEAR
Non ne aveva voglia?
CAVALIERE
Signor mio, io non so che cosa accada: ma, a mio giudizio, Vostra Altezza non è più trattata con quell’affetto pieno di riguardi al quale voi eravate abituato; c’è una grande diminuzione di cortesia che apparisce manifesta nei dipendenti, in generale, come nel Duca stesso e in vostra figlia.
LEAR
Ah! dici propio così?
CAVALIERE
Ve ne supplico, perdonatemi, signor mio, se mi sbaglio: poiché la mia conscienza non può stare sitta, quando io credo che sia stato fatto un torto a Vostra Altezza.
LEAR
Tu non fai che ricordarmi un mio stesso sospetto. Io ho notato, di recente, un’ombra di trascuratezza verso di me; ma l’ho biasimata piuttosto come una eccesiva suscettibilità da parte mia, che come una vera intenzione ed un voluto proposito di scortesia. Osserverò ancora meglio la cosa. – Ma dov’è il mio matto? Non l’ho più visto da due giorni.
CAVALIERE
Da che la mia pradroncina è in viaggio per la Francia, signore, è andato molto giù.
LEAR
Basta di ciò: me ne son bene accorto. – Voi, andate e dite a mia figlia che le vorrei parlare. [Esce uno del seguito] – Voi andate, e fatemi venir qui il mio mato. [Esce uno del seguito. Rientra OSVALDO. Ehi! voi messere, dicho a voi, venite qua, messere: chi sono io, messere? chi sono io, messere?
OSVALDO
Il padre de la mia signora.
LEAR
«Il padre della mia signora»! il servitore di mia Signoria: canaglia figlio di putana! manigoldo! botolo tinghioso!
OSVALDO
Io non sono nessuna di queste cose, signor mio, domando il vostro perdono.
LEAR
Prendereste di rispondere ai mie sguardi con vostro, furfante?
([Battendolo.)
OSVALDO
Io non voglio essere battuto, signore!
KENT
E nemmeno esser mandato a gambe per aria, cattivo giocatore di calcio.
([Dandogli il gambetto.)
LEAR
Ti ringazio, giovinotto; tu mi rendi un servigio, ed io ti vorrò bene.
KENT
Andiamo, messere, alzatevi, andateven! Vi insegnerò io a stare al vostro posto: via di qua, via! Se volete misurare un’altra volta la vostra lunghezza di tanghero, indugiate ancora; ma via di qua! Andatevene: avete sennso? allora, via!
([Spinge fuori Osvaldo.)
LEAR
Ed ora, mio buon grzone, io ti ringrazio: eccoti una caparra del tuo servizio.
([Dà del denaro a Kent.)
MATTO
Vo’dargli anch’io la paga: −eccoti il mio berretto.
([Offre a Kent il suo berretto.)
LEAR
Ebbene, bricconscelo mio, come va?
MATTO
Messere, fareste meglio a prendere il mio berretto.
KENT
Perché, matto?
MATTO
Ecco…. Perché tu prendi le parti di uno, il quale è in disgrazia. E, se tu non sai sorridere secondo il vento che tira, presto sentirai che raffreddamento! via, prendi il mio berretto. Vedi, questo buon uomo ha bandito due delle sue figliole, e ha fatto la felicità dlla terza contro sua voglia: se tu lo servi, dovrai necessariamente portare il mio berretto. – Come va, zio? Ah, se avessi due berreti e die figliole!
LEAR
Perché, ragazzo mio?
MATTO
Se io dessi loro tutto quello che posseggo, almeno mi terrei per me I miei berreti. Ecco qui il mio; un altro domandalo in elemisina alle tue figliole.
LEAR
Sta attento, mariuolo…, c’è la frusta!
MATTO
La verità è un cane che deve andare a cuccia nel canile; dev’esser mandato fuor di casa a frustate, mentre la signora agna può starsene accanto al fuoco e puzzare.
LEAR
Un boccone amaro per me!
MATTO
Compare, voglio insegnarti un discorso.
LEAR
Insegnamelo.
MATTO
Sentio bene, zio. 54
Mostra men di quel che hai,
Parla men di quel che sai,
Presta men che in serbo avrai,
Più a caval che a piedi andrai,
Credi poco, impara assa,
Punta men che vinceral;
Lascia il bere e la tua ganza,
Non uscir dalla tua stanza:
Più che doppia una decina
Tu avrai per la ventina.
KENT
Questo è un bel nulla, matto.
MATTO
Allora è come il fiato d’un avvocato senza paga; e voi, non mi avete dato nulla per il mio discorso. – Non sapete farne nessun uso, di un nulla, zio?
LEAR
Eh, no ragazzo; dal nulla non si cava nulla.
MATTO
[a Kent] Ti prego, dirgli che a tanto ammonta la rendita delle sue terre: a un matto non gli vorrà credere.
LEAR
È aspro, il matto!
MATTO
Sai, amico, la differenza che c’è fra un matto aspro e un matto dolce?
LEAR
No, ragazzo, insegnamela.
MATTO
Quei che pose in capo a te 62
Di dar via le terre tue,
Venga a mettersi accanto a me,
O fa’ tu el meci sue:
Chi sia dolce e chi amaro
De’ due matti si vedrà:
L’un qui in veste di giullaro,
E quell’altro, eccolo là.
LEAR
Mi dài del matto, raggazzo?
MATTO
Tutti gli altro tuoi titoli li hai dati via: con quello ci sei nato.
KENT
Costui non è interamente matto, signor mio.
MATTO
No, in defe mia; I signori e i potenti non me lo permettono; se io avessi il monopolio della pazzia, essi vogliono lasciarmi avere la pazzia tutta per me solo; me la strappano per forza. – Zio, dammi un uomo, ed io ti darò due corono.
LEAR
Che cosa sarrano queste due corone?
MATTO
Ecco, le duce cocce dell’uobo, dopo che io l’abbia tagliato nel mezzo la sua corona, e desti via tutte e due le parti, ti portasti l’asino sulle spalle, attraverso il fango della strada; tu, avevi poco senno, sotto la tua coccia pelata, alorché davi via la tua corona d’oro. – Se dicendo questo, io parlo da quel matto che sono, sia frustrato chi è il primo a riconoscerlo.
([Cantando])
Mai tanto pei matti andò mal che quest’anno,
Ché i saggi divenner sciochi,
E un uso miglio pel cervello non sanno
Che fare gli scimmiotti.
LEAR
Da quando io qua hai l’abitudine di essere così ben fornito di canzoni, briccone?
MATTO
Ho quest’uso, zio, dal giorno che delle tue figliole hai fatto le tue madri: poiché quando hai dato loro in mano la verga, e ti sei calato le brache,
Dalla gioia esse versan di lacrime un lago,
Ed io pel duol fo lazzi,
Che un tal re debba mettersi a far baco baco,
In compagnia dei pazzi.
Ti prego, zio, prendi un maestro che sappia insegnare la menzogna al to matto: io imparerei volentieri a mentire.
LEAR
Se voi mentite, signorino, vi fatemo frustere.
MATTO
Io vorrei sapere che parentela c’è fra te e le tue figliole: esse mi moglion far frustrare perché dico la verità, tu voui farmi frustare perché mento; e qualche volta sono frustato perché sto zitto. Io vorrei essere qualunque cosa, piuttosto che un matto; eppure non vorrei essere te, zio; tu, tu sei fatto cimare il senno da tutte e due le parti, en el mezzo non ti c’è rimasto nula: ecco qua una delle cimature.
(Entra GONERILLA.)
LEAR
Ebbene, figliola! perché quella benda sulla fronte? Mi pare che da qualche tempo, voi siate un po’troppo acciliata.
MATTO
Tu eri un uomo in gamba, quando non avevei bisogno di preoccuparti della sua aria accigliata; ora sei uno zero senza una cifra accanto. Ora io valgo più di te: io sono un matto, tu nulla. – [A Gonerilla] Sì, diamine, mi cheterò; così mi ordina la vostra faccia, per quanto voi non dicate niente.
Buci, buci!
Per chi lascia tinche e ceci
Nulla ne farà le veci.
Costui è una buccia di pisello sgranato.
([Indicando Lear.)
GONERILLA
Signore, non solamente questo vostro matto, al quale è permesso tutto, ma altri del vostro seguito insolente, trovano, ogni momento, da ridire e da leticare, abbandonandosi a risse truculente e intollerabili. Signore, io avevo creduto, informandovi bane della cosa, di aver trovato un rimedio sicuro: ma ora, dopo ciò che voi stesso avete detto e fatto recentemente, incomincio a temere, che voi proteggiate una simile condotta, e la incoraggiate con la vostra approvazione. Ché se voi faceste questo, la colpa non sfuggirebbe al biasimo, e non tarderebbero rimedi, nell’interesse di un bene salutare per tutti, l’applicazione dei quali potrebbe farvi un’offesa, che in altre circostanze sarebbe una vergogna, ma che allora la necessità chiamerà misura prudente.
MATTO
Poiché tu lo sai, zio:
Tanto nutri in passera scopaiola il cuccù,
Che il capo dai suoi piccoli mangiato afin le fu.
Così, la candela si spense, e noi fummo lasciati al buio.
LEAR
Siete nostra figlia voi?
GONERILLA
Via, signore! Io vorrei che voi faceste uso del vostro buon senso, del quale so che siete pieno, e che metteste via questo umore, che da qualche tempo vi porta ben lontano da quello che voi siete veramente.
MATTO
Un asino non può saper quando è che il carreto tira il cavallo? Su, Docio, ch’io ti vo’ bene!
LEAR
C’è qualcuno che mi riconosca, qui? Questi non è Lear: cammnina, forse, così Lear? parla così? Dove sono i suoi occhi? O la sua intelligenza si indebolisce, o la sua ragione è in letargo. Ah! sono desto? non è vero! Chi è che mi sa dire chi sono?
MATTO
L’ombra di Lear.
LEAR
Vorreo saperlo; poiché i segni della sovranità, l’intelligenza e la ragione, mi persuaderebbero, ingannandomi, che io avevo delle figliole.
MATTO
Le quali vogliono far di e un padre obbediente.
LEAR
Il vostro nome, bella signora?
GONERILLA
Questa vostra meraviglia, signore, mi sa molto del gusto delle altre vostre recenti scappate. Io vi supplico di comprendere nel loro vero senso le mie intenzioni; vecchio come siete, e venerando, dovreste essere savio. Voi tenete qui, fra cavalieri e scudieri, un centinaio di uomini, così sregolati, così corrotti e tracotanti, che questa nostra corte, viziata dai loro costumi, sembra una rissosa locanda: l’epicureismo e la lussuria l’hanno ridotta in modo, che essa somiglia più ad una bettola, o ad un bordello, che ad un palazzo dove alberghi la grazia. La vergogna stessa reclama un pronto rimedio: lasciatevi dunque pregare (da colei che, se no, faria senz’altro quello che ora chiede) di diminuire un poco il vostro seguito, e di provvedere che il resto, il quale rimarrà ancora al vostro servizio, sia composto di uomini tali, che possano convenire all’età vostra, e che sappiamo chi sono assi e chi siete voi.
LEAR
Tenebre e diavoli! − Sellate i miei cavalli; radunate il mio seguito. − Bastarda degenerata! Io non ti darò più noia: mi resta ancora una figliola.
GONERILLA
Voi battete la mia servitù, e la vostra licenziosa canaglia tratta come servi i suoi superiori.
(Entra il DUCA D’ALBANIA.)
LEAR
Guai a chi si pente tropp trdi! [Al duca d’Albania] Ah! signore, siete qui? È questa la vostra volontà? Parlate, signore – Preparate i miei cavalli. – O ingratitudine, demonio dal cuore di marmo, più orrenda del mostro del mare allorché ti manifesti in una figliola!
ALBANIA
Ve ne prego, signore, abbiate pazienza.
LEAR
[a Gonerilla] Esecrato nibbio! Tu menti: il mio seguito è composto di uomini scelti e di no comuni qualità, che conosco tutte le esigenze del dovere e tengono alto l’onore del loro nome con il più scrupoloso riguardo. Oh la più piccola delle colpe, come mi apparisti brutta in Cordelia! Tu che, come uno strumento di tortura, dislogasti tutte le mie più intime fibre, strappasti dal mio cuore tutto l’amore, e vi sostituisti il fiele! O Lear, Lear, Lear, batti a questa porta, [battendosi la fronte] che ha lasciato entrare la tua pazzia, e ha fatto uscire il tuo prezioso senno! – Andiamo, andiamo, gente mia.
ALBANIA
Signore, io sono innocente, quanto ignaro, di ciò che ha suscitat il vostro sdegno.
LEAR
Può essere, signor mio. – Ascolta, o Natura, ascolta! Cara dea, ascolta! Sospendi il tuo proposito, se tu intendesti di render feconda questa creatura! Nel suo grembo metti la sterelità! Inaridisci in lei le fonti della generazione, e dal suo corpo tralignato non esca mai un figlio che la onori! Se debe convepire, creale un figliolo di fiele, che possa vivere per essere il suo tormento perverso e snaturato! Possa egli stapare di rughe la fronte della sua giovinezza; possa scavarle solchi nelle gote con le lacrime che le farà versare; possa ricambiare tutte le sue cure e sollecitudini di madre, con el risa e il disprezzo: siché ella possa provare quanto sia più crudele del dente di una serpe, avere un figliolo ingrato! – Andiamo, andiamo.
([Esce.)
ALBANIA
Per gli dei che noi adoriamo, d’onde nasce tutto ciò?
GONERILLA
Non vi date pensiero di saperne la cagione; ma lasciate che il suo cattivo umore abbia quello sfogo che l’età barbogia gli consente.
(Rientra LEAR.)
LEAR
Come! cinquanta del mio seguito in un sol colplo! Dentro quindici giorni?
ALBANIA
Che c’è, signore?
LEAR
Te lo dirò… [A Gonerilla] Vita e morte! Io mi vergogno che tu abbia il potere di scuotere così questa mia fibra di uomo; che tu debba esser degna di queste calde lacrime, che mi vengono strappate a forza. Furia di venti e nebbie sulla tua testa! Le inciprignite piaghe della maledizione di un padre possano penetrarti tutti i sensi! O mie vecchie credule pupille, provatevi a piangere un’altra volta per questa ragione, ed io vi strappo via dall’orbita, e insieme con l’acqua che perdete, vi getto in terra a formar fango. Oh! siamo giunti a questo? Sia così! Mi rimane ancora una figliola, che, son sicuro, è buena e premurosa: quando sentirà che tu hai fatto questo, ti scorticherà con le unghie cotesta faccia di lupo.Vedrai che riprenderò la figura che tu credi ch’io abbia gittata via per sempre; vedrai, te lo assicuro.
([Escono Lear, Kent, e il seguito.)
GONERILLA
Sentite, signor mio?
ALBANIA
Io non posso essere così parziale, Gonerilla, pel grande amore che vi porto….
GONERILLA
Vi prego, non insistete. – Ebbene, Osvaldo, ehi! – [Al matto] Voi, messere, più briccone che matto, seguite ol vostro padrone.
MATTO
Zio Lear, zio Lear! Aspetta, e porta con te il tuo matto.
Volpe presa in guise accorte,
E una figlia di tal sorte,
Certo andrebbero alla morte
Se il berretto mio fosse forte
Di comprar funi ritorte.
Così va il matto di corte.
GONERILLA
Quest’uomo ha avuto giudizio: − cento cavalieri! Bello e sicuro accorgimento, lasciargli tenere cento cavalieri, armati di tutto punto: già, affinché ad ogni sogno, ad ogni pettegolezzo, ad ogni fantasia, ad ogni lagnanza e scontento, egli possa difendere, con la forza loro, la sua imbecillità, e tenere la vita nostra alla sua mercé. – Osvaldo, dico!
ALBANIA
Via, può darso che voi esageriate la vostra paura.
GONERILLA
Meglio che fidarsi troppo: lasciatemi toglier sempre di mezzo i mali che io temo, anziché temer sempre di esservi presa in mezzo: conosco il suo cuore. Tutto ciò ch’egli ha profferito, l’ho scritto a mia sorella: se essa sostentasse lui e i suoi cento cavalieri, mentre io le ho mostrato la poca convenienza…. Rientra OSVALDO. Ebbene, Osvaldo! Dunque, avete scritto quella lettera a mia sorella?
OSVALDO
Sì, signora.
GONERILLA
Prendetevi una scorta, e via a cavallo: informatela appieno del mio personale timore; e aggiungetevi di vostro delle ragioni, che valgano a renderlo più consistente. Andate, e affrettate il vostro ritorno. [Esce Osvaldo] – No, no, mio signore, sebbene questa arrendevole cortesia che è nella vostra condotta, io non la condanni, pure, col vostro perdono, voi siete più biasimato per mancanza di sennno, che lodato per una mitezza dannosa.
ALBANIA
Fino a qual punto gli occhi vostri riescano a penetrare nelle cose, non posso dirlo: spesso il meglio è nemico del bene.
GONERILLA
Ma, allora…
ALBANIA
Bene, bene, aspettiamo la fine.
([Escono.)

SCENE V.

(Corte davanti al medesimo palazzo.)
(Entrano LEAR, KENT, e il Matto.)
LEAR
Andate voi, prima, da Gloucester con queste lettere. Di quanto spaete, non informate mia figlia più di quello che essa vi domandi a proposito della mia lettera. Se la vostra diligenza non è sollecita, io sarò là prima di voi.
KENT
Non dormirò, signor mio, finché non avrì consegnato la vostra lettera.
([Esce.)
MATTO
Se il cervello dell’uomo fosse nei suoi calcagni, non correrebbe il rischio di avere i geloni?
LEAR
Sicuro, ragazzo mio.
MATTO
Allora, ti prego, sta’allegro: il tuo senno non anderà in ciabatte.
LEAR
Ah! ah! ah!
MATTO
Vedrai che l’altra tua figliola ti avrà a sangue; poiché sebbene essa somigli a questa, come una mela selvatica somiglia ad una mela buona, pure io posso dire quel che posso dire.
LEAR
Che cosa puoi dire, ragazzo?
MATTO
Che essa sarà dello stess gusto di questa, come una mela selvatica ha lo stesso spaore di un’altra mela selvatica. Sai dirmi perché il naso sta proprio in mezzo alla faccia?
LEAR
No.
MATTO
To’ perchñe gli occhi stiano uno da una parte del naso, e l’altro dall’altra: sicché ciò che non si può fiutare cl naso, si possa spiare con gli occhi.
LEAR
Io sono stato ingiusto con lei….
MATTO
Sai dire come un’ostrica si fa il guscio?
LEAR
No.
MATTO
Ed io nemmeno; ma ti so dire perché una chiocciola ci ha la casa.
LEAR
Perché?
MATTO
To’, per tirarci dentro la testa; e non per darla via alle sue gigliole, e lasciar le sue corna senza tetto.
LEAR
Voglio dimenticare il mio affetto…. Un padre così amoroso! – Son pronti i miei cavalli?
MATTO
I tupi asini sono andati ad ccuparsene. La ragione per la quale le sette stelle non sono più di sette, è bellina.
LEAR
Perché non sono otto?
MATTO
Già, precisamente. Tu potresti riuscire un buon matto.
LEAR
Riprenderlo per forza!.... Mostruosa ingratitudine.
MATTO
Zio, se tu fossi il mio matto, ti farei bastonare, perché tu sei vecchio prima del tempo.
LEAR
Che vuoi dire?
MATTO
Tu non avresti dovuto farti vecchi, prima d’esser diventato savio.
LEAR
Non permettere ch’io diventi pazz, oh! no pazzo, bengino cielo! Conservami la mia raggione: io no voglio essere pazzo!... Entra un Gentiluomo. Ebbene! Sono pronti i cavalli?
GENTILUOMO
Pronti, signore.
LEAR
Vieni, ragazzo mio.
MATTO
Colei che adesso è vergine, e ride ch’io m’assento, 29
Nol sarà a lungo, a men che si scorci l’argomento.
([Escono.)

ATTO SECONDO

SCENA I.

