Pietro Aretino

L’Orazia

Cremante, Renzo (ed.), Teatro del Cinquecento, vol. 1 Tragedia . Milano-Napoli: Riccardo Ricciardi Editore, 1988, pp. 577-727.

Joan Oleza Simó (Investigador principal) Semplice, Silvia (Editor)

Italiano · Verso · 2968 versos

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Tiempo histórico
Antigüedad clásica

A PAOLO TERZO GRAN VICARIO DI CRISTO

Per convenirsi (in quanto a l’essere e cosa di Dio e mirabile uomo) tutta la terrestre laude, tutto il mondano onore e tutta l’umana gloria a l’ottima massima di voi Beatitudine (da che non posso glorificare, onorare e laudar quella se non con l’affetto che in sé tengano i parti che mi procrea ne lo ingegno la Natura che me lo diede), ecco che io, ne l’atto de lo intitolarle, conl’umiltà de la riverenzia con cui le bascio il piè, la presente opera, la laudo, la onoro e la glorifico quasi Nume glorificato, onorato e laudato da le menti, da i cori e da gli spiriti de le più divote creature del mondo. Di Vinezia il primo di Settembre MDXLVI. Inutil servo Pietro Aretino

GLI INTRODOTTI NE L’ISTORIA

[LA FAMA]
PUBLIO padre de gli Orazii
SPURIO amico di Publio
MARCO VALER[IO] feciale sacerdote
CELIA di Publio figliuola
NUTRICE di Celia
ANCILLA SUA
[TITO TAZIO]
SERVO
DUE PERSONE a caso
ORAZIO vincitore
POPOLO Romano
DUUMVIRI in magistrato
LITTORE
VOCE udita in aria
CORO DI VIRTÙ per intermedii

LA FAMA PARLA

Ilustri spettatori, 1
Io non son ombra uscita 2
Di grembo in l’altra vita 3
A gli infernali orrori, 4
Né spirito beato 5
De i sacri Elisi campi, 6
Né anima d’onor santificato 7
Tra i sommi Dei, cinta di chiari lampi. 8
Non son lor, ma la Fama, 9
Fiato eterno del nome de i mortali; 10
Però me cerca e brama 11
Qualunque sempre vòle 12
Viver nel corpo de le mie parole. 13
Ch’io sia lei, sol con l’ali 14
Che in su gli omeri regno 15
E con queste duo trombe, 16
Il cui suono anche in ciel par che rimbombe, 17
A farne fede vegno. 18
Saper dovete intanto 19
Ch’ecco là Roma, dove 20
Or abito, poi ch’ella 21
È grande più che mai, più che mai bella; 22
E sì fatta in mercede 23
Del suo terreno Giove: 24
Di PAOL terzo parlo, 25
Ch’oltra il tenerlo il mondo 26
Sostegno de la fede, 27
Li par poco il chiamarlo 28
Tra le fedeli squadre 29
Beatissimo padre 30
E pontifice santo, 31
Non che Nostro Signore; 32
Perché tale può dirsi 33
Ciascun che nel vestirsi 34
Il mirabile manto 35
Li è stato primo e li sarà secondo. 36
Onde lo intitol’io, 37
Col testimone fido 38
Di sempiterno grido, 39
De i Papi Papa e de i Pastor Pastore. 40
Egli è sì amico a Dio 41
Che lo lascia dar legge 42
A la instabil Fortuna, 43
Tal che felicità sotto la luna 44
Non avien che più s’oda 45
Che in sorte sua l’almo Farnesio gregge 46
Fatalmente non goda. 47
E perché nulla manchi 48
Ne i dì canuti e bianchi 49
A la di lui ventura, 50
La prodiga in suo pro madre Natura, 51
Nel bramar un figliuolo de la figlia 52
Di CESARE al nipote, 53
Duo glie ne diè in un parto. 54
Or per più grado suo, per più suo merto, 55
Fa forza al tempo e lo ritorna indietro, 56
Perch’ei varchi d’assai gli anni di Pietro: 57
Ma non è maraviglia, 58
Poi che ha dal ciel l’esser felice in dote. 59
Io già dal ver non parto, 60
Né caso narro incerto, 61
Da che l’età più cara 62
In renderli il vigor fa seco a gara. 63
Però con l’intelletto, 64
Di più che umana providenza obbietto, 65
Antivede ogni fine, 66
Tal che gli accrescimenti e le ruine 67
Tanto tolgano il seggio e danlo altrui, 68
Quanto che aggrada a la virtù di lui. 69
Or materia cangiando, 70
Piaccia a la vostra grazia 71
Non pur di farvi attenti 72
Nel muto del silenzio, 73
Mentre in note or di mèle ora d’assenzio 74
Strani e fieri accidenti 75
Vi esprimerà l’Orazia, 76
Ma il tutto tra voi 77
Considerate, e poi 78
Giusta sentenza dando 79
Circa lo stil di sì preclara istoria: 80
Acciò chiaro s’intenda 81
Se più mertano in sé lode di gloria 82
De la Natura i discepoli, overo 83
Gli scolari de l’arte. 84
In cotal mezo è di dover che prenda 85
Ciascuna penna mia l’aureo suo volo; 86
E in ogni esterna parte 87
Di qualunche emispero 88
Sotto noto si allarga e ignoto polo, 89
Lieta divulghi come 90
È l’alto Pierluigi in questa etade 91
Principe veramente 92
Di bona volontade: 93
Onde Iddio vòl che in pace, 94
Con approvato nome 95
Di sincero e clemente, 96
Regni quanto li piace. 97
È mio debito ancor caro et onesto 98
Che d’Alessandro et Ottavio ragioni 99
Con risonante voce 100
Di dorati sermoni: 101
Poscia che quel con la di CRISTO croce, 102
E con la verga de la Chiesa questo, 103
Son mossi contra il furor manifesto 104
De i popoli infelici, 105
Di sé stessi e di Dio ebri inimici. 106
Tosto che l’aere con le piume fendo, 107
Empirò l’universo, 108
Non pur i lidi da l’Atlante al Perso, 109
De l’esser il gran Cosmo inclito Duca 110
Angelo a i buoni, a i rei giusto e tremendo. 111
Poscia sin dove la terra confina 112
Col mondo altrui, vo’ che splenda e riluca 113
Il tre e quattro volte ampio er immenso, 114
Magnanimo e Cristiano Ercole Estense. 115
Ei che il cor nutre di bontà divina, 116
Con laude infinita, 117
Fatta ha don de la vita 118
A chi d’iniqua sorte 119
Li avea tese le insidie de la morte. 120
Ma o ch’io più me stessa non sarei 121
O che d’esser chi sono obliarei 122
Se, dove stassi il clima freddo e il caldo, 123
Non ispargessi le virtuti sole 124
Del solo Guidobaldo. 125
Ei regge e move l’armigere scole 126
Del Veneto poter, sì d’error vòto 127
Ch’è ne la sicurezza e nel periglio 128
Perpetua sede d’eterno consiglio. 129
Ho ne la lingua scritto 130
Il Gonzaga Ferrante, 131
Del senno e del valor termine immoto; 132
Onde non formo ditto 133
Che non lochi il suo onor vicino a quelle 134
Aventurose stelle, 135
Anzi di Dio lucerne sacrosante 136
Che han la protezion di Carlo Quinto, 137
La cui eccelsa maestade inchino, 138
Pigliando qualità da l’uom divino. 139
E perchè gli altri han vinto 140
Gli uomini e il Re Francesco ha domo il fato, 141
Sempre fia celebrato 142
E ne i fori e ne i tempi 143
Da tutte le mie lingue, in tutti i tempi. 144
Ma perché del parlare io mi alimento, 145
Per dir de i sopra detti, ove mi sia, 146
Nel venir oltre Publio a passo lento, 147
Ecco ch’io volo via, 148
Con sommo onor del conte Pier Maria. 149

