Giambattista Giraldi Cinzio

Egle

Giraldi, Giovan Battista. <<Egle.>> A cura di Carla Molinari. In: Cremante, Renzo (ed.), <<Teatro del Cinquecento,>> vol. 1 <<Tragedia>> . Milano-Napoli: Riccardo Ricciardi Editore, 1988, pp. 881-967.

Joan Oleza Simó (Investigador principal) Semplice, Silvia (Editor)

Italiano · Verso · 2442 versos

https://playcode.fly.dev/plays/EMOTHE0497_Egle

Tiempo histórico
Tiempo maravilloso (intemporal)

A DAMONE

Mentre in Arcadia Titiro se ’ngegna Di dare a Pane i primi antichi onori, Acciò che tra le ninfe e tra i pastori La famiglia di Bacco apra l’insegna, A te per la virtude che ’n te regna Ricorre Pan da’ soletari orrori E pregati ch’acciò che ogniun l’onori Gli doni sede a le sue feste degna. Dunque apri a’ prieghi suoi, Damon, gli orecchi E volgi a lui da le tue greggie il core, Sì che ’n pregiarlo ogniuno in te si specchi: Che Pan vedrai per queste selve darti Latte in gran copia et il maggior pastore Farti ch’egli abbia in tutte l’altre parti.

AL MAGNIFICO M. BARTOLOMEO CAVALCANTI

Tre cose tra le altre, Magnifico Messer Bartolomeo, sono sovente principale cagione che i nuovi componimenti che da sé sono degni di loda appresso quelche tòrto giudicio ricevan biasimo. L’una delle quali è l’ignoranza altrui, l’altra il troppo persuadersi di sapere, la terza l’altrui invidia. Perché coloro che non sanno non stimano buono se non quello ch’è lor proprio, ciò è l’ignoranza. E quelli che si persuadono di sapere tutte le cose, veggendosi non essere iti con lo ’ngegno tanto oltre, quanto alle volte veggono andare altri, cercano col biasimare gli apportatori delle cose nuone serbarsi quella riputazione ch’essi s’hanno acquistato appresso tale che si ha creduto poter sapere, col mezzo loro, ogni lodevole cosa. E gli invidiosi, che sempre con dolente occhio mirano il bene altrui, quanto più vaghe veggono apparir le cose nuove e più atte ad accrescere pregio a’ loro auttori, tanto più cercano macchiarle col loro veleno, accioché meno vaghe e men leggiadre si scuoprano a gli occhi di chi le dee mirare. Per questo adunque, veggendo io a che rischio i’ mi poneva e quanto gran campo io dava a simili genti di lacerarmi, s’io dava fuori la Satira mia, cosa non pur nuova, ma (s’io non me ’nganno), né anche conosciuta da molti a’ tempi nostri, meco avea deliberato tenerla ascosa e nel seno godermi d’essere stato io il primo che dopo mill’anni e più avessi posto in questo campo il piede. Ma dopoi, sapendo ch’i dotti, che sono d’animo sincero, prendono piacere di quello che a quegli altri è di noia e bramano ch’ogni dì appaia cosa onde si destino i belli ingegni ad arricchire questa nostra volgar favella, ho voluto più tosto piacere a questi pochi tali (che dopo che la mi fero porre in scena, più e più volte chiesta la mi hanno), che per la moltitudine di quegli altri essere tenuto da questi poco cortese. Oltre che ’l persuadermi che questa mia nuova favola potrebbe essere duce a’ gentilo spiriti a farli giungere, in questa maniera di scrivere, là ov’io forse non sono arrivato, mi ha non poco invitato a darla fuori. Avendo adunque meco proposto di lasciarla uscire, a voi tra’ dotti giudiziosissimo e tra’ giudiziosi dottissimo ne faccio cortese dono, sicuro che se voi colla vostra dottrina e col vostro giudizio non potrete raffrenare l’altrui mal dire, potrete almeno colla ragione in mano, dalla quale a mio giudicio in questo componimento non mi sono scostato, far vedere a chi sarà capace del vero il poco sapere de gli ignoranti e la troppa persuadione e malvagità de gli altri; e che se questa Satira non ha in sé la real maestà della Tragedia, né la civile piacevolezza della Comedia, porta però tanto seco del proprio a lei, che non è nella sua spezie imperfetta appresso di chi sa di che membra vogliono essere composte questa e quelle. Coglietela adunque et insieme con lei il vostro Giraldi, non meno affezionato alla vostra molta vertù, che merti la benignità e la cortesia che sempre amorevolissimamente l’avete mostro. Giovan Battista Giraldi Cinthio