(Un cortile nel castello del Conte di Gloucester.)
(Entrano EDMONDO e CURANO, incontrandosi.)
EDMONDO
Salute a te, Curano.
CURANO
Ed anche a voi, messere. sono stato da vostro padre, e gli ho dato la notizia che il duca di Cornovaglia e Regana, sua duchessa, stasera saranno qui da lui.
EDMONDO
Come mai?
CURANO
Ma, non lo so. Avete sentito le notizie che corrono? Voglio dire, quelle che si sussurrano, poicé per ora non sono altro che voci che sfiorano l’orecchio.
EDMONDO
Io no: di grazia, quali sono?
CURANO
Non avete sentito parlare di probabili guerre imminenti fra il duca di Cornovaglia e quello d’Albania?
EDMONDO
Neppure una parola.
CURANO
Allora ne sentirete parlare a suo tempo. Statevi bene, signore.
([Esce.)
EDMONDO
Il Duca sarà qui stasera? Tanto meglio! Benissimo! Questo è un altro filo che si intreccia, di necessità, nella mia trama. Mio padre ha fatto appostare una fuardia per prendere mio fratello; ed io ho per le mani una cosa, un affare delicato, che debbo sbrigare. – Speditezza e fortuna, all’opera! – Fratello, una parola; scendete giù: fratello, dico! Entra EDGARDO Mio padre vigila. O messere, fuggite di qua; si è sparsa notizia del luogo dive siete nascosto; ora avete il vantaggio della notte. Voi non avete mica parlato contro il duca di Cornovaglia? Efli viene qui ora, nella notte, in gran fretta, e insieme con lui Regana: avete detto nulla, mettendovi dalla sua parte, contro il duca d’Albania? Cercate di ricordarvene.
EDGARDO
Ne sono sicuro, non una parola.
EDMONDO
Sento venir mio padre. Perdonatemi: debbo ricorrere ad un’astuzia, e fingere di tirar fuori la spada contro di voi: tirate fuori la vostra, e fingete di difendervi: ora disimpegnatevi bene. – Arrendertevi; venite davanti a mio padre. – Luce, qua, eh! – Fuggite, fratello. – Delle torce, delle torce!, delle torce! – Così, addio. [Esce Edgardo] U po’ di sangue ch’io mi facessi uscire, farebbe crederead un più accanito sforzo da parte mia: ho visto degli ubriachi far questo ed altro, per galanteria. [Si ferisce un braccio] – Padre, padre! Ferma, ferma! Non un aiuto?
(Entrano GLOUCESTER e dei servi con torce.)
GLOUCESTER
Ebbene, Edmondo, dov’è il furfante?
EDMONDO
Stava qui al buio, con la sua spada tagliente sguainata, borbottando malvagi incantesimi, e scongiurando la luna d’essergli benigna protettrice….
GLOUCESTER
Ma dov’è?
EDMONDO
Guardate, signore, io sanguino.
GLOUCESTER
Dov’è il furfante, Edmondo?
EDMONDO
È fuggito da questa parte, signore. Quando ha visto che non riusiva in alcun modo a…
GLOUCESTER
Inseguitelo, olà! Corretegli dietro. [Esce un servo] – In alcun modo…. a fas che cosa?
EDMONDO
A persuadermi ad assassinare Vostra Signoria: ma anzi gli dicevo che gli dei vendicatori dirigono tutti i loro fulmini contro i parricidi; gli facevo riflettere da quanto stretti e molteplici vincoli il figlio è legato al padre; finalmente, signore, vedendo con quanto raccapriccio io mi opponevo al suo snaturato disegno, egli, in un impeto feroce, con la sua pronta spada, attaca a fondo la mia persona indifesa, e mi ferisce al braccio. Ma allorché ha visto il meglio del mio spirito all’erta, fatto ardito dalla buona causa, animarsi alla riscossa, o sia che lo spaventasse il rumore che io ho fatto, improvvisamente è fuggito.
GLOUCESTER
Fugga pure lontanot; egli non resterà in questa terra senza essere arrestato; e una volta trovato…. spacciato! – Il nobile duca, mio padrone, mio degno capo e protettore, stasera vien qui: per mezzo della sua autorità farò bandire che chi lo trova, meriterà i nostri ringraziamenti, portando alo suplizio il vile assassino; chi lo nasconde, meriterà la morte.
EDMONDO
Quando cercai di dissuaderlo dal suo proposito, e lo trovai risoluto a metterlo in atto, con parole di esecrazione minacciai di scoprirlo; ma egli rispose: «O bastardo non abbiente, credi tu, se io volessi levarmi a. smentirti, che la fiducia in una qualche lealtà, virtù, o valore in te riposti, farebbe prestar fede alle tue parole? No, per poco che io negassi (come negherei questo: sì, quand’anche tu producessi la mia stessa scrittura), farei credere tutto ciò una tua suggestione, un complotto e un diabolico intrigo tuo; e tu dovresti far rimbecillire il mundo, perché tutti non pensassero che i vantaggi della mia morte furono per te uno sprone manifesto ed efficace a fartela cercare».
GLOUCESTER
Impenitente e matricolato furfante! Pretenderebbe di negare la sua lettera? Io non l’ho mai generato! [Squilli di tromba di dentro] Semi, le trombe del Duca! Ignoro perché egli venga. Farò sbarrare tutte le parte; il furfante non sfuggirà; bisogna che il Duca me lo consenta: quindi spedirò in ogni luogo, lontano e vicino, il suo ritratto, affinché tutto il reame possa avere i suoi contrassegni precisi; e troverò il mezzo, o mio leale e affezionato ragazzo, di mettere te in grado di ereditare le mie terre.
(Entrano il DUCA DI CORNOVAGLIA, REGANA e persone del seguito.)
CORNOVAGLIA
Ebbene, mio nobile amico: dacché son giunto que (e posso dire, senz’altro in questo istante) ho sentito delle strane notizie.
REGANA
Se la cosa è vera, ogni vendetta che possa raggiungere il colpevole, è inadeguata. – Come va, mio signore?
GLOUCESTER
Oh, signora, il mio vecchio cuore è schiantato…, è schiantanto!
REGANA
Come! il figlioccio di io padre atentava alla vostra vita? Quegli ch’ebe il nome da mio padre? il vostro Edgardo?
GLOUCESTER
Oh, signora, signora, la mia vergogna vorrebbe tenerlo nascosto.
REGANA
Egli non era un compagno di quei dissoluti cavalieri che formano il seguito di mio padre?
GLOUCESTER
Non lo so, signora, la cosa è troppo infame, troppo infame.
EDMONDO
Sì, signora, era di quella combriccola.
REGANA
Allora nessuna meraviglia ch’egli avesse malvaggie intenzioni: sono loro che l’hanno spinto a cerca la morte del vechio, per potersi dare al dispndio e allo sperpero delle sue rendite. Propio questa sera sono stata vene informata da mia sorella sul conto loro; e con tali raccomandazioni di prudenza, che se essi vengono a soggiornare in casa mia, io non ci sarò.
CORNOVAGLIA
E neppure io, te l’assicuro, Ragana. – Edmondo, sento che voi avete reso a vostro padre un servigio da vero figliolo.
EDMONDO
Era mio dovere, signore.
GLOUCESTER
Egli ha svelato le sue mene, e ha ricevuto questa ferita che vedete, mentre cercava di arrestarlo.
CORNOVAGLIA
È inseguito?
GLOUCESTER
Sì, mio buon signore.
CORNOVAGLIA
Se vien preso, non ci srà più a temere ch’egli faccia del male: perseguite il vostro intento e servitevi della mia autorità, fin dove vi aggrada. – Quanto a voi, Edmondo, la cui virtù e la cui obbedienza in questo momento si raccomandano tanto, voi sarete dei nostri: di caratteri così profondamente leali, ne avremo molto bisogno; e noi, per prima cosa, ci impossessiamo di voi.
EDMONDO
Signore, io vi servirì fedelmente, quali che possano essre gli altri miei meriti.
GLOUCESTER
Io ringrazio per lui Vostra Grazia.
CORNOVAGLIA
Voi ignorate perchñe siamo venuti a trovarvi…
REGANA
Così fuor d’ora, infilando la cieca cruna della notte; motivi, nobile Gloucester, di qualche importanza, intorno ai quali noi abbiamo bisgno del vostro consiglio. Nostro padre ci ha scritto (e nostra sorella anche) di certi screzi, ed io ho creduto opportuno di non rispondere da casa; i messi rispettevi attendono qui la risposta. Nostro buono e vecchio amico, mettete un po’ di confordto nell’animo nostro, e concedete il vostro necessario consiglio al nostro affare, il quale ne ha uopo immediato.
GLOUCESTER
Sono a vostra disposizione, signora. Le Vostre Grazie sono veramente le benvenute.
([Escono.)

SCENA II.

(Davanti al castello di Gloucester.)
(Entrano KENT e OSVALDO, separadamente.)
OSVALDO
Buon mattino, amico: sei tu di questa casa?
KENT
Sì.
OSVALDO
Dove possiamo mettere i nostri cavalli?
KENT
Nel fango.
OSVALDO
Ti prego, se mi vuoi bene, dimmelo.
KENT
Io non te ne voglio.
OSVALDO
Ebbene, allora non mi curo di te.
KENT
Se io ti curassi con sugo di bosco, ti farei curare io di me.
OSVALDO
Perché mi tratti così? Io non ti conosco.
KENT
Compare, io conosco te.
OSVALDO
Per chi mi conosci?
KENT
Per un briccone, un ribaldo, un leccapiatti; per un volgare, orgoglioso, scemo, miserabile furfante, con tre mute di panni e cento sterline, un sudicione dalle calze di lana; per un malandrino querelante dal fegato bianco come un cencio; per un figlio di puttana smanceroso, per un manigoldo affettato e arcizelante; per un gaglioffo che ha tutto il patrimonio in un baule; per uno che vorrebbe fare il mezzano per guadagnarsi il benservito, e non è altro che un impasto di furfante, di pezzente, di codardo, di ruffiano, e il figlio e l’erede di una cagna bastarda; per uno che io bastonerò fino a farlo guaire a squarciagola, sol che tu neghi la mnuoma sillaba di questi tuoi titoli.
OSVALDO
Ma, qual mostruoso individuo sei tu, per oltraggiare così uno che tu non conosci e che non conosce te!
KENT
Qual briccone dalla faccia di bronzo sei tu, per negare che mi conosci? Due giorni fa, non ti feci andare a gambe per aria, e ti bastonai, davanti al Re? Fuori la spada, manigoldo, poiché se è notte, splende ña luna: ed io voglio far di te una pappa al chiaro di luna. [Sguainando la spada] Fuori la spada, figlio di puttana, coglione di un bazzicabarbieri, fuori contro la regale maestà del padre suo. Tira fuori la spada, o ti affetto gli stinchi in questo modo, per farne carbonata! Fuori la spada, birbante: vieni al tuo posto!
OSVALDO
Aiuto, olà all’assassino! aiuto!
KENT
Difenditi, miserabile! In guardia, ribaldo, in guardia; vigliacco consumato, colpisci.
([Lo colpisce.)
OSVALDO
Aiuto, olà! all’assassino! all’assassino!
(Entra EDMONDO.)
EDMONDO
Che c’è? Cos’è stato?
([Li separa.)
KENT
A voi, se vi piace, mio bel ragazzino: venite, io vi sverginerò, avanti, signorino.
(Entrano il CORNOVAGLIA, REGANA, GLOUCESTER, e alcuni servi.)
GLOUCESTER
Spade! armi! Che accade qui?
CORNOVAGLIA
State fermi, per la vostra vita; il primo che tira un altro colpo, è morto! Che cosa c’è?
REGANA
Sono i messi di nostra sorella e del Re.
CORNOVAGLIA
Che cuestione c’è fra coi? parlate.
OSVALDO
Posso appena respirare, signo mio.
KENT
Nessuna meraviglia: voi avete strapazzato tanto il vostro valore! Vile furfante, la natura ti rinnega: tu, sei stato fatto da un sarto.
CORNOVAGLIA
Sei un individuo strano, tu: un sarto fare un uomo?
KENT
Sì, un sarto, signore:uno scultore, o un pittore non avrebbero potuto farlo così male, quand’anche avessero impiegato, nella faccenda, due ore, soltanto.
CORNOVAGLIA
Ma parla: come nacque la vostra disputa?
OSVALDO
Questo vecchio manigoldo, signore, al quale ho risparmiato la vita a istanza della sua barba grigia….
KENT
Bastardo d’un ipsilonne! lettera inutile! Signore mio, se voi me ne date il permesso, io pesterò questo pezzo di furfante fino a ridurlo polvere di cacina, e ci intonacherò il muro di un cesso. – Tu, batticoda, risparmiare la mia barba grigia?
CORNOVAGLIA
Zitto, mariuolo! bestiale briccone, non conosci tu alcun rispetto?
KENT
Sí, signore; ma la rabbia ha i suoi diritti.
CORNOVAGLIA
Perché sei arrabbiato?
KENT
Che un miserabile come costui debba avere una spada, mentre gli non ha un briciolo di onore. I ribaldi di questa specie, che hanno il sorriso sulle labbra, spesso, come i topi, col loro morso fanno un due pezzi I sacri vincoli che sono troppo stretti perchñe sia possibile scioglierli; lusingano tutte le passioni che insorgono in fondo all’anima dei loro padroni; mettono olio sul fuoco, e neve suo loror glaciali sentimenti; negano, affermano, e girano il loror becco di alcione secondo il soffio del ventp, e ad ogni cambiamento dei loro padroni, non spanedo fare altro che seguire, come fanno I cani. – La peste su cotesta vostra faccia di epilettico! Vi ridete delle mie parole, come se io fossi un matto? Oca, se io vi avessi nella pianura di Sarum, vorrei ricondurvi strepitante a casa fino a Camelot.
CORNOVAGLIA
Via, sei matto, vecchio arnesse?
GLOUCESTER
Come veniste a parole? diteci questo.
KENT
Non vi sono contrari, che bbiano tra loror sì grande antipatia, com’è tra me e codesto rifaldo.
CORNOVAGLIA
Perché lo chiami ribaldo? Qual’è la sua colpa?
KENT
La sua faccia non mi piace.
CORNOVAGLIA
Né ti piace di più la mia, forse, e neppure la sua né qualle di costei.
KENT
Signore, è mio mestiere essere franco; ai miei tempi ho visto delle facce migliori di quelle che stanno su qualsiasi tra le spalle, che in questo momento mi vedo davanti.
CORNOVAGLIA
Costui dev’essere un cotale, che essendo stato lodato per non aver peli sulla lingua, affetta una impertinente zotichezza, e forza, del tutto contre la propria natura, il suo mode di fare: − lui non sa adulare, lui; anima onesta e semplice.... deve dire ad ogni costo la verità se gli altri l’accettano, bene; se no egli vuole essere; sincero ad ogni costo. Io la conosco questa genia di birbanti, che sotto questa loro sincerità nascondono più scaltrezza e più corrotti fini, di venti cortigiano pieni di ridicoli salamelecchi, che si fanno in quattro per adempiere a puntino i loro doveri.
KENT
Signore, in buena fede, per dire la schietta verità, col permesso del vostro imponente aspetto, il cui influsso, come il serto di radiante fuoco che fiammeggia sulla. fronte di Febo....
CORNOVAGLIA
Che intendi con ciò?
KENT
Di uscire dal mio linguaggio, che voi biasimate tanto. Io, signore, so di non essere adulatore: chi vi ingannò con accento schietto, era un altrettanto schietto briccone; ciò che io, per parte mia, non sarà mai, quand’anche dovesse confortarmi a esserlo la speranza di guadagnarmi il vostro disfavore.
CORNOVAGLIA
Che offesa gli avete fatto?
OSVALDO
Io no glie ne ho fatta mai alcuna: al Re suo padrone piacque, or non è molto, di battermi per un suo malinteso: allorché egli, d’accordo col Re, e per lusingarne lo sdegno, mi dette il gambetto; quando fui in terra, mi insultò, mi oltraggiò, e sunse un’aria così eroica, che gli diè lustro, e gli procurò gli elogi del Re, per avere attentato alla vista di un uomo, che si dava per vinto; e tronfio di questa prima impresa terribile, qui ha tratto di nuovo la sua spada contro di me.
KENT
Non c’è uno di questi furfanti e di questi vigliacchi, che non pretenda di far passare Aiace per il suo buffone.
CORNOVAGLIA
Si vadano a prendere i ceppi! Vecchio malandrino cocciuto, venerabile smargiasso, vi insegneremo noi.
KENT
Signore, io sono troppo vecchio per imparare: non ordinate i vostri ceppi per me; io sino un servo del Re, e sino stato mandato a voi da parte sua: voi agireste con poco rispetto, dareste prova di una cattiveria troppo audace contro la graziosa persona del mio padrone, mettendo i ceppi al suo messo.
CORNOVAGLIA
Andate a prendere i ceppi! Com’ñe vero che ho vita e nonre, egli ci resterà fino a mezzogiorno!
REGANA
Fino mezzogiorno? Fino a notte, mio signore; e tutta la ntte ancora!
KENT
Ecco, signora, se io fossi il cane di vostro pare, voi non mi trattereste così.
REGANA
Poiché invece siete il suo servo, signore, io vi tratto in questo modo.
CORNOVAGLIA
Costui è un ribaldo proprio della risma stessa di coloro, dei quali parla nostra sorella. – Via, portate qua i ceppi.
([Sono portati i ceppi.)
GLOUCESTER
Lasciate che io scongiuri Vostra Grazia di non farlo. La sua colpa è grave, e il buon Re suo padrone gliene farà rimprovero: il castigo umiliante che voi vi proponete di infliggergli, è quello onde vengono puniti i più vili e spregiati miserabili per furti e delitti della più volgare specie. Il Re può averso a male di esser tenuto in così poco conto, nella persona del suo messo, da vederselo privar della libertà in codesto modo.
CORNOVAGLIA
Ne rispondo io.
REGANA
Mia sorella può prendersela anche peggio, che un gentiluomo, per attendere agli affari di lei, sia stato oltraggiato, aggredito. – Mettegli dentro le gambe. [Kent è messo nei ceppi] – Venite, mio signore, andiamo.
([Escono tutti, meno Gloucester e Kent.)
GLOUCESTER
Me ne dispiace per te, amico; è questo il piacere del Duca, il caratere del quale, tutto il mondo lo sa, non soffre urti né intoppi: intercederò per te.
KENT
Ve ne prego, non lo fate, signore. Ho vegliato e viaggiato molto; una parte del tempo la passerò a dormire, il resto fischierò. La fortuna di un uomo onesto può diventar scalcagnata: vi do il buon giorno!
GLOUCESTER
Il Duca in ciò è da biasimare: la cosa sarà presa in mala parte.
([Esce.)
KENT
Buon Re, che devi dimostrar vero il detto: − Tu cerchi miglior pan che di grano. Avvicinati, o tu faro di questo più basso mondo, affinché con l’aiuto dei tuoi raggi io possa scorrere questa lettera. Non c’è, quasi, che la sventura, capace di vedere miracoli: lo so, questa lettera è di Cordelia, che fortunatamente è stata informata del mio misteriosos procedere; ed essa trarrà occasione da questo iniquo stato di cose, per cercar di apportare a questi mali i loro rimedi. O miei occhi esausti, e che troppo vegliaste, aprofittate, stanchi como siete, per non vedere l’ignominia di questo alloggio. Buona notte, Fortuna: arridi ancora; gira la tua ruota!
([Si addormenta.)

SCENA III.

(Un bosco.)
(Entra EDGARDO.)
EDGARDO
Io mi son sentito bandire; e, mercñe il propizio cavo di un albero sfuggiro alla caccia. Non c’è varco libero; non v’è luogo, dove una guardia, ed una sorveglianza assolutamente insolita, non siano pronte ad arrestarmi. Finché posso sfuggir loro, io cercherò di mettermi al sicuro; e son risoluto ad assumere la più volgre e la più miserabile apparenza, onde la pover`ta, per degradare l’uomo, si sia mai avvicinata alla bestia: mi insozzerò la faccia di sudiciume, mi avvolgerò le reni con una coperta, mi arruferò tutto i capello con nodi, e con estentata nudità sfiderò i venti e l’inclemenza del ielo. Il paese me ne offre un saggio, ed un precedente, nei poveri di Bedlam, i quali, con grida imili a ruggiti, si cacciano nella nuda carne delle loro braccia, intorpidite e mortificate, spilli, stecchi, chiodi, frasche di ramerino; e in quest’orrido aspetto strappano la carità alle piccole fattorie, a poveri ed infimi villaggi, agli ovili, ai mulini, ora con pazze imprecazioni, ora con preghiere: Povero Turlupino! povero Tom! Questo è ancora qualche cosa: come Edgardo, io non sono più nulla.
([Esce.)

SCENA IV.