ATTO PRIMO

PUBLIO
Poi che l’arbitrio e l’ordine de i fati, 150
Oltre l’ansia e la invidia de lo impero, 151
Move Alba e Roma al grave orror de l’armi, 152
Confusa lode et istrana memoria 153
Si acquista il pronto consiglio di Mezio, 154
Re de i nostri aversari e Dittatore, 155
Come anco il presto conchiuder di Tullo, 156
Dittatore di noi e Re diletto. 157
Poi che l’uno, trovato un breve modo 158
Da terminar la così lunga lite, 159
Ha fatto sì che l’altro si contenta 160
Del preposto partito in diffinirla. 161
Onde avien che tre giovani discesi 162
De l’aurea stirpe di Romolo Divo, 163
Et altretanti egregiamente usciti 164
De l’almo ceppo di Lavinio sacro, 165
Di età conformi e di valore uguali, 166
Debbono pur recar la patria propria 167
Al caso incerto di quella fortuna 168
Che l’animo et il ferro in un conversi 169
Procacciarle saprà con mano invitta. 170
SPURIO
Spirito de l’altrui bello intelletto 171
Veramente può dirsi un buon giudizio 172
Che nel discorso de gli strani eventi 173
Non si lascia ingannar da l’apparenza, 174
Falsa certezza de i progressi loro; 175
Benché l’antiveder di ciò che segue 176
Dono è di Dio: la bontà sua lo porge 177
A chi li pare, a chi si dee tra noi. 178
Io parlo ciò, o amato Publio, amato 179
Da me qual ama sé chi sé stesso ama, 180
Ciò parlo io perché il destino e il regno, 181
L’un con le forti potestà prefisse, 182
L’altro con le superbe ansie del sceptro, 183
Spingan la volontà d’Alba e di Roma 184
A rivolger la pace in guerra dura, 185
Come il saggio cor tuo disse di sopra. 186
D’ambi è la colpa e non del rozo et aspro 187
Rustico stuol che depredò le ville 188
De le predette alte città soprane: 189
Tal che le tolte e non rendute cose 190
Fanno a la plebe creder che si rompa 191
La confederazion tra gente e gente. 192
Ma perché, o umana brama ingorda 193
Di soggiogare altrui, tanto t’infiammi? 194
E perché, stelle, imporre ad altri un fine 195
Che a schifarlo nessun trova principio? 196
PUBLIO
Né cupidigia d’uom, né ardir di stella 197
Può ciglio alzar, dove pon mente Iddio: 198
La cui pietade larga, alta e profonda, 199
Promosso il tutto a cedere a quel cenno 200
Del quale trema pur la terra e il cielo, 201
Farà che Roma, già discesa d’Alba, 202
Seggio di monarchia cercando altrove, 203
In comune union colleghi insieme 204
I Romani e gli Albani, avi e nipoti, 205
Tal che in amor la inimistà conversa 206
Noi sarem loro et essi noi saranno. 207
Ringrazio intanto quel patrizio Nume, 208
Quella patricia Deità ringrazio 209
Che permesso ha che l’uno e l’altro Rege 210
Elegga sol, tra il gran numero illustre 211
Di duo incliti popoli a la pugna, 212
Dal di noi lato i figli miei graditi 213
E dal lor canto, co i fratelli appresso, 214
Il genero di me: che Giove prego 215
Che vivo mi profondi ne gli abissi 216
Quando pur sia che del mio seme i germi 217
Per via men che d’onor salvin sé stessi 218
O in parte alcuna lor virtute manchi 219
A l’alta oppenion di Roma tutta. 220
E così d’esser suto padre a tali 221
Proverbiato non sarò da i vinti, 222
Né a dito mostraranmi i vincitori. 223
Ma torna l’augurio empio del dirlo 224
In propizio favor d’averlo detto, 225
Sì mi par che al cor mio giuri il suo spirto 226
Che forse adesso de gli Orazii il telo 227
Va rompendo la fede e il sacramento 228
Del matrimonio non consunto ancora 229
Tra il cognato infelice e la sorella; 230
E i Curiazii in cotal mentre armati 231
Cangiano il fausto de le altere nozze 232
In oscura funebre orrida pompa. 233
Ma l’uom ch’io veggo in sacre bende cinto 234
E di religioso abito adorno, 235
Grave nel moto e grato nel sembiante, 236
Mi sembra il buon Valerio: o Marco salve, 237
Salve perch’anco a me salute apporti, 238
O ne lo effetto, o ver ne la speranza. 239
MARCO VALERIO
Publio, se mai gir dispensando i poli 240
Le grazie lor sopra nazion terrestre, 241
I Romani son quelli; e se nel mondo 242
Animo interi e di valor composti 243
Denno ottener la vincitrice palma, 244
Prescritto è ciò de la tua prole in gloria. 245
Perché la sorte ha di noi cura innata, 246
La sorte, ch’una mente errante e fissa 247
È de i superni influssi ottimi e rei: 248
La qual ciò che vuol pò e vòl sempre ella 249
Ciò che la lor contrarietà possente 250
Le fa voler. Però quel ben, quel male 251
Che sopra sta a gli uomini diversi 252
Quando trattan la somma di quei gesti 253
Che pareggiano i nostri d’eccellenza, 254
Seguir bisogna, come seguiàn noi 255
Ora che l’amicabile fortuna 256
Piglia l’occasione atta a gradirne 257
Con il braccio de i segni protettori 258
Del regno che pervienci e che daranne 259
La virtù de i tuoi figli. or queta il core, 260
Per ben che qualche turbido accidente 261
Ardisse di adombrartelo co i casi 262
Che a la felicità sceman la gioia. 263
E perché in la vittoria è posto il tutto, 264
Come aperto si vede e si comprende, 265
Ella patria ti fia, ella figliuoli, 266
Ella beatitudine, ella vita, 267
Libertà ella; sì che segua ormai 268
Ciò che in tal atto ormai seguitar debbe. 269
Che poi che non traligna in modo alcuno 270
L’altezza del tuo animo constante 271
Dal legitimo alter Roman valore; 272
E che pur la fortalezza, ch’è scienza 273
De le cose ch’ardir porgano e tema, 274
Il cor non ti rivolge a pensier vile, 275
Né a temerità vana insolente, 276
Di magnanimo e forte il privilegio 277
Tosto avrai, tosto ti sarà concesso. 278
Che spargendo la Fama in ogni lido 279
La di te virtù alta, è di mestiero 280
Che si registri in tutti gli emisperi. 281
PUBLIO
Io, che il vorrei, nel tuo parlar lo scorgo, 282
Ne l’alma il sento e ne la mente il noto. 283
Belché, se lice a me saperlo, dimmi: 284
Che sasso è quel? che strumenti son questi? 285
E perché la gramigna e la verbena? 286
A che fin vesti il feciale ammanto 287
E del gran sacerdozio il grado osservi? 288
MARCO VALERIO
La causa che i Romani e che gli Albani, 289
Di sangue e d’odio egualmente congiunti, 290
Con triplice certame agitar denno, 291
È cagion de le cose che in me scorgi; 292
Ma perché a te doppia ragion richiede 293
Nel publico interesse che ti preme, 294
Sì per amor de la nativa patria 295
Che sicura in sé sola e dubiia stassi, 296
Sì per lo affetto del tuo proprio sangue 297
Che a mortal rischio in pro di tutti esponsi, 298
Onde ti è debitor d’obligo ogniuno, 299
La tua risposta sodisfò con dirti 300
Che subito che i Re ebber concluso 301
Il combatter di questi e quei fratelli 302
Con l’arme usate in l’uno e in l’altro campo, 303
A ciò l’imperio libero e sicuro 304
In sempiterno si rimanga dove 305
Il ceilo, i Dei, la sorte e la virtude 306
A i vincitor destinano il trionfo, 307
Le maestadi loro unitamente 308
E del tempo e del luego convenute, 309
Senza punto alterar patto né forma, 310
Replicaro a gran voce intra le schiere 311
Le qualità del nuovo appuntamento: 312
Confermando che quel popolo, quello 313
Che inferior si ritrova al contrasto, 314
Ubidisca al vincente tuttavia. 315
Per la qual cosa fu mestier ch’io fussi 316
Creato in sacerdote feciale, 317
Con autorità di protestare 318
Pace e guerra; e così, l’abito preso, 319
Con modesta sembianza mi rivolsi 320
Riverente al Re nostro, a lui dicendo: 321
Mi fai tu nunzio tuo? vuoi tu ch’io faccia 322
Lega solenne con patrato padre 323
Qui de gli Albani? Se ciò, Re, tu vuoi, 324
L’erba pura mi da’. Consentendo egli, 325
Con real gesto la gramigna diemmi, 326
Colta nel poggio de la nobil Rocca 327
Alor che Cinzia rilucea ritonda. 328
Io, tocco presto il capo et i capegli 329
Di Fisio pio con la verbena sacra, 330
Il procreai di noi padre patrato: 331
A ciò che il giuramento senza frode 332
La confederazion servasse illesa 333
Senza dubbio verun de gli aversari. 334
Poscia con cerimonie sacrosante 335
Lette le condizioni de l’accordo, 336
E con lungo proemio e gran silenzio 337
Registrate in le tavole presenti, 338
Dissi con gli occhi in verso il cielo fissi: 339
O tu che parti le fatiche eterne 340
De la luna e del sole, e il chiaro e il fosco 341
Porgi a le meste notti e a i lieti giorni, 342
Fattor de gli astri larghi e de gli avari, 343
Che ne le empiree loggie affigi il trono 344
Del volubil collegio de i pianeti, 345
Le stagion volgi e tempri gli elementi, 346
Né spunta frutto o fior da verde ramo 347
Che la di te ministra alma Natura 348
Da la tua volontà non l’abbia in grazia, 349
In somma alta cagion d’ogni cagione, 350
In questo istesso dì rompi e ferisci 351
Visibilmente e senza pietà alcuna 352
Il popolo Roma, caso ch’ei sia 353
Per publico consiglio a mancar primo 354
A le convenzioni intese e fatte 355
Con decreto real, con mente intera. 356
E tanto più il romperlo e il ferirlo 357
In sé tenga di giusta violenza, 358
Quanto maggior sei di possanza, Giove, 359
Ch’io già non sono. E così detto, alzato 360
Il braccio in sù e declinatol poi 361
Con furia in giuso, del cenghial la testa 362
Ferii, con questa selice tagliente. 363
Gli Albani, fatto co i lor sacerdoti 364
E col Dittator lor quel che in lor legge 365
Costuman fare in tòrre e in dar la fede, 366
La fede sacra de gli umani petti, 367
Ben santissimo e sol che nol corrompe, 368
Che non lo astringe in nessun tempo mai 369
Premio o necessitade, ora fornito 370
Tra loro il tutto e ciascun fiero stuolo 371
A i suoi luoghi ritratto e in gesto altero 372
Cerchio facendo a i combattenti degni: 373
Perché li parve, commandommi Tullo 374
Che a i Padri in nome suo io presentassi 375
L’acuta pietra, i reveriti cespi 376
E i riquadrati spazii in cui si legge 377
Ciò ch’essi leggeranvi, risolvendo 378
Con grato affetto di religione 379
In qual tempio, a qual Dio, sopra qual ara, 380
Con nuova foggia di solennitade, 381
Si debban dedicar gemme sì care; 382
Sì che andrommene a lor nel commun foro 383
Con sollecito piè, con passo pronto. 384
PUBLIO
Difficile ti fia certo il trovargli, 385
Se a gli Dei sculti non gli trovi innanzi 386
Divottissimamente suplicanti; 387
Che non prima l’accordo publicossi 388
Ch’ivi si trasferirno, ivi si uniro, 389
E tenero et umile insieme seco 390
Il preclaro drappel de i cittadini, 391
De le donzelle pie l’alta caterva, 392
De le leggi i ministri e de gli ufficci, 393
Il numero infinito de i plebei, 394
Ogni studio et ogni arte deponendo 395
Per impetrar pace e mercé dal cielo. 396
Tal ch’esercizio alcun non pone in opra 397
La industria manual, né s’ode fabro 398
Che martel risonar faccia in la incude; 399
Et io co i prieghi ho commandato in casa 400
Non pure a i servi, a i liberti, a l’ancille, 401
Che faccian ciò che fa ciascuno in Roma, 402
Ma l’ho imposto a la mia figlia ancora. 403
Il valore de l’asta e de la spada 404
E ’l timore de i riti e de le pene 405
Non tiene in alto le cittadi magne, 406
Come la riverenza e l’osservanza 407
De la religione e de gli Iddii. 408
Egli è così come tu dici e sempre 409
Così sarà, che così fu d’ogni ora. 410
Però da parte il lascio e perdon chieggo 411
A la degnità tua pietosa tanto, 412
Che più tosto ha voluto compiacere 413
A l’interrogar lungo ch’io ti ho fatto, 414
Con lo indugiar l’opra che il Re t’impose, 415
Ch’apprestarti a fornir sì gran servigio. 416
L’avertir me del dove certo e tosco 417
La reale de i Padri maiestade, 418
Da le turbe divisa e in sé raccolta, 419
Ritrovarò, dono mi par sì grato 420
Che in ricompensa di tal cosa il prendo 421
Quando altro merto in te non fusse, o Publio. 422
Or ambi meco venitene, amici. 423
PUBLIO
Così facciam: tanto ci piace il farlo. 424
CELIA
Ch’io arda incensi e ch’io accenda lumi 425
E che rose, viole e gigli sparga, 426
Spiegando veli candidi e sottili 427
Sopra gli altari, in qual mi aggrada tempio, 428
E che la mia innocenzia si dimostri 429
Di sacerdote in guisa e sembri un d’essi, 430
Vòle il genitor mio saggio e prestante: 431
Aciò che il ciel si mova a far regina 432
Roma d’Alba, che onor seco pretende. 433
NUTRICE
Non vi par che ’l degno uom, del qual voi sete 434
Spirto, sangue, vigor, carne, ossa e pelle, 435
V’abbia con amor dolce imposto cosa 436
Cara et onesta? 437
CELIA
Non che ciò non parmi,
Che onesta cosa e cara stata fora 438
Che procreata non mi avesse in terra; 439
O che nataci, il fil tronco si fusse 440
De lo stame vital sul far del nodo. 441
Onde il mio spiritel prima averebbe 442
Visto il cielo che il mondo e Iddio che l’uomo; 443
E così non sarei la più dolente, 444
La più infelice isventurata donna 445
Che persegua tra noi stella maligna, 446
Pianeta iniquo e dispietato influsso. 447
NUTRICE
Celia, a me figlia per il dato latte, 448
Ma per grado madonna, io sì vi dico 449
Che il saggio padre vostro ora volendo 450
A gli Dei farvi supplicare in guisa 451
Che supplica et in publico e in privato 452
Ogni ordine, ogni etade et ogni sesso, 453
Cossa v’impine che più tosto merta 454
Letizia e riso che dolore e pianto. 455
CELIA
Madre, qualunque in Roma è creatura, 456
Perdendosi l’impresa altro non perde 457
Che la sua libertade, ch’è tal volta 458
(Benché misera sia la servitute) 459
Di miglior condizion che il mantenerla. 460
Avenga che chi libero ci nasce 461
Bisogna ch’ubidisca a la superbia, 462
Vizio aborrito son da i suoi seguaci; 463
E chi suggetto ad altri entra in le fasce, 464
Gli è l’umiltade ubidiente ancella, 465
Virtute a cui ogni virtù s’inchina. 466
Oltra ciò più si loda chi ben serve 467
Che chi ritrosamente signoreggia. 468
Ma io, io se Roma vince, perdo 469
Il marito dolcissimo e i cognati; 470
E vincendo Alba, qual vincer potria, 471
Oltre il dominio de la libertade, 472
De i fratelli privata mi rimango. 473
Or chi provò giamai fortuna iniqua, 474
Che la sorte mia dura in parte aguagli? 475
Perché, lassa, non nacqui maschio anch’io? 476
Ch’ora de i prodi Orazii uno sarei, 477
O che ’l soperchio numero de i quattro 478
A la somma de i tre sendo dispari, 479
In altri riducea la elezione, 480
Onde non languirei, come languisco. 481
Ma da che ci son pur femina nata 482
(Quasi povero fusse l’universo 483
D’ogni altro essempio di calamitade), 484
La natura devea, deveva darmi, 485
In cambio vago de le treccie d’oro, 486
De le labbra, de i denti, de le ciglia 487
E d’ebeno e di perle e di rubini, 488
La sembianza d’un mostro spaventoso. 489
E così la beltà, la beltà frale, 490
Per lusinghe d’amar non averia 491
Constretto Curiazio a tormi in moglie: 492
Tal che fuora sarei di tanto affanno. 493
NUTRICE
Poi che in l’aversitadi si diventa 494
Prudente e saggia, imparate ora voi, 495
Dotta d’ingegno, a essere in voi stessa 496
Saggia e prudente: che di tempre tali 497
Tenuta è la persona che in un tempo 498
Sodisfà et al cielo et a la terra. 499
Che a la terra et al ciel sodisfarete 500
Caso che la viril prudenza usiate 501
In frangente sì strano: la prudenza, 502
Grandissima virtù tra le virtuti 503
Che d’eroico titolo son degne. 504
CELIA
Saputa mia Nutrice, ottima donna, 505
Io più quella non sono, io non mi sento 506
Più in me stessa; e vi prometto e giuro 507
Che, mentre eglino fan mortal battaglia, 508
Anco in me la propria anima contende 509
Co i suoi spirti medesmi e il cor pronto 510
Seco stesso a combatter si rivolge. 511
La mente è il campo lor, l’armi i pensieri, 512
Che sì cari parenti han per obietto. 513
NUTRICE
Per averci la provida Natura 514
D’una sola materia generati 515
E a un sol fin, tutti congiunti siamo. 516
Onde ciascun che mor pianger dovremmo, 517
Quasi che uscisser del sangue ch’uscimmo. 518
Certo ch’anima e spirto e cor mi sono 519
Gli Orazii illustri e i Curiazii soli; 520
Ma e vita e salute e membra e senso 521
E senso e membra e salute e vita emmi 522
Lo sposo mio, il mio sposo diletto, 523
Lo sposo ch’io adoro; e s’egli more, 524
Anch’io morommi, e viverò s’ei vive. 525
Fragilità vie più che feminile 526
È il dolersi de i sinistri ch’anco 527
Non precedano a noi contra co i mali. 528
Ma quando pur l’orribel fortuito 529
Ocorresse a lui solo, è da quetarsi, 530
Perch’uscir del sepolcro è il gir sotterra 531
Per cagion laudabile e famosa. 532
Oltre che chi ben mor, felice scampa 533
Del mal vivere il facile periglio. 534
CELIA
In massa tenerissima mi trovo 535
Et in vivace imago essere impressa, 536
Non in terso diamante o in diaspro 537
In forma d’alma Dea vaga scolpita: 538
Però virtù non è che possa tòrre 539
Le sue giuridizioni al mio dolore. 540
Benché non penso che sia mai di carne 541
Colui che ne i guai suoi non si risente; 542
E chi mostra di fuor sereno il ciglio 543
Quando assalito è da le aversitadi, 544
A sé medesmo adula e sé schernisce 545
Con la miseria de la sorte mala: 546
Onde il cor, che ha di ciò vergogna extrema, 547
Non ardisce apparir suso in la fronte. 548
NUTRICE
Se voi poteste temperar la doglia, 549
Come sapete esprimerla e sentirla, 550
Il consiglio di me fora soperchio. 551
CELIA
Il più certo e il miglior ch’altri abbia amico 552
È il cor del suo petto: ei che non finge, 553
Ei che non si compiace, ei che non mente, 554
Senza rispetto alcun rivela il tutto. 555
Ond’io che osservo il mio che mi fa fede 556
Del futuro cordolio, aggiungo tema 557
A la paura del presente orrore. 558
Imperoché una desta visione 559
E non istrano adormentato sogno 560
Mi ha colmo di terror sul far del die. 561
NUTRICE
Le visioni e i sogni son tutt’uno, 562
Che non gli varia in la menzogna il nome. 563
E queste e quelli la dieta e il cibo 564
Creano ne la mente di chi dorme, 565
Onde si rapresentan cose a noi 566
Che mai non si pensaro, e chi lor crede 567
È vano come loro; sì che, o Celia, 568
In cambio del turbarvi, consolate 569
Voi medesima in ciò e stia pur sempre 570
L’aversità che intervenir potrebbe 571
Ne i fantasmi de i sogni sì bugiardi: 572
Che quel vero che dicano di rado 573
Va mentendo a sé stesso, e le chimere 574
Di quella che chiamate visione 575
Son degne di ridicolo dispregio. 576
CELIA
Foste voi la Sibilla e sì mentisse 577
Il profetar del pronostico atroce, 578
Che volendolo udir, forse il terrete 579
Quel ch’io lo tengo. 580
NUTRICE
Or sù, dite, che ascolto.
CELIA
Oimè, che con questi occhi aperti e chiusi, 581
Con questi chiusi et aperti occhi a l’alba 582
Vidi qual veggo voi, io vidi chiaro, 583
Col senso non corrotto da quel sonno 584
Che in sé e di sé fuor mostra colui 585
Il qual si frega i cigli e sbadigliando 586
Torce il guardo abbagliato e l’aere mira; 587
Né sì tosto lo scorge che ritorna 588
A riserrar le luci che sicure 589
Riapre al fine e ciò che vòl discerne. 590
Io, con la vista d’ogni velo scarca, 591
Vidi nel suol de i nostri tetti altieri 592
Tre faci accese di fulgenti lumi; 593
Ma quella che sedea tra l’altre in mezo 594
D’eterno fuoco ne la guisa ardea 595
Che ardon le lampe a i simulacri intorno. 596
E standosi così, ecco a l’incontro 597
Tre rabbiosi apparir venti condensi, 598
Con volto orrido e nero e con le chiome 599
Dinanzi al fronte scompigliate et aspre, 600
Pregne di sdegno, di fortezza e d’ira: 601
Da le cui bocche perigliose usciva 602
Stridente orror di foribondo suono. 603
E mentre lo spettacolo tremendo 604
Tira a sé gli occhi di turbe non poche, 605
Ecco che un soffio del lor fiato ispegne 606
Due di quelle mirabili lucerne, 607
Che ne la sommità del nostro albergo 608
Ale faceano al torchio risplendente: 609
Che indietro ritirato, quasi ch’egli 610
Fuggisse in sé le rapide tempeste 611
Come avesser di spegnerlo valore. 612
Poi rivoltate le sicure fiamme 613
Inverso l’inimiche atre sembianze, 614
Col vampo de lo incendio isfavillante 615
Due n’estinse et in cenere converse, 616
E poco dopo fe’ sparir la terza, 617
Come l’altre spariro. E perché io 618
Me ne dolea, quasi che a me toccasse, 619
Mi saettò d’una scintilla amara 620
Che m’arde sì che consumarmi sento 621
Non altrimenti ch’io ne fussi accesa 622
E da dover ne ardessi; e già converte 623
In fumo e in vento il mio spirto e me stessa. 624
NUTRICE
L’altrui tragedie, come voi sapete 625
Per esser meco in le scienze istrutta, 626
Ancor che siano de l’istorie fole, 627
Non ardirebber ne le scene loro 628
Una imaginazion tener per certa, 629
Se avesser bene in ciò per testimoni 630
Quanti oracoli i Dei tengano in terra, 631
Non che tutti i prodigi et i portenti. 632
Ma voi in voi medesima accertate 633
Cosa che forse fia com’io vorrei 634
E qual voi meritate; sì che, figlia, 635
Mutate un poco oppenion, di grazia, 636
Però che a la divina providenza 637
Non manca modo di trovare un mezzo 638
Che, l’onor salvo de le due nazioni, 639
Ambe le parti in sé restin concordi. 640
Chi sa che Giove, ch’è somma bontade, 641
Somma union, misericordia somma, 642
Tra Roma et Alba non iscelga un fine 643
In cui la lite lor termine in bene: 644
Onde poi Curiazio sposo vostro 645
Vi riprenda di quel ch’io non vi lodo. 646
CELIA
Il tutto sta che ciò mi convertisse, 647
Tosto ch’io pongo dentro al tempio il piede, 648
In vittima o in ostia, consacrando 649
Questo sì tristo e tormentato corpo 650
A la infelicità del suo martirio. 651
NUTRICE
Da che peccate in sì perverso umore, 652
Essendo spezie di felicitade 653
Il saper altri ciò ch’è di mistiero 654
Ne le disgrazie sue, cercate dunque, 655
Che il modo vi darà di ritrovarlo 656
La pazienza: che virtute alcuna 657
In l’uom non è che in degnità l’aguagli; 658
Né miracol si tenga, però ch’ella 659
D’Iddio è invenzione, Iddio trovolla 660
Perché la cieca e vil disperazione 661
Insieme con la sorte che la guida, 662
De la imprudenzia sua si vergognasse. 663
CELIA
Ecco il tempio u’ gir soglio: Ancilla, u’ sono 664
Le bianche cere e i preziosi incensi, 665
Con l’altre cose che dianzi ti diede? 666
ANCILLA
Il tutto è in questo bel vago canestro. 667
CELIA
Entriam dentro, Nutrice, dentro entriamo, 668
Né si resti di far quanto si dee: 669
Faccia Iddio poi. 670
NUTRICE
Così, Celia, si parla.

CORO DI VIRTÙ

Noi virtuti siam molte, 671
A varie opre rivolte, 672
Tal che in diversi modi 673
Convien ch’altri ci pregi e che ci lodi. 674
Parte a sé Dio ne toglie 675
Senza torle a sé stesso, 676
E ’n chi più degno n’è le infonde spesso 677
Con graziose voglie. 678
L’intelletto ne crea, 679
La lingua ne produce, 680
Ma la fortuna è duce 681
A quelle di cui l’animo si bea, 682
Però che in alti effetti 683
Esprimano il valor de i lor concetti. 684
Onde il buon Publio, amando 685
La patria libertade, 686
Real virtù de la sua gran bontade 687
Ha dimostro parlando. 688
Spuio giudizio grave 689
In ascoltarlo ha discoperto; e Marco 690
Ne le racconte cose 691
Che a i duo erano ascose, 692
De la religion di cui tien carco 693
Testimone fatto have. 694
Taciam di Celia, d’ogni speme fore, 695
E lodando il consiglio in la Nutrice, 696
Con ventuoso amore 697
Fine atendiam felice. 698