EGLE SATIRA DI M. GIOVAN BATTISTA GIRALDI CINTHIO DA FERRAR

fu rappresentata in casa dello auttore l’anno m.d.xlv. una volta a’ xxiiii di febraio. et un’altra a’ iiii di marzo all’illustriss. signore il s. ercole ii. da esti. duca iiii. et all’illustriss. e reverendiss. cardinale ippolito ii. suo fratello. la rappresentò m. sebastiano clarignano da monte falco. fece la musica m. antonio dal cornetto. fu l’architetto et il pittore della scena m. girolamo carpi da ferrara. fece la spesa l’università delli scolari delle leggi

L’ARGUMENTO

I Dei silvestri innamorati delle ninfe de’ boschi, inteso ch’i Dei del cielo si son dati ad amarle, cercano di non le si lasciar tòrre. Perciò colla astuzia d’Egle le conducono in ballo co’ fanciulli loro, rimanendo essi nascosti. Mentre sono in ballo, si danno a volerle rapire. Le ninfe, scoperto lo ’nganno, se ne fuggono al bosco, er ivi sono mutate in varie forme, lasciati tutti dolenti i Dei silvestri.

LE PERSONE CHE PARLANO

SILVANO
SATIRO
FAUNO
SILENO
EGLE
CROMI
MNASILO
CORO Il Coro è di Satiri.
OREADI
DRIADI
NAPEE
NAIADI
PANE
SIRINGA
AMADRIADI
[NINFE]
SATIRI PICCIOLI
[SATIRI]