(Davanti al castllo di Gloucester: Kent nei ceppi.)
(Entrano LEAR, il Matto, e un Gentiluomo.)
LEAR
È strano che essi se ne siano andati di casa, e non abbiamo rimandato il mio messo.
GENTILUOMO
A quel che ho intesso, la sera precedente non c’èra, in loro, alcuna idea di questa partenza.
KENT
Salite a te, mio nobile padrone!
LEAR
Che! di simile vergogna tu fai il tuo passatempo?
KENT
No, mio signore.
MATTO
Ah, ah! guarda che brutte giarrettiere egli porta. I cavalli si legano alla testa, I cani e gli orsi al collo, le scrimmie per le reni, e gli uomini per le gambe: quando un uomo ha le gambe troppo gagliarde, gli tocca a portare le calze di legno.
LEAR
Chi ha disconosciuto il posto che ti si conviene, fino al punto di metterti costì?
KENT
Lui, e lei: vostro figlio e la vostra figliola.
LEAR
No!
KENT
Sì.
LEAR
No, dico.
KENT
Io dico di sì.
LEAR
No, no; non l’avrebbero fatto!
KENT
Sì l’hanno fatto.
LEAR
Per Giove, io giuro di no!
KENT
Pero Giunone, io giuro di sì.
LEAR
Non hanno osato farlo; non l’avvrebbero saputo, non l’avvrebbero voluto fare: è peggio che un assassinio, far di proposito un oltraggio così violento. Spiegami, in discreta fretta, come tu hai potuto meritare un simile tratamento, o come essi poterono imporlo a te, che venivi da parte nostra.
KENT
Mio signore, allorché, giunto a casa loro, consegnai le lettere di Vostra Aletezza, prima che mi soffi alzato in piedi, dal luogo che mostrava il mio rispetto inginocchiato, sopraggiunse un corriere fumante in un bagno di sudore per la fretta, e mezzo trafelato, il quale proferì, tutto ansante, i saluti da parte di Gonerilla, sua padrona; e in barba all’inopportunità di quella intromissione, consegnò delle lettere, che essi lessero inmediatamente: appresone il contenuto, ciamarono a raccolta la loro gente, montarono pronti a cavallo, mi ordinarono di seguirli, e di attendere il comodo della loro risposta, e intanto mi davano dell occhiate di gelo. A questo punto incontrai l’altro messo, il cui gradino arrivo, me ne accorsi bene, aveva avvelenato il mio- costui era propio il ribaldo, che poco prima erasi mostrato così insolente verso Vostra Altezza: ed io, sentendo dentro di me l’uomo prendere il sopravento sul senno, trassi fuori la spada. Egli, allora, mise a soqquadro tutta la casa con frida alte e vigliacche; e il vostro figliolo e la figliola vostra trovarono he questa mia colpa era degna della vergogna che qui essa subisce.
MATTO
L’inverno non se n’è ancora andato, se le oche selvatiche volano da quella parte.
Padri che indossan stacci
Rendono i figli diacci,
Padrid che ha sacchi pesi
Vedon figli cortesi.
Fortuna, gran bagascia
Fouri i poveri lascia.
Ma, nonostante tutto ciò, tu per causa delle tue figliole, avrai tanti dolori, quanti potrai contarne in un anno.
LEAR
Oh! come questo mal di madre gonfia e mi sale al cuore! Hysterica passio! Giù, o angoscia che monti: il tuo elemento è in basso. – Dov’è questa mia figliola?
KENT
Col conte, signore; qui dentro.
LEAR
Nessuno mi segua; restate qui.
([Esce.)
GENTILUOMO
Non avete commesso altra colpa più grave di ciò che dite?
KENT
Nessuna. Ma come mai il Re viene con sì poca gente?
MATTO
Se tu fossi stato messo nei ceppi per una domanda come questa, l’avresti ben meritato.
KENT
Perché, matto?
MATTO
Ti manderemo a scuola da una formica, perché ti insegni che d’inverno no si lavora. Tuttu quelli che van dietro al loro naso, son guidati dai loro occhi, tranne i ciechi; e non còe un solo naso, fra venti, il quale non senta chi puzza. Quando una rota grande ruzzola giù da un monte, lasciala andare, per paura che tu non abbia a romperti il collo nel seguirla; ma se una rota grossa va su per il monte, lasciati trascinare da lei. Quando un uomo savio ti dia un consiglio migliore, restituiscimi il mio: io vorrei che non lo seguissero altro che i briccioni, poiché è il consiglio di un matto.
Colui che server per lo scotto,
E pro forma ti fa festa
Se vien la pioggia fa fagotto,
E ti pianta nella tempesta.
Io resto; il matto no la fa bassa,
Lascia il savio uscir dai piè.
Briccon che fugge, da matto passa,
Ma il matto un briccon non è.
KENT
Matto, dove hai imparatto codesto?
MATTO
Nei ceppi no di certo, matto.
(Rientra LEAR, con GLOUCESTER.)
LEAR
Rifiutano di parlare con me? Sono malati? Sono stanchi? Hanno viaggiato tutta la notte? Magri prestesti, immagine di rivolta e di fuga! Portatemi una risposta migliore.
GLOUCESTER
Mio caro signore, voi conoscete l’impetuoso carattere del Duca; com’egli è irremovibile ed ostinato nelle sue risoluzioni.
LEAR
Vendetta! pestilenza! morte! sterminio! Impetuoso? quale carattere? Via, Gloucester, Gloucester, io voglio parlare col duca di Cornovaglia e con sua moglie.
GLOUCESTER
Sta bene, mio buon signore, io li ho informati.
LEAR
Informati! Mi intendi, amico?
GLOUCESTER
Sì, mio buon signore.
LEAR
Il Re vuol parlrle col duca di Cornovaglia; il caro padre vuol parlare con la sua figliola, egli le ordina di obbedire: sono «informati» di questo? Pel mio respiro, e per il mio sangue! – Impertuoso? Il Duca impetuoso? Dite al bolente sigor Duca, che… ma no, ancora no: può essere che egli non si senta bene. il male fa sempre trascurare tutti i doveri, dai quali la salute non può esimersi; noi non siamo più noi stessi, allorché la natura, trovandosi oppressa, ordina alla mente di soffrire insieme col corpo. Pazienterò: e ce l’ho col mio troppo violento impulso che ha preso per un uomo sano, uno che era un un momento di indisposizione e di malessere. La maledizione sul mio regno! [Guardando Kent] Perché lui debe trovarsi qui a quel modo? Un simile atto mi persuade che questo appartarsi del Duca e di costei, non è che una manovra. Liberatemi il mio servo. Andate, dite al Duca e a sua molie, che io voglio parlare a tutti e due, ora, subito; ordinate loro di uscir fuori e di ascoltarmi: se no mi metterò a battere il tamburo sull’uscio di camera loro, finchñe esso abbia sonato la morte del sonno.
GLOUCESTER
Vorrei che tutto, fra voi, si accomodasse.
([Esce.)
LEAR
Ohimè! mio cuore, mio cuore, tu sei gonfio! ma…. posa!
MATTO
Zio, gridagli come gridava la sciocchina alle anguille, quando le metteva vive nella pastella; lei dava for sulla testa con un bastone, gridava: «Giù, pazzerelle, giù!». Fu suo fratello che per pura gentilezza verso il suo cavallo, gli imburrava il fieno.
(Entrano il DUCA DI CORNOVAGLIA, REGANA, GLOUCESTER, e servi.)
LEAR
Buon giorno a tutti e due.
CORNOVAGLIA
Salute a Vostra Grazia!
([Kent è messo in libertà.)
REGANA
Io sino lieta di vedere Vostra Altezza.
LEAR
Regana, lo credo; e so quale ragione ho di crederlo: se tu non fossi lieta di vedermi, farei divorzio dalla tomba di tua madre, poicé sarebbe la sepoltura di un’adultera. – [A Kent] Ah! sei libero? Ma di ciò, in altro momento. – Mia diletta Regana, tua sorella è malvagia: O Regana, essa m’ha legato qui [accena il cuore] l’ingratitudine dal danete acuto simile ad un avvoltoio. Io ho appena la forza di parlarti; tu no lo crederai, in che modo perverso…. Oh Regana!
REGANA
Vi prego, signore, abbiate pazienza. Io spero bene che vio siate meno capace di apprezzare il suo merito, di quel che essa sia capace di mancara al proprio dovere.
LEAR
Come può essere ciò, dimmelo?
REGANA
Io non posso pensare che mia sorella abbia voluto mancare, menomamente, all’obbligo suo; signore, se essa, per avventura, ha mess un freno agli eccessi della gente del vostro seguti, lo ha fatto con tale fondamento, e per un fine così salutare, che la rende pura da ogni biasimo.
LEAR
Le mie maledizioni su lei!
REGANA
Oh, signore! voi siete vecchio; la natura in voi si trova proprio sull’orlo del suo limite: voi dovrete lasciarvi governare e dirigere dalla prudenza di qualcuno, capace di comprendere il vostro stato meglio di voi stesso. Perciò vi prego di fare ritorno alla sorella nostra: ditele che l’avete offesa, signore.
LEAR
Chiederle perdono? Vi prego, state un po’ a sentire come ciò si addica al decoro della casa: «Cara figliola, io confesso di esser vecchio; i vecchi non son buoni a nulla: [Inginocchiandosi] io ti supplico in ginocchio, perché tu ti degni di concedirmi un vestito, un letto, e da magiare».
REGANA
Mio buon signore, basta: questi sino shcerzi che non si possono vedere. Tornate presso mia sorella.
LEAR
[alzandosi in piedi] Mai, Regana. Essa mi ha diminuito della metà il mio seguito; mi ha guardato con occhio velenoso; mi ha colpito al cuore con la sua lingua, che par propio quella di un serpente. Tutte le venderre del cielo, accumulate un su l’altra, cadano sopra il suo capo ingrato! O voi, infettivi soffi dell’aria, colpite la sua prole da nascere, e storpiatela!
CORNOVAGLIA
Via, signore, via!
LEAR
O voi, agili lampi, scagliate in quegli occhi pieni di scherno le vostre fiamme che accecano. O voi, nebbie, succhiate dalle paludi e tratte su dal sole possente, contaminate la sua bellezza, per umiliare e distruggere il suo orgoglio!
REGANA
Oh dei benedetti! voi augurete lo stesso anche a me, quando l’ira vi trasporti.
LEAR
No, Regana, tu non avrai la mia maledizone; la tua natura piena di tenerezza on permetterà che tuu mi tratti duramente; gli occhi di lei sino feroci, ma i tuoi siprano conforto, e non sono occhi che bruciano. Tu non sei capace di rinfacciarmi i miei piaceri, di ridurre il mio seguito, di rispodermi parloe avventate, di lesinarmi gli assegni, in fine, di impedirmi di entrare in casa mettendo il chiavistello: tu conosci meglio di lei i doveri di natura, i vincoli filiali, i modi della cortesia, gli obblighi della gratitudine; tu non hai mai dimenticato al metà del regno ond’io ti ho fatto la dote.
REGANA
Mio buon signore, venite all’argomento.
LEAR
Chi ha messo il mio servo nei ceppi?
([Fanfara di dentro.)
CORNOVAGLIA
Che tromba è questa?
REGANA
La conosco, è quella che annunzia mia sorella; va d’accordo con quanto diceva nella sua lettera, ciò: che essa sarebbe venuta qui subito. (Entra OSVALDO.) È giunta la vostra signora?
LEAR
Questi è un furfante, il cui orgoglio, preso a prestito senza fatica, riposa sul volubile favore di colei che egli serve. – Scellerato, via dagli occhi miei!
CORNOVAGLIA
Che cosa intende dire Vostra Grazia?
LEAR
Chi ha messo nei ceppi il mio servo? Ragana, io spero bene che tu non ne abbia saputo nulla. Chi giunge qua? (Entra GONERILLA.) O cieli, se voi andate i vecchi, se il vostro mite impero ammette l’obbedienza, se voi stessi siete vecchi, fate vostra la mia causa: mandate giù qualcuno che mi assista! – [A Gonerilla] Non ti vergogni di alzar gli occhi su questa barba? O Regana, le darai tu la mano?
GONERILLA
Perché no la mano, signore? In che cosa ho offeso? Non sempre è un’offesa, ciò che la mancanza di discernimento trova tale, e che l’età barbogia chiama con questo nome.
LEAR
O miei fianchi, siete anche troppo duri: resisterete ancora? – Come mai il mio servo è stato messo nei ceppi?
CORNOVAGLIA
Ve l’ho fatto mettere io, signore; ma le sue mancanze avrebbero meritato assai minor promozione.
LEAR
Voi, voi avete fatto questo?
REGANA
Vi prego, padre mio, poiché voi siete indebolito dagli anni, non lo dissimulate. Se intanto vorrete rtornare presso mia sorella, e farvi soggiorno finchñe il mese sia spirato, licenziando metà del vostro seguito, dopo potrere venire con me: ora io sono assente da casa, e sprovvista di quello che sarà necessario per accogliere voi come si conviene.
LEAR
Ritornare da lei? e cinquanta uomini licenziai? No, piuttosto rinunzio a tutti i tetti del mondo, e preferisco mover guerra all’inclemenza del cielo; prefrisco esser compagno del lupo e del gufo, nell’aspra distretta della miseria! Tornare con lei? Vedi, io mi adatterei meglio a inginocchiarmi davanti al trono del re di Francia dal sangue bollente, che prese la nostra più giovane figliola senza dote, e, come un scudiere, elemosinare da lui una pensione, tanto per reggere in piedi una esistenza ignominiosa. Ritornare con lei? Persuadetemi, piutosto, ad essere lo schiavo e la giumenta di questo esecrato mozzo di stalla.
([Accennando a Osvaldo.)
GONERILLA
A vostra scelta, signore.
LEAR
Ti prego, figliola, non rendermi pazzo: io non ti darò noia, figliola mia; addio. Noi non ci incontreremo più, non ci rivedremo più: ma pur tu sei mia carne, sangue mio, figliola mia; o, meglio, tu sei una malattia della mia carne, che io debbo per forza chiamare mia: tu sei un foruncolo, un gavocciiolo, una pustola di carbonchio, nel mio sangue corrotto. Ma non ti moverò rimprovero; la vergogna ti cogla quando vorrà, io no la chiamo. Io non invoco chi ha in mano il fulmine, perché lo scagli sopra di te, né racconto la tua condotta a Giove, giudice supremo: emendati quando puoi, diventa migliore a comodo tuo: io posso aver pazienza; posso restare con Regana, io coi miei cento cavalieri.
REGANA
Non proprio così. Io non vi aspettavo ancora, e non ho il mezzo di accogliervi come si conviene. Signore, date ascolto a mia sorella; ché coloro che cercano di moderare i vostri impeti con la ragione, debbono contentarsi di pensare che siete vecchio, e così…. ma lei sa quello che fa.
LEAR
Si chiama ragionar bene questo?
REGANA
Io oso affermarlo, signore. Come? una cinquantina di uomini, per il vostro seguito, non va bene? Che necessità di aveme di più? Anzi, qual bisogno di averne fin tanti, dal momento che la spesa e il pericolo parlano, tutti e due, contra un numero così grande? Come potrebbe, in una medesima casa, andare d’accordo tanta gente, sotto due comandi diversi? E dificile; quasi impossibile.
GONERILLA
Perché, signor mio, non potreste farvi servire da coloro che lei chiama suoi servi, o quelli miei?
REGANA
Perché no, signor mio? Allora sì che se essi per caso mancassero verso di voi, noi potremmo metterli a dovere. Se volete venire da me (giacché ormai prevedo un tale pericolo), vi raccomando di non portarne più di venticinque: io non intendo di dar posto a di più, o riconoscerne più di tanti.
LEAR
Io vi ho dato tutto....
REGANA
Ed era l’ora che ce l’aveste dato.
LEAR
Vi feci mie custodi, mie depositarie: ma mi riserbai il diritto di avere al mio seguito un tal numero di uomini. Come? io debbo venire da voi con venticinque persone? Regana, avete detto questo?
REGANA
E lo ripeto, mio signore; non uno di più con me.
LEAR
Anche le creature malvage sembrano, tuttavia, privilegiate, quando ve ne sono altre più malvage di loro: non essere il peggiore, costituisce già un qualche grado di lode. – [A Gonerilla] Verrò con te: i tuoi cinuqnta formano il doppio dei suoi venticinque, ed il tuo affetto è il doppio del suo.
GONERILLA
Ascoltatemi, signor mio: che bisogno avete voi di venticinque, di dieci, o cinque uomini che siano, al vostro seguito, in una casa dove due volte tanti hanno l’ordine di servirvi?
REGANA
Che bisogno avete anche di uno solo?
LEAR
Oh! non raginatemi di bisogno; i nostri più poveri mendichi, han qualcosa, la più meschina, che ad essi riman superflua: non concedere alla natura più di quel che alla natura è strettamente necessario, e la vita dell’uomo vale quella della bestia. Tu sei una signora: ebbene, se tutto il tuo lusso tu lo facessi per star calda, la natura non avrebbe bisogno del lusso che tu porti addosso, che sì e no ti tien calda. Ma, in quanto all vero bisogno.... o cielo! dammi tu quella pazienza, quella pazienza che è il mio vero bisogno! Voi mi vedete qui, o dei: un povero vecchio, pieno di dolori e di anni; disgraziato in tutte e due le cose: se siete voi che aizzate il cuore di questa mie figliole contro il padre loro, non mi rendete cosi stolto, da sopportarlo in pace; infiammatemi di mobile furore e non permettete che le lacrime, che sono le armi delle donne, bruttino le mie guance di uomo! - No, streghe snaturate, io avrò di voi due tale vendetta, che tutto il mundo dovrà.... io farò tali cose.... quali sono non lo so ancora; ma saranno il terrore della terra. Voi vi credete di farmi piangere: no, io non piangerò.... avrei ben ragione di piangere, ma questo cuore si spezzerà in centomila schegge prima che io pianga. −O mio matto, io finrò pazzo!
([Escono Lear, Gloucester, Kent e il Matto.)
CORNOVAGLIA
Rientriamo, fra poco vi sarà un uragano.
([si sente in distanza l’uragano.)
REGANA
Questa casa è picciola: il vecchio e la sua gente non possono esservi allogati comodamente.
GONERILLA
La colpa è sua: egli si è messo da sé nella condizione di non riposare, ed è necessario che provi le conseguenze della sua follia.
REGANA
Per quanto riguarda la sua persona, io lo riceverì ben volentieri, ma non un solo uomo del suo seguito.
GONERILLA
Tale è il mio proposito. Dov’è monsignore di Gloucester?
(Rientra GLOUCESTER.)
CORNOVAGLIA
Ha accompagnato fuori il vecchio. – È qui di ritorno.
GLOUCESTER
Il Re pe su tutte le furie.
CORNOVAGLIA
Dove va?
GLOUCESTER
Dà l’rdine di montare a cavallo: ma dove va non saprei.
CORNOVAGLIA
Il meglio è lasciarlo andare: si guiderà da sé.
GONERILLA
Signor mio, non vi raccomandate, davvero, perché egli resti.
GLOUCESTER
Ahimè! La notte si avanza, e la raffica impervrsa furiosamente; per molte miglia all’intorno v’e apperna un cespuglio.
REGANA
Messere, per gli uomini testardi i mali che essi si procurano da loror stessi debbono essere una lezione. Chiudete le vostre porte: egli ha al suo seguito della gente disperata; e la prudenza consiglia di temere di ciò che costoro possono istigarlo a fare, poiché egli si lascia metter su facilmente.
CORNOVAGLIA
Chiudete le vostre porte, signor mio: è una notte selvaggia; la mia Regana ci consiglia bene. Ripariamoci dall’uragano.
([Escono.)

ATTO TERZO

SCENA I.

(Una landa. Uragano con tuoni e lampi.)
(Entrano KENT e un Gentiluomo, incontrandosi.)
KENT
Chi c’è là, oltre il mal tempo?
GENTILUOMO
Uno che ha l’anima agitata come il tempo.
KENT
Vi conosco. Dove’è il Re?
GENTILUOMO
Egli è in lotta con il furore degli elementi; ordina ai venti di spingere la terra nel mare col loro soffio, o di sollevare le acque crestate al di sopra del continente, sicché ogni cosa si muti nel mondo, o cessi di esistere. Egli si strappa i bianchi capelli, che le raffiche impetuose, nella loro cieca rabbia, afferrano e disperdono. Nel suo Piccolo mondo di uomo egli si sforza di vincere col suo disdegno il vento e la pioggia che ondeggiano cozzando. In una notte come questa, nella quale l’orsa munta dai suoi orsacchiotti non uscirebbe dalla tana, e il leone e il lupo dal ventre attanngliato dalla fame, terrebbero il pelo allasciutto, egli corre a testa nucla, e invoca il finimondo.
KENT
Ma con lui chi c’é?
GENTILUOMO
Nessuno, tranne il matto, il quale cerca di lenirgli con gli scherzi le angosce del suo cuore ferito.
KENT
Messere, io vi conosco, e sulla garanzia della mia personale osservazione, oso confidarvi una cosa, che é un segreto prezioso. Il duca d’Albania e il Cornovaglia sino in rotta, sebbene per ora la cosa sia mascherata da una reciproca dissimulazione: essi hanno dei servi (e chi non ne ha, che dalle propizie stelle stato messo in trono e spinto in alto?), i quali non sembrano niente di meno che servi, ma in realtà non spie del re di Francia, eosservatori he riferiscono sul nostro regno; di quanto da loror è stato visto, sia degli screzi e delle segrete mene dei duchi, sia del duro stile che ognuno di loro due ha tenuto contro il vecchio e buon Re, o d’altra cosa più grave, di cui forse questi avvenimenti non sono che gli accessori. Ma quel che è certo, è che dalla Francia pensetra in questo nostro regno in isfacelo un esercito potente, il quale, approfittando della nostra negligenza, ha già messo piede, segretamente, in alcuni dei nostri porti migliori, ed è sul punto di spiegare al vento la sua bandiera. – Ora veniamo a voi: se della fiducia che avete in me voi farete tale costrutto da recarvi infretta a Dover, troverete là qualcuno, che vi ringrazierà, quando gli facciate un esatto racconto del dolore inumano, e tale da impazzirne, del quale il Re Ha ragione di lamentarsi. Io sono un gentiluomo, per sangue e per educazione, e vi offro questo incarico con una certa cognizione di causa e sicurezza.
GENTILUOMO
Ve ne riparlerò.
KENT
No, ve ne prego. A Conferma che io sono molto più della mia apparenza esteriore, aprite questaborsa, e prendete quanto contiene. Se vedrete Cordelia, e la vedrete senza dubbio, mostratele questo anello, ed essa vi dirà chi è quel tale che ancora non conoscete. Maledizione alla tempesta! Andrò in cerca del Re.
GENTILUOMO
Datemi la mano: avete da dirmi altro?
KENT
Poche parole, ma, per l’importanza loro, più di quanto vi ho detto fino ad ora: ciò, che quando abbiamo trovato il Re (per il che vostra cura sarà di andare da quella parte, io anderò da questa), chi di noi lo incontra per primo, debe avvertirne l’altro con un grido.
([Escono separadamente.)

SCENA III.