ATTO SECONDO

PUBLIO
Sogliano si può dir tutti i mortali 699
Rivolgersi a gli Iddii con voti e preghi 700
Alor che la speranza gli abbandona. 701
Ma i Romani, quanto più son presso 702
A conseguire i desideri loro, 703
Tanto più verso il ciel corron ferventi. 704
Però la moltitudine infinita 705
Di noi divoti, intorno a i sacri altari, 706
Con le ginocchia de l’anima umili 707
E con quelle del corpo in terra fisse, 708
Altro non fa che chiederle con fede 709
Quello che pur siam certi d’ottenere. 710
SPURIO
È la religion scala per cui 711
Il mondo ascende al cielo; onde il Motore 712
Immutabile, immenso, omnipotente, 713
Prospera i buoni perversando i rei. 714
Ma chi conosce Iddio sol ne i travagli, 715
Da lui non è compreso in alcun tempo. 716
Ringraziamolo adunque, da che noi, 717
In cosa dritta o tòrta che ci avenga, 718
Non restiam di ricorrere a i suoi piedi. 719
E di chi vien che il lauro e che l’olivo, 720
Ambi duo consumati, arridi tronchi, 721
Hanno fuora spuntato e frondi e fiori. 722
Dico l’olivo e il lauro, arbori eletti, 723
Che in segno di pace e di vittoria 724
Piantò di mano sua Romolo giusto 725
Appresso al tempio di Giove Statore 726
E a lato a quel del Feretrio tonante, 727
Alor che il Re de i Ceninensi uccise 728
E quando in carità l’odio protervo 729
Convertì de i Sabini infuriati. 730
Onde gloria e concordia ne indovina 731
Il miracol sì grande, rapportato 732
Da la ministra de la Dea Vesta 733
A i Padri ch’anco non sanno ove porre 734
Le cose che Valerio offerse loro: 735
Benché le impenderan dove le spoglie 736
De i Curiazii soggiogati e vinti 737
Appenderansi in ricordanza eterna. 738
Perché, sopo il poter de i sommi Dei, 739
Di consenso fatal l’inclita Roma 740
Debbe esser di fortezza e di potenza 741
Superiore a tutte le nazioni, 742
Como afferman gli auguri e i vaticini 743
E l’altre menti in ciò fatte presaghe. 744
PUBLIO
D’Apollo detti son quel che tu dici. 745
Or io del tempio ti ho fuor tratto, Spurio, 746
Perché il cor, che devrebbe essere intento 747
Al divin culto, al pregar Dio che adempia 748
L’universal de i Roma credenza, 749
È là, non dico dove tengo i figli, 750
Ma u’ l’imperio di noi altri stassi 751
Ne la bilancia de le spade loro. 752
Oltre di ciò, il vampo del rossore 753
Mi arde alor che ciascun mi guarda: come 754
Veder potesti subito ch’entrammo 755
Nel sacro luogo, quando tutti i volti 756
De i circonstanti si affisar nel mio, 757
Che fia, Publio, di noi? nel cor dicendo. 758
SPURIO
Ciascun suggetto di mirando affare 759
E gli uomini prestanti e i circospetti, 760
Insieme con le turbe ignare e vane, 761
Con temerario error, con moto stolto, 762
A contemplar la sua sembianza sforza. 763
Peroché quelle cose le quai sono 764
Esenpio singular di maraviglia, 765
Rivolgano in sé stesse ogni occhio ingordo 766
De l’eccellenze sue, de le sue grazie, 767
Con imprudente e pueril vaghezza. 768
PUBLIO
L’amicizia, ch’è una certa e dolce 769
Union di perpetua volontade, 770
Et il fine di lei, essa e non altro, 771
Sì come quel de l’amico è l’amare 772
Nel modo che da te sento amarmi io, 773
Causa ch’io ciò che non son ti sembri. 774
Ma se in me o in la progenie mia 775
Cosa si vede che lodar si possa, 776
È che ci nasce la Romana prole 777
Dotata di virtù sole e divine, 778
Ond’è naturalmente ammaestrata 779
Di gravi discipline e di severe. 780
Però di Celia la Nutrice e lei 781
Son, qual si dice, di eloquenza vasi: 782
Ch’anco ne le academie dotte e saggie 783
Si fan sentire i feminili ingegni. 784
Ma costui ch’oltre viene e che ognun corre 785
A vederlo, chi è? Ei parte ha in dosso 786
De l’armi e ne la destra un troncon d’asta, 787
Eroico ha l’aspetto e il capo inculto: 788
Certo in l’abito ruvido dinota 789
E in la persona senz’arte sprezzata 790
Lo strenuo amor che a la milizia porta. 791
SPURIO
Mi par de le centurie un cavaliero, 792
Che per vederlo di ridente ciglio 793
Sento il cor palpitarmi in la maniera 794
Che palpita nel petto di colui 795
Che si vede vicino a la speranza. 796
Ei s’è rivolto indietro a sgridar forse 797
La gente, che vorria cerchiarlo intorno. 798
PUBLIO
Da che più tosto intervengon le cose 799
Che non si speran, che quelle sperate, 800
E però che la speme e la paura 801
Duo carnefici son taciti e crudi 802
De gli esiti di noi, ne lo apparire 803
Del milite che pur viensene via, 804
Da le vene e dal volto emmi fuggito 805
Et il sangue e il color; ma perché sempre 806
Sperar si debbe e non temer giamai, 807
Torna al suo luogo et il colore e il sangue. 808
SPURIO
Di campo vien, gli è Tito Tazio: Tito? 809
TITO
L’esercizio di Marte e le fatiche 810
Che fan la notte dì, letto il terreno, 811
Mi varian sì la faccia da quel ch’era 812
Ch’anche tu, Publio, non mi raffiguri: 813
E son pur Tazio, che novella arreco 814
Che replicati merita complessi. 815
SPURIO
Se ben si teme, mai non si spaventa 816
Se non quando il pericol sopragiunge; 817
E però Publio, che ambiguo si stava 818
Circa il fin de la pugna, te veduto 819
Tornar di campo, s’è tutto confuso. 820
PUBLIO
Per saper io che gli esiti de l’armi 821
Variano spesso da quel ch’altri stima, 822
Nel vederti ho temuto non udire 823
Del mio creder l’opposito, e mi scuso 824
Col porre al collo tuo le braccia mie: 825
Ch’altro segno maggior non so mostrarti 826
Nel caro annunzio che prometi darmi. 827
SPURIO
Gli abbracciamenti e i basci sono i frutti 828
Che le viscere, il cor, gli spirti e l’alma 829
Colgano con le mani affettuose 830
Ne gli orti de la lor benivolenza. 831
TITO
Publio, il Re ti satuta e si rallegra 832
Teco tutto l’esercito et Orazio, 833
Orazio vincitor, per la mia lingua, 834
Con la bocca del cor ti bascia il fronte. 835
PUBLIO
E perché non gli Orazii? Adunque un solo, 836
Un solo adunque avrà il trionfo? Overo 837
Tutti gli altri son morti? Tito, dillo, 838
Dillo a me senza indugio, che per Dio 839
Non mancarò d’esser quel uom ch’io debbo. 840
TITO
Da che Tullo mi manda perché il tutto 841
Dica a te, padre de lo invitto duce, 842
E perché poi al popolo et a i Padri 843
Narri il successo, ti comincio a dire 844
Che i sacerdoti non ebber sì tosto 845
Collegato l’accordo, che i fratelli 846
De le due nazioni preser l’armi; 847
Tal che ciascuna parte si ridusse 848
A confortare i suoi, gli Dei paterni, 849
Le madri, i padri, i figliuoli e la patria 850
Ne la loro memoria riducendo: 851
Mostrando a quei che i prossimi e i lontani 852
Solo a le mani lor ponevon mente. 853
Intanto i chiari giovani feroci 854
Per età, per virtute e per natura, 855
Inanzi fersi a passo pronto e saldo, 856
Rappresentando ne gli altieri aspetti 857
La libertà dal loro ardir promessa 858
A la cara di lor patria gradita. 859
Eransi fermi ambeduo gli osti esperti, 860
Liberi dal pericol di sé stessi 861
Ma non giè del pensier punto sicuri, 862
Perché tutta la somma de lo impero 863
Nel valore era posto e ne la sorte 864
Di sì pochi campioni; e riguardando, 865
Con gli animi però tutti sospesi, 866
Lo spettacolo in sé pieno di noia, 867
Il segno dier le bellicose trombe. 868
Onde sembrando due picciole schiere, 869
Con animosità di grossi stuoli 870
Si mossero i superbi e furibondi: 871
Che tali gli avea fatti al core dentro 872
L’ambizion del lor valor soprano. 873
Onde incontrarsi e dier di petto insieme 874
Con quel tuon, con quel suon che tona e sona 875
Il cielo e il mar, se le procelle e i nembi 876
E del mare e del ciel turban la pace. 877
Folgori alor sembraro i degni eroi 878
Di romor carchi e cinti di baleni: 879
In modo ferno in le spade brandite 880
E in l’armi ripercosse da i lor colpi 881
E sentire e vedere in un momento 882
Isplendore et istrepito tremendo. 883
A tal che, soprapresi i circostanti 884
Da un certo crudo e smesurato orrore, 885
Pareano da viltà rotti e conquisi, 886
Sì mancato era lor la voce e il fiato. 887
Ma del pari durando la contesa, 888
In cambio del lodar l’agile e destre 889
Persone lor, la valentigia e l’arte, 890
Succedeva il terror la passione, 891
Che avean mirando le ferite e il sangue 892
In cinque di quei sei, restando illeso 893
Orazio, luce di Roma e speranza 894
De i Romani regnanti in virtù sua. 895
Onde ciascuno Iddio non pure aggiunti 896
Ha gli anni de i fratelli a i di lui giorni, 897
Ma la morte di lor conversa ancora 898
Ne la immortalità che lo conviene. 899
Or al caso venendo, duo de i nostri 900
Cadder quasi in un tempo un sopra l’altro; 901
Alora gli aversari alzar le grida, 902
Restando noi e sbigottiti e muti: 903
Che impossibil parea che un sol s’avesse 904
A difender da tre, conversi in uno, 905
S’i erano ristretti e insieme uniti. 906
Ma Orazio immortal, che tenea certo 907
Di rimaner superiore quando 908
Si trasformasse la zuffa in duello 909
(In l’arte militar compreso avendo 910
Che il valor senza il senno sembra un fuoco 911
Che non ha esca da nutrir la fiamma, 912
E che il senno e il valor paiano un lume 913
A cui non manca il nutrimento proprio), 914
In più parti divise la battaglia, 915
Col soffrir che il suo animo fingesse 916
La viltà de la fuga: tal che sparti 917
Gli inimici il seguissero de lungo, 918
Come il vero il seguiro. Et ei non molto 919
Innanzi corse che, rivolto indietro, 920
Visto color che il seguitavan presti 921
L’un discosto da l’altro, uccise il primo 922
D’un solo colpo; e incontrando il secondo, 923
Pure d’un colpo sol la morte dielli: 924
L’ultimo fratel suo non lo potendo 925
Punto aiutar, sì fu ratta la spada 926
Che il petto penetrogli. Onde i Romani 927
Uno di quei romori alti levaro 928
Che sogliono levar lieti coloro 929
Che la perduta speme han ritrovata. 930
Acquetate le voci, Orazio disse: 931
Doi a l’anime già n’ho consacrati 932
De i fratei miei, or vo’ consacrar l’altro 933
A la causa sol di questa guerra, 934
E perché ad Alba signoreggi Roma 935
E a ciò tra lor d’affinità congiunti 936
Sempre si godan ne i beati campi 937
Di quella parentela che la sorte 938
Non ha patito che godino in questi. 939
Ora, se ben del pari era la briga, 940
Orazio, non ferito e non istanco, 941
Nulla stima facea più del ferito 942
E stanco sì, sì di speranza ignudo, 943
Che si offerse a la morte di sé stesso 944
Più tosco che a l’offesa del nimico. 945
Ma per esser non men degno di lode 946
L’aver pietà del nimico infelice 947
Che il vederselo a i piè languiso e vinto, 948
Il guerrier nostro in voce senza orgoglio 949
Disse non lieto: O misero cognato, 950
Non già di nimistà odio protervo, 951
Ma de la patria amor vòl ch’io ti uccida, 952
Che or a me perdona la vendetta 953
Come a te io, che m’hai i fratelli uccisi, 954
Ho perdonato la crudele offesa. 955
Così detto le canne trapassoli, 956
Tal ch’egli diede con le reni in terra 957
Senza batter più polso o aprirci occhio. 958
Or con fausto conforme a l’allegrezza 959
Che richiedea l’importanza del caso, 960
Ricevero i Romani il vincitore; 961
E con tanto maggior grido ridente, 962
Quanto la cosa era stata più presso 963
A la temenza del perder l’impresa 964
Che a la speranza del vincer la guerra. 965
Ma perché Tullo, l’essercito e tutti 966
Sapean che Roma era sospesa e in forse 967
Di ciò che in gloria sua successo è pure, 968
Nunzio mi fer di quel che avete udito. 969
Sì che i prieghi, che a i Dei porgea ciascuno 970
Perch’a i Romani rimanesse il regno, 971
Rivolga ognuno in render grazie loro, 972
Da che secondo il voto è pur rimaso. 973
E tu, popol, concorso ad ascoltare 974
Il commune contento, allori e palme, 975
Ogni erba, ogni fiore et ogni onore 976
Spargendo va’ per la cittade allegra. 977
Ma prima che nessuna cosa facci 978
Di quante far ne dèi, rompi e dischioda, 979
Dischioda e rompi le prigioni oscure, 980
A ciò i sepolti ne lor centri vivi 981
Non moian tuttavia, mai non morendo. 982
In questo i sacerdoti, inni cantando 983
Con celeste armonia, ordine diano 984
A ferie, a processioni, a sacrificii; 985
E poscia il Re a spettacoli nuovi 986
E a giuochi inusitati attenda lieto. 987
Tu, Publio, in questo in la tua gloria esulta, 988
Perché più vita è nel figliuol che vive 989
Che non è morte in quei duo che son morti. 990
Oltra a ciò si prepone a ogni cosa 991
Il fatto de la patria; et oro e vita 992
Si disprezza per lei, che vita et oro 993
A noi è ella; e ciascun grado cede 994
A quel che si ritrae da l’aver posto 995
Ciò che ci è in pro suo, cede ogni grido, 996
Benché acquistato col ferro e col senno, 997
A la fama di tali, e statue e templi 998
Drizzansi in pregio lor con sacri onori. 999
Ma in quanto a te, di duo figliuoli in vece 1000
Tutto il Romano stuolo, il popol tutto 1001
Ti resta in figlio e diè chiamarti padre. 1002
Sì che, per esser più grande lo acquisto 1003
Che non è stata la perdita grave, 1004
Resti superiore il gaudio al duolo. 1005
PUBLIO
Tito Tazio, d’ardir, di veder pieno, 1006
Ben so io che tra l’armi si rinasce 1007
Solo nel nome e ne la carne muorsi, 1008
Qual son morti e rinati i tuoi e i miei 1009
Orazii cari; e che ridonda in quello 1010
Che vivo è sol, diadema al patrio nido, 1011
L’essenza di color che più non sono. 1012
E se ben tu narrandolo mi scossi 1013
Con triemito accorato e doloroso: 1014
Anche i monti sé scuotano, se irate 1015
Gli percuotan saette, anco la terra, 1016
Elemento sì duro, mostra aprirsi 1017
Se in le vicere sue chiudesi il vento. 1018
Ma sì come la terra e i monti, dopo 1019
I prefati accidenti, immoti e fermi 1020
Riducano sé stessi, così io, 1021
Poi che il fio ho pagato a la natura 1022
Di dolore onestissimo, a la patria 1023
Il tributo vo’ dar de l’allegrezza. 1024
Che ben so che, scampando gli altri Orazii, 1025
Il mio animo in sé non averebbe 1026
Potuto sopportar la somma intera 1027
D’una felicità tale e cotanta. 1028
Sì che tede, ginepri, edere e mirti 1029
Su i nostri alberghi e sopra i tetti nostri 1030
Ispargiamo et ardiamo, celebrando 1031
Col vestirci de porpora solenne 1032
Questo felice dì, questo dì santo. 1033
TITO
Mentre che mi congratulo con teco 1034
De la virtude, origine divina 1035
D’ogni ventra, che in te chiara splende 1036
Con real tempre (tanto ben distingui 1037
Il contro e il pro de la gioia e del duolo, 1038
Dando a la patria e la natura quanto 1039
A la natura et a la patria danno 1040
I saggi e i forti), io te forte e saggio 1041
Lascio qui con Ispurio, per mostrarmi 1042
A i Padri e a la cittade in festa e in giuoco. 1043
PUBLIO
Va’, Tito Tazio, va’: che previlegio 1044
Ti concedino i Dei di portar sempre 1045
Novella a Roma trionfale et alta. 1046
SPURIO
Se le parole efficaci, eccellenti 1047
Di vocaboli e note che, formate 1048
In voci venerabili e sublimi, 1049
Espriman le virtuti di colui 1050
Degno di lode in tutti i suoi progressi, 1051
Si componesser tutte quante insieme 1052
Con iscelto tenor, con grave modo, 1053
Non potriamo ridir solo una parte 1054
De la commendazion di che sei degno. 1055
PUBLIO
Come io sono, io son tuo; qual di me proprio 1056
Sarò fin che vorrà Giove ch’io sia. 1057
Ma ecco la Nutrice, ecco la donna 1058
Latte a Celia e dottrina, a Celia moglie 1059
D’un de i tre morti Curiazii rari. 1060
Certo la Fama che, l’ali spiegando, 1061
Il volo ratto d’ogni uccello avanza, 1062
Il gran successo raccontato avralle: 1063
Tal che il tenero suo feminil sesso 1064
Tormentato sarà da qualche angoscia. 1065
SPURIO
Anch’io di ciò dubito forte e temo. 1066
PUBLIO
O nuvolo che adombri nel mio petto 1067
Il bel sol del suo animo, che cerchi? 1068
Che ti manca? Du’ vai? dove, Nutrice? 1069
NUTRICE
Cerco me stessa smarrita in la doglia, 1070
Mancami il cor con che solea scacciarla, 1071
E vado u’ non so dirvi, spaventata 1072
Dal duol di Celia: che, il romore udito 1073
Del fin de i Curiazii là nel tempio, 1074
Un membro parve subito ferito, 1075
Che sta un pezzo a gettar fuora il sangue, 1076
Sì lo smarrisce il colpo entro le fibre; 1077
Donde poi, risentito de l’offesa, 1078
Esce come di vena acqua stillante. 1079
Io vo’ inferir che, udendo ella il conflitto, 1080
Perdé lo spirto e, ritrovatol poi, 1081
Sì è derotta in un pianto che la gioia 1082
D’altrui sentita in sì alta ventura 1083
Mostra languido viso intorno a lei. 1084
Ma non i sacerdoti giubilanti 1085
Per la fatal vittoria a ciascun nota, 1086
Non le donzelle nel tempio ridotte 1087
Come lei a pregar per lo adempito 1088
Voto che tiene in sé palma e corona, 1089
Non le matrone che autoritade 1090
Hanno in sé tanta che ubidite sono, 1091
Né i simulacri de gli Dei che pare 1092
Che la divinità che han suso in cielo 1093
Abbino anco ne i marmi u’ sono isculti, 1094
Con l’ombra santa de la lor presenza 1095
Non ponno confortarla in alcun verso. 1096
Ci mancate ora voi suo genitore, 1097
Voi genitor suo or ci mancate, 1098
Con la grazia a’pprovar de le parole 1099
Se gli affetti paterni hanno potere 1100
Ne i petti filiali: ch’altrimenti, 1101
Disperato di Celia il caso parmi. 1102
PUBLIO
Amor, tiranno di quel cor ch’egli arde, 1103
Raro consente che i consigli fidi 1104
Possino partorir cosa giamai 1105
Che sia rimedio a chi si more amando. 1106
Di poi è sì tenace e sì severo 1107
Lo affetto ch’esso ne l’animo imprime, 1108
Che sol chi ama è tormentato sempre 1109
Da miserrima e vil calamitade. 1110
Onde dubbio non è che i miei conforti 1111
Debbin nulla giovare a Celia afflitta: 1112
Che sì le offusca amor gli occhi in la fronte, 1113
E sì le serra il duol quei de la mente, 1114
Che non iscorge ciò che vede ognuno. 1115
Sì che andiamo, Nutrice, o Spurio, andiamo 1116
In prima a lei che Orazio arrivi a noi. 1117
Gli uffizii di pietà mi piaccion molto, 1118
Però ti lodo, t’imito e ti seguo: 1119
Benché, per esser di tal figlia padre, 1120
Quel che procacci a lei opre in te stesso. 1121
PUBLIO
Gran tristezza nel cor, grave pensiero 1122
Ne la mente mi ha posto l’udir come 1123
Celia si crucia: onde non so che farmi. 1124
Non fur mai giorni e, se mai fur, son pochi, 1125
Pochi quei giorni sono che il lor sole 1126
Abbino avuto senza velo alcuno; 1127
Ma si possono porre intra i più chiari 1128
Quando l’ore che il tempo gli prescrive 1129
Non son, da che si leva a che si colca, 1130
Tutte di pioggia, di nevi e di nebbie. 1131
PUBLIO
Pur ch’io n’abbi di tali, sarò quasi, 1132
Felice non vo’ dir, ma non discaro 1133
Troppo a la sorte che ben tratta quegli 1134
Che miseri non fa: così si dice. 1135
SPURIO
Ecco Celia esce fuor, Celia fuor esce. 1136
PUBLIO
L’ombra più tosto, perché l’ombra sembra 1137
Di lei, che a pena in piè, lassa, si regge. 1138
SPURIO
Poca cosa la lena toglie e rende 1139
A giovincella e delicata donna; 1140
Un non so che colora e discolora 1141
Il viso lor simile a quelle guancie 1142
Che, da tema assalite e da vergogna, 1143
Si spargon di vermeglio e di pallore. 1144
CELIA
Padre, o padre! 1145
PUBLIO
Figlia cara, o figlia!
E perché questo? 1146
CELIA
Amor legge non have.
PUBLIO
Se bene ad ogni affetto d’amor colmo 1147
Quel si antepone che a la patria debbe 1148
Mostrar qualunche ha nobiltà di core, 1149
Il contrario fai tu: come più degna 1150
Fusse la vita di colui che piagni, 1151
Che la vittoria in cui giubila ognuno. 1152
Io, quanto a me, vorrei che il ciel volesse 1153
Che in ciascun dì mi avenisser tai casi. 1154
Perché felicità certo è quel danno 1155
Che dà luogo a uno utile, qual veggo 1156
Che ha dato il nostro: et a chi, Celia? a Roma, 1157
A Roma, Celia, e lei fatta regina 1158
Di chi esser le volle imperatrice. 1159
Oltra di questo, debbi tu scordarti, 1160
Ne la morte de l’unico marito, 1161
Il morir de i legittimi fratelli? 1162
Tempre con l’odio di sì fatto eccesso 1163
L’amor estremo di cotal cagione; 1164
E se pur vuoi di lagrime esser larga, 1165
Liberale ne sii a quelli Orazii 1166
Teco d’un seme in un solo orto nati. 1167
Perché non sei per riaver più mai 1168
I fratelli defunti; ma gli sposi 1169
Offeriransi a te onesta e grata, 1170
Vertuosa e gentile: e quanto ancora 1171
Bella dicessi, onorarei la grazia 1172
Con che ti partorì che morì in parto, 1173
Partorito che t’ebbe, forse forse 1174
Per non sentir di te pena maggiore 1175
Di quella che provò te partorendo. 1176
CELIA
Poi che dopo gli Dei riverir diesi 1177
Chi generato ci ha, voi riverisco, 1178
Io riverisco voi, padre, e vi dico 1179
Che giù cadendo i miei fratelli amati, 1180
Cadder duo parti de le membra mie, 1181
Ma nel cader del mio sposo sublime, 1182
Io stessa caddi: però che le mogli 1183
Vivano con la vita de i mariti 1184
E moian con la morte de i consorti. 1185
Per il che io non odo e non intendo 1186
Ciò che udire et intendere devrei. 1187
So ch’è stoltizia di pianger colui 1188
Il qual ci va per quel sentiero inanzi 1189
Che aveamo anco a far noi; so che la morte 1190
Veruno mai non ingannò; so certo 1191
(Da che non è se non tenebre il mondo) 1192
Che il morir può chiamarsi l’orizonte 1193
Che ne rimera il più lucente giorno. 1194
Ma che mi val saper che de i mortali 1195
È morte ciascun ben, se io non sento 1196
Ciò che i paterni documenti siano, 1197
Né l’alma gioia de la libertade, 1198
Sì m’ha trafitta e sì mal concia il duolo? 1199
Ma oimè, Curiazio, o Curiazio, 1200
Vita et anima: pure il ciel negommi 1201
Le palpebre serrarti al punto estremo. 1202
Devea conceder Giove a queste braccia, 1203
Se in vita non deveano esserti letto, 1204
Che in morte al men ti fusser sepoltura. 1205
NUTRICE
Aita, Publio, aita, Spurio, ch’ella 1206
In angoscia dolente et affannata 1207
Vassene, oimei! Allenta ove la stringe 1208
L’abito, Ancilla, e poi corri a l’albergo 1209
E porta qui a noi, porta volando 1210
Acqua di rose e aceto, a ciò si possa 1211
Spruzzarle il viso e suscitarle i polsi, 1212
Tal che tornin gli spirti a i luoghi usati. 1213
PUBLIO
Portiamla pur in casa, e tra le piume 1214
Spogliata e posta, al suo ristor si attenda. 1215