IL PROLOGO

Spettatori, parravvi forse strano 1
Che ’n questo luoco, in cui veder solete 2
Città grandi e reali, ora veggiate 3
Sol boschi e selve. E certo avez ’l poeta, 4
Per non uscir del suo primo costume, 5
Seco pensato d’apportarvi cosa, 6
Che già a l’ordine avea, di real grado; 7
Ma cosa a lo ’mproviso sovraggiunta 8
Dal suo primo pensier l’ha distornato. 9
Ch’essendosi egli da la cara patria 10
Per molte miglia dilungato e molte 11
E andando per le selve de l’Arcadia 12
(Forse per ricrear la stanca mente, 13
Lontan dal vulgo e da la gente sciocca), 14
Avenne che trovò Pale e Pomona 15
Ch’avean tenzon d’una gran cosa insieme, 16
Ciò è de la natura. E dicea Pale 17
Che la natura venia meno, e meno 18
Venian le cose naturali in essa. 19
Ma Pomona, più saggia, le dicea 20
Che se ’ngannava e che non era vero 21
Che la madre natura ristringesse 22
Punto de la sua ampiezza, e che ’l mutarsi 23
Era più tosto al liberal, a l’ampio, 24
Ch’al misero, a lo stretto et a l’angusto. 25
E che fé ne farebble il Dio de gli orti, 26
Molto pratico in lei, chi gliel chiedesse. 27
Or, mentre avean tra lor simil sermoni, 28
S’avider che, gran pezza, dietro a un faggio 29
Il poeta s’avea preso piacere 30
Di veder la natura di nascosto 31
D’ambedue loro, al gareggiar sì pronta. 32
Dunque, poi che di lui si foro accorte, 33
Voller saper di che oppenione ei fosse; 34
E promiser di stare al suo giudizio, 35
Come già stetter ne la valle Idea 36
A la sentenzia del pastor Troiano 37
Le tre più belle Dee ch’avesse ’l cielo. 38
Et aprendo ambedue le sue ragioni 39
Inanzi a gli del poeta, Pale 40
Molte ne disse a suo favor, che lungo 41
Ora sarebbe a raccontarle tutte; 42
E tra le molte si fermò su questa: 43
Ch’al manzar de gli effetti si vedea 44
Che d’essi anco mancavan le cagioni 45
E che per ciò, mancata essendo al mondo 46
La stirpe de’ Silvan, Satiri e Fauni, 47
Dei vermigli nel viso, ispidi et irti 48
Et avezzi a cacciar pe’ densi boschi 49
De la natura, ella tenea per certo 50
Che mancata di lei fosse gran parte. 51
Alor Pomona, tra le sue ragioni, 52
Come per più possente addusse questa: 53
Che veggendosi ciò per chiara prova 54
Che quanto ella di sé più dava, tanto 55
Si faceva atta a più poterne dare, 56
Creder deveasi che fosse infinita 57
L’ampiezza natural ch’ella avea seco; 58
E ch’ella avea questa ragion per vera 59
Che, come se mancasse il caldo al fuoco 60
Più fuoco non saria, così, togliendo 61
L’ampiezza a la natura, mancherebbe 62
D’esser natura. Or, poi ch’ebbe il poeta 63
De l’una e l’altra le ragioni aperte, 64
Riverente a Pomona si rivolse 65
E le disse: Alma Dea, voi per natura 66
Possente a far de la natura fede, 67
Avete aperta al natural la via. 68
Però chi è quel, che savio sia, che pensi 69
Che la natura, per natura larga, 70
Si debba giamai dir manca né mozza? 71
E poi rivolto a la Dea Pale disse: 72
Non son (come voi dite) unqua venuti 73
Ne la natura men Satiri e Fauni, 74
Anzi ella ne produce ogni dì molti; 75
Ma avenuto è, per lor natural uso, 76
Che ’n una gran caverna, che prodotta 77
la natura gli avea, son stati in gioia 78
Il tempo che veduti non gli avete. 79
E quando gli voleste ne le parti 80
Vostre raccòr, ve n’av[e]reste molti, 81
Con gran piacer de la natura istessa. 82
Et in fede di questo, i’ n’ho veduti, 83
Venendo qui, gran copia. E questo detto, 84
Additò lor l’ampio e capace luoco 85
Ov’ascosi facean que’ Dei soggiorno, 86
Qualor con lor piacer volean celarsi. 87
Veduto adunque Pale che Pomona 88
La sentenzia avea avuta in suo favore, 89
Le cesse tutta vergognosa in viso. 90
Pomona alor, voltatasi al poeta, 91
Il rengraziò de la sentenza data, 92
Poi disse: Perch’io so che sono in questa 93
Sentenzia molti in che dianzi era Pale, 94
I’ voglio che ’n onor de la natura 95
Viva non lasci tal sentenzia al mondo 96
E facci fede a ogniun d’aver veduti, 97
Al venir qui in Arcadia, gli Egipani, 98
Dei de le selve, dopo tanti lustri. 99
E perchè ogniun creder tel possa, e possi 100
Farlo toccare, a chi vorrà, con mano, 101
Per tòr tal biasmo a la natura, ovunque 102
Uopo sarà la sua larghezza aprire, 103
Farò venir con le sue selve Arcadia, 104
Co i Dei e co le Dee che le fian dentro; 105
I quali (come già) di quelle istesse 106
Fiamme d’amor si troveranno accesi 107
Che per le vaghe e boscareccie ninfe 108
L’arsero il cor, et averan quel fine 109
Del loro ardente amor ch’ebbero allora: 110
Il che potrà mostrar che pur non manca 111
De l’ampiezza natia l’alma natura, 112
Ma che, dopo un voltar lungo de’ cieli, 113
Vengon da lei quelli medesmi effetti 114
Ch’ella aveva altra volta anco prodotti. 115
A la madre Pomona allor promise 116
Il poeta di farlo. Ella di pome 117
Copia l’offerse e gli soggiunse poi 118
Ch’egli di ciò maggior mercede avria, 119
Ch’avendo i Dei maggior tal cosa a grado, 120
Allargheriano anch’essi a lui la mano 121
E mai nol lascierian sentire inopia. 122
E dopo, avendo scorto che ’l poeta 123
Di ritornare al suo natio paese 124
Facea tra sé pensiero, in uno istante 125
Ha fatto qui venir tutta l’Arcadia. 126
Queste sono le selve e quei là i monti, 127
I fiumi e le città ch’ella in sé tiene 128
Occupati vi son da queste selve. 129
Trovando adunque ora il poeta nostro 130
Circondato da boschi quel paese 131
Ove vedeste già Susa e Damasco, 132
E sé condotto, fuor d’ogni pensiero, 133
Qui in un momento, con la grande Arcadia, 134
Lasciato quel proposto ch’egli avea 135
De lo rappresentar cose reali, 136
Le ha fifferite a miglior tempo, et ora 137
Deliberato ha di servire al luoco 138
E servare a Pomona la promessa. 139
Dunque, per farvi fede oggi per sempre 140
Che de la sua abbondanzia mai non scema 141
La liberal natura alcuna parte, 142
Ora i Satir venir vi farà inanzi, 143
Ch’accolti sono in un drappel nel bosco. 144
Ma costui che di qua viene palese 145
Farà de l’apparir lor la cagione; 146
Et i caprigni Dei, ch’uscir vedrete, 147
Vi faran manifesto di che sorte 148
Di favole sia questa. Or, spettatori, 149
Se vi sia sempre la natura amica, 150
Né buon natural manchi a chi n’have uopo, 151
State cheti et attenti; e se vi fia 152
Grato veder di novo questa gente 153
Di cui credeasi il seme esser già spento, 154
Fate che sì il poeta se n’aveggia 155
Che sia costretto anco altra volta darvi, 156
Per la benignità vostra, piacere. 157