(Un’altra parte della landa. La tempesta continua,)
(Entrano Lear e il Matto.)
LEAR
Soffiate, o venti, e fatevi scoppiare le gote! infuriate! soffiate! Cateratte e trombe del cielo, riversatevi sulla terra, finché abbiate sommerso tutti i campanili, ed annegati i galli sulle loro xime. O voi sulfurei guizzi di fuoco, rapidi come il pensiero, precursori dei fulmini che fendon le querce, strinate la mia testa canuta! E tu, o tuono scotitor dell’universo, spiana d’un colpo la solida sfera del mondo! Infrangi le matrici della natura, disperdi tutti in una volta i germi, che producono l’uomo ingrato!
MATTO
O zio, le acque chete di corte, in una casa all’asciutto, son meglio di ques’acqua piovana in mezzo alla strada. Mio buon zio, rientra, chiedi la benedizione alle tue figliole: questa è una notte che non ha misericordia né dei matti né dei savi.
LEAR
Romba con quanto n’hai in corpo, o tempesta! vomita, o fuoco! gli; a rovesci, o pioggia! La pioggia, il vento, il tuono, il fuoco, non sono mie figliole io non vi accuso di ingratitudine o wlementi; a voi io non ho dato un regno, non vi ho chiamati figli miei, voi non mi dovete obbedienza alcuna: perciì fate pur cadere su me il vostro orrendo arbitrio; ecco, sono qua, schiavo vostro, provero vechio, infermo, debole, disprezzato…. Ma no, io vi chiamo servili ministri, voi che avete unito con due inique figliole le vostre schiere generate nell’alto dei cieli, contro una testa così vecchi e bianca come questa. Oh! oh! è infame!
MATTO
Chi ha una casa per tirarvi dentro il capo, ha un buon elmo.
Chi prima alla braghetta
Che al capo suo da stanza,
Mille pidocchi aspetta;
I poveri fan razza.
Chi fa del piede quello
Che avrebbe a far del cuore
D’un callo avrà rovello,
E veglia dal dolore.
Poiché fino ad ora non c’è mai stata una donna bella, che non abbia fatto smorfie davanti a uno specchio.
LEAR
No, io sarò un modello di pazienza: non dirò nulla.
(Entra KENT.)
KENT
Chi c’è lá?
MATTO
Affé, una Maestà ed una braghetta: cioè un savio ed un matto.
KENT
Ah! signore, voi siete qui? Gli esseri stessi che amano la notte, non ammo notti come questa; i cieli infuriati atterriscono perfino gli animali che vagano nelle tenebre, e li fanno rimanere nelle loro tane. Da quando fui nomo, io non ricordo di aver mai visto tali lingue di fuoco, di aver sentito scoppi di tuono così orrendi, ululi e mugghii di vento e di pioggia come questi: umana natura non può sopportarne né il tormento né il terrore.
LEAR
Gli dei potenti, che fanno sulla nostra testa questa orribile tregenda, possano scovare in ques’ora i loro nemici! Trema, o sciagurato, tu che hai in fondo alla coscienza segreti delitti, non ancor flagellati dalla giustizia: nasconditi, o sanguinosa mano dell’assassino; nasconditi, o spergiuro, e tu pure, o incestuoso simulatore di virtù; trema fino a cadere in pezzi, o tu miserabile, che sotto la maschera di un’apparenza onesta, hai teso insidie alla vita di un uomo! Squarciate i veli che vi nascondono, o delitti impenetrabilmente chiusi agli sguardi, e gridate mercé a questi tremendi ministri della giustizia, che vi citano. Io sono un uomo men peccatore che vittima di peccato.
KENT
Ahimé! a capo scoperto! Mio grazioso signore, a due passi di qui v’è una capanna; essa vi presterà qualche amico riparo contro la tempesta. Riposatevi là, mentre io tornerò a quella dura casa (più dura delle pietre stesse ond’è costruita, dove proprio in questo istante mi fu negato di entrare, allorché andavo in cerca di voi), e proverò di far violenza alla loro avara cortesia.
LEAR
I miei sensi cominciano a vacillare. − Andiamo, ragazzo mio. Come va, ragazzo mio? Hai freddo? Anch’io ho freddo. – Dov’è questa paglia, amico mio? L’arte del bisogno è straordinaria: essa ha la virtù di rendere preziose, per noi, le cose più vili. Andiamo, la vostra capanna? Mio povero matto, povero ragazzo mio, c’è ancora un pezzo del mio cuore che si affligge per te.
MATTO
[canta.] Chi di senno ha solo una cruna, 12
Oilì oilà col vento e la pioggia,
De’far buon viso alla sua fortuna,
Abche se cada pioggia ogni dì.
LEAR
È vero, mio buon ragazzo. – Via, menaci a questa capanna.
([Escono Lear e Kent.)
MATTO
Questa è una eccellente notte per rinfrescare gli ardori di una cortiggiana. Prima di andarmene vo’dire una profezia.
Quando i preti men dotti saran che parolai;
Quando il matto con l’acqua sciuperanno I birrai;
Quando ai lor sarti I nobili faran da precettori;
Né scottati altri eretici saran che i donnaioli;
Quando tutti I processi saran ben giudicati
Né più scudieri in debito, né cavalier spiantati;
Quando la maldicenza su lingua non rampolla,
Né i tagliaborse andranno dovunque c’è una folla;
E gli ursurai il denaro conteranno in palese,
E ruffiani e bagasce costruiran delle chiese;
Allor il regno d’Albione
Cadrà n gran confusione:
Che per camminare coi piedi s’andrà.
Questa profezia la farà, un girono, Merlin, poiché io vivo prima dei tempi suoi.
([Esce.)

SCENA III.

(Una stanza nel castello di Gloucester.)
(Entrano GLOUCESTER ed EDMONDO.)
GLOUCESTER
Ohimè, ohimè! Edmondo, a me non piace questa condotta snaturata. Quando chiesi il permesso di aver pietà di lui, essi mi tolsero l’uso della mia propria casa, mi imposero, sotto pena del loro perpetuo disfavore, di non parlare di lui, di non supplicare per lui, di non prendere in alcun modo le sue parti.
EDMONDO
Ciò è estremamente selvaggio e snaturato!
GLOUCESTER
Andate, e non dite nulla. Fra i duchi v’è rottura, e c’è anche di peggio. Stanotte ho ricevuto una lettera di cui è pericoloso parlare.... l’ho messa sotto chiave nel mio gabinetto. Le offese che il Re ora soffre, saranno vendicate interamente; parte di un esercito ha già messo piede in terra: bisogna tenere per il Re. Io anderò in cerca di lui, e lo aiuterò segretamente: voi andate, e intrattenete il Duca in discorsi, affinché la mia opera caritatevole non sia da lui scoperta. Se chiede di me, io sto male, e sono anclato a letto. Se dovrò morime (e non meno di questo mi è stato minacciato) sia: il Re, il mio vecchio signore, dev’essere soccorso ad ogni costo. Strane cose sono imminenti. Edmondo, mi raccomamdo, siate prudente.
([Esce.)
EDMONDO
Di questo atto di carità, che ti è stato interdetto, il Duca sarà informato subito; e anche di quella lettera. Questo mi sembra un bel servigio, e debe portare a me quanto mio padre perde…. Ciò,, tutto: il giovane sorge, allorche il vecchio cade.
([Esce.)

SCENA IV.

(Una parte della landa, con una capanna.)
(Continua l’urugano.)
(Entrano LEAR, KENT e il MATTO.)
KENT
Ecco il luogo, signor mio; mio buon signore, entrate: la tirannia della notte aperta è tropp aspra, perché la natura possa sopportarla.
LEAR
Lasciatemi solo.
KENT
Mio buon signore, entrate qui.
LEAR
Vuoi spezzarmi il cuore?
KENT
Vorrei prima spezzare il mio. Mio buon signore, entrate.
LEAR
Tu credi che sia troppo, sentirsi penetrare fin dentro le ossa questa tempesta furibonda: per te è così; ma dove ha preso piede un male più grave, il male più piccolo si sente appena, Tu cercheresti di evitare un orso; ma se la tua fuga ti conducesse verso il mare ruggente, affronteresti la gola dell’orso. Quando l’anima è serena, il corpo è sensibile: la tempesta che è nell’anima mia, offusca nel miei sensi ogni altro affetto, che non sia quello che vibra li dentro, l’ingratitudine filiale non è forse lo stesso che se questa mia bocca facesse a brani questa mano, perché le porge il nutrimento? Ma io punirò fino in fondo: no, non voglio piangere più. In una notte come questa, chiudermi fuori di casa.... Giù, rovesciati, o pioggia; io sopporterò!... in una notte come questa! O Regana, Gonerilla, il vostro vecchio e amorevole padre, il cui generoso cuore vi ha dato tutto .... oh! da quella parte sia la pazzia; bisogna che io la eviti; non più di ciò.
KENT
Mio buon signore, entrate qui.
LEAR
Ti prego, entraci tu; cercavi riparo per te stessi: questa tempesta, alemno, non mi permetterà di riflettere su cose che mi farebbero anche più male. Ma tuttavia, vi entrerò. – [Al Matto] Entra, ragazzo; va’ tu per primo. Oh! la miseria senza tetto!.... via, entra dentro. Io voglio pregare, e poi dormirò. [Il Matto entra] O poveri disgraziati ignudi, dovunque siate, che soffrite l’assalto di questo uragano senza pietàÇ! Le vostre teste scoperte e i vostri fianchi digiuni, i vostri stracci tutti buchi e finestre, come potranno difendervi da una staggione come questa? Oh! troppo poco pensiero io mi son preso di voi! Eccoti la medicina, o lusso: esponi te stesso a soffrire ciò che soffrono i miseri, affinchñe un giorno tu possa riversare su loro il superfluo, e far semvbrare più giusto il cielo.
EDGARDO
[di dentro] Un braccio e mezzo, un braccio e mezzo! povero Tom!
([Il Matto si precipita fuori della capanna.)
MATTO
Non entrar qui, zio; qui dentro c’è uno spirito. Aiuto! aiuto!
KENT
Dammi la mano. – Chi va là?
MATTO
Uno spirito, uno spirito: egli dice che il suo nome è povero Tom.
KENT
Chi sei tu, che brontoli costà sulla paglia? Esci fuori.
(Entra EDGARDO, travestito da pazzo.)
EDGARDO
Fuggite! Il sozzo demonio è dietro di me! Fra i rami pungenti del biancospino soffiano i venti. Via! va’nel tuo letto freddo, e riscaldati.
LEAR
Anche tu hai dato tutto alle tue figliole, e ti sei ridotto a questo?
EDGARDO
Chi dà qualcosa al povero Tom? Il sozzo demonio l’ha menato attraverso il fuoco e la fiamma, attraverso guadi e gorghi, per pantani e per paludi; gli ha cacciato dei coltelli sotto il guanciale, e gli ha messo dei capestri nell’inginocchiatoio; gli ha messo il veleno per i topi anccanto alla minestra; gli ha gonfiato il cuore di tale orgoglio, che egli, su di un baio al trotto, passa sopra dei ponti larghi quattro pollici, per ricorrere la sua ombra, scambiandola per un traditore. – Dio ti salvi i cinque sensi! Tom ha freddo. – Ah! brr! brr! ah! brr! brr! – Dio ti protegga dalle raffiche, dalle cattive selle, e dagl’influssi! Fate un po’ di carità al povero Tom, che è perseguitato dal sozzo demonio. – Eccolo là, ora lo potrei acchiapare…. eccolo là…. eccolo là…. di nuovo là…. eccolo là.
([L'urugano continua.)
LEAR
Come? le suefigliole l’hanno ridotto in questo stato? – Non sei riuscito a salvar nulla? Hai dato tutto a loro?
MATTO
No, s’è serbato una coperta, altrimenti noi avremmo dovuto dare tutti il viso rosso.
LEAR
Allora, tutti i flagelli che per volere del destino incombono sulle colpe degli uomini, nell’aria sospesa, cadano sopra le tue figliole!
KENT
Egli non ha figliole, signore.
LEAR
A morte, impostore! Nulla avrebbe potuto sommettere la natura fino a tanta abiezione, se non le sue figliole inique. – È, dunque, usanza, che i padri reietti debbano avere così poca pietà della loro carne? Giusta punizione essi s’infliggono! poiché questa loro carne generò quelle figlie di pellicano.
EDGARDO
Pellicocco stava a sedere sul colle di Pellicocco: − Lallerallera e lallerallà!
MATTO
Questa nottaccia così fredda ci farà diventare tutti pazzi e farnetici.
EDGARDO
Guardati dal sozzo demonio. Obbedisci ai tuoi genitori; manieni puntualmente la tua parola; non bestemmiare; non ti compromettere con la sposa legittima di un altro; non far sfoggiare la tua bella…. Tom ha freddo.
LEAR
Che cosa facei?
EDGARDO
Ero un servitore, superbo di cuore e di mente; mi arricciavo i capelli, portavo i guanti al cappella, servivo la lascivia della mia padrona e facevo con lei quella cosa che si fa al buio; facevo tanti giuramenti, quante erano le parole che dicevo, e li rompevo tutti dinanzi alla soave faccia del cielo; ero uno che si addormentava meditando qualche atto di lussuria, e si svegliava per compierlo. Amavo profondamente il vino, teneramente i dadi, e in quanto a donne, ne avevo per amanti più del Turco. Ero falso di cuore, facile di orecchio, sanguinario di mano: maiale nella pigrizia, volpe nel furto, lupo nella voracità, cane nella rabbia, davanti alla prada leone. Non lasciare che lo scricchiolio delle scarpe e il fruscìo della seta diano il fuo povero cuore in balìa della donna; tieni il piede fuori dei bordelli, la mano fuori dell’aperrura delle sottane, la penna lontana dai libri degli strozzini, e sfida pure il sozzo demonio. − ll vento gelato soffia ancora attraverso il biancospino e dice: Vu…. u …. u, ds…. s….s, vu…. u …. u, ds…. s….s! Delfino, ragazzo mio, ragazzo mio, su, su! Lascialo trottar via.
([L’urugano continua.)
LEAR
Ecco, tu staresti meglio nella tua tomba, che qui ad esporre i tuo corpo mezzo nudo a questa estrema furia dei cieli. L’uomo non pe dunque altro che questo? osservalo bene. tu non devi la seta al baco, la pelle alla bestia, la lana alla pecora, nessun profumo allo zibetto. Ah! ecco tre di noi che sono sofisticati: tu sei l’uomo genuino. L’uomo non conciato non pe nulla di più che un povero, ignudo, forcuto animale come sei tu. – Via, via, questa roba prestata! – Andiamo, sbottonami qua.
([Stracciandosi le vesti.)
MATTO
Ti prego, zio, sta’ cheto; è una cattiva notte, queta, per mettersi a nuotare. – In questo momento un focherello in mezzo alla campaga deserta somiglierebbe al cuore di un vecchio libertino: una piccola favilla, mentre tutto il resto del suo corpo è freddo. – Guarda, ecco un fuoco che cammina.
(Entra GLOUCESTER con una torcia.)
EDGARDO
Costui è il sozzo diavolo Flibbertigibbet: egli esce fuori all’ora del coprifoco, e va un giro finché si sente il primo gallo; d’a l’albugine e la cateratta, storce gli occhi e da il labbro leporino; fa venir la ruggine sulla bianca spiga del grano, e affligge la povera creatura della terra.
San Vital traversò la campagna tre volte,
Incontrò la fantasima e le sue nove scolte;
Le ordinò di smontare,
E sua fede impegnare,
E fatti in là, strega, fatti in là!
KENT
Come sta Vostra Grazia?
LEAR
Chi è?
KENT
Chi val là? Che cosa cercate?
GLOUCESTER
E voi costà chi siete? i vostri nomi?
EDGARDO
Sono il povero Tom, il quale mangia la ranocchia che nuota, il rospo, il girnio, la tarantola e il tritone; che nella rabbia del suo cuore, allorché il sozzo demonio gl’infuria dentro, si mangia la bovina per insalata; manda giù topi vecchi, e carogne di cane gettate alle fosse, beve il verde manto della gora stagnante; che è cacciat, a suon di frusta, da una parrocchia all’altra, punito coi ceppi, e imprigionato; che ebbe già tre mute di panni da mettere in dosso, sei camicie per il suo corpo, un cavallo per cavalcare, e una spada sa portare al fianco….
Ma topi e sorci e tali bestiole
Da sette lunghi anni Tom mangiar suole.
Guardatevi da chi m’è dietro. Pace, Smulkin, pace, o demonio!
GLOUCESTER
Come? Vostra Grazia no ha miglior compagnia di questa?
EDGARDO
Il principe delle tenebre è un gentiluomo: si chiama Modo e Mahu.
GLOUCESTER
La nostra carne e il nostro sangue, signor mio, sono così degenerati, che odiano chi li mette al mondo.
EDGARDO
Il povero Tom ha freddo.
GLOUCESTER
Venite dentro con me. Il mio dovere non può permettermi di obbedire, in tutti, ai duri ordine delle vostre figliole: sebbene esse mi abbino ingiunto di sbarrare le porte di casa mia, e di lasciarvi un balìa di questa tirannica notte, io, tuttavia, mi sono arrischiato a venire in cerca di voi, per condurvi in un luogo dove troverete pronti fuoco e cibo.
LEAR
Lasciatemi, prima, parlare col filosofo…. Qual’è la causa del tuono?
KENT
Mio buon signore, accettate la sua offerta: entrate in casa con lui.
LEAR
Voglio scambiare una parola con uesto saggio Tebano. – Che cosa studi tu?
EDGARDO
Come frustrare il demino e uccidere gl’insetti.
LEAR
Lascia che ti domandi una parla in segreto.
KENT
Fategli premura, ancora una volta, affinché venga con voi, signor mio: la sua ragiona incomincia a turbarsi.
GLOUCESTER
Puod dargli torto? [L’uruguano continua] Le sue figliole vogliono la sua morte. Ah! quel buon Kent! Egli lo diceva, che sarebbe andata a finire così… povero esiliato! – Tu dici che il Re impazzisce: ma io ti dirò, amico mio, che io stesso sino quasi pazzo. Avevo un figliolo, che ora ho bandito dal sangue mio; egli attentava lla mia vita, poco fa, recentessimamente: io lo amavo, amico mio… nessun padre ebbe più caro il proprio figlio: i dico la verità, il dolore mi ha sconvolto la ragione. Che notte è questa! Io supplico Vostra Grazia….
LEAR
Oh! vi domando perdono, messere…. Nobile filosofo, la vostra compagnia.
EDGARDO
Tom ha freddo
GLOUCESTER
Va’, ragazzo, entra nella cappanna: riscaldati.
LEAR
Via, entriamo tutti.
KENT
Di qua, signor mio.
LEAR
Con lui: io voglio restare ancora col mio filosofo.
KENT
Mio buon signore, cercate di calmarlo: lascitate ch’egli portu con sé costui.
GLOUCESTER
Conducetelo innanzi voi stesso.
KENT
Amico, andiamo, vieni con noi.
LEAR
Vieni, mio buon Ateniese.
GLOUCESTER
Non più parole, non più parole: zitti!
EDGARDO
Sire Orladno venne alla torre nera, 58
E sempre diceva: Mucci mucci,
Sento puzza di Britannucci.
([Escono.)

SCENA V.

(Una stanza nel palazzo di GLOUCESTER)
(Entrano il DUCA DU CORNOVAGLIA e EDMONDO.)
CORNOVAGLIA
Avrò la mia vendetta prima di uscire da questa casa.
EDMONDO
Signor mio, il biasimo a cui potrò andare incontro, per aver lasciato cedere, così, l’affetto filiale alla lealtà, mi dà alquanto timore solo a pensarvi.
CORNOVAGLIA
Ora me ne accorgo: non era solamente l’indole malvagia di vostro fratello, che gli faceva cercar la morte di suo padre; ma v’era un lodevole stimolo, messo in moto dalla nequizia detestabile che era nel padre stesso.
EDMONDO
Come è triste la mia sorte, la quale fa sì ch’io debbo pentirmi di essere giusto! Ecco la lettera di cui egli parlava, la quale dimostra che egli complotta a vantaggio del re di Francia. Oh cieli! così non esistesse tradimento, o almeno non fossi io, colui che lo ha rivelato!
CORNOVAGLIA
Viene con me dalla Duchessa.
EDMONDO
Se il contenuto di questo foglio è sicuro, voi avete nelle vostre mani una grave faccenda.
CORNOVAGLIA
Vero, o falso, esso ti ha fatto conte di Gloucester. Cerca dov’è tuo padre, affinché labbim pronto per l’arresto.
EDMONDO
Se io colgo mentre ssta a confortare il Re, ciò darà consistenza anche più piena al sospetto contro di lui. – Io persevererò sil mio cammino di lealtà, per doloroso che sia il conflitto fra questo e il sangie mio.
CORNOVAGLIA
Io rimporrò in te la mia fiducia; e tu troverai nel mio affetto un padre più amoroso del tuo.
([Escono.)

SCENA VI.