CORO DI VIRTÚ

Le saggie e valorose, 1216
L’eccelse e gloriose 1217
Virtù d’Orazio invitto 1218
Han Roma alzata e il cor di Celia afflitto: 1219
Onde il gioir di quella 1220
Et il languir di questa 1221
Ne gli estremi a ciascun si manifesta 1222
Con sorte amica e fella. 1223
Laudo Publio in tanto, 1224
Publio di etade pieno, 1225
Che, la manna e il veneno 1226
Pigliato in uno, ha più riso che pianto, 1227
Cedendo, col dolore 1228
De i figli suoi, de la patria a l’amore. 1229
Ma perché la figliola, 1230
Perduta nel duolo empio, 1231
Specchio facendo a sé di tal essempio, 1232
Sé stessa non consola? 1233
Ne l’ingegno ha scienza 1234
La misera, e ne l’animo dolente 1235
Nulla di noi fa segno: 1236
Tal che a dubitar vegno 1237
Ch’ella, ch’altro non è che affetto ardente, 1238
Di sé non resti senza. 1239
E forse ancora la sua passione 1240
(Se in ciò non porge il ciel pietosa mano) 1241
Potria esser cagione 1242
D’accidente più strano. 1243

ATTO TERZO

SPURIO
Creatura gentil, notabil uomo, 1244
Prestante cittadin, persona egregia 1245
È, o Nutrice, Publio. Onde m’incresce 1246
Che Celia, deplorando il morto sposo 1247
(Se ben cotal languire a l’altre insegna 1248
Ad aver come lei cari i mariti), 1249
Perturbi lui quanto a la tenerezza 1250
Che il move ad aver cura de la figlia: 1251
Che in quanto a quel ch’a la patria richiede, 1252
Nol moverebbe il perder sé medesmo. 1253
NUTRICE
Il non nascerci è gran felicitade 1254
E gran beatitudine se presto 1255
Chi ci nasce si amor: che stato alcuno 1256
Di quiete non ha chi vive in terra. 1257
S’abiti le cità, l’ambizione 1258
Ogni or ti noia; se ne i boschi stanzi, 1259
De le fere hai commerzio; s’altri servi, 1260
Vendi te stesso; se domini altrui, 1261
Compri la invidia e te la movi contra; 1262
S’hai prole hai cura, se non l’hai tormento, 1263
Circa la brama c’hai sempre d’averla. 1264
Se giovan sei, ti amministra il furore, 1265
Se vecchio, il tedio ti avilisce e schifa; 1266
Se in pace stai, ti è cibo la lussuria, 1267
Se in guerra, la impietade ti alimenta. 1268
Ma questo è poco et il più dirne troppo: 1269
Peroche se il ciel vòl, se vòle il cielo 1270
Che ne uccidino insino a l’allegrezza, 1271
Quai cose ci fan vivere nel mondo? 1272
SPURIO
Nissuna, mi credo io. 1273
NUTRICE
Tu credi bene:
Ma finischino pur, Publio, i tuoi guai 1274
Nel casto duolo di Celia innocente. 1275
PUBLIO
Severo è sempre il fisico perito 1276
A lo inferno già fuor d’ogni periglio, 1277
E sempre pio a chi nel male escluso 1278
È d’ogni speme di rimedio umano: 1279
Che in moderar ne le sue voglie quello, 1280
La sanità di lui riduce in porto; 1281
E in compiacer ne gli appetiti questo, 1282
Li acqueta un poco il fuggitivo spirto. 1283
Ond’io che Celia disperata veggo, 1284
Quasi con duro cor le ho detto e dico 1285
(Poi ch’ella sola di quel fatto piange 1286
Che Roma tutta ha rallegrata in uno) 1287
Che si stia, che ne vada ove più crede 1288
Isfogare il dolor che la martira. 1289
Ma sentir parmi e suoni e voci insieme 1290
Di militi e di bellici stormenti. 1291
Vattene tu, Nutrice, a intertenere 1292
Colei che ama più il consorte estinto 1293
Che sé stessa vivente; in tanto noi 1294
Andremo inverso la porta Capena: 1295
Ch’esser potria che il romore e le trombe, 1296
Ch’empiano di letizia il vento e l’aria, 1297
Fusser d’Orazio in gloria; e forse ch’egli, 1298
Coronato d’alloro, innanzi a tutti 1299
A la patria et al padre altier ritorna. 1300
SPURIO
Anche a me pare udire e voci e suoni, 1301
Trombe e romor di concorde letizia. 1302
Quanto popolo, Iddio, quanta gran gente 1303
Corre a vedere il vincitor garzone! 1304
O giovane immortalmente felice, 1305
Giovane asceso a quello onore, a quello 1306
Che ha virtute di far gli uomini eterni 1307
E le patrie famose in tutti i tempi! 1308
Per dal lato di qua, ch’è la via nostra. 1309
SERVO
Cittadinesca e popolar brigata, 1310
Personaggi integerrimi et egregi, 1311
Signor miei e voi tutti a veder corsi 1312
Queste spoglie d’onor ricche e di gloria: 1313
Di gloria e d’onor ricche, perché Orazio, 1314
Et onorato e glorioso eroe, 1315
Di dosso a i vinti Curiazii estinti 1316
L’ha tratte col magnanimo suo core. 1317
Onde andatene via senza far motto, 1318
Imperoché il gran giovane fe’ voto, 1319
Restando vincitor come è rimaso, 1320
Che un uom vile et abietto qual io sono, 1321
Senza alcun testimone, le appendesse 1322
Su le porte del tempio di Minerva, 1323
Ch’è questo qui. Onde inchino a la Dea, 1324
A cui lo dedicò Numa Pompilio, 1325
E le appendo in suo nome umilmente, 1326
Poi ch’è partito, qual dovea, ciascuno, 1327
E che solo pon mente al sacro uffizio 1328
Palla, che un lui senno e valore infuse. 1329
Restate dunque in sì bel luogo, spoglie, 1330
E di secolo in secolo vivete, 1331
Vivete qui, come vivrete sempre 1332
Nel ricordo di quei che nasceranno. 1333
Ora entrand’io ne la machina sacra 1334
Per uscirmene poi fuor per l’altro uscio, 1335
Lascio le spoglie a chi veder le brama. 1336
CELIA
Ancor che senso non sia ne i miei sensi, 1337
In quel de l’audito anco ritengo 1338
Tanta virtù che grande applauso sento 1339
D’universal festeggiante brigata. 1340
NUTRICE
Dal popolo non pur, ma da le mura 1341
Di sì alta città, da gli edifizii 1342
Dentro al cerchio di lei, da l’onze ancora 1343
Del fiume Albula nasce il romor lieto: 1344
E voi sola piangete? Io ne stupisco, 1345
Ne rinasco e trasecolo, vi giuro. 1346
Peroché se mai più non vi piacesse 1347
Rimaritarvi, ecco là il concistoro, 1348
Là ecco la magion di Vesta Dea, 1349
Dove potete, tuttavia divota 1350
A l’ombra de lo agli inferi transito 1351
Sposo di voi, la castitate vostra 1352
Santamente offerire e dedicare. 1353
Così egli, che il seggio ha tra i beati, 1354
Egli fatto immortal per esser morto 1355
Con l’armi che la patria in man li pose 1356
D’amor, di fede e di religione, 1357
Vantarà voi, voi vantarà tra l’alme 1358
Religiose, amabili e fedeli. 1359
CELIA
Rispondetele voi sorti, voi, voi 1360
Per me le rispondete; perché io, 1361
Vostra crudel mercé, seguir non posso 1362
Né la mia volontà, né i suoi consigli: 1363
Che ne l’ordin di voi consiste il tutto. 1364
Ma che caterva, che tumulto è quello 1365
Che d’intorno di Pallade a la porta 1366
Alza il viso et aprendo ambe le braccia 1367
Segno fa di stupor? che è? che fia? 1368
Se alcun ci è Dio, che in sua pietà riguardi 1369
Il vedovile stato e che ripari 1370
De le vedove a i casi et abbia cura 1371
De la calamità che le distrugge, 1372
O sotto scuro e tenebroso manto, 1373
O in solitario e tenebroso letto, 1374
Che mi aiuti lo prego, perché temo 1375
Di qualque repentino empio sinistro 1376
Apparecchiato a la mia vita sopra. 1377
NUTRICE
Questi duo che ragionano tra loro 1378
Ascoltiam di qui dopo e saperemo 1379
Ciò che fa cotal gente ove voi dite. 1380
PERSONE [I]
Preclaro è l’atto d’Orazio e notando, 1381
Poi che in sì gran fortuna, in sì gran gloria, 1382
Ottenendo a Minerva la promessa 1383
Del real voto suo, senza alcun fasto, 1384
In cossì basso grado ha pur deposte 1385
Con man servile le spoglie ammirande 1386
De i vinti e morti parenti e nimici, 1387
Per il ben de la patria che devrebbe 1388
Quasi un Dio adorarlo, e poco fora, 1389
Sì sono i merti suoi più che d’uom chiaro. 1390
PERSONE [II]
Dice quel tale, a cui se impose ch’egli 1391
Deponesse le spoglie u’ l’ha deposte, 1392
Che il mirabil guerrier pregar si è fatto 1393
A consentir che se li metta in testa 1394
La corona di lauro, e non volea 1395
Che l’esercito a lui dietro venisse, 1396
Come pur se ne viene; e il magno Tullo, 1397
Col menarlo con seco a la man destra, 1398
A la Romana gioventù dinota 1399
Che chi fa opre tali è riverito 1400
Insin dal Re, che ogniuno ha in riverenza. 1401
PERSONE [I]
Madre de la superbia è la vittoria, 1402
Né mai avendo in sé ragion veruna, 1403
Ogni disonestà lecita fassi, 1404
Spregia le cose umane e le divine 1405
Con una equal d’insolenza brutezza. 1406
Però è da lodar supremamente 1407
La modestia d’Orazio, anzi deviamo 1408
Reputarla miracol: non è vero? 1409
PERSONE [II]
Sì certo, et in un giovane è sì grande 1410
Che più sperar né più bramar si puote. 1411
PERSONE [I]
Mi era scordato: hai tu Spurio veduto, 1412
Di porpora togato, e Publio seco, 1413
Suo fratello in amore? Anch’ei vestito 1414
Di color sì allegro: e pur duo figli 1415
Li son rimasi in campo esangui e freddi. 1416
PERSONE [II]
L’ho visto andar verso Capena e in volto 1417
Tener quella letizia signorile 1418
Che suol mostrar chi è Romano e Roma 1419
Per figlia tiene: onde sì nobil patria 1420
Guiderdona poi lui di onori eccelsi. 1421
Ma ritorniamo a rivederlo appresso 1422
Al soprano fifliuolo, al figliuol chiaro, 1423
Mezo uomo e mezo Iddio: che Semideo 1424
Nomarallo d’ognior sino a la invidia. 1425
NUTRICE
Avete voi, avete voi udito 1426
Con che prudenzia, l’umiltade usando, 1427
Precede il soprauman fratel di voi 1428
Ne lo inneffabil suo trionfo sommo? 1429
CELIA
Altro inteso non ho da le persone 1430
Che insieme per la via vanno parlando 1431
Con pura intenzion d’uomini buoni, 1432
Che il come (io our dirillo) il Roman crudo 1433
Colui mi ha morto che mi tenea viva. 1434
Tal ch’io men vado, quanto posso ratto, 1435
Ad impetrar co i preghi da le turbe 1436
Che mi si dia tanto di spazio ch’io 1437
Lavi con le mie lagrime quel sangue 1438
Di che bagnata è quella nobil vesta 1439
Che tessei di mia mano e in dosso posi 1440
Di man mia pure al giovane infelice: 1441
Degno però che la sua mesta sposa 1442
Con gioia nuzial gliene spogliasse 1443
E rivestisse ancor matino e ser. 1444
NUTRICE
Meglio saria di gire ad incontrare 1445
Orazio, fama al militare onore: 1446
Che rivedendo quella causa illustre 1447
Del vostro penar crudo, aspra cagione 1448
Potria rendervi tutto quel vedere 1449
Che vi ha tolto, per Dio, cosa che in vero 1450
Merta riprension certo non poca. 1451
Onde tornando nel pristino stato 1452
De lo intelletto, diverreste un’ altra. 1453
Perché cadendo duo saette fiere 1454
Appresso del pastor che gregge o mandra 1455
Corregga o guidi, scorgesi in un punto 1456
Ch’una il fa tramortir, l’altra lo desta. 1457
CELIA
Di cerulea seta in or contesta 1458
Fu di te, Curiazio, il vestimento 1459
Del quale io feci a te largo presente. 1460
Scansatevi, pietose genti, ch’ecco, 1461
Ecco le spoglie trasforate e guaste 1462
E sanguinose sì che lo splendore 1463
De la seta e de l’or più non riluce. 1464
Né perciò resto che quei cari basci 1465
Che dar devevo a chi, spoglie, vestisse 1466
Di voi, a voi non dia, spoglie dolenti, 1467
Quanto che meritate esser giocose. 1468
Certo che a me già vi mostraste dolci, 1469
Qual or mi sete accerbamente amare. 1470
Ma foste voi de la mia alma invoglio, 1471
Di questo corpo in guisa, che saria 1472
Come in celeste amanto involta fosse. 1473
Benché, o Scita crudel, devea bastarti 1474
Aver de i Curiazii uccisi doi 1475
E il terzo salvar, che a me consorte 1476
E a te cognato era. E perché alora 1477
Che il ferro li drizzasti in vêr la gola, 1478
Di me non ramentarti? Oimè, dicendo, 1479
Che a Celia il cor trappassa questo colpo, 1480
S’oltre con esso mortalmente varco. 1481
Se ciò dicevi, il generoso uffizio 1482
Testificare a la pietà poteva 1483
Ch’è opprobrio il travincere il nimico, 1484
Che, se ben non si rende, prigion resta 1485
Nel giudizio fedel de i circonstanti. 1486
Peroché il non poter campar la vita 1487
E il non volere al vincente inclinarsi, 1488
Ostinazione e non virtù vien detta. 1489
NUTRICE
Io che, parlando, de la vostra pena 1490
Partecipo, e tacendo anco ne ho parte, 1491
Ciò mi trapasserei, se la frequenza 1492
De lo assiduo dolor che pianger favvi, 1493
In tutto non fornisse di accorarmi. 1494
E tanto più mi duol di quel che duolvi, 1495
Quanto men veggo che d’onor vi arrechi 1496