ATTO PRIMO

SCENA I

(SILVANO solo)
[SILVANO]
Quando lo stuolo uman ne l’innocenzia 158
Prima vivea e dava cibo a ogniuno 159
Le ghiande ne le selve e bever l’acque, 160
Foron le selve et i pastori in pregio, 161
E noi, al par de gli altri Dei, pregiati. 162
Forono poi da’ boschi e da le selve 163
(O per vertù de l’eloquenzia altrui, 164
O per opra d’alcun prudente, o vero 165
Che così pur volessero le stelle) 166
Gli uomini in un ne le cittadi accolti; 167
E col luoco mutar costumi e legge, 168
Et in vece de l’acque e de le ghiande, 169
Le quali il mondo che le fugge onora, 170
Diè lor Cerer le biade e Bacco il vino: 171
Bacco, al qual noi servimo, e che nodrito 172
Fu dal nostro Silen tener fanciullo. 173
E quantunque essi ne le altier cittadi 174
Avessero altra vita, altri costumi, 175
Nondimen, raccordevoli d’avere 176
Principio avuto da gli incolti boschi, 177
A noi Dei de le selve alzaro altari, 178
Tal che non pur ne’ luochi aspri e selvaggi, 179
Ma ne l’alte cittadi il nome nostro 180
Era avuto in onore e ’n riverenzia, 181
E ne’ solenni giuochi e ne le feste 182
Introdotti eravamo ancora noi, 183
Per dare essempio a ogniun di miglior vita. 184
E quantunque, dopo che trasformossi 185
Quel giovanetto, che sovra ogni cosa 186
Io amava e avea nel cor vivo scolpito, 187
In questa pianta che ’l suo nome serba, 188
Sempre i’ sia stato misero e ’nfelice, 189
Pur non m’era discar veder ch’a noi 190
Desse il debito onor la gente umana. 191
Avenne poi che ’nsieme con l’impero 192
(Così il ciel varia gli costumi e ’l mondo) 193
Appo’ Greci mancò l’util costume 194
D’introdur ne’ suoi giuochi i Dei silvestri; 195
E a lungo andar, da quel debol principio 196
Del Roman sangue, sì aspramente crebbe 197
La soperba ambizione appresso loro, 198
Che si scordar le selve e gli umil luochi, 199
E non feron di noi stima: et in vece 200
Di quelle feste, ove soleano noi 201
Ad essempio de’ popoli introdurre, 202
Volser lo stile a biasimare i vizii 203
E diero il nome a quel modo di dire 204
Ch’esser soleva già proprio a quell’altro 205
Ch’avea noi introdotti ne le scene. 206
E dopo, a poco a poco, sì s’estese 207
La soperbia de gli uomini, che noi 208
Sprezzaro ne le selve anco i pastori: 209
Tal che, ridotti ne’ più alpestri luochi, 210
Vissi siamo tra noi secoli e lustri, 211
E quanto di piacere avuto avemo, 212
Ne la solinga e boscareccia vita, 213
È stato di veder le vaghe ninfe 214
Errar pe’ boschi e cacciar cervi e dame. 215
Or, non veggendo noi altri che queste 216
Ninfe leggiadre et amorose, molti 217
De’ nostri ora di lor si son sì accesi 218
Che non han mai per lor tregua né pace. 219
M’accresce il suo dolor ch’i Dei celesti 220
Cercan di turbar lor fin ne le selve, 221
Dandosi anch’essi a amar le ninfe loro; 222
Onde temendo che non gli sia tolto 223
Del loro amore il frutto, hanno proposto 224
Non si voler lasciar tòr da le mani 225
Quel che par lor che di ragion sia suo, 226
E se l’amor non gioverà, a la forza 227
Vogliono al fin con tutto il cor coltarsi. 228
E ch’altro far si dee, quando un’ingrata 229
Prende piacer di consumare un core 230
E vuol che crudeltà sia il guiderdone 231
D’un vero amore e d’una fé sincera? 232
Ma perché veggio comparir coloro 233
Ch’ordine devon dare a questo effetto, 234
Vo’ dar lor luoco e ne la selva entrare, 235
Fin che mi parerà d’uscirne fuori. 236