(Una camera in una fattoria attigua al castello di Gloucester.)
(Entrano GLOUCESTER, LEAR, KENT, il Matto, e EDGARDO.)
GLOUCESTER
Qui si sta meglio che all’aria aperta; accettate di buon grado. Io cercherò di rendere più comodo questo luogo, con tutto quello che posso aggiungervi: non resterò a lungo lontado da voi.
KENT
Tutte le forze della sua ragione hanno ceduto alla sua smania. – Gli dei ricompensino la vostra bontà.
([Esce Gloucester.)
EDGARDO
Frateretto mi chiama, e dice che Nerone sta a percare con la lenza nel lago delle tenebre. Prega, innocente, e guardati dal sozzo demonio.
MATTO
Ti prego, zio, dimmi se un pazzo è un gentiluomo o un borghese.
LEAR
Un re, un re!
MATTO
No: è un borghese, che ha un gentiluomo per figlio; perché è un bel pazzo quel borghese, il quale vede ul proprio figlio gentiluomo prima di lui.
LEAR
Averne un migliaio con degli schidioni rossi infocati, che piombassero su di lro sibilando….
EDGARDO
Il sozzo demonio mi morde la schiena.
MATTO
Pazzo è colui che si fida della mansuetudine del lupo, della salute del cavallo, dell’amore di un ragazzo, o del giuramento di una putana.
LEAR
Sta bene: io le cito subito in giudizio…. [A Edgardo] Vieni, mettiti a sedere qui, sapientissimo giustiziere…. [Al Matto] Tu, mio saggio signore, mettiti costì…. Adesso a voi, volpacce!
EDGARDO
Guardatelo là, come sta bello diritto e gli occhi gli sfavillano! – Hai bisogno di occhi che ti guardino, anche in guidizio, signora?
MATTO
Varca il fiume, Beta, e vien da me…. 12
Il suo burchiello è rotto,
Ed essa non dee far motto
Perché varcar non osa fino a te.
EDGARDO
Il sozzo demonio perseguita il povero Tom, nascondendosi nella voce di un usgnolo. Hpdance grida nella pacia di Tom, per avere due aringhe bianche. Non gracciare, angelo nero, io non ho cibo per te.
KENT
Come vi sentite, signore? Non restate stupido così: volete sdraiarvi e riposare sui cuscini?
LEAR
Prima voglio assitere al loro processo. – Fate entrare i testimoni d’accusa. – [A Edgardo] Tu, giudice in toga, prendi il tuo posto. [Al matto] E tu, suo collega in equità, impàncati al suo fianco. [A Kent] Voi siete della commissione, mettetevi a sedere anche voi.
EDGARDO
Procediamo con giustizia.. 16
Dormi o sei desto, giulìo pastorello?
Le tue pecore son tra il grano;
E per un soffio del bocchin tuo bello,
Le tue pecore non avran danno.
Ron ron! il gatto è bigio.
LEAR
Giudicate prima lei: è Gonerilla. Giuro, davanti a questa onorevole assemblea, che costei ha preso a calci il povero re suo padre.
MATTO
Venite qua, signora. Il vostro nome è Gonerilla?
LEAR
Non può negarlo.
MATTO
Vi domando perdono: vi avevo presa per uno sgabello.
LEAR
Ed eccone qua un’altra, I cui sguadi biechi dicono chiaro di che stoffa è fatto il suo cuore. – Arrestatela! Delle armi, delle armi, una spada, del fuoco! – Anche in questo luogo la corruzione! Giudice traditore, perché l’hai lasciata scaprare?
EDGARDO
Dio ti salvi i cinque sensi!
KENT
O, pietà! Signore, dov’è mai la calma che così spesso vi siete vantato di serbare?
EDGARDO
Le mie lacrime cominciano a prendere le sue parti fino al punto da compromettere il mio travestimento.
LEAR
I cani piccini e tutta l’altra canea, Trogolino, Bianchino, e Cordolce, vedi, mi abbaiano dietro.
EDGARDO
Tom scaglierà ad essi la sua testa. – Indietro cagnacci!
Abbi nero o bianco il muso,
Sia il uo morso velenoso,
Sii mastin, bracci o levriero,
Sii spagnuol, bastard fiero,
Codimozzo o coda rizza,
Tom li fa guaire tutti,
Ché se squassi la testa mia,
Saltando il portello fuggono via.
Brr, brr, brr, brr. Su, su! Via, in marcia alle feste e alle fiere, e alle città dove c’è mercato. – Povero Tom, la tua borraccia è all’asciutto.
LEAR
Allora, si notomizzi Regana; si osservi che cosa cresce intorno al suo cuore. C’è, in natura, una ragione, per la quale essa crea dei cuori duri come questi? – [A Edgardo] Voi, messere, vi arruolo come uno dei miei cento: solamente, non mi piace la foggia dei vostri vestiti; voi mi direte che è il costume persiano: ma cambiateveli.
KENT
Via, mio buon signore, sdraiatevi qui, e riposate un poco.
LEAR
Non fate rumore, non ffate rumore; tirate le cortine: così, così, così. A cena anderemo domattina: così, così, così.
MATTO
Ed io me n’anderò a letto a mezzogiorno.
(Rientra GLOCUESTER.)
GLOUCESTER
Vieni qua, amico: dov’è il Re mio padrone?
KENT
Qui, signore; ma non loo disturbate, la sua ragione se n’è andata.
GLOUCESTER
Mio buon amico, ti prego, prendilo nelle tue braccia; io ho sorpreso un complotto di mirte contro di lui. Là c’è pronta una lettiga; adagiavelo sopra, e va’verso Dover, amico mio, dove troverai buona accoglienza e protezione. Prendi su il tuo padrone; se tu dovessi tardare mezz’ora, la sua vita, la tua, e quella di quanti si prestano a difenderlo, andrebbe a sicura perdizione. Tiralo su, tiralo su, e seguimi, ch’io ti condurrò prestamente, dove sia qualche provvigione per il viaggio.
KENT
La natura, vinta dalla stanchezza, dorme: questo riposo potrebbe ancora esscre un balsamo per i suoi nervi affranti, i quali, se la buona ventura non lo permetterà, difficilmente possono riaversi. – [Al Matto] Vieni, aiuta anche tu a portare il tuo padrone: tu non devi restare indietro.
GLOUCESTER
Via, via, andiamo.
([Escono Kent, Gloucester e il Matto, trasportando via il Re.)
EDGARDO
Allorché vediamo chi vale più di noi soffrire le nostre pene, non ci vien quasi fatto di pensare, che le miserie nostre sono nostri nemici. Chi soffre solo, soffre straordinariamente nell’anima sua, poiché egli lascia dlietro a sé cose libere dal dolore, spettacoli di felicità; invece l’anima si sottrae a grandi sofferenze, quando il dolore ha compagni e amici di sventura. Come mi sembra leggera e sopportabile la mia pena, ora che quell’angoscia, la quale mi fa chinare la testa, fa incurvare la fronte al Re: tali figlie a lui, quale a me il padre! Fuggi, Tom! Segui l’altro rumore degli eventi, e svelati allorché la calunnia, il cui maltalento tu macchia, verrà distrutta dinanzi alla prova della sua lealtà, e tu sarai riabilitato. Avvenga ciò che vuole, in questa notte, purché il Re si metta in salvo! Nasconditi, nasconditi.
([Esce.)

SCENA VII.

(Una stanza nel castello di Gloucester.)
(Entrano il DUCA DI CORNOVAGLIA, REGANA, GONERILLA, EDMONDO, e alcuni servitori.)
CORNOVAGLIA
Correte in fretta da monsignore vostro marito, e mostrategli questa lettera: l’esercito del re di Francia è sbarcato. – Andate a cercare quel traditore di Gloucester.
([Escono alcuni servitori.)
REGANA
Impicccatelo inmediatamente.
GONERILLA
Strappategli gli occhi.
CORNOVAGLIA
Lasciatelo alla mia collera. – Edmondo, accompagnate nostra sorella: la vendetta che noi siamo costreti a premiere sopra quel traditore di vostro padre è tale, che non è conveniente che voi ne siate spettatore. Consigliate al Duca, dal quale vi recate, i più solleciti preparativi per la guerra: noi siamo pronti a fare altrettanto. I corrieri che ci scambieremo fra noi due, dovranno essere svelti ed accorti. Addio, cara sorella, addio, monsignore di Gloucester. Entra OSVALDO. Ebbene! dov’è il Re?
OSVALDO
Monsignore di Gloucester Lo ha conciotto via di qui: circa trentacinque o trentasei dei suoi cavalieri, i quali lo cercavano febbrilmente, lo incontrarono presso la porta, e, insieme con altri seguaci del Conte, sono andati con lui verso Dover, dove si vantano di trovare degli amici bene armati.
CORNOVAGLIA
Preparate i cavalli per la vostra signora.
GONERILLA
Addio, mio amabile signore, addio sorella.
([Escono Gonerilla, Edmondo e Osvaldo.)
CORNOVAGLIA
Edmondo, addio. – Andate, cercatemi il traditore Gloucester, legatelo come un ladro, e portatelo davanti a noi. [Escono altri servitori.] Sebbene non ci sia lecito sentenziare sulla vita senza le forme della giustizia, il nostro potere tuttavia, userà alla nostra collera una cortesia, che gli uomini potranno biasimare, ma non impedire. Chi è? il traditore?
(Rientrano i servi con GLOUCESTER.)
REGANA
L’ingrata volpe! è lui.
CORNOVAGLIA
Legateli bene strette quelle braccia di cartapecora.
GLOUCESTER
Che voglion fare le Vostre Grazie? Miei buoni amici, considerate che voi siete ospito miei: non mi fate un tiro mancino, amici.
CORNOVAGLIA
Legatelo, vi dicho!
([I servi lo legano.)
REGANA
Stretto, stretto. – Schifoso traditore!
GLOUCESTER
Donna spietata, io non son tale.
CORNOVAGLIA
Legatelo a questa seggiola. – Scellerato, imarerai…
([Regana gli strappa la barba.)
GLOUCESTER
Per gli dei pietosi, è l’atto il più ignobile, strapparmi la barba così.
REGANA
Averla tanto bianca, ed essere un traditore simile!
GLOUCESTER
Donna malvagia, questi peli che tu mi porti via dal mento, si animeranno per accusarti. Voi siete in casa mia: non dovreste strapazzare in questo modo il volto di ospite con le vostr mani di ladri! Che intenderete fare?
CORNOVAGLIA
Orsù, signore, che lettere avete ricevut, iltimamande, di Francia?
REGANA
Rispondete schiettamente, tanto la verità la sappiamo.
CORNOVAGLIA
E quale cospirazione vi lega ai traditori recentemente sbarcati nel regno?
REGANA
In mano a chi avete mandato il Re demente? Parlate.
GLOUCESTER
Ho ricevuto una lettera scritta su semplici congetture, che mi è giunta da persona il cui cuoire è neutrale, e non già da una persona avversa a voi.
CORNOVAGLIA
Astutto!
REGANA
E falso!
CORNOVAGLIA
Dove hai mandato il Re?
GLOUCESTER
A Dover.
REGANA
Perché a Dover? Non ti era statoo ordinato sotto pena di….
CORNOVAGLIA
Perché a Dover? Lasciate che risponda a questo.
GLOUCESTER
Sono legato al palo: ormai debbo sostener l’asslato.
REGANA
Perché a Dover?
GLOUCESTER
Perché non volevo vedere le tue unghie crudeli strappar via quei suuoi poveri cocchi di vecchio; né tu la tua feroce sorella cacciare nella sua carne consacrata le sue zanne di cinghiale. Con una tempesta come quela che il suo nudo capo ha soportato, in una notte buia come l’inferno, il mare si sarebbe sollevato e avrebbe spento i fuochi stellati; eppure, povero vecchio cuore, egli con le sue lacrime aiutava il cielo a piovere. Se in questo quel tempo tremendo i lupi avessero ilulato alla tua porta, tu avresti detto: «O buon portiere, gira la chiave, e apri». Ogni altro essere crudele sarebbe stato ammesso: ma io vedrò la vendetta alata piombare addosso a figli come questi!
CORNOVAGLIA
Vederlo? mai!... Voialtri tenete ferma la sedia…. Sopra cotesti tuoi occhi io ci voglio mettere il mio piede!
GLOUCESTER
Chi spera di viver tanto da diventar vecchio. Mi dia un po’aiuto! – O crudele! O dei!
REGANA
Ora una parte del viso schernirà l’altra: via anche l’altr’occhio!
CORNOVAGLIA
Se vedete la vendetta…
PRIMO SERVO
Fermante quella mano, signore. io vi servo fin da quando ero bambino, ma non vi ho reso mai un servigio migliore di quello che vi rendo ora, eostandovi a trattenervi.
REGANA
Che vuoi tu? Cane!
PRIMO SERVO
Se voi aveste la barba al mento, io gli darei una buona strappata in una disputa come questa. Che cosa pretendete di fare?
CORNOVAGLIA
Mio gaglioffo!
([Tira fuori la spada, e si slancia verso di lui.)
PRIMO SERVO
Su via, venite avanti e correte il rischio della collera. [Suaina la spada e combattono. Il duca di Cornovaglia è ferito.
REGANA
[strappando la spada a un altro servo] Dammi la tua spada. Un villanzone tener testa così!
([Lo colpisce alle spalle.)
PRIMO SERVO
Oh! sono ucciso! Signor mio, vi resta ancora un occhio, per veder cadere su lui la sciagura… oh! [Muore.
CORNOVAGLIA
S’impedisca che veda altro. – Via, vile gelatina! Dove’è ora la tua luce?
GLOUCESTER
Tutto è tenebra e desolazione. Dov’è mio figlio Edmondo? Edmondo, accendi tutte le faville dell’affetto che è in natura, per far giustizia di questo atto infame.
REGANA
Via, traditore scellerato! Tu incochi uno che ti pdia: fu propio lui che fece la rivelazione dei tuoi tradimenti, lui, che è troppo onesto perché abbia pietà di te.
GLOUCESTER
Oh! la mia follia! Dunque Edgardo fu calunniato…. O dei pietosi, perdonatemi questo, e proteggete lui!
REGANA
Via, gettatello fouri delle porte e lasciate che egli trovi col fiuto la strada di Dover. – Come va, mio signore? Quela aspetto!
CORNOVAGLIA
H ricevuto una stocatta. Seguitemi, signora. – Cacciate fuori quello scellerato senz’occhi, e gettate questo manigoldo al letamaio. – Regana, io perdo il sangue a fiotti; questa ferita mi capita in un brutto momento: datemi il vostro braccio.
([Esce il Duca di Cornovaglia, condotto da Regana: I servi sciolgono Gloucester, e lo conducono fuori.)
SECONDO SERVO
Se quell’uomo va a finir bene, io non bado più a commettere qualunque malvagità.
TERZO SERVO
Se costei vive a lungo, e finisce di morte naturale, tutte le donne diventeranno mostri.
SECONDO SERVO
Accompagniamo il vecchio Conte, e cerchiamo l’umo di vagabondo si adatta a fer i tutto.
TERZO SERVO
Va’tu; io anderò a prendere un po’ fi filace e chiare d’uovo, per metterle sulla sua faccia sanguinante. E che il cielo lo assista!
([Escono separatamente.)

ATTO QUARTO

SCENA I.

(La landa.)
(Entra EDGARDO.)
EDGARDO
D’altronde meglio così, e spare di essere disprezzato, che vedersi disprezzato e adulato ad un tempo. Chi si trova ridotto al peggio, ad esser la cosa più merchina e più avvilita dalla fortuna, sta sempre nella speranza, e non vive nella paura. Il cambiamento doloroso è quello che muove dal meglio: il peggio va a ritroso verso è quello che muove dal meglio: il peggio va a ritroso verso il sorrizo. Sii, dunque, la benvenuta, o tu, aria impalpabile che io abbraccio: lo sventurato, che col tuo soffio hai gettato nel peggio, non debe nulla alle tue raffiche. Machi viene?... Entra GLOUCESTER, condotto da un vecchio. Mio padre, poveramente condotto! O mondo, mondo, mondo! Se non fosse per i tuoi strani cambiamenti, i quali fanno sì che noi ti odiamo, la vita non si rassegnerebbe alla vechiaia.
VECCHIO
Mio buon signore, io sono stato un fittaiolo vostro, e di vostro padre, da ottant’anni a wuesta parte.
GLOUCESTER
Va’ vattene via; mio buon amico, lasciami: i tuoi conforti a me non possono arrecare assolutamente alcun bene; a te possono far del male.
VECCHIO
Voi non potete vedere la strada vostra.
GLOUCESTER
Io non ho strada, e quindi non ho bisogno di occhi; quando ci vedevo, ho inciampato. Noi lo vediamo molto spezzo: i mezi di cui disponiamo, ci fanno troppo sicuri, e le nostre mere imperfezioni riescono a vantaggio nostro. Ah, Edgardo, mio caro figliolo, vittima dell’ira del padre tuo ingannato! S’io potessi viver soltanto per arrivare a rivederti col tocco della mia mano, io direi di aver riacquistato gli occhi!
VECCHIO
Ehi, chi c’è?
EDGARDO
O dei! Chi può dire: «io sono al peggio»? Ora, io sto peggio di quanto sia stato mai!
VECCHIO
È Tom, il povero matto.
EDGARDO
E peggio potrà capitarmi ancora: non è venuto il peggio, finché possiamo dire: «questo è il peggio».
VECCHIO
Buon diavolo, dove vai?
GLOUCESTER
È un povero?
VECCHIO
È un matto, e per giunta anche povero.
GLOUCESTER
Un po’ di ragione gli rimane ancora, se no non potrebe chiedere l’elemosina. Durante l’uragano della notte scorsa ho visto uno di questi sventuratu, il quale mi fece pensare che l’uomo non fosse altro che un verme: allora mi venne in mente il figlio mio; eppure in quel momento, il mio pensiero gli era poco amico: ma da allira ho sentito ben altro. Noi siamo per gli dei, quel che le mosche sono pe i monelli: essi ci uccidono per loro divertimento.
EDGARDO
Sarebbe egli possibile? Triste ufficio, questo di dover fare il matto davanti al dolore, irritando se stesso e gli altri.
GLOUCESTER
È costui que poveraccio ignudo?
VECCHIO
Sì, signor mio.
GLOUCESTER
Allora, ti prego, va’ pure. Se per amor mio vorrai raggiungerci a un miglio o due di que, sulla via di Dover, fallo per l’antica devozione, e porta da coprirsi a quest’anima ignuda, che io pregherò di condurmi.
VECCHIO
Ahimè, signore, egli è matto.
GLOUCESTER
Sciagurati quei tempi, in cui i matti guidano i ciechi! – Fa’ come ti dico, o, piuttosto, fa’ il tuo piacere; soprattutto, va’.
VECCHIO
Io gli porterò il miglior vestito che ho accada quello che vuole.
([Esce.)
GLOUCESTER
Ehi! povero ignudo!
EDGARDO
Io non posso mentire più a lungo.
GLOUCESTER
Vieni qua, amico.
EDGARDO
Eppur lo debbo. – Benedetti costesti tuoi cari occhi, essi stillano sangue.
GLOUCESTER
Sai la via che conduce a Dover?
EDGARDO
Barriera e cancello, sentiero per cavalli, e passagio per i pedoni, io conosco tutto. Il povero Tom è stato fatto uscier di senno per lo spavento: Dio ti salvi dal sozzo diavolo, o figlio di un uomo dabbene! Cinque diavoli sono entrati, tutti in una volta, dentro il pvero Tom: Obidicut, quello della lussuria; Hobbidance, principe dei mut; Mahu, principe del furto; Morto, principe dell’assassinio; e Flibbertigibbet, principe delle smorfie e dei lezi, il quale da tempi remoti invasa donne di servizio e cameriere. Dunque, sii benedetto, padrone!
GLOUCESTER
Tieni, prendi questa borsa, o tu che le sciagure del cielo hanno umiliato a tutti i loror colpi; l’essere io uno sventurarto, rende più felice te: cieli, oprate sempte così! Fate che l’uomo cresciuto nel superfluo e in mezzo ai piaceri, il quale fa suo schiavo il vostro alto ordinamento, e non vuol vedere perch´ñe non sente, provi sul vivo il vostro potere; in questo modo dovrebbe, un equa distribuzione, distruggere l’ecceso, e ogni uomo avere abbastanza. – Conosci Dover?
EDGARDO
Sì, padrone.
GLOUCESTER
Là c’è una ripa, la cui testa alta e sporgente guata paurosamente sul circoscritto abisso giù nel mare profondo che essa recinge: tu non hai che a condurmi proprio sull’orlo di essa, ed io rimedierò alla miseria che soffri, con un oggetto di valore che ho con me: giunto a quel luogo, non avrò più bisogno di chi mi conduca.
EDGARDO
Dammi il braccio: il povero Tom ti condurrà.
([Escono.)

SCENA II.

(Davanti al palazzo del Duca d’Albania.)
(Entrano GONERILLA e EDMONDO.)
GONERILLA
Vi do il benvenuto, mio signore: mi meraviglio che il nostro mite marito non ci sia venuto incontro sulla strada. Entra OSVALDO. Ebbene, dov’è il vostro padrone?
OSVALDO
In casa, signora: ma un uomo non fece mai un simile cambiamento. Gli dissi dell’esercito che era sbarcato: ne sorrise; gli annunziai il vostro arrivo: la sua risposta fu, «tanto peggio»; e quando lo informai del tradimento di Gloucester, e del leale servigio di suo figlio, mi chiamò stolto, e mi dissse che io capivo le cose alla rovescia. Ciò che dovrebbe dispiacergli di più, pare che gli riesca gradito; quello che dovrebbe fragli piacere, par che gli sia odioso.
GONERILLA
[a Edmondo] Allora non andate più oltre. Il vile terrore che ha nell’anima, non osa avventurarsi in imprese: egli non vuol sapere di oltraggi che l’obblighino a chiedere una riparazione. I voti che ci confidammo lungo la strada, potranno aver compimento. Edmondo, tornate presso mio fratello; afrettate l’adunata delle sue truppe, e mettetevi a capo delle sue forze: in questa casa è necessario che io cambi arme, e metta la concchi in mano a mio marito. Questo servo fedele sarà il nostro intermediario: prima che molto tempo sia trascorso, se voi osate arrischiarvi per il vostro bene, sentirete che ordine vi darà una donna la quale vi ama. Mettetevi questo; e non parlate. [Gli dà un pegno di amore] Chinate la testa: questo bacio, se osasse parlare, farebbe arrivare l’anima tua fino al cielo. Comprendimi, e addio.
EDMONDO
Vostro, anche nelle file della morte.
GONERILLA
Mio carissimo Gloucester! [Esce Edmondo] O, che differenza fra un uomo e uomo! I favori che una donna concede, a te son dovuti: quello sconosciuto usurpa il corpo mio.
OSVALDO
Signora, ecco il mio padrone!
([Esce.)
(Entra il DUCA D’ALBANIA)
GONERILLA
Una volta valevo una postola per voi.
ALBANIA
O Gonerilla! Voi non valete la polvere che il vento sbargato vi soffia in faccia. Il vostro carattere mi fa paura: un essere il quale disprezza la propria origine, non può trovare un argine in se stesso. quel ramo che da sé vuole staccarsi separarsi dal tronco d’onde gli viene il succo vitale, debe appassire per forza, e servire a uso letale.
GONERILLA
Basta; il vostro sermone è sicocco.
ALBANIA
La saggezza e la bontà ai vili sembrano cose vili; la sozzura non gusta che se stessa. Che avete fatto? Tigri, non figliole, che mai avete potuto compiere? Un padre, un vecchio pieno di bontà che l’orso arrovellato avrebbe leccato con reverenza, voi, le più barbare, le più snaturate creature del mondo, lo avete reso pazzo! E il mio buon fratello ve lo poté permettere? Un uomo, un principe, da lui cosi beneficato! Se il cielo non manda prontamente i suoi visibili spiriti a mettere un freno a queste orrende colpe, anderà a finire, per forza, che gli uomini si divoreranno tra loro, come fanno i mostri in fondo al mare.
GONERILLA
Uomo dal fegato di latte! che hai un viso per gli sghiafli, e una testa per gli oltraggi; che sotto i cigli non hai un occhio capace di discerner il tuo onore dalla tua sofferenza delle ingiurie; che non sal che soltanto gli stolti hanno pietà degli scellerati, che vengon puniti prima di aver fatto il male. Dov’è il tuo tamburo? Il re di Francia spiega le sue bandiere nella nostra pacifica terra; il tuo uccisore con l’elmo piumato già minaccia, e tu, sciocco moraleggiante, te ne stai neghittoso, e gridi: «Ahimè! perché mai fa questo?»
ALBANIA
Guardati in faccia, demonio! La bruttezza che è propia del diavolo non appare così orrenda in lui come in una donna!
GONERILLA
Oh, vano sciocco!
ALBANIA
O essere che hai falsato e nascosto la tua natura, vergognati di cambiare le tue sembianze in quell di un mostro! Se la convenienza mi permettesse di lasciare che queste mani obbedissero all’impulsto del mio sangue, esse sarebbero abbastanza buone a slogarti le ossa e fare a pezzi la tua carne: sebbene tu sia un demonio, a te fa scudo una sembianza di donna.
GONERILLA
Alla bon’ora! eccovi un uomo!... puh!
(Entra un Messo.)
ALBANIA
Che notizie?
MESSO
Oh! mio buon signore, il duca di Cornovaglia è morto; è stato ucciso da un suo servo, metre si accingeva a strappare l’altr’occhio a Gloucester.
ALBANIA
Gli occhi a Gloucester!
MESSO
Un servo, che egli stesso si era allevato, preso da un brivido di pietà, si oppsoe ad un simile atto, rivolgendo la spada verso il suo potente padrone; il quale furibundo, si scagliò su di lui, e lo fece cadere morto in mezzo agli astanti, ma non senza aver prima ricevuto quel colpo terribile, che in seguito se l’è prtato via!
ALBANIA
Ciò mostra che voi esistete, costassù, o giudici supremi i quali potete vendicare così prontamente i nostri delitti quaggiù! Ma il povero Gloucester! ahimè, ha egli perso anche l’altr’occhio.
MESSO
Tutti e due, tutti e due, mio signore! – Questa lettera, signora, esige una pronta risposta: è di vostra sorella.
GONERILLA
Da una parte ciò mi fa molto piacere; ma il fatto che essa è vedova, e il mio Gloucester con lei, può far rovinare, sulla mia vita detesabile, tutto il castello della mia fantasia: d’altra parte, però, la notizia non è tanto agra. – Leggerò e risponderò.
([Esce.)
ALBANIA
Dov’era suo figlio, quando gli strappavano gli occhi?
MESSO
Era venuto qui con la mia signora.
ALBANIA
Ma qui non c’è.
MESSO
No, mio buon signore; l’ho incontrat che ritornava.
ALBANIA
Lo sa di questa infamia?
MESSO
Sì, mio buon signore; fu lui che lo denunzio, e lasciò apposta il palazzo, affinché il gastigo loro avesse il più libero corso.
ALBANIA
Gloucester, io vivo per ringraziartu dell’affetto che hai dimostrato al Re, e per vendicare i tuoi occhi. – Vien qua, amico: dimmi tutto quello che sai ancora.
([Escono.)