Il diluvio che fuor de gli occhi vi esce. 1497
Ecco, le genti che adesso eran quinci, 1498
Sonsene gite, d’inimica quasi 1499
Stimando il pianto che fate sì duro. 1500
Ma l’acque asciugaransi a lo apparice 1501
Del grandissimo Orazio: io il sento, io il veggo 1502
In la faccia che folgora e lampeggia 1503
Con lo splendor de la sua gloria ardente. 1504
Tal che il suo scintillar lucidi rai 1505
Le nebbie del dolor sgombrarà via. 1506
Ma ecco a noi uno attempato servo: 1507
Risentitevi suso. Ahi, oimè trista, 1508
Perché così impallidirvi il viso? 1509
Chi gli occhi vi ha sanguinolenti fatti? 1510
Chi per le guancie delicate sparte 1511
Macchie sì nere? Stagnate le luci, 1512
Rasserenate il tenebroso fronte; 1513
E si vi aggrada pur mesta restarvi, 1514
Ritorniamci a lo albergo, a ciò che Orazio 1515
Non prendesse per tristo augurio il volto 1516
Che più che oscuro dimostrate e il ciglio. 1517
CELIA
Altro bisogna e con altro devreste 1518
Procedere in pro mio. 1519
NUTRICE
Voglio più tosto
Offender altri in dir le cose vere, 1520
Che ad altrui compiacer con le bugiarde. 1521
SERVO
Quelle spoglie che là, donne, vedete, 1522
Ivi appese l’ho io: onde che Orazio, 1523
Che accompagna il Re suo sino al palazzo, 1524
A sé medesmo poterà far fede 1525
Come ubbidito io l’ho, e sì mi glorio 1526
Che ciò degnasse un tanto duce impormi. 1527
Ma eccolo, egli è desso: donne, o donne, 1528
Eccolo, e poco dopo Publio e Spurio, 1529
E dietro a lor gran popolo. Guardate, 1530
Guardate se non par che il suo aspetto, 1531
Non già mortal ne la istessa sembianza 1532
E in l’aria di sé proprio, ora non abbia, 1533
Con le fiamme del suo vigore acceso, 1534
Fatto nascere un lume equale al sole. 1535
Che petto più che d’uom, che late spalle, 1536
Che presenzia mirabile, che vista 1537
Grata terribilmente! 1538
NUTRICE
Andiamo, Celia.
CELIA
Andrò io dunque a toccar quella mano, 1539
Quella man che mi ha morto ogni mio bene? 1540
Poi che ciò vòl la sorte, in queste chiome, 1541
Che ornamento intrecciato in varie guise 1542
Mi fanno al capo, e in ciascun altro crine 1543
I diti porgo; e a te, Orazio, innanzi 1544
Con disciolti capegli io pur ne vengo. 1545
Onde sarà, come desio, presente 1546
A l’essequie ch’io faccio al dolce sposo: 1547
Perché in vece di essequie queste, queste, 1548
Lagrime, che ora spargo, sono a lui. 1549
ORAZIO
Chi sei, che teco parli e intanto piangi? 1550
CELIA
Celia, nol vedi tu? che di quel colpo 1551
Che mi occidesti il buon marito, moro. 1552
ORAZIO
Non t’intendo: che dici? Parla, parla! 1553
CELIA
Dico che Celia, non essendo, sono. 1554
ORAZIO
Se la sorella mia Celia tu fusse, 1555
Senz’altro duol sentir del fin d’altrui, 1556
Corda saresti ad abbracciarmi allegra, 1557
E non venuta a conturbarmi mesta. 1558
Ma Furia essendo giù del centro uscita 1559
E in l’onde Stigie trasformata in lei 1560
Per far minor la mia letizia immensa, 1561
Vo’ che ritorni ne le grotte inferne 1562
In figura di tal. 1563
CELIA
Se pur nel core
Mi porgi il ferro, l’imagine viva 1564
Non toccar del mio sposo, che due volte 1565
Uccider lui ti saria biasmo. 1566
ORAZIO
Ahi stolta!
ANCILLA
Per le treccie dorate, per le chiome 1567
Bionde e sottili egli l’ha presa e tira. 1568
NUTRICE
Anch’io voglio i dì miei finir co i suoi. 1569
ORAZIO
Indietro, indietro tutti! 1570
CELIA
O mio consorte,
Colui che a me ti tolse, a te mi manda! 1571
NUTRICE
Così era in sua sorte. 1572
ORAZIO
E così sia.
ANCILLA
Oimè, oime, oimè, sotto a quell’arco, 1573
Risospingendo ognun col guardo indietro, 1574
La strascina il crudele e forse adesso, 1575
Oimè, le toglie la vita. O Nutrice, 1576
Non andate sì oltre, ch’ecco il crudo 1577
Che il fier colter, che gocciola di sangue, 1578
Ripone ardito in la guaina sua. 1579
ORAZIO
Vanne, o d’affetto maritale ingorda, 1580
Col tuo pur troppo frettoloso amore, 1581
Vanne al marito, che del Leteo fiume 1582
Su la riva ti aspetta, vanne, insana, 1583
Dimenticata de i fratelli morti, 1584
Di quel che vive e de la patria e d’altri: 1585
Ma tal finisca chi osarà più mai 1586
Pianger la morte de i nimici nostri. 1587
Corri, Ancilla, or da Celia e col tuo fiato 1588
Ritieni il suo, s’ella ne ha punto, e poi 1589
Con la Nutrice pia sana la piaga 1590
Che il giusto sdegno mio nel cor le ha impressa. 1591
Io andromene intanto a spogliar l’armi 1592
Ne la magion natia. Popolo, vale! 1593
POPOLO
Potrebbe il Re, potrieno i Padri e voi 1594
Scusare e aver pietà di tal delitto, 1595
Ma lodarlo non mai, ch’egli è nefando. 1596
Com’esser può ch’una donzella casta, 1597
Per piangere lo sposo, alor che vidde 1598
Totto immerso il fratel nel sangue suo, 1599
Sia suta condannata a sì gran pena? 1600
Quasi che il pianto di cotal fanciulla 1601
La vittoria a la publica letizia 1602
Avesse ad alterare. Publio, certo 1603
Ch’io per me non so dir qual sia più grande, 1604
Nel figliuol tuo prevaricato tanto, 1605
O l’onor contra gli aversari avuto, 1606
O la vergogna de la vita tolta 1607
A la formosa e tenera sorella. 1608
PUBLIO
S’oggi legge e non Popolo tu fusse, 1609
Et in severità tutta conversa 1610
(Volendo aver però nome di giusta), 1611
Premio e non pena al figliuol mio daresti: 1612
Perché ha ben fatto, e quando altro ne avenga, 1613
Ciò che far si potrà certo farassi. 1614
Che in ver l’esser non è quel che ne inganna, 1615
Peroché mai non ingannò persona, 1616
Ma il parere tradisce ciascuno. 1617
Ecco, se un reo per ciò ch’egli è si scopre, 1618
Ogniun conosce lui per uom malvagio: 1619
In la qual cosa non è più che dire. 1620
Ma di bontade il pessimo velando 1621
La malizia che il cor gli agita e pasce, 1622
Con la sagace frode ci constringe 1623
A tenerlo innocente creatura. 1624
E così il maligno e quello e questo 1625
Fassi divoto, sì che ognun l’osserva. 1626
Io vo’ inferir che pae orribil cosa 1627
L’avere Orazio la sorella uccisa, 1628
Perché il velame de la crudeltade 1629
L’atto ricopre: che da ragion mosso 1630
Fece ciò ch’egli ha fatto e ch’io farei 1631
Contra me stesso, non che d’un mio figlio, 1632
Quando che io in me medesmo ardissi 1633
Ombrar col duolo il comun gaudio e solo. 1634
Perché chi turba il publico contento 1635
Riprende Iddio che lo permette: ond’egli 1636
Per incognite vie fanne vendetta. 1637
Tal che ho speranza che la legge istessa, 1638
La legge cieca, che non puote mai 1639
Invaghirsi di cosa che la infami, 1640
La legge sorda, per il che non ode 1641
Né lusinghe, né prieghi, né lamenti, 1642
La legge senza tatto, onde non piglia 1643
Quel utile atrattivo, quel gran pezzo 1644
Che l’onesto corrompe tuttavia, 1645
Per sua misericordia aprirà gli occhi 1646
Et il merto vedrà d’Orazio degno, 1647
Diserrerà l’orecchie per odire 1648
Le querele giustissime di noi, 1649
E riavrà le sue troncate mani 1650
Per liberarlo da ciascun supplizio. 1651
Ma sallo Giove ch’io non ho fidanza, 1652
Dopo quella che debbo avere in lui, 1653
Se non in te, Popolo mio, che sei 1654
Vario da tutti i popoli che sono: 1655
Stolto non già, non temerario et empio, 1656
Né incostante, né infedel, né improprio, 1657
Senza conclusion, senz’alcun fine, 1658
Precipitoso e facile a lo sdegno. 1659
Ma è tale, cotanta e così fatta 1660
La prudenzia con cui movi la lingua, 1661
Che a l’animo non mai trapassa inanzi. 1662
Tal che il Re et i Padri non fan motto 1663
Quando sopra d’alcun sentenzia dài, 1664
Né interpongano replica veruna 1665
A le cose che indugi e che risolvi. 1666
POPOLO
Quel grande Iddio che in testimone adduci 1667
Circa la fede che, lui sol posposto, 1668
Dici d’aver in me, spirimi, ond’io 1669
Pur giovi a te senza nocere ad altri. 1670
Ma sento voce che suona: egli è preso, 1671
Preso è Orazio e al Re condotto a i piedi. 1672
Mi trasferisco là, che il caso importa. 1673
PUBLIO
Per gli usci dietro sono entrati certo. 1674
Spurio, di’ a l’Ancilla e a la Nutrice 1675
Che lascin lei ove si giace morta, 1676
Secondo il merto e come aggrada a i Dei, 1677
E ritornino in casa; e a me poi vieni 1678
Nel foro o dove ch’io mi sia; fa’ presto. 1679
SPURIO
Io amiro di Publio che si oppone 1680
Con la constanzia de l’animo integro 1681
Tra il caso occorso e il pericol seguente; 1682
E fa ciò con un volto sì ardito 1683
Che par che nel cor suo nulla si dolga 1684
Di quel ch’io giurarei ch’altri morisse. 1685
PUBLIO
Che parli tu? 1686
SPURIO
Niente.
PUBLIO
Va’ via. 1687
SPURIO
Vado.
PUBLIO
Nessun merito uman sopra la legge 1688
Non può salir né risederle appresso: 1689
Questo so io; e quando pur converte 1690
In equità la sua giustizia, a pena 1691
Ch’ella il crede a sé stessa, e però tengo 1692
Molta difficultà nel caso: in questo 1693
Temo, da che non sono uomo arrogante, 1694
Né tremo già, perché non nacqui vile. 1695
NUTRICE
Gelide mi tornar le carni e l’ossa, 1696
Tosto ch’io viddi là Celia distesa, 1697
Celia del sesso muliebre pregio, 1698
Come la luna è de le stelle onore 1699
E quale il sole è anima del mondo. 1700
A Celia, spirto del divin costume, 1701
L’aspra ferita di sangue gemente 1702
Che in sé gorgogliava ho rasciugata, 1703
Mentre, errando con gli occhi, pur tentava 1704
Me riveder; né pria veduto m’ebbe, 1705
Che il singulto preruppe, e in me intenta 1706
Con un sospiro esalò fuor lo spirto. 1707
Ma fuss’io almen, non d’una morte istessa, 1708
D’un medesmo dolore e d’un sol ferro 1709
Morta con voi, isprezzata, insepolta, 1710
Ma offerta al morir di voi in vece, 1711
E là gettata, come in bosco cerva 1712
Dal feritore suo cercata in vano. 1713
Perch’io vi ho persuaso, io v’ho sospinta, 1714
Vittima oblata per l’umano affetto, 1715
A gir, qual agna, al sacerdote incontra. 1716
Onde si è visto, si vede e vedrasse, 1717
Nel passato, al presente e in lo avenire, 1718
Che lo sposo e la sposa son due alme 1719
Ch’uno amore, una fede, un voler solo 1720
Tiene inserti e congiunti in una carne. 1721
Sì che a me perdonate, poi che il sogno, 1722
Poi che la vision, poi che il cor vostro 1723
Più di me ne ha compreso; e più vi prego 1724
Che anco mi si perdoni s’or vi lascio. 1725
Però che Publio, de gli affanni erario 1726
(Che tal se li pò dir, poi che riserba 1727
Dentro al petto di lui tanto dolori), 1728
Mi comanda ch’io vada in casa e meni 1729
L’Ancilla meco et abandoni Celia. 1730
ANCILLA
Oimè, oimè, oimè, oimè, oimè! 1731
NUTRICE
Ma devrian tutti quelli e tutte quelle 1732
Ch’esser debban tra lor mogli e mariti, 1733
In nostro scambio corteggiarla insino 1734
Che qualque tomba nel pietoso grembo 1735
Le reliquie sue caste raccogliesse. 1736
Benché senz’altro monimento o avello, 1737
Perché altamente il mertano, averanno 1738
Per urna il mondo e per coperchio l’aria, 1739
Per epigramma di perpetui inchiostri 1740
Le terse lingue; et i posteri, in guisa 1741
Di viatori, andran narrando il caso. 1742
E se ben non ci è cosa la qual ci usi 1743
Fraude maggior che il parer nostro istesso, 1744
Non inganna già me l’oppenione 1745
Circa gli onor di Celia. Ancilla, vienne, 1746
Vienne ne la magion con meco, Ancilla. 1747
ANCILLA
Io vengo, entrate pur, che mi è caduto 1748
Il velo ch’io ponea sul viso a lei, 1749
Se Spurio a me non lo vetava: io il veggo. 1750
O velo dolce, o velo caro, o velo 1751
Felice, alora che in leggiadra foggia 1752
Rivolgevi quei biondi e bei capegli, 1753
Quei crini d’oro, quelle vaghe treccie, 1754
Che in sé raccolte e in la lor grazia sparte 1755
Arrichivan di sé le spalle e il petto 1756
De la mia Celia, oimè, di Celia mia. 1757
Ma che piacer, quando, mosse da l’aura, 1758
Scherzavan poi con lei, non si curando 1759
Scherzar con altre! O Iddio, perché non moro 1760
Mentre me ne ricordo? Io vengo, io vengo; 1761
Celia mi chiama; ella chiede le perle, 1762
La ghirlanda, gli odori; io ve gli porto, 1763
Et il monile ancor. Ma du’ sono io? 1764
Questo l’uscio non è? Sognassi io pure! 1765