SCENA II

(SATIRO, FAUNO)
SATIRO
Amor che mai non giunga a fine, amore 237
Dir non si dee, ma una continua pena. 238
FAUNO
È troppo il ver, ma se vi s’accompagna 239
Sospetto e gelosia, non è più pena, 240
Ma una continua, inevitabil morte. 241
SATIRO
Troppo tutti il proviam, dopo che Gione 242
E gli altri Dei del ciel venuti sono 243
A disturbar ne’ boschi e ne le selve 244
I nostri amori; già nissun di noi 245
Ad essi ha fatto ingiuria, che per odio 246
Debbano disturbar la pace nostra. 247
FAUNO
Sai, frate mio, quale ingiuria han da noi 248
I Dei del ciel? 249
SATIRO
Non io.
FAUNO
Lìngiuria è ch’essi
Veggono la beltà di queste ninfe 250
E noi di lor minori e sanno quanto 251
Bellezza che sia in man di pover sia 252
Atta a potersi aver da illustre amante. 253
SATIRO
Quanto dolore, ohimè, m’aggionge questo 254
Sospetto; e quanto più m’infiamma Amore, 255
Qualor io penso meco che tai sono 256
Le nostre ninfe, ch’i celesti Dei 257
Cosa da lor le tengono e dal cielo 258
Voglion discender, per goder di loro. 259
O di che ben sarem privati noi, 260
Se ne fossero tolte da le mani 261
Le ninfe nostre! 262
FAUNO
Il lamentarsi è vano,
Quando non ponno le querele aiuto 263
Porgere a chi si duole; e però prima 264
Che dal cielo discendano nel bosco 265
I Dei, buon fia che noi prendiamo il tempo 266
D’averle ne le man prima di loro. 267
Dunque, pria che sia Giove e gli altri Dei 268
Possessori di quel ch’a noi si deve, 269
Mentre l’abbiam qui ne le forze nostre 270
È da cercar che cel godiamo noi. 271
SATIRO
Ahi che più non vi veggio modo alcuno, 272
Come già di vender mi parea prima. 273
Che se ben sdegnosetta si mostrava 274
La Napea mia e ne lo aspetto irata, 275
I’vedea pur tra le turbate ciglia 276
Balenar di pietà talora un raggio. 277
Ma poi ch’avista s’è questa crudele 278
De l’amor di costor, via più soperba 279
Venuta è verso me ch’una vitella: 280
Mi mira con tòrt’occhio e mi s’asconde 281
Qualor la miro e sdegnosetta e schiva 282
Mi fugge et odia, ond’io m’affliggo e struggo. 283
FAUNO
Tal è verso di me la Naide mia, 284
Quale a punto è vèr te la tua Napea. 285
Ohimè, quando mi torna a mente ch’ella 286
Mi si mostrava un poco e con un riso 287
Mi rallegrava o con un finto sguardo, 288
E poi dietro ad un pino o ad una quercia 289
Ratta si nascondea, come colei 290
Che non volea mostrar d’avermi visto, 291
Et indi di nascosto m’assaliva 292
Gettandomi una mela di sua mano, 293
Et or la veggio fatta così acerba, 294
Me ne sento partir dal corpo l’alma; 295
E tutto avien perché ’n soperbia salse 296
Tosto che s’udì amar da’ Dei celesti. 297
Ma non farà giamai, con quanto sdegno 298
Ell’ha nel petto, ch’io non l’ami e pregi 299
E non cerchi d’averla a le mie voglie. 300
SATIRO
E che vogliam noi far, per goder qualche 301
Frutto de le fatiche du tanti anni? 302
FAUNO
Voglio che ’ntendiam ben prima s’è vero 303
Ch’i Dei celesti sian per farne ingiuria. 304
SATIRO
Che bisogna cercar, s’elle medesme 305
L’han detto ad Egle di Sileno nostro? 306
FAUNO
Costume è de le ninfe di mostrare 307
Esser da’ Dei maggiori amate, ancora 308
Che non sia ver, che così pensan pregio 309
Acquistarsi e devere esser più care 310
A’ loro amanti; e però buono fia 311
Che noi bene intendiam la cosa prima, 312
E se ver sarà ciò, troverem via 313
Ch’altri falce non ponga in quella messe 314
Ch’essere accolta dee per nostra mano. 315
SATIRO
E come ciò potrem saper? 316
FAUNO
Sileno
È (come sai) gran famigliar di Bacco, 317
Come colui che da fanciul nutrillo; 318
E Bacco tien nel ciel parte co’ Dei 319
(Mal grado di Giunon) per esser nato 320
Di Giove, e può saper tutte le cose 321
Che fanno gli altri Dei nel cielo. Adunque 322
Andrà Sileno e ’ntenderà da Bacco 323
Se deviamo temer de’ nostri amori; 324
E stiam sicur ch’avrem da lui il vero, 325
Ch’essendo noi ministri suoi e avendo 326
Egli da noi e sacrifizii e voti, 327
Non ci celerà cosa ch’egli sappia. 328
SATIRO
Ma dove avrem Sileno? Egli dormire 329
Dee pien di vino in qualche grotta o deve 330
Esser col Cromi suo, col suo Mnasilo 331
In giuoco e ’n festa, o con la sua dolce Egle. 332
FAUNO
Eccolo ch’egli vien co’ suoi compagni 333
A punto fuor del bosco. 334
SATIRO
Ei tutto è festa,
Ove noi miser siam doglia e tormento. 335
Andianli de nascosto ambidue incontro. 336