SCENA III.

(Il campo francese vicino a Dover.)
(Entrano KENT e un Gentiluomo.)
KENT
Perché il re di Francia è ripartito così improvvisamente? ne sapete la ragione?
GENTILUOMO
Una faccenda di stato che egli aveva lasciata pendete, e che dopo la sua partenza lo preoccupava: essa costituisce per il regno una tale inquietudine e un pericolo così grave, che il ritorno in persona del Re era assolutamente richiesto.
KENT
Chi ha lasciato al suo posto come generale?
GENTILUOMO
Il maresciallo di Francia, Monsieur La Far.
KENT
Le vostre lettere han commosso la Regina, fino a farle dimostrare, in qualche modo, il proprio dolore?
GENTILUOMO
Sì, signore; le ha prese, le ha lette in mia presenza; ed ogni tanto una grossa lacrima le gocciolava giù per la guancia delicata. Essa sembrava dominare come una regina il proprio dolore: ma questo, da vero ribele, cercava di farsi re di lei.
KENT
Ah! dunque la cosa l’ha commossa?
GENTILUOMO
Ma non fino all’ira: la rassegnazione e il dolore facevano a gara a chi esprimeva meglio tutta la sua bontà. Voi avete visto risplendere il sole, e piovere nello stesso momento: ebbene, i suoi sorrisi e le sue lacrime erano uno spettacolo somigliante, ma più vago. Quei dolci sorrisetti che le scherzavano sul vermiglio labbro, sembrava ignorassero che ospiti c’erano negli occhi di lei; i quali ospiti si partivano di là, come perle staccate da due diamanti. Insomma, il dolore sarebbe una cosa peregrina e adorabile, se in tutti potesse essere così bello.
KENT
Non vi ha fatto nessuna domanda?
GENTILUOMO
In verità, una o due volte ha pronunziato il nome «padre» con un palpito nella voce, come se le opprimesse il cuore; ha gridato: «Sorelle! sorelle! o mie sorelle, obbrobrio delle donna! Kent! Padre! sorelle! Come? in mezzo all’uragano? di notte? Oh non si creda phi alla pietà!». A questo punto essa lasciò cader giù l’acqua santa dai suoi occhi di cielo, e così stemperò le sue grida di dolore: poi scappò via, per intrattenersi sola con la sua angoscia.
KENT
Sono le stelle, le stelle al di spra di noi, che governano le nostre inclinazioni: altrimenti il medesiomo connubio non podrebbe dare originie a prole così diversa. Non le avete più parlato da allora?
GENTILUOMO
No.
KENT
Questo avveniva prima che il Re ritornasse?
GENTILUOMO
No, dopo.
KENT
Ebbene, signore; il povero e sventuraro Lear è nella città, e qualche volta, nei suoi momento migliori, egli si ricorda perché siamo venuti qui; ma non vuol saperne a nessun costo di vedere la sua figliola.
GENTILUOMO
Perché, mio buon signore?
KENT
Una suprema vergogna lo tira indietr così. La durezza ond’egli la privò della sua benedizione, l’abbandonò alla ventura presso lo straniero, dette via alle altre sue figliole, dal cuore di cane, i sacrosanti diritti di lei: tutte queste cose pungino il suo pensiero con sì acerbo rimorso, che una vergogna scottante lo trattiene lontano da Cordelia.
GENTILUOMO
Ahimè, pover’uomo!
KENT
Degli eserciti dei duchi di Albania e di Cornovaglia ne avete sentito parlare?
GENTILUOMO
È prorpio vero: sono in armi.
KENT
Sta bene, signore, vi condurrò da Lear, nostro padrone, e vi lascerò presso di lui, perché gli prestiate i vostri servigi. Una ragione preziosa mi costringe ad avvolgermi, ancora per poco, nel manto del travestimento: quando sarò conosciuto quale io sino, non vi dorrete di esservi dimostrato mio amico. Vi prego, venite con me.
([Escono.)

SCENA IV.

(Lo stesso luogo. Un accampamento.)
(Entrano, con tamburi e bandiere, CORDELIA, un medico, e alcuni soldati.)
CORDELIA
Cordelia. Ahimé! è lui: si, l’hanno incontrato podanzi, pazzo come il mare in tempesta: egli cantava a gran voce, incoronato d’acre fumaria e di erbacce di solco, di lappole, di cicuta, di ortiche, di billéri, di loglio e di tutte le inutili erbe che crescono in mezzo al grano che ci sostenta, − Si faccia uscir fuori una centuria; si frughi ogni palmo di terra, nella campagna dove sono alte le messi, ed egli sia coudotto dinanzi agli occhi nostri. [Esce un ufficiale] Che cosa può fare la scienza umana per rendergli il senno che ha percluto? Chi lo guarisce, si prenda tutti i beni che io possiedo.
MEDICO
Signora, v’ha un mezzo: la nostra natural nutrice è la calma del sonno, del quale egli manca; per conciliarlo a lui, vi sono molte erbe efficacissime, la cui virtù fa chiuder gli occhi all’angoscia.
CORDELIA
O voi tutti, segreti benedetti, voi tutte, arcane virtù della terra, germogliate sotto le mie lacrime! Portate aiuto e rimedio all’affanno di quelfuomo buono! − Cercatelo, cercatelo, per tema che la sua furia irrefrenabile abbia a di strugger la sua vita, alla quale manca la ragione che la guidi.
(Entra un Messo.)
MESSO
Notizie, signora: le truppe britanne marciano a questa volta.
CORDELIA
Si pageva già; i nostri preparativi stanno in attesa del loro arrivo – O caro padre mio, ciò che a me sta a cuore, è la tua causa; e per questo il nobile re di Francia ha avuto pietà del mio dolore e delle mie lacrime insistenti. Non tronfia ambizione muove le nostre armi, ma l’amore, un tenero amore, e i diriti del vostro vecchio padre: oh, ch’io possa sentir presto la sua voce e rivederlo!
([Escono.)

SCENA V.

(Un stanza nel castello di Gloucester.)
(Entrano REGANA e OSVALDO.)
REGANA
Ma le truppe di mio fratello sono scese in campo?
OSVALDO
Sì, signora.
REGANA
E lui v’è in persona?
OSVALDO
Sì, signora, ma molto a malincuore: vostra sorella è, dei due, il soldato migliore.
REGANA
Monsignore Edmondi non ha parlato col vostro padrone, al castello?
OSVALDO
No, signora.
REGANA
Che può contenere la lettera di mia sorella a lui?
OSVALDO
Non lo so, signora.
REGANA
Certamente, egli è partito di qui per qualche grave faccenda. Fu un grande errore lasciar vivere Gloucester, dopo avergli cavato gli occhi: dovunque va, egli solleva il cuore di tutto contro di noi. Edmondo, io credo, mosso a pità della sua misera sorte, è andato a sbarazzarlo di una vita su cui è scesa la notte; e al tempo a spiare la forza del nemico.
OSVALDO
Io debbo assolutamente affrettarmi a raggiungerlo con la mia lettera, signora.
REGANA
Le nostre truppe scendono un campo domani: rimanete con noi; le strade sono pericolose.
OSVALDO
Non posso, signora; la mia padrona ha impiegnato il mio zelo in questo affare.
REGANA
Che raggione aveva di scrivergli, a Edmondo? Voi non potevate riferirgli a voce i suoi disegni? Suppongo che si tratti di una cosa… non so precisamente…. Io ti vorrò molto bene: lasciami dissuggellare questa lettera.
OSVALDO
Signora, preferirei piuttosto….
REGANA
Io so che la vostra padrona non ama suo marito; ne sono sicura: e l’ultima volta che fu qui, essa dava al nobile Edmondo delle occhiate strane, e degli sguardi che parlavano molto chiaro. Lo so, voi siete il suo confidente.
OSVALDO
Io, signora?
REGANA
So quel che mi dico; voi siete il suo confidente, lo so. Perciò, ve ne avverto, ricordatevi bene di questo: mkio marito è morto; io ed Edmondo ci siamo intesi; egli conviene più alla mia mano che a quella della vostra signora…. Voi, quindi, potete trarne la conclusione. Se lo trovate, vi prego, dategli questo; e quando la vostra padrona sentirà da voi tutto ciò, di grazia, esortatela a fare appello alla sua saggezza. Dunque, addio. Se per caso sentite parlare di quel traditore senz’occhi, ricordatevi che avrà una bella promozione, chi lo leverà di mezzo.
OSVALDO
Così potessi incontrarlo, signora: vi farei vedere io, da quale parte tengo!
REGANA
State bene!
([Escono.)

SCENA VI.

(La campagna vicino a DOVER.)
(Entrano GLOUCESTER e EDGARDO travestito da contadino.)
GLOUCESTER
Quando arriverò sulla cima di quel monte?
EDGARDO
Cominiciate a salirla proprio ora: osservate come fatichiamo!
GLOUCESTER
A me pare che il terreno sia piano.
EDGARDO
L’erta è terribile! Ascoltate, lo sentite il mare?
GLOUCESTER
No, davvero.
EDGARDO
Ebbene, allora si vede che gli altri sensi vi si indeboliscono per lo spasimo degli occhi.
GLOUCESTER
Può essere savvero. Mi pare che la tua voce sia cambiata; e che tu parti esprimedoti megli, e con più costrutto, di quel che facevi prima.
EDGARDO
Vi ingannate molto: nulla è cambiato in me, se non i miei panni.
GLOUCESTER
A me pare che voi parliate meglio.
EDGARDO
Avanti, signore; eccoci arrivati al luogo: non vi movete. Come fa paura, e come gira la testa, a ficcare gli occhi così in fondo! I corvi e le gracchie, che batton con l’ala lo spazio frapposto, sembrano appena grossi come scarafaggi: giù a mezza costa c’è uno sospeso che raccoglie il ginocchio marino: mestiere spaventevole! a me egli non pare più grande della sua testa. I pescatori che van lungo la spiaggia, sembrano topi, e quel grosso bastimento laggiù, sull’ancora, appare ridotto alle dimensioni della sua lancia; e la sua lancia a quelle di un gavitello così piccolo, che sfugge quasi alla vista. Il fiotto che mormora, e struscia sulle innumeri, pietruzze inerti, non può essere udito a quest’altezza. Non voglio guardar più, per paura che il mio cervello sia preso dalla vertigine, e la vista, smarrita, precipiti giù a capo fitto.
GLOUCESTER
Mettimi costà dove sei tu.
EDGARDO
Datemi la mano; ora siete ad un passo dall’estremo orlo del precipizio: per tutto quello che c’è sorto la luna, io non farei un salto sui piedi.
GLOUCESTER
Lasciami andare la mano. Amico, eccoti un’altra borsa; dentro c’è un gioiello, che mette conto a un povero di prenderlo: le fate e gli dei te lo rendano propizio! Allontanati; dimmi addio, e fa’ chi’io ti senta andar via.
EDGARDO
Allora addio, buon signore.
GLOUCESTER
Con tutto il cuore.
EDGARDO
Se io scherzo in questo modo con la sua disperazione, lo faccio per guarirlo.
GLOUCESTER
[inginocchiandosi] O dei possenti, io rinuncio a questo mondo, e sotto gli occhi vostri scuoto di dosso, rasseganto, la mia grande sventura; se potessi sopportala più a lungo, senza bisticciarmi con la vostra incontrastabile volontà, il lucignolo di questo aborrito avanzo della mia esistenza brucerebbe fino in fondo. Se Edgardo vove, oh, beneditelo! – Ora, amico, sta’ bene.
EDGARDO
Eppure io non so quanto l’immaginazione possa rubare il tesoro della vita, quando la vita stessa si abbandona al furyo. Se egli fosse stato dove pensava di essere, a quest’ora il suo pensiero non esisterebbe più. Vivo o morto?...
GLOUCESTER
Vattene, e lasciami morire.
EDGARDO
Se tu fossi stato altro che un pappo, una penna o un soffio d’aria, precipitando da un’altezza di tante braccia ti saresti sfracellato come un ovo: ma invece tu respiri; tu hai sostanza che pesa, eppure non sanguini; parli; sei sano e salvo. Dieci alberi di nave, messi l’uno su l’altro, non fanno l'altezza dalla quale tu sei caduto perpendicolarmnete: la tua vita è un miracolo. Via, parla ancora.
GLOUCESTER
Ma io sono caduto, o no?
EDGARDO
Dalla sommità spaventosa di questo confine cretoso. Guarda su in alto; l’allondola dalla gola acuta da questa distanza non può essere né vista né sentita: gurda, solo per un momento, in su.
GLOUCESTER
Ahimè! io non ho più occhi. Alla sventura è dunque tolto il bendicio di metter fine a se stessa con la morte? C’era ancora un conforto, allorché il dolore poteva ingannare la rabbia del tiranno, e render vano il suo orgoglioso volere.
EDGARDO
Datemi il bracio: su…. così…. Come va? Ve le sentite le gambe? Vedo che vi regggete.
GLOUCESTER
Troppo bene, troppo bene.
EDGARDO
Ciò è al di sopra di ogni inverosimiglianza. Che cos’era quell’essere che si separò da voi sulla cima della rupe?
GLOUCESTER
Un povero disgraziato mendicante.
EDGARDO
Mentre stavo quaggiù, a me parve che gli occhi suoi fossero due lune piene; aveva un migliato di nasi, delle corna bernoccolute, e ondulate come il mare quando è pieno di sochi: era qualhe demonio; perciò, o tu padre avventurato, pensa che gli dei più puri, i quali si fanno una gloria delle impossibilità umane, ti hanno salvato.
GLOUCESTER
Ora ricordo bene: d’oggi innanzi sopporterò la mia afflizione, finché essa stessa mi gridi: «basta, basta» e muoia. Quell’essere di cui tu parli, io lo presi per un uomo; spesso ripeteva: «il demonio, il demonio». Mi ha condotto lui lassu.
EDGARDO
Nutri pensieri sereni e rassegnati. – Ma chi viene? Entra LEAR, fantasticamente adorno di fiori selvatici. Una mente sana non acconcerà mai così il suo padrone.
LEAR
No, non mi possono toccare per aver battuto moneta: io sono il Re in persona.
EDGARDO
O vista che trafiggi il cuore!
LEAR
La natura in questo rispetto è al di sopra dell’arte…. Eccovi il soldo del vostro arrolamento…. Quel ragazzo impugna l’arco come uno spaventapasseri: tirami una fraccia della lunghezza di un metro di drappiere…. Guarda, guarda, un topo. Zitto, zitto, questo pezzetto di formaggio abbrustlito è quello che ci vuole…. Ecco il mio guanto di ferro, voglio provarlo sopra un gigante…. Fate avanzare le alabarde brunite…. Oh! ben volato, uccello!... nel centro! nel centro!... Za!... Dammi la parola d’ordine.
EDGARDO
Dolce maggiorana.
LEAR
Passa.
GLOUCESTER
Conosco quella voce.
LEAR
Ah! Gonerilla!... con la barba bianca! Mi accarezzavano come un cane; e mi dicevano che avevo dei peli bianchi nella barba, prima che ci fossero quelli neri. Dire «si» e «no» a tutto quello che dicevo io!... Questo «si» e «no» non era, anch’esso, buona teologia. Quando la pioggia, un bel giorno, venne ad innaffiarmi, e il vento a farmi battere i denti; quando il tuono non volle stare zitto al mio comando, allora ho conosciuto chi fossero, allora ho fiutato chi erano. Via, non sono gente di parola: mi dicevano che io ero tutto; è una menzogna, io non reggo ad un attacco di febbre.
GLOUCESTER
Il timbro di quella voce io lo ricordo bene: non è il Re?
LEAR
Sì, un re in ogni palmo. Quando gli fisso gli occhi in faccia, guarda come il suddito trema. A quell’uomo io gli faccio grazia della vita.... quale fu la tua colpa.?... L’adulterio?... Tu non morrai: morire per un adulterio! No: fin lo scricciolo lo commette, e il moscerino dorato si abbandona alla lussuria sotto gli occhi miei. Si lasci fiorire in pace l’accoppiamento dei sessi: poiché il fxglio bastardo di Gloucester fu piil amoroso verso suo padre, di quel che non siano state con me le mie figliole, generate fra legittime coltri. Buttatici, lussuria, alla rinfusa! poiché io ho bisogno di soldati .... Guardate quella signora là, che sorride scioccamente, che ha una faccia, la quale vi farebbe credere, che fra le sue gambe ci stesse di casa la neve; che fa la santerellina, scote il capo scandalizzata a sentir pronunziare il nome del piacere: ebbene, la puzzola e il cavallo pasciuto d’erba fresca non ci si buttano con un appetite più sfrenato. Dalia. vita in giù esse sono dei centauri, sebbene nella parte superiore siano donne; solo fino alla cintola appartengono agli dei, la parte di sotto è tutta del demonio: li c’è l’inferno, lì ci sono le tenebre, lì c’è l’abisso sulfureo, che brucia, che scotta, c’è il fetore, la consunzione .,.. via, via, via! puah! puah! Dammi un’oncia di zibetto, per profumare la mia immaginazione, o buon farmacistai ecco qua del denaro per te.
GLOUCESTER
Oh! lasciate che io baci quella mano!
LEAR
Prima lasciatemela asciugare: essa puzza di mortalità!
GLOUCESTER
O capolavoro della natura, mandato in rovina! Questo gran mondo finirà così nel nulla…. Mi riconosci u?
LEAR
Ricordo abbastanza bene gli occhi tuoi. Mi guardi in tralice? No fa’ pure del tuo peggio, o cieco Cupido, io non voglio amar più…. Leggi questa sfida; osserva soltanto come è scritta.
GLOUCESTER
Se le tue lettere fossero tutte dei soli, io non potrei arrivare a vederne una.
EDGARDO
Se uno me raccontasse, io non ci crederei; eppure è vero, e il mio cuore a tanto si spezza.
LEAR
Leggi.
GLOUCESTER
Come! con le occhiaie vuote?
LEAR
Oh! oh! proprio questo mi volete dire? Senz’occhi nella testa, e senza denari nella vorsa? Il vuoto degli occhi è grave, quello della borsa è leggero: eppure, voi vedete lo stesso come va questo mondo.
GLOUCESTER
Lo vedo col sentimento.
LEAR
Come! sei pazzo? Un uomo può vedere anche senza gli occhi, come va il mondo. Garda con gli orecchi: vedi come quel giuduce l¡a maltratta quel ladroncello. Ascolta in un orecchio: cambia i loro posti e, ruota, ruota, quale è il giudice, e quale è il ladro?... Hai mai visto il cane di un fattore abbaiare dietro a un povero?
GLOUCESTER
Sì, signore.
LEAR
E il pover’uomo scappare davanti al cagnaccio? Allora hai ptuto osservare la grande immagine dell’autorità: un cane che è obbedito quand’è nelle sue funzioni…. Birbante d’un aguzzino, ferma la tua mano sanguinosa! Perché frusti quella puttana? Denuda le tue proprie spalle: tu ardi dalla brama di usare con leu in quel modo, per il quale, appunto, tu la frusti. L’usuraio impicca il truffatore. Atraverso le vesti stracciate si mostrano i vizi minori: i robono e le pellicce li nascondono tutto giustizia si spezza innocua: armalo di stracci, la paglia di un pgmeo lo trafigge. Nessuno è colpevole, nessuno, dico, nessuno: resto garante io. Credilo a me, amico mio, a me che ho il potere di suggellare le labbra dell’accusatore. Mettiti gli occhiali, e, come un volgare politicastro, fingi di vedere ciò che non vedi…. Via, via, via, via, levatemi le scarpe…. più forte, più forte… così!
EDGARDO
Oh! miscela di buon senso e di straqvaganza! La ragione nella follia!
LEAR
Se vuoi piangere sulle mie sventure, prenditi gli occhi miei. Io ti risconosco assai bene; il tuo nome è Gloucester: bisogna che tu abbia pazienza. Noi siamo venuti quaggiù piangendo: lo sai bene, la prima voslta che sentiamo l’odore dell’aria, mandiamo un vagito e ci mettiamo a piangere. Io ti farò una predica: fammi attenzione.
GLOUCESTER
Ahimè, ahimè, funesto giorno!
LEAR
Appena nati, noi piangiamo per esser venuti in questo grande teatro di pazzi…. Questa è una bella forma di cappello!... Sarebbe un sottile stratagemma ferrare i piedo col feltro a uno squadrone di cavalleria: voglio far la prova; e quando sarò piombato addosso di soppiatto a questi mii generi, allora ammazza, ammazza, ammazza, ammazza, ammazza, ammazza!
(Entra un Gentiluomo con una scorta.)
GENTILUOMO
FFFp.301 NO SE PUEDE LEER
LEAR
Nessuno mi soccore? Come! priggionero? Io sono proprio nato per essere lo zimbello della fortuna…. Trattatemi bene; avrete il prezzo del riscatto. Fatemi avere dei cerusici: io sono colpito al cervello.
GENTILUOMO
Avrete ogni cosa.
LEAR
Non uno che mi assista? Tutto da me solo? Ecco…. ciò trasformetebbe un uomo in un uomo di lacrime, e gli occhi suoi potrebbero servire da annaffiatorio per il giardino, e per smorzare la polvere d’autunno.
GENTILUOMO
Mio buon signore…
LEAR
Io morirò coraggiosamente, con l’aria di uno sposo novello tutto attillato. Come! Voglio essere d’umore allegro; via, via, io sono un re, signore miei, lo sapete?
GENTILUOMO
Voi siete un re, infatti, e noi vi obbediamo.
LEAR
Allora, c’è sempre speranza. Ma se mai lo raggiungete, lo raggiongerete correndo. Su, su, su, su.
([Esce correndo; gli uomini di scorta lo inseguono.)
GENTILUOMO
Vista pietosissima, nel più umile degli sventurati: al di sopra di ogni parola, un un re! – Tu hai una figliola, che redime la natura dalla maledizione generale, a cui l’avevano condotta le altre due.
EDGARDO
Salute, cortese signore!
GENTILUOMO
Signore, il cielo vi aiuti! che cosa volete?
EDGARDO
Sentite dir nulla, di una battaglia imminente?
GENTILUOMO
È certissimo, e a tutti noto; ne sente parlare chiunque è capace di percepire un suono.
EDGARDO
Ma, di grazia, a che distanza si trova l’altro esercito?
GENTILUOMO
Vicino, e s’avanza a gran assi; si crede che il grosso sarà in vista da un’ora all’altra.
EDGARDO
Vi ringrazio, signore: questo è quanto volevo sapere.
GENTILUOMO
Sebbene, la Regina sia qui… sue ragioni speciali, il suo esercito è in marcia. NO SE LEE BIEN
EDGARDO
Vi ringrazio, signore.
([Esce il Gentiluomo.)
GLOUCESTER
O dei sempre benigni, toglietemi voi la vita; non permettete che il mio cattivo genio mi induca un’altra volta nella tentazione di morire prima che piaccia a voi!
EDGARDO
Voi pregate bene, padre.
GLOUCESTER
Ma voi, mio buon signore, chi siete?
EDGARDO
Un uomo poverissimo, domato dai colpi della fortuna; uno il quale, per l’esperienza dei colori conosciuti e sentiti, è pronto alla pietà umana. Datemi la mano, io vi condurrò in qualche asilo.
GLOUCESTER
Grzie di cuore: e la benevolenza e la benedizione del cielo per giunta e con usura!
(Entra OSVALDO.)
OSVALDO
La taglia bandita! Quale fortuna! Cotesto tuo capo senz’occhi fu incarnato dapprima per accrescere le mie ricchezze. O vecchio e sciagurato traditore, ripensa in fretta ai tuoi peccati: − la spada che ti debe distruggere è pronta.
GLOUCESTER
Su via, la tua amica mano mettta, nel farlo, la forza necessaria.
([Edgardo s’interpone.)
OSVALDO
Insolente d’un contadino, perchñe osi sostenere un uomo dichiarato pubblicamente traditore? Vattene; per paura che il contagio della sua sorte non si attacchi anche a te. Lascia andare il suo braccio.
EDGARDO
Io non lo lascio ire senza un’altra ragione meglio.
OSVALDO
Lascialo andare, marrano, o tu se’ morto.
EDGARDO
Senta, signore, se ne vadi per il su’ cammino, e lasci ire in pace la povera gente. Se m’avesse dovuto mandare all’altro mondo un prepotente, la mi’ vita ‘un sarebbe durata quindici giorni. Via, non s’accosti tanto al vecchio: stii a distanza, glie l’avverto, se no, s’ha a vedere s’è più dura la su’ zucca, o ’l mi’ leccio. Gli parlo chiaro, io.
OSVALDO
Va’ via, mucchio di letame!
EDGARDO
Badi, gli stuzzicherpò i denti con questo stecchino. Si faccia avanti: non mi fanno mica paura le su’ botte.
([Si battono, ed Edgardo lo accoppa.)
OSVALDO
Marrano, mi hai ucciso…. Ribaldo, prendi la mia borsa. Se un giorno vuoi star bene, seppellisci il mio corpo, e consegna le lettere che mi troverai indosso, a Edmondo conte di Gloucester: cercalo nel campo inglese; o morte intempestiva!
([Muore.)
EDGARDO
Io ti conosco bene: tu sei un servizievole scellerato; compiacente coi vizi della tua padrona, quanto la malvagità avrebbe potuto desiderare.
GLOUCESTER
Che! è morto?
EDGARDO
Mettetevi a sedere, padre; riposatavi. – Guardiamogli nelle tasche: può essere che le lettere delle quali egli parla mi siano amiche…. È morto: mi dispiace soltato che egli non abbia avvuto ben altro boia. – Vediamo: − Cedi, o compiaccente cera dei suggelli; e tu, buona creanza, non rimproverarmi. Per conoscere il pensiero dei nostri nemici noi apriremmo loro il cuore: aprirne gli scritti è cosa ancor più lecita. [Legge] «Ricordatevi dei nostri voti reciproci. Voi avrete molte occasioni per levarlo di mezzo: se non vi manca la volonta, tempo e luogo favorevoli vi si offriranno in abbondanza. Nulla è fatto, s’egli ritorna vincitore: in questo caso io sono sua prigioniera, e il suo letto è la mia prigione. Liberatemi dall’aborrito tepore di quel letto, ed occupate voi il posto di lui, in ricompensa del vostro disturbo. Vostra (vorre poter dire moglie! serva affezionata, GONERILLA». O incommensurabile estensione d’una bramosia di donna! Un complotto contro la vita del suo virtuoso marito, e a sostituirlo, mio fratello! – Qui, sotto la sabbia, io ti seppellirò, empio messaggero di lascivi assassini;e, al momento opportuno, con questo foglio infame aprirò gli occhi al Duca, del quale si trama la morte. ben per lui, che io posso narrargli della tua morte e della tua missione!
GLOUCESTER
Il Re è impazzito: come è tenace la mia sciagurata ragione, in virtpu della quale io resisto, ed ho piena coscienza delle mie immani sventure! Meglio che io fossi pazzo: così i miei pensieri sarebbero separati dalle mie angosce; e le mie sventure, per effetto di un falso immaginare, perderebbero la coscienza di se stesse.
([Rumore di tamburi in distanza.)
EDGARDO
Datemi la mano: mi pare di sentire, in distanza, il rullo del tamburo. Andiamo, padre, io vi affiderò ad un amico.
([Escono.)