CORO DI VIRTÚ

D’allegrezza si more, 1766
Ma non già di dolore, 1767
Peroché vòl la sorte 1768
Ch’un giocondo piacer costi la morte; 1769
Come anco a lei aggrada 1770
Che la doglia infinita, 1771
Nel levare a un misero la vita, 1772
Non trovi mai la strada. 1773
Ch’altri saria felice, 1774
Se ottenesse il suo fine 1775
Da le proprie ruine; 1776
Onde Celia beata esser si dice, 1777
Poscia che nel mondo ella 1778
Non è piu in odio a la sua fera stella. 1779
Ma che di’, nostro Coro, 1780
Di Publio, essempio solo 1781
Di quanto servar diè nel maggior duolo 1782
La prudenza decoro? 1783
La figliola dal figlio 1784
Vede uccidersi inanzi; onde si acorge 1785
Che rompendo nel pianto 1786
Non rende il vital manto 1787
A quella, ma che a questo aita porge 1788
S’arma sé di consiglio. 1789
E però lascia in disprezzata guisa 1790
La nobil donna, quasi che tal atto 1791
Mostri in chi l’ha uccisa 1792
Lode et onor del fatto. 1793

ATTO QUARTO

PUBLIO
Io dissi a Spurio che, quando nel foro 1794
Non ritrovasse me che vado errando 1795
(Con che core il sa Dio), che ovunche io fussi, 1796
Vedesse di trovarmi; e mossi il passo 1797
Per gire al Re e spiar del mio figlio; 1798
E ne lo alzar del piè, come se spinto 1799
Andarvi, a casa me ne andai. Oh, Spurio, 1800
Parlava meco stesso, a me dicendo 1801
Che in quel ch’io volsi andare u’ non son gito 1802
(Il perché non so dirti), dentro in casa 1803
Mi viddi esser comparso. Or che mi dici? 1804
SPURIO
Orazio, di persona grossa e grande, 1805
D’ulivigno color, ma grato a l’occhio, 1806
Composto, come sai, d’ossa e di nervi, 1807
Però la testa in nessun lato pende, 1808
Con quel suo non so che, il qual si adossa 1809
Sì ben ch’animo par tutto e fortezza, 1810
Nel conspetto del Re senza far motto 1811
Stavasi alor ch’io, dove stava, giunsi. 1812
E rincontrando i suoi con gli occhi miei 1813
Sorrise e sorridendo parve il sole 1814
Che tra i nuvoli a un tratto nasce e more; 1815
Poi ristretto in le spalle, il ciel guardando, 1816
Parea dir: pugna tu mo per la patria. 1817
Ma standosi così dinanzi a Tullo 1818
Fu esposto il caso, onde l’altezza sua, 1819
Nel trono d’or sedendo: Io statuisco, 1820
Disse, il Popolo a sé fatto venire, 1821
Duumviri prestanti e circospetti, 1822
Aciò rendin ragione a Orazio, quale 1823
La legge vòl del perduellione. 1824
Le cui parole orribili e crudeli 1825
E fiere sono e di mortal timore, 1826
Come ognun di noi sa. Seguì poi egli: 1827
E se cotal magistrato sentenza 1828
Per omicida Orazio, e Orazio apelli 1829
Al Popolo, et il Popol non convica 1830
Magistrato sì fatto, Orazio sia, 1831
Con la testa coperta e il laccio al collo, 1832
A l’arbore infelice appeso, come 1833
Reo e malvagio. Ma pria che si copra 1834
Il capo a lui e la corda il rivolga 1835
Per impenderlo u’ impendansi gli erranti, 1836
O di dentro o di fuor di queste mura 1837
Battasi con le verghe a corpo ignudo. 1838
Questa conclusion, questo giudizio 1839
Sollevò d’ogni parte gente, e parve 1840
Un pronto stuol che con l’orecchie tese 1841
Cosa aspetti d’udir che poi riesce 1842
A chi diversa da ciò che pensava, 1843
Et a chi più né men che si pensasse: 1844
Onde il mormorio in ogni luogo s’ode 1845
Con vario dare altrui di biasmo e laude. 1846
Creò tal magistrato il Dittatore 1847
(Interpetre clemente de la legge), 1848
Sol per non esser l’autor tenuto 1849
Di giudizio sì empio e sì perverso, 1850
Né de la pena essecutor dipoi, 1851
Col diventarne anche odioso a molti. 1852
Che se bene et a i Padri et a la plebe 1853
Pareva strano il delitto et atroce, 1854
Contrastando il suo merito al peccato, 1855
Onde appar la virtù maggior che il fallo, 1856
Eran per insentirsene aspramente. 1857
In tanto Orazio l’alterezza usata, 1858
Con maraviglia sin de lo stupore, 1859
Ritenne ne l’ardita illustre faccia, 1860
Che per tema o viltà non mor né imbianca 1861
Ma io, che sento al cor quel che il tuo prova, 1862
Indovino del du’ potea trovarti, 1863
Qui me ne son venuto; e tal novella 1864
Con le lagrime a gli occhi non ti porto, 1865
Peroché Tullo, pio come prudente, 1866
Hallo quasi assoluto, concludendo 1867
Il potersi appellare al Popol suo. 1868
PUBLIO
Perch’anco chi si mor vivere spera, 1869
È forza ch’io, per conformarmi, prenda 1870
La libertà che ha d’appellarsi Orazio, 1871
E col nuovo sperar il cor dubbioso 1872
Regga cadendo; il qual tre casi apena 1873
Han potuto chinar tanto che paia 1874
Che chinato si sia. Non i duo figli, 1875
Non la figliola, questa e quelli senza 1876
Vita e sepolcro, non sono in lor morte 1877
Suti bastanti a sminuire, a tòrre 1878
Pur una dramma de la contentezza 1879
Che nel contento de la patria ho preso. 1880
Ma il sentir del fune e de le verghe 1881
E de l’arbore al qual, col qual, con cui 1882
Dee impendersi, battersi e legarsi 1883
Orazio mio, il mio Orazio, quello 1884
Che per grado, per zelo e per onore 1885
Di sé e de i Romani e del lor nome 1886
Ha ucciso colei che l’uccidea 1887
Col tòsco del dolor, ne la maggiore 1888
Letizia che giamai Roma sentisse; 1889
Ne lo intender ciò, dico, certo sembro 1890
Nave che insieme combatton fra loro 1891
Euro, Noto et Affrico adirati, 1892
Mentre l’aere oscuro ha per lucerne 1893
I lampi spaventosi de i baleni: 1894
Ch’Affrico e Noto et Euro crudeli 1895
Si mostrano a la mia barca vitale, 1896
Che per il mare agìran de i travagli 1897
Le morti de i miei figli. Onde se Celia 1898
Non mi duol quanto a sé, duolmi perch’ella 1899
Mi causa un fastidio che trapassa 1900
Qualunche duol si sia. Onde mi sento 1901
Simile a quel nocchier che, non potendo 1902
Resistere al furor de i venti in rabbia, 1903
Mira lo scoglio, ove di dar paventa 1904
Se fortuna, che il fa, l’ira non frena; 1905
Onde poi non sen vada e rotto e sparso 1906
Nel pelago profondo, come ch’io 1907
Temo di gir, s’altro soccorso il cielo 1908
Non rivolge in vêr me: che spero ch’egli 1909
Non tardarà di farlo; e se pur tarda, 1910
Gli errori miei gliene daran cagione. 1911
SPURIO
Si è mostrato terribile nel detto 1912
Tullo, perché la punizion si vegga 1913
Moderata, placabile et umile. 1914
Egli è certo così: per il che lodo 1915
Lo appoggiarti a la speme. Perché sòle 1916
Un arco forte di ferro spezzarsi 1917
Che in mille prove mille onor si diede, 1918
E poscia ne i suoi pezzi in fuoco posto, 1919
Subito che in sé tenero diventa, 1920
Del martello i tormenti e le tempeste 1921
Lo riuniscan, sì che più tenace 1922
Si fa veder dove il rompé la forza, 1923
Che in quelle parti u’ si rimase intero. 1924
È dunque meglio il mai non ischernire 1925
L’andar de la speranza, ancor che incerta: 1926
Che talor pianta oppressa al sol risorge, 1927
Né simiglia il dì d’ieri al giorno d’oggi, 1928
E spesso un cor, che il suo penar sopporta, 1929
Più si contenta u’ vien che meno il pensi. 1930
Ma se ben ciò non fusse e non aviene, 1931
Da che non siamo Iddii, onde si possa 1932
Adempier come lor gli intenti nostri, 1933
Bisogna, uomini essendo, sofferire 1934
Qualunche ne succeda empia fortuna. 1935
PUBLIO
Spurio, acquetati un poco, che mi pare 1936
Udire un non so che e veder anco 1937
Persone insieme: elle son duo di punto. 1938
Caminiamo in vêr loro, anzi stiam saldi, 1939
Che forse qui verranno, e qui venendo, 1940
A chi nol crede mostrarò col ciglio 1941
Che padre mai non fui di cotal belva. 1942
SPURIO
I Duumviri: a i gesti gli conosco, 1943
A i panni et a lo andare; eccogli fermi. 1944
PUBLIO
Da che son lor, che vuoi, Spurio, ch’io mova? 1945
SPURIO
Stiamci da canto, or che son volti in suso, 1946
Et ascoltiamo il consultar de i doi. 1947
PUBLIO
Certo il Re voul che la cosa si tratti 1948
Dove il caso è successo: io il credo, io il veggo. 1949
SPURIO
Parlano in voce molto sciolta e alta. 1950
DUUMVIRI
Per disposizion celeste il regno 1951
È permesso a chi domina le genti; 1952
Onde chi ottien lo scettro et il diadema, 1953
Di Dio la volontade have esseguita. 1954
Tal ch’egli è forza d’ubbidire a i Regi, 1955
Reggenti l’azioni, i cor, le vite 1956
De gli uomini obligati a riverirgli, 1957
Quasi Numi terrestri et aiutrici. 1958
Ma bontà somma e somma sapienza 1959
Si può dir quella del Re che si regge 1960
Sì come ch’egli diè regger sé stesso, 1961
Mostrandosi a ciascun forte, clemente, 1962
Grave, sincero, liberale e giusto. 1963
Il buon Re (che de i popoli è pastore 1964
E si nutrisce con modeste tempre 1965
De la gloria, la qual madre è de gli anni: 1966
Il cui perfetto d’ogni laude onore 1967
Veramente consiste in disprezzarla) 1968
Né dì, né notte di metter non resta 1969
La deligenzia de la pronta cura 1970
Ne le necessità di ciò che accade 1971
In ciascun grado, in ogni condizione 1972
Di uomo vivente. Però Tullo, il quale 1973
Riguarda il tutto con real giustizia, 1974
Vòle che noi, in magistrato posti, 1975
In viva voce condanniamo Orazio, 1976
Caso che la giustizia lo comporti, 1977
In questo sito, incontro al dove langue 1978
Il corpo di colei che l’empio ha morta. 1979
PUBLIO
Forse ch’errai, forse che fu menzogna! 1980
DUUMVIRI
Viene oltre, Orazio, e voi altri restate, 1981
Restate o gite ove di gir vi pare. 1982
PUBLIO
O figliuol, che sarà? Segue me, Spurio: 1983
Forse ch’è sbigottito. O magistrato, 1984
È gran divinità di grazia diva 1985
Quella di quel degno uom, di quello uom degno 1986
Che sa pietade aver d’un mal sortito. 1987
Or pensisi, se dir si può divino 1988
Colui che leva in piedi un fortunato, 1989
In un tratto caduto dal cielo alto 1990
Ne la cupa voragine del centro, 1991
U’ mai non trova la rovina il fondo: 1992
Come la mia non trovarebbe, quando 1993
Voi consentiste che restassi nulla 1994
Orazio, che pur mo era ogni cosa. 1995
Certo avrei di ciò dubbio, se vio foste 1996
De i giudici che attendano al volere 1997
Che la severitade in la giustizia 1998
Gli affermi per giustissimi, dannando 1999
Gli innocenti per rei et assolvendo 2000
I rei per innocenti; e chi più increspa 2001
Il fronte in sé, e più le labbra stringe, 2002
E torce il ciglio e più turbato parla, 2003
Più per uom grave e buon l’hanno i regnanti. 2004
DUUMVIRI
Perché la legge, ch’è una ragione 2005
Tolta da la potenza de gli Iddii, 2006
La qual comanda sol l’oneste cose 2007
E vieta le cattive, et ancor vòle 2008
Che sempre sia astretta l’audazia 2009
E che viva sicura l’innocenzia, 2010
Sappi, Publio, che a noi forte rincresce 2011
Di sentenziar per omicida Orazio. 2012
PUBLIO
Se de l’uomo ben solo è la pietade, 2013
S’ella è di Dio conoscimento certo, 2014
E se a lei non fu prescritto mai 2015
Supplizio alcuno, patrizii onorati, 2016
Non la negate a me che lagrimando 2017
Con gli occhi e con il cor la chieggo a voi, 2018
Che pur sapete che assolvere un reo 2019
È meglio che punire uno innocente. 2020
DUUMVIRI
Va’, dimanda la legge, e s’ella tiene 2021
Per innocente Orazio et a noi giura 2022
Ch’egli tal sia, in te rimetterasse 2023
Quel che far se ne dee; in questo mentre, 2024
Aciò che la giustizia il suo dritto abbia 2025
E perché a la legge non si manchi, 2026
Noi, Publio, noi giudichiamo il tuo figlio 2027
Puro omicida. Viene oltra, o Littore, 2028
Lega le mani a lui. Poscia si segua 2029
Il batterlo a le mura nostre dentro, 2030
Di poi si appenda a l’arbor disgraziato, 2031
Incolpando di ciò la sorte iniqua. 2032
PUBLIO
Che odo io? e che sento? Sta’ indietro, 2033
Littore, alquanto, che anco i tigri Ircani, 2034
Anco i draghi di Libia in tal frangente 2035
Mi farebber la grazia ch’io dimando. 2036
DUUMVIRI
Ubbidiscelo, aciò ch’egli favelli, 2037
Al tuo uffizio non mancando poi. 2038
PUBLIO
Chi condanna al morire Orazio? Dite. 2039
DUUMVIRI
La legge, che bisogna ch’altri osservi. 2040
PUBLIO
Non è legge veruna in Roma ancora. 2041
DUUMVIRI
Il duol ti occupa sì che il senno stempri. 2042
PUBLIO
Sì voi, che vaneggiate per parervi 2043
Che la legge ci sia, errando forte; 2044
Ma né Re, né decreto, né Senato, 2045
Né libertà, da che il mio figlio in campo 2046
Co i nimici affrontossi, ha Roma avuto. 2047
Peroché tutto è ito dependendo 2048
Ne la spada di lui, nel valor suo. 2049
Che se punto minore oggi appariva, 2050
Senato, libertà, Rege e decreto 2051
Era a noi Alba: onde tutti i prudenti 2052
Confermeranno che almen questo giorno 2053
Memorabile, sacro e glorioso 2054
Mercé de le virtù del giovan fido, 2055
A i merti propri suoi è dedicato. 2056
Oggi egli sol diè punire i superbi, 2057
Perdonare a gli erranti, e poi far grazie 2058
A qualunche n’è degno; e poi dimane 2059
A la città ristituire il tutto: 2060
Tal che le leggi ritornate in loro 2061
Possino cominciare a esercitarse. 2062
DUUMVIRI
Gravi cose ne detta il caldo zelo, 2063
Che amare altri ci fa come noi stessi. 2064
PUBLIO
Or sù, io voglio che la legge possa 2065
Quel che sempre ha potuto; parvi in vero 2066
Che sia d’onestà sua il dar la morte 2067
A chi l’ha ora conservata in vita? 2068
DUUMVIRI
Sorda e cieca è la legge, qual dicesti 2069
Dianzi al Popol, che a noi poscia il ridisse. 2070
PUBLIO
Io cedo a quanto voi savi sentite, 2071
Onde vi prego che senz’altro indugio 2072
Il mio figliuol se leghi, impenda e batta, 2073
Se la sorella ha de la vita spenta. 2074
Che se ciò fusse, io stesso il punirei 2075
Per autorità certo paterna. 2076
DUUMVIRI
E che ha fatto il furioso adunque? 2077
PUBLIO
Estinte quelle lagrime insolenti 2078
Che aveano invidia a la Romana gloria. 2079
DUUMVIRI
Come si sia, conserviam pur la legge 2080
Nel grado suo e il magistrato nostro. 2081
PUBLIO
Ahi, che la colpa de i cordogli miei 2082
Non è di voi, non da la legge viene, 2083
Ma dal livore che non può soffrire 2084
L’altrui virtute; e subito ch’un buono 2085
Fa opre degne, contra si provoca 2086
La setta de i peggiori, esche e fucili 2087
Che, acceso il fuoso u’ spegner si devria, 2088
Causano la ruina di coloro 2089
Che in rivereza si debbano avere. 2090
E di qui vien che di tòsco e d’esiglio, 2091
Di carcere, di opprobri e di tormenti, 2092
D’imposte gravi e di caduti gradi 2093
E di confiscazion de i propri beni 2094
Remunera la patria spesse volte 2095
Quelli che la sublimano col sangue. 2096
Ma beato colui che si contenta 2097
D’essere solamente cittadino, 2098
Schifando i seggi de l’ambizione. 2099
DUUMVIRI
Non parli tu: la passion ragiona. 2100
PUBLIO
Anzi il dever la lingua mi discioglie, 2101
E la protezion, che de le leggi 2102
Prender devrebbe ognun; peroché sono, 2103
Ancor che abbino origine da quelle 2104
Ch’ordinò prima Iddio, fatte tiranne 2105
De le innocenzie altrui; non per lor vizio, 2106
Ma per cagion di chi l’usa secondo 2107
Che d’usarle li pare, onde comanda 2108
Il perduellion, rito efferato, 2109
Quel che devria dissuader con pena 2110
A qualunche republica tentasse 2111
Il voler eseguir gli aspri rigori 2112
Per parer di concorrere co i Dei 2113
Ne la giustizia e non in la clemenza: 2114
Che guai a noi s’ella pur fusse meno. 2115
Ma che fai, o Littor? chi ti fa cenno 2116
Che senza altro parlare Orazio leghi? 2117
LITTORE
I Duumviri qui. 2118
PUBLIO
Ahi inumani!
LITTORE
Il guardo sol d’Orazio tremar fammi: 2119
Egli ha nel ciglio un certo terror fiero, 2120
Che il laccio a me toglie di mano. Pure 2121
Torno a far l’opra: perdonami, Orazio, 2122
Et ubbidisce a chi tu debbi ormai. 2123
ORAZIO
Io al Popolo appello. 2124
DUUMVIRI
Littor, fermo,
Che noi più non abbiam che far con seco. 2125
PUBLIO
Saggio figliuol, ti hanno spirato i Dei 2126
A tale appellazión, perché in duo petti 2127
Et in duo menti non potea capire 2128
Tanta pietà e prudenza che bastasse 2129
Ad abbracciare e risolvere il caso 2130
Che le menti et i petti d’assai gente 2131
Con zelo umano e con ragion capace 2132
Espediranno, s’è ben nuovo e duro. 2133
ORAZIO
Io ho dolore del duol vostro, padre, 2134
Perché lo debbo aver, sendovi figlio; 2135
Ma di ciò che mi avien, nulla mi dolgo, 2136
Con ciò sia che non posso in ciò dolermi. 2137
Imperoché il cor mio sparge il furore 2138
Nel seno d’altri, e la vita e la morte 2139
Non prezzo o sento, se non quanto voi, 2140
Oer amar me, l’apprezzate e sentite. 2141
Ma s’io credessi non vi accrescer doglia, 2142
Cosa farei che mi trarria d’impaccio. 2143
PUBLIO
Mille e mille per ciò grazie ti rendo. 2144
DUUMVIRI
Ecco là ne la piazza lunga e lata, 2145
Qui dirimpetto, il Popolo che appelli, 2146
Ecco venirne a noi gran parte in fretta. 2147
Vanne dunque in vêr lui: e tu, Littore, 2148
Prima che Orazio al Re si trasferisca, 2149
Narra a l’altezza sua tutto il successo; 2150
Perché noi tosto a confermar verremo 2151
Il parlar tuo, poi che pur siamo privi 2152
Del magistrato da l’appellazione. 2153
PUBLIO
Ben verrò, figlio, ben ti verrò dietro. 2154
DUUMVIRI
O amico Publio, or che non siam sì gravi 2155
Di quel rispetto che mertan le leggi, 2156
E quasi che privati de l’uffizio 2157
Del qual parve di farci degni a Tullo, 2158
Oltre il pregar ciascuno Iddio che Giove 2159
Preghin per la salute del tuo figlio, 2160
Ogni nostro favor vogliam prestarti, 2161
Ancor che inutil sia: perché averai 2162
Molto da far, tanto forte è il letigio. 2163
PUBLIO
Padri, io ringrazio la bontade vostra 2164
Che sì umanamente si commove 2165
In pro de le mie strane affizioni; 2166
E di voi anco le proferte accetto, 2167
Perché spero di trarne alto profitto. 2168
Ma perché in questo mondo, in questa vita 2169
Cosa non è di ammirazion più degna 2170
Che la bontà e che l’umanitade, 2171
Risplendendone voi, come si vede, 2172
Ne avet obligo a Dio e a la Natura. 2173
Peroché in noi e la Natura e Dio 2174
Così alme virtù largisce e infonde: 2175
A tal che l’una è sustanzia gioconda 2176
De gli animi reali e generosi 2177
E l’altra soavissima vivanda 2178
De l’anime beate et immortali. 2179
Ora, in quanto a quel dubbio che v’inforsa 2180
La salvezza d’Orazio, esser non puote 2181
Che non sia alcun Nume che riguardi 2182
Sopra il capo di lui; e in tal sinistro, 2183
Se la Fortuna, ch’è senza vergogna, 2184
Si potesse una volta vergognare, 2185
Tacita seco si vergognarebbe 2186
Ne l’aver dato de i suoi mali in preda 2187
Orazio, che l’anichila e convince 2188
Non pur con l’aere de l’altiero fronte, 2189
U’ stansi imperiose e trionfanti 2190
L’armi, il senno, il valor, la fede e ’l vero, 2191
Ma con la tolleranza del cor saldo 2192
Che, non che tema, mirar degna a pena 2193
Il dispietato pericol presente: 2194
Che un morire innocente in l’età verde 2195
Molto più vale, assai più caro tiensi 2196
Che un viver contumace di più lustri. 2197
DUUMVIRI
Andiancene a la corte e procacciamo 2198
Tutto il ben che si può, poi che affermato 2199
Avremo al Re ciò che il Littor diralle. 2200
Noi teniam tanti tra il Popolo amici, 2201
Che nuocer no, ma ci potran giovare. 2202
Sì che, o uomo onestissimo, aviamci: 2203
Che ti apportan men doglie i figli morti, 2204
Di questo che, pur vivo, in compromesso 2205
Vedesi aver la vita; ond’era meglio 2206
Il suo mancare armata mano in campo, 2207
Che suso il legno inerme busto in Roma. 2208
PUBLIO
Passiam per dove ciascun sasso tinge 2209
Non già il mio sangue, ma quel di colei 2210
Ch’io devrei calpestar co i propri piedi. 2211
Non è severità dimostrativa, 2212
Né fortezza di core artifizioso 2213
La crudeltà ch’io mostro; io già non fingo 2214
La di lei pertinacia, acioché ognuno 2215
Mi abbi pietade e che favor mi porga. 2216
Che in vero ira giusta a ciò mi sprona, 2217
Poi che la ingrata procacciò il morire, 2218
Perché il padre e il fratel più non vivesse. 2219
SPURIO
Da che tu hai, o Publio, il core in pugno 2220
Di quegli Padri, sollecita il gire 2221
Dove è suto indrizzato il figliuol tuo. 2222
Va’ di pian passo, va’ con piede ratto, 2223
E quivi et ivi dimanda et intende, 2224
Ripara, prega, provede e scongiura 2225
Secondo che ti par, come diè farsi. 2226
Perché quercia non è sì antica e salda 2227
In erta, alpestre, innaccessibile alpe, 2228
Che il vento de i sospir d’un padre, quale 2229
Tu sei, e per un caso al tuo simile, 2230
Non isvegliasse insin da le radici. 2231
Onde non sarà uom, benché crudele, 2232
Che non ti dia il suo voto e non constringa 2233
Anche de gli altri a consolarti l’alma. 2234
PUBLIO
Il dir consolatorio è uno impiastro 2235
Che, posto sopra la profonda piaga 2236
De l’altrui certa aversità perversa, 2237
Ricopre sol la bruttezza del membro 2238
Che languido rimansi, enfiato e guasto. 2239
DUUMVIRI
Ecco a noi il Littore: esser non puote 2240
Che in là gito sia molto. Che vòl dire 2241
Il tuo tornar sì tosto? il Re che dice? 2242
LITTORE
Tullo, l’appellazion d’Orazio intesa, 2243
Fece sapere al Popolo, che il carco 2244
Ha del suo caso, che non accadeva 2245
L’alte marmoree del palazzo scale 2246
Per tal conto salire, perché avendo 2247
Rimessa in lui la potestate intera 2248
(Quando voi duo patrizii altro contrasto 2249
Non faciate con lui, qual far potete), 2250
A lui tal cura lascia; e così intorno 2251
Al giovane è ciascun concorso quasi. 2252
Ma egli stassi a le gran turbe in mezzo, 2253
Di scoglio in guisa che nel mar risiede 2254
In sé stesso eminente; et i giudizii, 2255
Che diversi si fan sopra di lui, 2256
Simiglian l’onde che, percosso che hanno 2257
I fianchi del gran sasso, il petto e il dorso, 2258
Riedano indietro e in verso lui tornando 2259
L’assaliscan di nuovo, e sin che dura 2260
La tempesta, non ha tal guerra pace. 2261
Or ch’io vi ho detto come sta la cosa, 2262
Quinci oltre mi starò passando il tempo: 2263
Perché s’Orazio si condanna o assolve, 2264
In questa via, in questo propio sito 2265
Assolvere si debbe o condennare, 2266
Del successo in perpetua memoria. 2267
DUUMVIRI
Le parole son l’ombra de le cose, 2268
E le cose il model de le parole; 2269
Però del Re la risoluzione 2270
E d’Orazio il travaglio in cui si trova, 2271
Vediamo nel dir tuo; or va’ du’ vuoi. 2272
PUBLIO
Io andavo pensando meco, o Padri, 2273
Che assai son quelli che temon la fama, 2274
E pochi han cura de la conscienza. 2275
Che s’andasse una cosa e l’altra al paro, 2276
Di comune consenso la gran Roma, 2277
Posto da parte il mostrar d’esser giusta, 2278
Cominciaria in questo punto, in questo, 2279
A comandar per via d’un premio largo 2280
A tutti quei che figuran ne i marmi 2281
L’essenzie altrui, che sculpisser d’Orazio 2282
In mille statue l’imagine vera; 2283
Imponendo anco a ciascun che registra 2284
Con lo stil de gli inchiostri ne le carte 2285
I gesti di color che il mondo canta, 2286
Che depennasser tutte l’altre istorie: 2287
Imperoché ogni cronica et annale 2288
Sono oscurati da gli atti di lui. 2289
SPURIO
Le virtù sue, senza alcun pari al mondo 2290
(Che così dir si debbe, uniche essendo 2291
In Roma che del tutto esser dee donna), 2292
Solennità li son di maggior pompa 2293
Che non saria tal cerimonia degna; 2294
Né le fa meno il caso in che si trova, 2295
Che l’or si affina nel fuoco u’ gli è posto, 2296
E quanto più si batte, più si purga: 2297
Che quel che il martel leva è sol la schiuma. 2298
Egli il sol fia e l’accidente un nube 2299
Che dura un pezzo e poi tosto si allarga; 2300
Pur che voi, Padri mansueti e santi, 2301
Vincere non vogliate il Popol buono 2302
Per mostravi anco in magistrato, e poi 2303
Dar la sentenza, che a pensarla accoro. 2304
DUUMVIRI
Da che non dassi al parlar nostro fede, 2305
Non perché in voi somma bontà non sia, 2306
Ma perché il caso diffidenza porta, 2307
La man ve ne porgiamo in sacramento. 2308
PUBLIO
O Padri invero santi e mansueti, 2309
Andate, che verrem dietro di voi. 2310
SPURIO
Tempo non ci è da far pratiche, o Publio, 2311
Che assai fatte ne aviam quetando i Padri; 2312
E il consultar con sì lunga tardanza 2313
Ha scordato in gran parte il fatto nostro. 2314
Ma ora importa ben trovare Orazio. 2315