SCENA III

(SILENO, EGLE, CROMI, MNASILO)
SILENO
Bacco, se nel nodrirti ebbi già affanno,
Tant’or piacere ho in core 337
Pel tuo dolce liquore, 338
Che mi par lieve ogni sofferto danno; 339
O Cromi caro, o mio soave amore 340
Dolcissim’ Egle, o car Mnasilo, onore 341
Di queste selve c’hanno 342
Ogni bene entro sé, qualora vanno 343
Col fiasco in man per lor Fauni silvaggi; 344
Or sotto a questi faggi 345
Datemi bere. Oh che soave odore 346
Escie di questo vaso! 347
Sento dolcezza de l’odor maggiore. 348
Oh perché non son tutto e bocca e naso, 349
Perché questo sapore 350
Meglio gustassi e me’ l’odor sentissi! 351
O Bacco, o Bacco, padre almo e fecondo, 352
Bacco, in crui sempre ho fissi 353
I pensieri e le voglie, 354
Da cui mi viene il ben che ’n me s’accoglie, 355
Chi non diria secondo 356
Giove a te, che tien te di lui minore, 357
Se per te fosse, com’io son, giocondo? 358
Or bevi sino al fondo, 359
Egle mia cara e dolce compagnia, 360
Bevi vitina mia, 361
Che non bevesti mai succo migliore. 362
EGLE
Beata quella vite ond’uscì fuore 363
Così suave umore! 364
Ma non vedi che more 365
Cromi e Mnasilo di disio di bere? 366
Da’ lor del vino ancora. 367
CROMI
Non son stato io a questa ora, 368
Egle, a gustarne? Or da’ a Mnasil, che ’l chere, 369
Il vaso, e mostra avere 370
Disio di voler darli uno gran crollo. 371
MNASILO
Or pommi il fiasco al collo, 372
Tanto ch’io sia satollo; 373
Deh chi mi può tenere 374
Ch’io non salti e non balli? 375
S’i fonti già co’ lor vivi cristalli, 376
Toltane ogni uman’arte, 377
Diedero bere a ogniun per ogni parte, 378
Mi godo, Cromi caro, 379
Ch’alor non mi crearo 380
I Dei e ch’ora lor produr me piacque, 381
Che si beve del vino in vece d’acque. 382
SILENO
Beato il padre e la madre onde nacque 383
Bacco, nostro alto duce, 384
Che noi lieti conduce 385
A ber l’alto liquor che mai non spiacque. 386
Ma se ’l bere non m’ha tolta la luce, 387
Parmi veder due de’ compagni nostri 388
Che vengon verso noi molto dolenti. 389
Andianli incontro, che gli darem bere 390
E’l duol gli addolcirem che ’l cor gli preme. 391