SCENA VII.

(Una tenda nel campo francese.)
(Entrano CORDELIA, KENT, un Dottore e un Gentiluomo.)
CORDELIA
O mio buon Kent! come potrò io vivere tanto e far tanto, da ricompensare la tua bontà? La mia vita sarà troppo breve, ed ogni sforzo non mi basterà.
KENT
Essere ringraziato, signora, è esser pagato ad usura. Tutte le mie informiazioni vanno d’accordo con l’esatta verità: nulla ho aggiunto, nulla ho tolto, le cose stanno prprio così.
CORDELIA
Vestiti meglio: questi panni sono un ricordo di ore troppo tristi: te ne prego, mettili via.
KENT
Perdono, cara signora; l’essere riconosciut in questo momento, farebbe fallire lo scopo che mi sono proposto: io vi domando, come un favore, che voi non mi riconosciate, finché il tempo ed io non lo crediamo opportuno.
CORDELIA
Allora sia così, mio buon signore. – [Al Dottore] Come sta il Re?
DOTTORE
Signora, dorme ancora.
CORDELIA
O dei pietosi, chiudete voi la grande ferita che è stata aperta nella sua oltraggiata natura! Oh! ristabilite l’armonia e l’accprdo dei sensi di questo padre ridotto un fanciullo.
DOTTORE
Ci consenta, Vostra Maestà, di svegliare il Re: egli ha dormito a lungo.
CORDELIA
Lasciatevi guidare dalla ostra scienza, e seguite l’ispirazione della vostra volontà. È vestito come a lui si conviene?
(Entra LEAR su una sedia portata da servi.)
DOTTORE
Sì, signora; in un momento di sonno profondo, gli abbiamo messo indosso degli abiti nuovi.
KENT
State pure viccina a lui, mia buona signora, quando lo svegliamo; io non dubito della sua calma.
CORDELIA
Benissimo.
([Musica.)
DOTTORE
Di grazia, avvicinatevi. – Più forte, là quella musica!
CORDELIA
O mio caro babbo! La guarugione metta sulle mie labbra la medicina che ci vuole per te: e questo baccio ripari i danni violenti, che le mie due sorelle hanno fatto nella tua veneranda vecchiaia!
KENT
Affettuosa e cara principessa!
CORDELIA
Ance se tu non fossi stat il padre loro, queste ciocche bianche di capellli avrebbero dovuto suscitate la loro pietà. Era questa una testa che doveva esser lasciata a lottare contro i venti in guerra, e a sfidare il cipo tuono dalla folgore tremenda? che doveva restare sitti il terribile e agile guizzo del lampo, sepeggiante rapido pel cielo? e vigilare – povera sentinella perduta! – coperta soltanto con questo sottile elmo? Il cane del mio nemico, se anche mi avesse morso, avrebbe dovuto passare una notte come quella accanto al fuoco. E tu, povero babbo, fosti costretto a metterti al riparo insieme con dei maiali e dei vagabondi senza tetto, su pocoa ed ammuffita paglia! Ahimè, ahimè! È un miracolo che la tua vita e la tua ragione non abbiamo cessato di esistere, interamente, nel medesimo tempo. – Si sveglia; parlategli.
DOTTORE
Signora, parlategli voi; è molto meglio.
CORDELIA
Come sta il mio regale signore? Come si sente Vostra Maestà?
LEAR
Fate male a trarmi fuori dalla tomba….Tu sei un’anima nella beatutudine; ma io sino legato sopra una ruota di fuoco, sicché le mie lacrime stesse scottano come gocciole di piombo fuso.
CORDELIA
Signore, mi riconoscete?
LEAR
Voi siete uno spirito, lo so. Quando siete morta?
CORDELIA
Ancora, ancora, tanto divaga!
DOTTORE
È appena sveglio: lasciatelo tranquillo per un momento.
LEAR
Dove sono stato? Dove sono?... La bella luce del giorno?... Io sono vittima di un grande iganno…. Certo io morrei di pietà a vedere un altro così…. Non so che cosa dire…. Io non lo giurerei che queste sono le mie mani; vediamo: Io sento che questo spillo buca. Oh, quanto vorrei esser certo del mio stato!
CORDELIA
Oh! guardatemi, signore, e alzate le vostre mani su me per benedirmi…. No, signore, voi non dovete inginochiarvi.
LEAR
Vi prego, non vi fate gioco di me; io sino uno scioxxo e svanito vecchio di ottant’anni passati, né un’ora di più né una di meno; e, per esser franco, temo di non aver la mente del tutto al posto. Mi sembra di conoscervi, e di conoscere quest’uomo; ma sono in dubbio, poiché ignoro assolutamente che luogo è questò: per quanto io faccia non risco a ricordarmi di questi abiti; né so rendermi conto dove io abbia allogiato la notte socrsa. Non ridete di me…. Poiché, come è vero che sono un uomo, io credo che questa signora sia la mia figliola Cordelia.
CORDELIA
E infatti sono io, sono io!
LEAR
Le vostre lacrime sono di quelle che bagnano? Sì, davvero! Vi prego, non piangete; se avete del veleno per me, lo beverò. Io lo so che voi non mi amate…. perché…. le vostre sorelle, come ben ricordo, mi hanno maltrattato: voi avete una ragione…. loro non l’hanno.
CORDELIA
Nessuna, nessuna, io.
LEAR
Sono in Francia?
KENT
Nel vostro regno, signore.
LEAR
Non mi ingannate.
DOTTORE
Rassicuratevi, buona signora: l’accesso di furore è vinto in lui; ma sarebbe pericoloso metterlo al corrente del tempo ch’egli ha perduto. Consigliatelo a rientrare disturbate più, finché le sue condizioni non siano migliorate ancora.
CORDELIA
Farebbe piacere a Vostra Altezza di ritirarsi?
LEAR
Voi dovete aver pazienza con me. Ve ne prego, dimenticate e perdonate; io sono vecchio e non ho più la testa a segno.
([Escono Lear, Cordelia, il Dottore e il seguito])
GENTILUOMO
Messere, è confermato che il dica di Cornovaglia è stato ucciso così?
KENT
Certissimo, signore?
GENTILUOMO
Chi è alla testa delle sue genti?
KENT
A quel che si dice, il figliolo bastardo di Gloucester.
GENTILUOMO
Dicono che Edgardo, il suo figliolo esiliato, sia col conte di Kent in Germania,
KENT
Eh, se ne dicon tante! È tempo di stare all’erta: le forze del regno si avvicinano a grandi passi.
GENTILUOMO
La decisione probabilmente sarà sanguinosa. State bene, messere.
([Esce.)
KENT
Il mio scopo e il mio segno sarà raggiunto bene o male, secondo l’esito della battaglia doggi.
([Esce.)

ATTO QUINTO

SCENA I.

(Il campo dell’armata britannica presso Dover.)
(Entrano, con tamburi e bandiere, EDMONDO, REGANA, ufficiali, soldati ed altri.)
EDMONDO
Sentite dal Duca se segli è nel suo ultimo proposito, o se in seguito sia stato indotto, da qualche ocsa, a cambiare d’avviso. Egli è pieno di titubanza e di pentiment. Portatemi la sua risoluzione deinitiva. [A un ufficiale che esce.
REGANA
Al servitore di nostra sorella deve essere, certamente, seguìto male.
EDMONDO
C’è ragione di sospettarlo, signora.
REGANA
Ora, amabile signore, voi sapete le mie buone intenzioni a vostro riguardo: rispondetemi dunque, sinceramente (ma dite proprio la verità): voi non amate mica mia sorella?
EDMONDO
Di un affetto rispettoso.
REGANA
Ma non avete mai trovato la strada riservata a mio fratello, la quale conduce al luogo proibito?
EDMONDO
Questo pensiero vi fa torto.
REGANA
I ho il dubbio che voi siate stat congiunto e intrinseco con lei per tutto quel che possiamo chiamare suo.
EDMONDO
No, sul mio onore, signora.
REGANA
Io non glieo permetterò mai: mio buon signor, voi non dovete avere nessuna familiarità con lei.
EDMONDO
Non temete di me. – Lei, e il Duca suo marito!
(Entrano con tamburi e bandiera il DUCA D’ALBANIA, GONERILLA, e soldato.)
GONERILLA
Preferirei perdere la battaglia, piutosto che quella mia sorella dovesse separare lui e me.
ALBANIA
Ben trovata, nostra amatissima sorella. – Signore, questo è ciò che io ho sentito: che il Re è andato presso la sua figliola, insieme con altre persone, che il rigore del nostro governo spinse a gridare aiuto. Là dove non potei essere onesto, io non fui mai valoroso: questo affare ci tocca, in quanto la Francia invade il nostro paese; ma non perché essa rinfranca il Re, insieme con altri che, io lo temo purroppo, giustissime e gravissime ragioni fanno levare contro di noi.
EDMONDO
Signore, vi parlate nobilmente,
REGANA
Che c’entra questodiscorso?
GONERILLA
Uniamoci contro il nemi: poiché qui non si tratta di questioni private e personali come queste.
ALBANIA
Allora stabiliamo, d’accordo con gli uomini di guerra più provetti, il nostro piano di battaglia.
EDMONDO
Sarò subito alla vostra tenda.
REGANA
Sorella, voi venite con noi?
GONERILLA
No.
REGANA
Ciò è molto opportuno: ve ne prego, venite con noi.
GONERILLA
Oh! Oh! Comprendo l’engima! – Vengo.
(Entra EDGARDO travestito.)
EDGARDO
Se Vostra Grazia ebbe mai a parlare con un umo così povero, vogliate ascoltare da me una parola.
ALBANIA
Vi raggiungerò. – Parlate.
([Escono Edmondo, Regana, Gonerilla, gli ufficiali, i soldato, e le persone del seguito.)
EDGARDO
Prima di attacare battaglia aprite questa lettera. Se avrete la vittoria, fate sonare la tromba per chiamare chi ve la portò: per quanto miserabile vi sembri, io posso presentare un campione, il quale sarà in grado di provare ciò che è affermato in quella lettera. Se perdete, per voi è finita nel mondo, e cessa ogni trama. La fortuna vi assista!
ALBANIA
Aspettate, finché io abbia letta la lettera.
EDGARDO
Mi è stato proibito. Quando sarà il momento, l’araldo non avrà che a gridare il bando, ed io apparirò di nuovo.
ALBANIA
Allora, addio: leggerò la tua lettera.
([Esce Edgardo.)
(Rientra EDMONDO.)
EDMONDO
Il nemico è in vista: schierate le vostre forze. Ecco, seconde una diliente recognizione, il computo approssimativo della loro reale forza e delle loro truppe: ma ora vi s’impone sollecitudine.
ALBANIA
Affronteremo la contingenza.
([Esce.)
EDMONDO
Io ho giurato l’amor mio a tute e due queste sorelle; e ciascuna è sospettosa dell’altra, come coloro che ne sono stati morsi, hanno sospetto della serpe. Chi di esse prenderò? Tutte e due? una? O nessuna delle due? Io non posso godermi né l’una né l’altra, finché ambedue son vive: prender la vedova, significa esasperare, e fare impazzare, sua sorella Gonerilla; e d’altra parte io difficilmente guadagnerò la partita, finché il marito di costei è vivo. Intanto noi ci serviremo del sua appoggio per la battaglia; condotta a terine questa, pensi lei, che vorrebbe disfarsi di lui, a trovare un modo sbrigativo per levarlo di mezzo. In quanto ala pietà ch’egli intende avere per Lear e per Cordelia…. una volta finita la battaglia, e ch’essi siano in nostro potere, non vedranno mai la sua clemenza; poiché la condizione in cui mi trovo, vuole che io mi difenda, non ch’io discuta.

SCENA II.

(Una pianura fra i due campi nemici.)
(Di dentro suona l’allarme.)
(Entrano, con tamburi e bandiere, LEAR CORDELIA, e le loro milizie; e quindi escono.)
(Entrano EDGARDO e GLOUCESTER.)
EDGARDO
Qui, padre, accettate la buona ospitalità vhe vi offre l’ombra di quest’albero; pregare che il diritto possa trionfare. Se mai io ritorni preso di voi, vi porterò qualché consolazione.
GLOUCESTER
Il cielo vi accompagni, messere!
([Esse Edgardo.)
(Allarme; quindi ritirata.)
(Rientra EDGARDO.)
EDGARDO
Fuggi,vecchio! dammi la mano: fuggi! Re Lear ha perduto, egli e sua figlia sono prigionieri: dammi la mano; vieni via.
GLOUCESTER
Io non muovo più un passo, messere: un uomo può putrefarsi anche qui.
EDGARDO
Che? Ancora pensieri cattivi? Gli uomini debbono pazientare per uscir di questo mondo, proprio come per entrarvi: tutto sta d’essere pronti. Andiamo.
GLOUCESTER
E anche questo è vero.
([Escono.)

SCENA III.