CORO DI VIRTÙ

Sono infiniti i mali 2316
De i miseri mortali; 2317
Ma nel caso de i beni, 2318
Tra mille oscuri hanno duo dì sereni. 2319
Però meno superbe 2320
Devriano aver le voglie, 2321
Che i diletti son fior, serpi le doglie 2322
Che attoscan le lor erbe. 2323
Ecco la sorte Orazio 2324
Col sacro allor consola; 2325
Poi li acenna a la gola 2326
Un empio laccio e in così breve spazio 2327
Apresso di lui tene 2328
L’imago de la gloria e de le pene. 2329
Ma sarà ben severo 2330
Il cor di Publio in lutto, 2331
Se ne lo afflitto rompersi del tutto 2332
Ei si rimane intero. 2333
Infine il ciel dispone 2334
(Affatichinsi pur gli uomini quanto 2335
Affaticar si sanno) 2336
Che nel terrestre scanno 2337
Non viva alcun, sia pur beato o santo, 2338
Privo di passione. 2339
Or da che torna pur tranquilla calma 2340
Del mar l’irato seno, 2341
Potria del duol la salma 2342
Premere il vecchio meno. 2343

ATTO QUINTO

NUTRICE
Oimè l’Ancilla pur adesso, or ora, 2344
Tagliatesi le treccie, halle tessute 2345
Sì bene insieme che, fattone un laccio 2346
E acconcio in modo a un travicel nel palco 2347
E intorno a la di lei tenera gola, 2348
Che strangolata s’è miseramente, 2349
Non per altra cagion che per l’amore 2350
Ch’ella portava ismesurato a Celia. 2351
Et io che madre a lei era e non serva, 2352
Come che peggio mi fusse la morte 2353
Ch’una vita sì aspra, anco son vivo. 2354
Per il che l’ossa mie al cener suo, 2355
E la mia ombra a la sua ombra denno 2356
Render ragion d’una impietà cotanta. 2357
Ma ecco Publio: o Publio, non potendo 2358
Più viver senza Celia, s’è l’Ancilla 2359
Appesa a un legno. 2360
PUBLIO
Ci mancavon guai
Ch’esercitasser ne la pazienza 2361
Il mio animo, obietto de i cordogli. 2362
Or ritornati dentro, che tal caso 2363
Anullarà quel che minaccia Orazio, 2364
O Popolo illustrissimo, per dirti. 2365
La gioventù debbe scusare Orazio, 2366
Quando ch’egli abbia pur commesso errore: 2367
La gioventù, furor de la Natura, 2368
Che in l’esser suo un caval fiero sembra, 2369
Da i legami disciolto in un bel prato, 2370
Che in sé ritroso, la giumenta vista 2371
Ne i campi aperti, alza su i crini folti, 2372
Le nare allarga e la bocca diserra, 2373
Fremita, ringe, calcitra e vaneggia. 2374
Poi, dopo alcuni salti e forti e destri, 2375
Mosso il gagliardo e furioso corso, 2376
Né precipizio u’ traboccar si possa, 2377
Né tronco dove dar di petto debbia, 2378
Né sasso o altro ivi in suo danno guarda. 2379
Ma questo è nulla: sai tu, saggio e grave 2380
Popolo senza menda, ciò che pare, 2381
Anzi quel ch’è la gioventute altiera? 2382
Una sfrenata volontade ardente 2383
Che non ha fine alcuno: e però ella 2384
Ciò che le pare esseguisce e non mira 2385
A le cose esseguite et ha i pensieri 2386
Strani et a caso; e la mente u’ gli crea, 2387
Senza tener memoria di sé stessa, 2388
A l’animo ubidisce, il qual licenzia 2389
Ha sopra tutti gli appetiti suoi. 2390
Tal che il di lei intento vagabondo, 2391
Che il premio da la pena non distingue, 2392
Né la lode dal biasimo discerne, 2393
Senza considerar procede via. 2394
Sì che merta perdono Orazio, ch’anco 2395
Sparte non ha le delicate guancie 2396
De la bionda lanugine virile. 2397
Onde nel far ciò che ha fatto pensosse 2398
Che fusse onore il farlo, e lo farebbe 2399
La giovinezza sua di nuovo ancora. 2400
POPOLO
Come si può scusar per giovin quello 2401
Che ne i suoi gesti si governa come 2402
Usa di governarsi un uom maturo? 2403
Se il senno apparso nel tuo figlio prima 2404
Ch’egli vincesse, in lui fusse apparito 2405
Poi che vinto ebbe, saria fuor di noia. 2406
Ecco morti ch’ei vidde gli altri Orazii, 2407
Si mise in fuga ad arte, per far poscia 2408
Ciò che fe’ de i nimici; e dove lascio 2409
Il recusar la corona d’alloro? 2410
E il non voler gir a lo stuolo innanzi? 2411
Né su alto le spoglie de i perdenti? 2412
Certo il veder del suo proceder dopo 2413
A la vittoria, d’insolenza colma 2414
Giudico adulazion, non temperanza, 2415
Ogni suo voto; che se qualche indugio 2416
S’interponea tra l’obligo e il pagarlo, 2417
Non persona servil, ma il Re nostro 2418
Era sforzato da l’ambizione 2419
Del figliuol tuo a sospendere in cielo 2420
Intorno del Zodiaco tra i segni, 2421
O sopra i corni lucenti del Tauro, 2422
Le spoglie ch’io ti dico e che tu sai. 2423
Deveva Orazio, che ha pur Celia estinta 2424
Per più fiero parer, devea certo, 2425
Piangendo l’uom, ch’ella piangea con pianto 2426
Più tosto degno d’onor che di morte, 2427
Schernir con un sorriso, e di tal duolo 2428
Farsi beffe con atti dimostranti 2429
La inutil passion de la fanciulla. 2430
E così de l’avere il petto casto 2431
Trapassato col ferro sanguinoso, 2432
Tutte de i cieli le virtù divine 2433
Restarien di gridar dinanzi a i Dei 2434
Vendetta del morir de la innocente; 2435
Per la qual cosa le lor maestadi 2436
Con non dritto occhio rimirando il vanno. 2437
PUBLIO
Ben sa de i sommi Dei la providenza 2438
Che il tutto è intervenuto perché Celia 2439
Gran cagion dienne a lui, giovane altiero. 2440
Devea la crudeltà, dal suo marito 2441
Usata in tòr del mondo i fratei suoi, 2442
Ispegner la pietà, ch’ella ebbe tanta 2443
De la morte di tale, e saria viva, 2444
E ’l cor proprio d’Orazio, che sospinto 2445
Fu al giusto atto da reale sdegno. 2446
E però devi, o Popolo discreto, 2447
Rispettare il garzon, che anco non varca 2448
Quattro lustri d’età: venti anni ha egli. 2449
POPOLO
Che s’abbia alcun rispetto a chi non have 2450
Nessun riguardo a la natura nostra, 2451
Illecito mi pare; e se pur fia, 2452
Potrà dirsi non già di uman favore, 2453
Ma dono sol di Dio, per man di noi 2454
Offerto a te che le parole formi 2455
Con la stampa del cor che te le insegna. 2456
PUBLIO
I Duumviri, Popolo gentile, 2457
Parlano un grado mio senza aprir bocca. 2458
E ’l provo col poter eglino opporsi 2459
Al tuo asbitrio e vincer il letigio, 2460
E dipoi in onor de l’empia legge 2461
La vita sottopor de la mia vita 2462
A l’orribil suplizio; non fan motto, 2463
Che il preceder più oltre, senza forse 2464
Pregiudicaria lor, me offendendo. 2465
POPOLO
Ecco il Littor: Littore, Orazio chiama, 2466
Che si sta da le turbe circonfuso, 2467
Come là sotto il superbo arco vedi, 2468
E conducilo qui, che ognuno il vegga. 2469
PUBLIO
E tu, pietà, chiama quei tanti e tanti, 2470
Quei tanti e tanti chiama tu, pietade, 2471
Chiamagli, pietà, dico: e in lingua loro 2472
Sino al cielo da sentir qual, sua mercede, 2473
Essi e mille altri e di poi mille e mille 2474
Hanno, come si sa, spirto nel petto, 2475
Carne in su l’ossa, sangue entro le vene, 2476
In bocca fiato, in la persona membra, 2477
Lena in la vita e in la pelle vigore. 2478
Con ciò sia che la morte de i miei figli 2479
E la virtù di quel che vive han salva 2480
De la patria di noi gente infinita 2481
Che già si preparava al fatto d’arme, 2482
Terminato per man de la battaglia 2483
A gli Orazii commessa; onde che vivi 2484
Gran numero per ciò di color sono 2485
Che in mezzo combattendo a i ferri crudi 2486
Morti sarieno, altri uccider volendo. 2487
Sì ch’essi, Popol pio, essi più ch’io, 2488
Se ben padre li sono, inginocchiarsi 2489
Debbeno inanzi a te, da te impetrando 2490
La salvezza di lui; perché in la pugna 2491
Non ero per andar, che gli ultimi anni 2492
Annovero oggimai, onde alcun frutto 2493
Non potea far la giovenile spada 2494
Che de la pace ho dedicata al tempio. 2495
Benché vaneggio in dir che solo quelli 2496
Che seguan Marte, a supplicar per lui 2497
Tenuti sono, che il debbon far anche 2498
Le case, i tetti, gli edifizii, i fori, 2499
Era sforzato da l’ambizione 2500
Del figliuol tuo a sospendere in cielo 2501
Intorno del Zodiaco tra i segni, 2502
O sopra i corni lucenti del Tauro, 2503
Le spoglie ch’io ti dico e che tu sai. 2504
Deveva Orazio, che ha pur Celia estinta 2505
Per più fiero parer, devea certo, 2506
Piangendo l’uom, ch’ella piangea con pianto 2507
Più tosto degno d’onor che di morte, 2508
Schernir con un sorriso, e di tal duolo 2509
Farsi beffe con atti dimostranti 2510
La inutil passion de la fanciulla. 2511
E così de l’avere il petto casto 2512
Trapassato col ferro sanguinoso, 2513
Tutte de i cieli le virtù divine 2514
Restarien di gridar dinanzi a i Dei 2515
Vendetta del morir de la innocente; 2516
Per la qual cosa le lor maestadi 2517
Con non dritto occhio rimirando il vanno. 2518
PUBLIO
Ben sa de i sommi Dei la providenza 2519
Che il tutto è intervenuto perché Celia 2520
Gran cagion dienne a lui, giovane altiero. 2521
Devea la crudeltà, dal suo marito 2522
Usata in tòr del mondo i fratei suoi, 2523
Ispegner la pietà, ch’ella ebbe tanta 2524
De la morte di tale, e saria viva, 2525
E ’l cor proprio d’Orazio, che sospinto 2526
Fu al giusto atto da reale sdegno. 2527
E però devi, o Popolo discreto, 2528
Rispettare il garzon, che anco non varca 2529
Quattro lustri d’età: venti anni ha egli. 2530
POPOLO
Che s’abbia alcun rispetto a chi non have 2531
Nessun riguardo a la natura nostra, 2532
Illecito mi pare; e se pur fia, 2533
Potrà dirsi non già di uman favore, 2534
Ma dono sol di Dio, per man di noi 2535
Offerto a te che le parole formi 2536
Con la stampa del cor che te le insegna. 2537
PUBLIO
I Duumviri, Popolo gentile, 2538
Parlano in grado mio senza aprir bocca. 2539
E ’l provo col poter eglino opporsi 2540
Al tuo arbitrio e vincer il letigio, 2541
E dipoi in onor de l’empia legge 2542
La vita sottopor de la mia vita 2543
A l’orribil suplizio; non fan motto, 2544
Che il preceder più oltre, senza forse 2545
Pregiudicaria lor, me offendendo. 2546
POPOLO
Ecco il Littor: Littore, Orazio chiama, 2547
Che si sta da le turbe circinfuso, 2548
Come là sotto il superbo arco vedi, 2549
E conducilo qui, che ognuno il vegga. 2550
PUBLIO
E tu, pietà, chiama quei tanti e tanti, 2551
Quei tanti e tanti chiama tu, pietade, 2552
Chiamagli, pietà, dico: e in lingua loro 2553
Sino al ciel fa sentir qual, sua mercede, 2554
Essi e mille altri e di poi mille e mille 2555
Hanno, come si sa, spirto nel petto, 2556
Carne in su l’ossa, sangue entro le vene, 2557
In bocca fiato, in la persona membra, 2558
Lena in la vita e in la pelle vigore. 2559
Con ciò sia che la morte de i miei figli 2560
E la virtù di quel che vive han salva 2561
De la patria di noi gente infinita 2562
Che già si preparava al fatto d’arme, 2563
Terminato per man de la battaglia 2564
A gli Orazii commessa; onde che vivi 2565
Gran numero per ciò di color sono 2566
Che in mezzo combattendo a i ferri crudi 2567
Morti sarieno, altri uccider volendo. 2568
Sì ch’essi, Popol pio, essi più ch’io, 2569
Se ben padre li sono, inginocchiarsi 2570
Debbeno inanzi a te, da te impetrando 2571
La salvezza di lui; perché in la pugna 2572
Non era per andar, che gli ultimi anni 2573
Annovero oggimai, onde alcun frutto 2574
Non potea far la giovenile spada 2575
Che de la pace ho dedicata al tempio. 2576
Benché vaneggio in dir che solo quelli 2577
Che seguan Marte, a supplicar per lui 2578
Tenuti sono, che il debbon far anche 2579
Le case, i tetti, gli edifizii, i fori, 2580
Gli acquedutti, le mete, le colonne, 2581
I templi, gli archi, i teatri, le moli, 2582
I colossi, le terme, i simulacri 2583
Et insieme co i sette colli altieri 2584
Gli intrighi che in le vie rompano i passi. 2585
Perché si vincitrice Alba di Roma 2586
Restava in cotal dì, non rimaneva 2587
Qui pietra sopra pietra, andando il tutto 2588
In rovine et in ceneri, elevando 2589
L’una città con il cader de l’altra. 2590
POPOLO
Se tu giudice fusse de l’errante, 2591
Come padre li sei, non saperesti 2592
L’efficazia del cor per la tua lingua 2593
Esprime così ben; ma essendo al reo 2594
Padre molle e non giudice severo, 2595
L’animo che li tieni dir ti face 2596
Cose di padre veramente degne. 2597
Orazio, in tanto appressati, ch’io voglio 2598
Che la giustizia in grado si conservi, 2599
Come anco Orazio vorrebbe, se fusse 2600
Il caso in altri et ei fuor d’interesse. 2601
PUBLIO
Ahi, Popolo benigno, miserere, 2602
Miserere di me, vecchio infelice: 2603
Che certo veder parmi ora la morte, 2604
Sempre senza pietà, conversa in pianto, 2605
Per farle forza ogni pianeta infido 2606
Di offendermi sì oltre. O Popol grato, 2607
Farai tu, tu farai batter qual corpo 2608
Che, abbattendo gli inimici Albani, 2609
Tutte le membra del Romano impero 2610
Restaro inviolabili et intatte? 2611
Popolo sopr’uman, Popol sublime, 2612
Farai velar, velar farai tu gli occhi 2613
Al gran liberator del nostro regno? 2614
Il cui sguardo feroce et immortale 2615
Scintilla raggi d’ardire e di onore, 2616
Per il che fu eletto a quella impresa 2617
Che guai a noi s’ella cadea in altrui? 2618
Io, o Popol divin, creder non posso, 2619
Non io che non so creder che ti piaccia 2620
Veder di nodi ingiuriosi astrette 2621
Quelle armigere, franche, uniche mani 2622
Che di servile ubidienza han cinto 2623
Tutto l’arbitrio de i liberi Albani 2624
E disgombrate le catene dire 2625
Che si non gite ragirando intorno 2626
A la Romana libertà serena. 2627
Benché poco hanno fatto in quanto a l’opre 2628
Che per far sono de la patria in grado 2629
Quando l’occasion, l’ora opportuna 2630
A le virtuti lor presenteranno. 2631
Ma cingeransi mai d’orrido fune 2632
Quella gola e quel collo che di gemme 2633
E d’or ancor devria cinger monile? 2634
A l’arbore infelice appenderassi 2635
Colui che ha dato al popolo, a la patria 2636
Vita e felicità? Or non udite 2637
Parole uscir da i morti Curiazii, 2638
Che a gran voce riprendon l’impietade 2639
Di te, Popol Romano? Onde gli onori 2640
D’Orazio, fatta di sé stessi schiera, 2641
Per duce avendo la sua gloria tanta, 2642
Vengan per liberarlo; e lo faranno, 2643
Se la clemenza tua, Popolo, indugia 2644
Un sì dovuto uffizio: la clemenza 2645
Di cui, Popol, sei vaso. Perché a Dio 2646
Si avvicinan color che ogni or pietosi 2647
Si rivolgano inverso i falli altrui. 2648