SCENA IIII

(SATIRO, FAUNO, SILENO, EGLE)
SATIRO
Dio ti salvi, Silen. 392
FAUNO
Salviti Dio
E ti conservi l’allegrezza tua. 393
SILENO
E voi faccia contenti il nostro Bacco 394
E vi levi del core ogni tristezza. 395
FAUNO
Ben bisogno n’abbiam, caro Sileno: 396
Che non appar mai per le selve il sole, 397
Né mai si cela, che ne vegga lieti. 398
SILENO
E che cosa à che sì v’affligga? Vuole 399
Allegri Bacco i suoi compagni, e voi 400
Viver volete i vostri dì in affanno? 401
Tenete questo fiasco pien di greco 402
E bevete una e due volte, e ’n un tratto 403
Vi uscirà ogni dolor fuori del petto. 404
Bevi, Satiro mio, bevi, car Fauno, 405
Che chi beve buon vin, senza ber Lete, 406
Se ne beve l’oblio d’ogni dolore. 407
SATIRO
Ohimè, ch’ogni soave succo pe tòsco 408
A uno affannato core! Altro ci vuole, 409
Sileno, a farci lieti. 410
SILENO
Se ’l vin lieti
Far non vi può, per voi non ho rimedio: 411
Io beverò per voi. 412
SATIRO
Anzi il rimedio
È solo in te de la gran doglia nostra. 413
SILENO
Che poss’io far per voi? 414
SATIRO
Darci la vita;
Né sol per noi, noi ti cheggiamo aiuto, 415
Ma per tutto lo stuol nostro: che tutti, 416
Se non ci aiuti tu, siamo a la morte. 417
SILENO
Fate ch’io sappia ’l mal: s’avrò rimedio 418
Atto a curarlo, i’ non ven sarò scarso. 419
SATIRO
Novo non credo che ti sia ch’ogniuno 420
Di noi arde d’amor di queste ninfe 421
Che vengono a cacciar per questi boschi. 422
Or Egle tua ci ha detto che da loro 423
Intese ieri ch’i Dei celesti d’esse 424
Ardon non men di noi e ch’elle ancora 425
In amor gli rispondono, di modo 426
Ch’ella tien ch’esse sian per fuggir noi 427
E darsi tutte a amare i Dei celesti. 428
SILENO
É vero, Egle mia, questo? 429
EGLE
Il dissero eri,
Mentr’io le confortava a amar costoro. 430
SILENO
Avete gran ragion di lamentarvi, 431
Se vero è quel che da costei or odo. 432
FAUNO
Silen, se ciò avenisse, ci dorrebbe 433
Esser mai nati al mondo; però aita 434
Porgine, prego, e se noi teco insieme 435
Fummo per farti aver la tua cara Egle, 436
Non n’esser ara tu di favor scarso. 437
SILENO
Chiedete, ch’io son tutto a’ piacer vostri. 438
SATIRO
Vorremmo che sapessi tu da Bacco 439
(Che sappiamo che nulla egli ti cela) 440
Se forse egli ’nteso ha che questi Dei 441
Siano per voler tòrci i nostri amori; 442
Poi saper cel facesti: che, s’è vero, 443
Non siam per tolerar scorno sì grande. 444
SILENO
Anzi il devete far: io immantinente 445
Me n’andrò a Bacco e per costei, tantosto 446
Che ’l tutto inteso avrò, ven darò aviso. 447
SATIRO
A Dio, Sileno. 448
SILENO
A Dio, compagni cari.
Ma io vi prego in tanto a raccordarvi 449
Che ’l vino è medicina a ogni gran cura 450
E che impossibil è che chi ben beve 451
Con ogni grave duol non faccia tregua. 452
Bevi, Cromi mio car, bevi, Mnasilo, 453
E tu bevi, Egle, e andiamo a trovar Bacco. 454
(CORO)
O Bacco, oò, oò, figliuol di Giove 455
E de l’amata sua Semel tebana, 456
O Bromio, o Evio, o Dionisio Dio, 457
Dio di letizie nove, 458
Se forse tra le nove 459
Sorelle d’Elicona ora ti trovi, 460
O se pur tu rinovi 461
I sacrifizii tuoi co le baccanti, 462
O sei tra’ verdeggianti 463
Pampini de le viti a ornar le fronti, 464
Ne’ lidii o frigii monti, 465
A chi ti face onore, 466
O a trarne il dolce umore 467
Che trae de l’altrui alme ogni dolore, 468
Risguarda noi, Signore. 469
E come in ogni luoco 470
Che ’l tuo nome s’onori 471
Sen van le doglie fuori 472
Con tostissimo passo, 473
Così or, Signor, fa casso 474
Il nostro fier timore 475
Et al cocente ardor del grave fuoco 476
Da’ refrigerio e ’n giuoco 477
Volgi ogni nostra pena: 478
Sì che dov’ora è piena 479
L’alma nostra di doglia e di sospetto 480
Si faccia tutta gioia, 481
E ’l timor se ne moia, 482
E senta il tuo valore il nostro petto. 483
O Bacco, o Bacco, o Dionisio santo, 484
O Dio d’ogni diletto, 485
Volgiti a noi alquanto 486
E ascolta i nostri preghi: 487
Fa’ che ’l dur cor si pieghi 488
Di queste Dee, che ne minaccian pianto. 489
O Bacco onnipotente, 490
Difendi la tua gente 491
Da gli oltraggi del cielo e fa’ che neghi 492
Ogni ninfa di queste sé a que’ Dei 493
Che sconsolati e rei 494
Voglion fare i dì nostri. 495
Temp’è, Signor, che mostri 496
Se mai sempre ti piacque 497
Il nostro non bere acque. 498