(Il campo britannico presso Dover.)
(Entrano EDMONDO, vittorisos, con tamburi e bandiere; LEAR e CORDELIA prigionieri; un capitano, ufficiali, soldati, ecc.)
EDMONDO
Alcuni ufficiali li conducano via: stiano sotto buona gurdia, finché prima non siano noti i voleri sovrani di coloro che debbono pronunciare la loro sentenza.
CORDELIA
Noi non siamo i primi, che, con le migliori intenzioni, si tirano addosso il peggio. Re sventuraro, io sono afflitta per te: se si trattasse di me sola, saprei ben rispondere, col cipiglio, al cipiglio della perfida fortuna. Non le vedremo, noi, queste figliole e queste sorelle?
LEAR
No, no, no, no! Vieni, andiamocene in prigione; soli, noi due canteremo come uccelli in gabbia: quando tu mi dirai di benedirti, io mi inginocchierò, e chiederò il tuo perdono. Così noi passeremo la vita pregando e cantando, e ci racconteremo delle vecchie storie, e sorrideremo delle farfalle dorate; sentiremo i poveri vagabondi chiacchierare, fra loro, delle notizie di Corte; e anche noi parleremo con essi di chi perde e di chi vince; di chi sale e di chi scende; noi faremo nostro compito il mistero delle case, come se fossimo spie di Dio. E fra le mura di una prigione cancelleremo dalla memoria il ricordo delle congiure e delle fazioni dei grandi, che vanno e vengono come la marea sotto la luna.
EDMONDO
Conduceteli via.
LEAR
Su sacrifici come questi, o mia Cordelia, gli dei stessi sargono incesno. Ti ho ritrovata? Chi ci vorrà separare, dovrà rapire al cielo un tizzo ardente, e snidarci di qui col fuoco come volpi. Asciugari gli occhi; la malora listruggerà, carne e ossa, prima che ci facciamo piangere: li vedremo morir di fame, prima! Vieni.
([Escono Lear e Cordelia, scortati da guardie.)
EDMONDO
Vieni qua, capitano; ascolta. Prendi questo biglietto; [dandogli una carta] va’, segui costoro sino alla prigione. Io ti ho già fatto avanzare di un grado: se metti in opera le istruzioni che ti dà questo foglio, ti apri la via ad alti destini. Sappi che gli uomini sino come i tempo: aver l’animo tenero non si addice ad una spada. L’imporante ufficio che ti è commesso non consente discussioni: o dimmi che lo adempirai, o cerca fortuna con altri mezzi.
CAPITANO
Lo adempirò, mio signore.
EDMONDO
All’opera; e chiamati felice quando ti sarai sbrigato. Bada bene a quello che dicho: inmediatamente; e conduci la cosa nel modo che ho scritto-
CAPITANO
Non `posso tirare un carro, o pascermi di avena secca: se è cosa che un uomo possa fare, io la farò.
([Esce.)
(Squillo di trombe.)
(Entrano il DUCA D’ALBANIA, GONERILLA, REGANA, ufficiali, e gente del seguito.)
ALBANIA
Signore, oggi voi avete dato prova della razza valorosa dalla quale discendete, e la fortuma vi ha guidato bene. Voi avete in poter vostro i prigionieri, che ci furono di fronte nella battaglia di quest’oggi: noi ve li domandiamo, per disporre di loro così, come troveremo che possano indurci a trattarli, ad un tempo, i riguardi che essi meritano e la sicurezza nostra.
EDMONDO
Signore, io ho pensato che fosse conveniente mandare il vecchio e misero Re in un luogo di custodia e sotto buena scorta. La sua età, e più ancora il suo nome regale, ha in sé un fascino così grande, da conquistargli il favore popolare, e far rivolgere le lance da noi assoldate, contra gli occhi nostri che le comandano. Insieme con lui ho mandato la Regina, per la stessa ragione; e domani, ovvero più tardi, saranno pronti a comparire dove voi terrete le vostre assise. In questo momento noi grondiamo di sudore e di sangue: l’amico ha perduto l’amico; e le battaglie più giuste, nel calore del momento, sono maledette da chi ne risente gli aspri colpi. La questione di Cordelia e di suo padre uol esser tratata in miglior luogo.
ALBANIA
Messere, col vostro permesso, in questa guerra io vi ritengo soltanto un mio suddito, non già un mio fratello.
REGANA
Questo è appunto il titolo onde ci piace gratificarlo. Mi sembre che voi, prima di andare così innanzi con le parole, avreeste potuto domandare il nostro parere. Eli ha condotto le nostre forze, ha avuto l’incarico di esercitare la mia autorità e di rappresentare la mia persona: questa diretta relazione può ben alzare il capo e proclamarsi vostro fratello.
GONERILLA
Non tanto ardre: egli innalza se stesso col merito proprio, più che per virtù del vostro titolo.
REGANA
Investito da me dei miei diritti, egli è alla pari dei più grandi.
ALBANIA
Non potreste dire di più, se egli dovesse sposarvi.
REGANA
Beffeggiatori riescon sovente profreti.
GONERILLA
Eh via! eh via! L’occhio che vi disse questo, non poteva essere ch un occhio losco.
REGANA
Signora, io non mi sento bene; altrimenti vi risponderei lasciando trabbocare tutto quel che ho sullo stomaco. – Generale, prenditi i miei soldati, i miei prigioneri, il mio patrimonio; disponi di loro e di me: io mi arrendo a discrezione. Testimone il mondo, che io qui stesso ti eleggo mio signore e mio padrone.
GONERILLA
Pretenderesete di possederlo?
ALBANIA
Il vietarlo non dipende dalla vostra buona volontà.
EDMONDO
Neppure dalla vostra, signore.
ALBANIA
Sì, giovinotto di mezzo sangue.
REGANA
[ a Edmondo] Fa’ suonare il tamburo, e prova che il mio titolo è quello tuo.
ALBANIA
Fermatevi un momento; ascoltate la voce della ragione…. Edmondo, io ti arresto per altro tradimento; e nell’arresto tuo è compreso quello di questo serpente dorato…. [Accennando Gonerilla] In quanto alla vostra pretesa, amabile sorella, io faccio opposizione nell’interesse di mia moglie; sta il fatto, che essa ha un precedente impegno con questo signore, ed io, suo marito, mi oppongo al vostro bando di nozze. Se avete voglia di maritarvi, fate a me la vostra dichiarazione: la mia signora è fidanzata.
GONERILLA
Questa è una comedia!
ALBANIA
Tu sei armato. Gloucester; suoni, dunque, la tromba: se nessuno si presenta a sostenere, contro la tua persona, i nefandi, manifesti e molteplici tradimenti che tu hai commessi, ecco qui il mio pegno [gettando a terra un guanto]; prima di assagiar di nuovo il pane, io proverò sil tuo cuore, che tu non sei niente di meno, di quello che ti ho proclamato.
REGANA
Sto male, oh, sto male!
GONERILLA
Se fosse altrimenti, non crederi più al veleno.
EDMONDO
Ecco, in ricambio, il pegno mio: [getttando a terra un guanto] chiunque, al mondo, mi chiami traditore, mente con un furfante. Squilli pure la tua tromba: contro colui che oserà farsi avanti, contro voi, contro chiunque sia, io sosterrò la mia lealtà e il mio onore con fermezza.
ALBANIA
Un araldo, olà!
EDMONDO
Un araldo, olà, un araldo!
ALBANIA
Conta unicametne sul tuo valore: poiché tuoi soldati, tutti quelli che tu arrolasti el nome mio, nel nome mio, nel nome mio hanno avuto il loror congedo.
REGANA
Il mio malessere aumenta!
ALBANIA
Essa non si sente bene: portatela nella mia tenda. [Esce Regana, accompagnata. Entra un araldo. Vieni qua, araldo. suona la tromba, e leggi questo ad alta voce.
UN UFFICIALE
Suona, trombettiere!
([Una tromba suona.)
ARALDO
[legge] «Se c’è un uomo di alto grado o qualità, nelle file dell’esercito, disposto a sostenere contro Edmondo, preteso conte di Gloucester, che egli è più volt traditore, si faccia avanti al terzo squillo di tromba. – Egli è pronto a difendersi».
EDMONDO
Sonate!
([Primo squillo.)
ARALDO
Ancora!
([Secondo squillo.)
([Una tromba risponde di dentro.)
(Entra EDGARDO, armato, preceduto da un trombettiere.)
ALBANIA
Domanfagli quali sono le sue intenzioni, e perché egli si presenti a questo bando della tromba.
ARALDO
Chi siete? Il vostro nome? la vostra qualità? e perché rispondete al presente appello?
EDGARDO
Sappiate che il mio nome io l’ho perduto, spoltato e smozzicato dal dente del tradimento: pure: io sono nobile quanto l’avversario col quale venfo a misurarmi.
ALBANIA
Qual è questo avversario?
EDGARDO
Chi è colui che risponde per Edmondo conte di Gloucester?
EDMONDO
Egli stesso: che cos’hai da dirgli?
EDGARDO
Tira fuori la ua spada, affinché, se le mie parole offenderanno un nobile cuore, il tuo braccio possa farti giustizia; ecco qui la mia. Vedi, questo è un diritto che mi dànno il mio onore, il mio giuramente, e la mia professione: in nome di esso, malgrado la tua forza, la tua giovinezza, la tua condizione, e il posto elevato che tu occupo; a dispetto della tua spada vittoriosa, e della tua fortuna acnr calda, del tuo valore e del tuo coraggio, io dichiaro che sei un traditore, sleale ai tuoi iddii, a tuo fratello e a tuo padre; che hau cospirato contro questo nobile e illustre principe; e che dall’estrema punta dei capelli fin giù alla polvere che è sotto i tuoi piedi, tu sei un traditore chiazzato di veleno come il rospo. Di’ «no»: e questa spada, e questo braccio, e tutto il meglio del mio spirito, sino pronti a provare sul tuo cuore, al quale io parlo, che ti menti.
EDMONDO
Secondo prudenza io dovreu domandare a te il tuo nome; ma poiché il tuo aspetto esteriore è così decoroso e marziale, e nel tuo linguaggio spira un accento di nobiltà, quelindufio che io ben potrei opporre a rigor di termino, secondo le regole della cavalleria, io lo disdegno e lo sprezzo. Io respingo sul tuo capo questi tradimenti dei quali mi accusi; con te tue menzogne, odiose come l’inferno, opprimo il tuo cuore: e poiché esse non fan che sfiorarlo e arrivano appensa a ferirlo, questa mia spada aprirà loro una subita via colà, dove poseranno per sempre. Trombe, sonate!
([Squilli. Edgardo e Edmondo si battono. Edmondo cade.)
ALBANIA
Risparmiatelo! risparmiatelo!
GONERILLA
Questa è un’insidia, Gloucester; secondo la legge delle armi tu non eri obbligato a rispondere ad un avversario sconosciuto: tu non sei vinto, ma ingannato e tradito.
ALBANIA
Chiudete quella bocca, signora; o volete che ve la tappi io con questo foglio?... Prendete, signore; o tu la cui nequizia è senza nome, leggi il tuo maleficio stesso…. È inutile cercar di strapparlo, signora, vedo bene che voi lo consocete.
([Dà la lettera a Edmondo.)
GONERILLA
Supponiamo che io lo conosca: delle leggi dispongo io, con voi. Chi potrpa citarmi in giudizio per questo?
ALBANIA
Oh, mostruosità incomparabile! – Conosci tu questo foglio?
GONERILLA
Non mi domandate quello che io conosco.
([Esce.)
ALBANIA
Seguitela: ella è fuori di sé; sovergliatela.
([Esce un ufficiale.)
EDMONDO
Quello di cui mi accusate, l’ho commesso, e più ancora, molto di più; il tempo lo rivelerà: ormai è passato, ed io ancora…. Ma tu chi sei, che hai sopra di me questa bona ventura? Se tu sei nobile, io ti perdono.
EDGARDO
Scambiamoci un atto di pietà. Per sangue io non sono meno nobile di te, Edmondo: se sono di più, l’offesa che mi hai fatto è ancota più grande. Il mio nome è Edgardo, ed io sino figlio di tuo padre. gli dei sono giusti, e dei nostri vizi allettatori essi si fanno strumendo per flagellarci: il luogo oscuro e corrotto nel quale tuo padre ti generò, gli è costato gli occhi.
EDMONDO
Dici bene, è vero. La ruota ha compiuto il suo giro, ed io son qui.
ALBANIA
Ben mi pareva che il tuo incedere stesso rivelasse una regale nobiltà. Bisogna che ti abbracci: possa il dolore lacerarmi il cuore, se io ebbi mai odio per te o per il padre tuo.
EDGARDO
Degno principe, lo so.
ALBANIA
Dove vi siete tenuto nascosto? Come avete saptuo le sciagure di vostro padre?
EDGARDO
Cercando di lenirle, signor mio. Ascoltate un breve racconto; e quando avrò finito, oh! il mio cuore si spezzi! – La necessità di sfuggire al bando sanguinoso che mi incalzava così da vicino (oh, dolcezza della vita! per al quale noi preferiremmo di subire la pena di morte ad ogni ora che passa, anziché morire una volta per sempre!), mi suggeri l’idea di cambiare le mie vesti con gli stracci di un demente, di assumere un aspetto tale da provocare lo sdegno dei cani stessi: e in questo arnese incontrai mio padre con le occhiaie sanguinanti, anelli che pur ora avean perduto le loro pietre preziose; io divenni la sua guida, lo conducevo, chiedevo l’elemosina per lui, lo salvai dalla disperazione. Non mi rivelai mai a lui (oh! quale errore!) fino a una mezz’ora fa, allorché ebbi indossate le armi; non essendo sicuro, pur sperando, di questo fortunate successo, io gli chiesi la sua benedizione, e gli narrai, dal principio alla fine, il mio pellegrinaggio: ma il suo cuore affranto (troppo debole, ahimè, per reggere all’urto!) in mezzo ai due estremi della passione, la gioia e il dolore, si è spezzato con un sorriso.
EDMONDO
Il vostro racconto mi ha commosso, e forse potrà far del bene: ma seguitate a parlare; voi avete l’aria di voler dire ancora qualche cosa.
ALBANIA
Se c’è altro, che sia strazio anche maggiore, tacetelo; poiché questo ch ho sentito, mi spinge quasi a struggermi in lacrime.
EDGARDO
A chi non ami il dolore, questo mio racconto potrebbe esser sembrato il colmo; ma un altro, ad ampliarlo troppo, vi aggiungerebbe molto di più, e varcherebbe il limite estremo. Mentre io mi abbandonavo ad alte grida, sopraggiunse un uomo, il quale, avendomi visto in quello stato miserevole, da principio schivò la mia ripugnante presenza, ma poi ravvisando chi era colui che soffriva a quel modo, mi si attaccò al collo con le sue vigorose braccia, e si mise ad urlare così disperatamente, come s’egli volesse squarciare la volta dei cieli; poi si gettò sul corpo di mio padre, e raccontò di re Lear e di se stesso, la più straziante storia che orecchio umano abbia mai sentito: e durante il racconto di essa il suo dolore si fece così possente, che le corde della vita cominciarono a spezzarsi in lui; a questo punto la tromba sonò due volte, ed io lo lasciai lì privo di sensi.
ALBANIA
Ma chi era quell’uomo?
EDGARDO
Kent, signore, l’esiliato Kent; il quale travestito aveva seguito sempre il Re che gli era avverso, prestandogli servigi indegni di uno schiavo.
(Entra un Gentiluomo con un pugnale insanguinato.)
GENTILUOMO
Aiuto, aiuto, oh! aiuto!
EDGARDO
Che aiuto?
ALBANIA
Parla.
EDGARDO
Che vuol dire quel pugnale insanguinato?
GENTILUOMO
È ancora caldo, fuma; è uscito in questo istante dal cuore di…. Oh! è morta!
ALBANIA
Chi morta? parla.
GENTILUOMO
Vostra moglie, signore, vostra moglie: e sua sorella è stata avvelenata da lei; lei stessa lo ha confessato.
EDMONDO
Io m’ero impeganto con ambdue: ora noi ci uniamo in matrimonio tutti e tre nel medesimo istante.
EDGARDO
Ecco qui Kent.
ALBANIA
Portate qui i loro coprpi, vivi o morti che siano: − questo giudizio del cielo, che ci fa tremare, non ci move a pietà. [Esce il Gentiuluomo. Entra KENT. Oh! è lui? il momento non consente I complimenti che le creanza impongono.
KENT
Io sono venuto a dire addio per sempre al mio Re e signore: non è qui?
ALBANIA
Qaule dimenticanza da parte nostra! – Parlate, Edmondo, dov’è il Re? e dove è Cordelia? – Vedi quale spettacolo, Kent?
([Vengono portati i cadaveri di Gonerilla e Regana.)
KENT
Ahimè! come mai?
EDMONDO
Eppure Edmondo era amato: una ha avvelenato l’altra per amor mio, e poi si è uccisa.
ALBANIA
Proprio così! Coprite loro il viso.
EDMONDO
La vita mi manca; a dispetto della mia natura, voglio fare un po’ di bene…. Presto, mandate al castello…. non perdete…. c’è un ordine mio, che riguarda la vita di Lear e di Cordelia…. via, mandate prima che non siate più in tempo.
ALBANIA
Correte, correte, oh! correte!
EDGARDO
A chi, mio signore? – Chi n’è incaricato? Manda un tuo segno di contrordine.
EDMONDO
È giusto: prendi la mia spada, presentala al capitano.
ALBANIA
Fa’ presto, per la tua vita!
([Edgardo esce.)
EDMONDO
Costui è incaricato, da vostra moglie e da me, d’impiccare un atto, onde ella avrebbe distrutto se stessa.
ALBANIA
Gli dei la proteggano! – Portatelo via di qui per un momento.
([Edmondo è portato via.)
(Rientra LEAR, con CORDELIA morta fra le braccia; EDGARDO, un ufficiale, ed altri.)
LEAR
Urlate, urlate, urlate, urlate! Oh, voi siete uomini di pietra: se io avessi le vostre lingue e i vostri occhi, vorrei adoperarli in modo, che la vosta del cielo si dovrebbe squarciare. Essa è andata via per sempre. Io lo so quando uno è morto, e quando vive ancora: lei è morta come terra! Prestatemi uno specchio; se il suo respiro appana ed offusco il vetro, ebbene, essa vive ancora.
KENT
È questa la fine del mondo a noi predetta?
EDGARDO
O un’immagine di quel giorno tremendo?
ALBANIA
Cada, e finisca il mondo!
LEAR
Questa piuma si muove: essa vive! se è vero, è tal ventura, che redime tutti i dolori che io ho sofferti fin qui!
KENT
O mio buon padrone!
([Inginocciandosi.)
LEAR
Ti prego, vattene.
EDGARDO
È il nobile Kent, amico vostro.
LEAR
La peste cada su voi, assassino, traditori tutti! Io avrei potuto salvarla; ora se n’è andata per sempre! Cordelia, Cordelia! aspetta un poco. Ah! che cosa dici? La sua voce fu sempre soave, carezzevole, e sommessa, qualità eletta in una donna. Il miserabile che t’impiccava, io l’ho ucciso.
UFFICIALE
È vero, signori, lo ha fatto.
LEAR
Non è vero, che l’ho ucciso, giovinotto? Ci fu un tempo, in cui con la mia buona lama affilata li avrei fatti saltare: ora son vecchio, e questi strazi mi finiscono. Chi siete voi? I miei occhi non sono dei migliori: ve le dirò subito.
KENT
Se la fortuna si vanta di due uomini, che essa ha amato e odiato, noi vediamo l’un d’essi.
LEAR
Questa mia vista s’è offuscata…. Voi non siete Kent?
KENT
Lui stesso; il vostro servo Kent. Il vostro servo Caio dov’è?
LEAR
Egli è un bravi giovinotto, posso assicurarvelo; sa menar le mani, e presto anche. È morto e putrefatto.
KENT
No, mio buon signore; io sono propio quell’uomo….
LEAR
Lo vedrò subito.
KENT
... che fin dal principio del vostro cambiamento di fortuna, e delle vostre sventure, ha seguito sempre i vostri passi dolorosi.
LEAR
Voi siete il benvenuto qui.
KENT
Né io, né alcun altro lo sarebbe. Tutto qui, è tristezza, tenebra, e morte: le vostre figlie maggiori si sono distrutte da loro stesse, e sono morte disperate.
LEAR
Sì, lo credo.
ALBANIA
Egli non sa quello che dice, ed è vano crecare di farsi ricnoscere da lui.
EDGARDO
È proprio inutile.
(Entra un Ufficiale.)
UFFICIALE
Edmondo è morto, mio signore.
ALBANIA
È una cosa da nulla in questo momento. – Signori e nobili amici, spapiate ora i nostri intendimenti. Ogni conforto che possa venire a questa grande sciagura, sarà ad essa prodigato: quanto a noi finché duri la vita di questa veneranda Maestà, intendiamo di rassegnare nelle sue mani il nostro potere assoluto. – [A Edgardo e a Kent] Voi sarete reintegrati nei vostri dirittu, con una giunta, e con quel titolo che le vostre onorevoli persone hanno più che meritato. Tutti i nostri amici gusteranno le ricompense della loro virtù e tutti i nemici beveranno alla coppa della loro retribuzione. – Oh! guardate, guardate!
LEAR
E la mia povera sciocchina l’hanno impiccata! No, no, non più vita! Perché un cane, un cavallo, un topo, debbono aver vita, e tu neanche un soffio? Tu non ritornerai più, mai, mai, mai, mai, mai! – Vi prego, sbottonatemi qui; grazie, signore. Vedete questo?.... Guardatela, guardate, le sue labbra, guardate lì, guardate lì!
([Muore.)
EDGARDO
Egli si spegne! Signor mio! signor mio!...
KENT
Spezzati, o mio, cuore, deh, spezzati!
EDGARDO
Signor mio, aprite gli occhi.
KENT
Non affliggete il suo spirito: oh, lasciate ch’egli muoia in pace! Sarebbe odiarlo, il volerlo disteso più a lunfo sulla ruota di tortura di questo duro mondo.
EDGARDO
È proprio morto!
KENT
È un miracolo, che abbia resistito così lungamente: egli usurpava la sua vita.
ALBANIA
Portateli via di qui. Nostro pensier, in questo momento, è il lutto generale. [A Kent, e Edgardo] Amici del mio cuore, prendete voi due il governo di questo regno, e sorreggete lo Stato ferito a sangue.
KENT
Io, signore, debbo mettermi in viaggio! Il mio signore mi chiama, non posso dirgli di no.
EDGARDO
Noi dobbiamo rassegnarci al peso di questi tristi tempi, e dire quello che sentiamo, non quello che dovremmo. Il più vecchio è quegli che ha sopportato di più; noi, che siamo giovani, non vedremo altrettanto, né vivremo così a lungo.
([Escono al suono d’una marcia funebre.)