Tal che chi sta ne l’atto del pedono 2649
D’uomo diventa Iddio: però devremmo 2650
Sempre desiderar che si fallisse 2651
Per non esser mai uomini e Dei sempre, 2652
In virtù, in onore, in laude, in grazia 2653
De la misericordia ch’io dimando, 2654
Per questo figliuol mio che abbraccio e bascio, 2655
Che bascio e abbraccio tremando e piangendo. 2656
Ma se la sorte pur vorrà che occorra 2657
Ciò ch’ella mostra, che Dio vòl che sia, 2658
Speranza ho d’impetrar, mercé del pianto, 2659
Di morire in tuo scambio. 2660
ORAZIO
Anzi, padre, io,
Io per voi patirei la morte, quando 2661
Foste in termine tale; a voi rendendo 2662
L’esser concesso a me da l’esse vostro. 2663
PUBLIO
L’essenza de la carne ch’io ti ho dato 2664
A me renduta l’hai di gloria tale 2665
Che se obligo è pur tra il padre e il figlio, 2666
Dal lato mio si rsta. 2667
ORAZIO
Or al Littore
Comanda, o Popol degno, impone a lui 2668
Che leghi a me, inutil servo a Roma, 2669
E le mani e la gola; e che mi copra 2670
La testa, e batta dove più ti aggrada, 2671
Impendendomi poi sopra le forche. 2672
Perch’io quel sono, io son colui per certo 2673
Che il tòr de la vita a la sorella 2674
Ho tradito la patria, ho avuto in odio 2675
La libertà, chi la brama e chi l’have. 2676
E perché l’opre far peggio non ponno, 2677
L’ho fatto col pensier, col cor, con l’alma. 2678
POPOLO
Io pensai d’esser solamente giusto 2679
In materia sì strana, la qual fammi 2680
Di giusto diventar pietoso tanto, 2681
Che né del vecchio le lagrime amare, 2682
Né del giovane l’animo costante 2683
Dentro al cor mio più sofferir non posso; 2684
Onde, Orazio, io ti assolvo. 2685
PUBLIO
Ahi, Redentore!
Ahi, Dio quaggiù di noi! 2686
POPOLO
Ti assolvo, Orazio.
PUBLIO
O Nume nostro salutare! 2687
POPOLO
Io assolvo,
Orazio, te e ciò faccio e dispongo, 2688
Oltre la pietà che ho del tuo buon padre, 2689
Per maraviglia de la tua vertute, 2690
Non per giustizia de la causa inorme. 2691
PUBLIO
Popol misericorde, Popol santo! 2692
POPOLO
Ma perch’una sì nota uccisione 2693
In qualche modo onesto sia punita, 2694
A le spese del publico farai 2695
Che il figliuol tuo, che or a pietà mi move, 2696
Purghino i sacrifizii purgatorii, 2697
I quali atribuiti et assegnati 2698
Saranno de gli Orazii a la famiglia 2699
Et oggi e sempre. Intanto, Littor, trova, 2700
Trova un giogo, o Littore, perch’io voglio 2701
Che Orazio sotto col capo velato, 2702
In segno di peccante e penitente, 2703
Ci vada umile; e che si chiami poscia 2704
De la sorella il trave; e d’anno in anno 2705
De le pecunie del comune erario 2706
Si rinovi tal cosa: e questo è quanto 2707
Termina e chiude la data sentenza. 2708
ORAZIO
Diè dunque Orazio, Orazio debbe dunque 2709
La testa porre, in un vil drappo ascosa, 2710
Sotto a quel duro e dispietato giogo 2711
Dal quel dianzi egli solo armato in campo 2712
Ha liberato il glorioso collo 2713
Di tutto il Roman popolo e di Roma? 2714
Publio, il petto indurate, incrudelite 2715
Il core, o Publio, consentendo ch’io 2716
Più tosto moia una volta che mille, 2717
Anzi che sempre: avenga che la grazia 2718
Empia e nefanda in perpetuo al morire 2719
Condanna me, che morirei d’ogni ora 2720
Ne la memoria che in ciò rimarebbe 2721
Di età in età, di gente in gente. 2722
Io son giovane sì, ma non sì vano 2723
Che non comprenda ciò che il giogo importa, 2724
Rinovato dal publico tesoro. 2725
Sì che la legge i suoi rigori adopri, 2726
Mostri i suoi dritti, ch’io per me non posso 2727
Sentir cotal giudizio; e in lui morendo, 2728
Rinasco in altro, perché in ciascun tempo 2729
La gente d’ogni secolo pietade 2730
Avrà del torto che mi face in cielo 2731
Col porre a Roma in su gli occhi una benda 2732
D’infame ingratitudine e malvagia. 2733
PUBLIO
Che v’ho io fatto, stelle? o cieli, a voi 2734
Che mai feci io? ditemi, o pianeti, 2735
Perché così perseguitare un uomo? 2736
È vero, influssi, io confesso, destino, 2737
Né a voi, sorti, né a te, caso, nego 2738
Che non dicessi, come sa qui Spurio, 2739
Che del cenno d’Iddio servi voi sete. 2740
Ma quando pur io perversato sia 2741
Per cagion sì potente, in Giove spero, 2742
Ch’essendosi il suo onor per me difeso, 2743
Non sosterrà che guiderdon ne segua 2744
A la sua immensa largità disforme. 2745
POPOLO
Duolmi del dolor tuo, Publio, e sì lodo, 2746
Io lodo, Orazio, il generoso affetto 2747
E lo ardir formidabile che mostra 2748
Lo intrepido cor tuo e forte ammiro 2749
Come ch’ei possa nel petti capirti 2750
Non capendo nel mondo; e però vuoi 2751
Più tosto al collo del tuo corpo il laccio, 2752
Il cui grave martir passa e va via, 2753
Che la corda a la gola del tuo nome, 2754
La passion del qual resta e non parte. 2755
Ma ti è forza esseguir quel che ho concluso, 2756
Poi che il giogo il Littor ch’io dissi reca. 2757
ORAZIO
O sì, o no, ch’esseguirò il tuo detto. 2758
POPOLO
Publio, il patir che a la sentenzia amica 2759
Calcitri il figliuol tuo, mi sforzarebbe 2760
A usar la forza con quel rigor mero 2761
Che, provocato da la ostinazione 2762
De l’altrui insolenza, non conosce 2763
Pietade né perdono. Si che aconcia, 2764
Littore, il giogo, e tu, Orazio, adempie 2765
La volontade mia e il fallo appaga 2766
D’una apparenza che l’effetto sembri. 2767
ORAZIO
Chi sono io? 2768
POPOLO
Ahi, barbaro superbo!
La sinistra in la barba e ne i capegli 2769
La destra! 2770
LITTORE
Oimè!
POPOLO
Lascialo presto, uom reo.
PUBLIO
Oh, che cose son queste? Orazio, lascia, 2771
Lascia il Littore e il Popolo contenta. 2772
ORAZIO
Io questo faccio perché l’ira sua 2773
Si accenda in vêr me sì ch’egli mi appenda 2774
Come omicida e non mi assolva quale 2775
Uomo in cui la pietà vince il delitto. 2776
POPOLO
Trascurata insolenzia e non fierezza 2777
Le mani ti fa por de la vittoria 2778
Ne i crin de la giustizia e ti sospinge 2779
L’animo a i suoi dispregi. Ora sta’ forte, 2780
E vederem s’io che voglio, posso 2781
Resistere a te sol: bene anderai 2782
Dove sentenzio, e ciò presto vedrassi. 2783
Tenete il giogo voi da l’un de i lati, 2784
Mentre da l’altro nel foro del muro 2785
Fermo si attiene. 2786
ORAZIO
Mirami nel volto,
E mirato che m’hai, giudica s’io 2787
Ti paio da temer quel de la morte, 2788
De la qual l’uom terribil è sepolcro. 2789
SPURIO
Deh taci, Orazio, che parlando uccidi 2790
Quel che ti procreò e lo constringi 2791
A la disperazion che lo conquide. 2792
Vedi con che silenzio doloroso, 2793
Con che cordoglio taciturno egli have 2794
L’animo dato a lo spavento in preda, 2795
Che d’ansia e spasmo gli spirti gli ingombra. 2796
ORAZIO
Certo far tu mi puoi, Popolo, forza, 2797
Perché sei d’infiniti uomini stuolo, 2798
Et io sol di me stesso inerme schiera. 2799
Ma né tu, né quanti altri mai saranno 2800
Popoli in ciascun globo de la terra, 2801
Potrien piegare al cor ch’io tengo un dito, 2802
Né a l’animo ch’io ho svegliere un pelo. 2803
POPOLO
Proviamo in tanto se il poter mio basta 2804
A sveglierti e piegarti la persona. 2805
Ma saldi, o voi, statevi un poco in dietro, 2806
Perch’io odo il mormorio d’una lingua 2807
Che scioglier pur si vòl; teco fo tregua 2808
Sin che s’intenda la cagion del grido 2809
Che su dal ciel ne i nostri orecchi scende. 2810
PUBLIO
Forse che il ciò che ti è paruto udire, 2811
Una pietade fia mossa da Giove. 2812
A cui non piace al fin che la fortuna 2813
S’imagini ogni spezie di quel male 2814
Che un misero miserrimo far puote. 2815
Certo la pazienza, ch’emmi scudo 2816
Contra i colpi di lei, meco stupisce 2817
Come, dopo il morir di duo miei figli, 2818
Saputo ella abbia ritrovar un caso 2819
Comportante in su gli occhi al padre Publio 2820
Che Orazio uccida la sorella Celia. 2821
E per nulla parerle la quistione 2822
Mossami da la legge anzor armata 2823
Di rigori severi, oimè, pur troppo, 2824
Tu sorte sei, tu, tu, sorte, inventrice 2825
De la croce, u’ per ultimo mi ha posto, 2826
Con aspro e incomperabile tormento, 2827
L’ostinazion, figliuol, che ti condanna 2828
A voler prima esser da reo punito 2829
Che la vita salvar chinando il capo 2830
U’ forse il chinarai mal grado tuo: 2831
Anzi pur mio, perché l’età senile 2832
Pate ciò che non sente l’immatura. 2833
POPOLO
La voce, ch’io mo dissi, si rinforza. 2834
SPURIO
L’odo ancor io, e in su quei tetti scorgo 2835
Una certa ombra che parla in sé stessa: 2836
Si scuote intanto ogni cosa d’intorno. 2837
Ma udite la voce, udite, udite 2838
La celeste favella altiera e pura 2839
Che dir vòl non so che. 2840
POPOLO
Baleni e tuoni
Le interrompano il suon de i vivi accenti. 2841
Già il tutto si acqueta. 2842
PUBLIO
Ottimo Giove,
Giove massimo, a me propizio sia 2843
Il portento apparito. 2844
POPOLO
Ciascun taccia.
VOCE
La volontà de gli Dei sommi forma 2845
Il tenor de i miei detti, per cui dice 2846
Il lor poterlo far che tu cancelli, 2847
Popolo, l’ira nel cor tuo notata 2848
Per man del non voler la pia sentenza 2849
Altri ubbidire; e tu, Orazio, china 2850
La testa al giogo, che il chinarla in terra 2851
Purga il peccato, conserva la legge, 2852
Onora il Re, gratifica la Patria, 2853
Consola i Padri, il Popolo sublima, 2854
Ricrea Publio e te stesso mantiene. 2855
Peroché l’aurea tua linea patrizia, 2856
l’alta geonologia di te paterna, 2857
Raccolto ogni onor suo, dentro al tuo seme 2858
Dee produrre di lui ne i dì futuri, 2859
Tra gli alti Orazii cavalieri e duci, 2860
Un duce e cavalier che armato e solo 2861
Terrà di Roma il più notabil ponte 2862
Contra lo stuol di tutti i Toschi eroi. 2863
Sì che adempisci col chinar del capo 2864
Tanta fortuna, del tuo sangue in gloria, 2865
Né consentir che la tua nobil vita, 2866
Nel lasciar questo sol, questo aere, cangi 2867
In forza ciò ch’è debito in natura. 2868
In tanto, chiaro Popolo, comanda 2869
Che Celia si rinchiuda in ampla e bella 2870
Urna di pietre variate e quadre: 2871
Et ivi resti ove insepolta stassi. 2872
Poscia, dove morir l’un sopra l’altro 2873
I duo fratelli, aciò vivesse, come 2874
Sempre vivrà, la patria lor, si drizzi 2875
Un tempio degno di lucendi marmi. 2876
PUBLIO
Misericordia divina tien cura 2877
Di me, udito l’ho: certo è beato 2878
Chi spera ne gli Dei sempre pietosi. 2879
POPOLO
In me fatto un cor nuovo ha quella voce: 2880
Di duro et aspro, io son tenero e molle. 2881
PUBLIO
Ora vedrassi, ora vedrassi, figlio, 2882
Se Dio tu temi et ami me, col porre 2883
E col non porre dove debbi il collo. 2884
ORAZIO
Io temo Giove et amo Publio e voglio 2885
Il Popolo ubbidir. Veniamo a l’atto. 2886
POPOLO
Ridrizza, o Littore, il giogo, e copre 2887
La testa a Orazio. 2888
LITTORE
I’ l’ho drizzato, e pongo
Il drappo u’ debbo. 2889
ORAZIO
Ei non fia ver, Littore,
Perché la voce non fede alcun motto 2890
Del panno che tu spieghi per coprirmi, 2891
Con ciò sia che Marte non è Dio 2892
Da consentir che i famigliari suoi 2893
Col fronte ascoso movino alcun gesto. 2894
Onde la voce col di lui consenso 2895
Parlato aver non può, ma con l’altrui 2896
Esser ben poterebbe, et io lo credo. 2897
PUBLIO
Dio scampi ogniun da ciò che può patire 2898
E da lo intervenirgli di quei casi 2899
Che avvenir non possono a veruno. 2900
Questo dico per me, che soffro mali 2901
Che ne i guai non son de la natura. 2902
ORAZIO
Padre, non più, non più, padre, perch’io 2903
Voglio acquetarvi; in tanto, o Dei amici, 2904
Fate che la memoria di tal atto 2905
Non alligni ne i posteri, o che in questo 2906
Secol si spenga un sì brutto ricordo. 2907
E tu, animo mio, che me pur vedi 2908
Per tua causa adirato con me stesso, 2909
Peroché di viltà parrammi ir pieno, 2910
Ubbidito che avrò gli uomini e i Dei, 2911
Perdonami l’offesa ch’io ti faccio 2912
Facendo quel che nel farlo non manco 2913
De la virtù che mostrar debbo sempre 2914
A l’alte tue generose eccellenze, 2915
Come ognuna di lor puote giurarti. 2916
Io non tocco, io non movo, io non iscemo 2917
Le qualità che in te natura pose, 2918
Acciò l’essercitasse con quelle armi 2919
Che in lor real costume e in valor proprio 2920
Materia han data di parlarne al mondo. 2921
Ora con tua licenzia, animo forte, 2922
Ma lascio dal Littor velare il volto, 2923
E con il voler tuo mi chino, entrando 2924
Sotto il giogo presente. 2925
PUBLIO
Ora io resurgo
Dal centro al cielo. O Popolo, raccoglie 2926
Nel cor tuo il mio figlio; e se ci è luogo 2927
Ch’entrar ci possa anch’io, fa’ ch’anch’io vi entri, 2928
Senza poterne mai con esso uscire. 2929
POPOLO
Io, per segno di ciò che a me dimandi, 2930
Con l’autorità di quel che sono 2931
Per publico consenso, onde non puossi 2932
Non ch’altro crear Re senza il mio detto, 2933
Tutto pien de l’amor del qual tu, Publio, 2934
E tu, Orazio, al fin mi avete acceso, 2935
Me ne vado a far tòr l’armi e le spoglie 2936
De gli estinti inimici, e sopra i pili 2937
(Che anco essi de gli Orazii chiamaransi) 2938
Che si lochino voglio, e che poi il tempio 2939
Si edifichi a i duo morti cavalieri. 2940
Benché prima si dee serrar ne l’urna 2941
La infelice pulzella. Orazio, or vanne 2942
A terminar de le tue sorti il resto, 2943
Che se ruggine alcuna in te rimane, 2944
Con la sacerdotal sacrata mano 2945
Levaralla il bel purgo ove t’invii. 2946

CORO DI VIRÙ IN LA CONCLUSIONE

In somma i buoni e i rei 2947
Han timor de gli Dei, 2948
E la lor volontade 2949
Sopra ciascuno arbitrio ha libertade. 2950
Onde il giovan, compresa 2951
Del ciel la intenzione, 2952
Il capo altier sotto il vil giogo pone, 2953
Senza più far contesa. 2954
Ma perché si compiace 2955
La divina clemenza 2956
In quella sofferenza 2957
Che ogni impeto di mal sopporta in pace, 2958
Ecco Publio ch’è fuore 2959
Del carcere u’ il tenea chiuso il dolore. 2960
Però l’uom che ci vive, 2961
Oltre il temere Dio, 2962
Impari a tollerar quanto di rio 2963
Porgan le sorti schive 2964
A qualunche più merta 2965
Grado et onore in questa vita incerta: 2966
Che al fine i pazienti 2967
Son felice e contenti. 2968

IL FINE