ATTO SECONDO

SCENA I

(EGLE sola)
[EGLE]
Più volte e più m’ha detto il mio Sileno, 499
Narrandomi i principii de le cose, 500
Che ’l piacere introdutto fu nel mondo 501
Perché ’l mondo per lui si conservasse, 502
E che non solo queste mortai cose 503
Vivono pel piacer, ma i Dei medesmi, 504
E che, tolto il piacer fuori del cielo, 505
Si leveranno col piacere i Dei. 506
Anzi più detto m’ha: che così intenti 507
Sono al diletto i Dei, che ’n ozio eterno 508
Si giaccion senza aver cura di nulla 509
Perché, s’avesser cura de le cose, 510
Si turberebbe ogni riposo loro 511
E di non esser Dei verriano a rischio. 512
Perch’ei non pensa ch’altro sia il piacere 513
Ch’una requie lontana da ogni cura 514
Ch’abbia sempre il gioir fido compagno; 515
E tante volte e tante espressamente 516
Toccare ei lo mi ha fatto con le mani, 517
Che quanto i’ miro più, più chiaro i’ veggio 518
Ch’al mondo non è ben senza diletto, 519
E che solo il piacere è che condisce 520
Di dolcezza ogni amar di questa vita; 521
Tal che la vita istessa che viviamo 522
Saria una morte espressa, se privata 523
Fosse di quel piacer che la conserva; 524
Ond’io conchiudo che di ciò che vive 525
Il diletto sia fine e tra i diletti 526
Quel di Venere e Bacco il maggior sia. 527
E a chi nol crede i’ ne fo certa fede: 528
Che mentre in compagnia fui di Diana, 529
Fu sempre il viver mio senza una gioia. 530
E che gioia tra donne aver poteva 531
Giamai giovane donna? Il cacciar belve, 532
Il lavarsi ne’ fonti, il bever l’acque 533
Non empiono i diletti de le donne, 534
Ma sol Venere gli empie e gli empie Bacco, 535
Questi facendo noi vivaci e deste, 536
Quella compiendo ogni imperfetto nostro; 537
E però l’un e l’altro i maggior Dei 538
Sono del mondo, appo chi scorge il vero, 539
E chi a lor serve, veramente serve 540
Al diletto immortale. Il che sapendo 541
Questi Dei de le selve, tosto ch’essi 542
Avranno l’imbasciata che Sileno 543
Per me gli manda, col piacer di Bacco 544
Giungeran quel di Venere, cercando 545
Per ogni via goder di quello amore 546
Che gli può far sentir compiuta gioia. 547
Ma veggo fuor del bosco uscir coloro 548
Ch’attendono risposta da Sileno. 549

SCENA II

(FAUNO, SATIRO, EGLE)
FAUNO
Pur che la nuova sia buona, il tardare 550
Non mi dorrà. 551
SATIRO
Sia pure o buona o rea,
Me ne cal poco; i’ seguirò il consiglio 552
De gli altri miei compagni in queste selve; 553
E a dirti il vero, i’ non avrei usato 554
Tanti rispetti, com’usar tu vuoi: 555
Ove pericol è che ti sia tolta 556
Cosa che ti sia cara, biasimato 557
Non sarai unqua a porlati in sicuro. 558
FAUNO
La tropp’ audatia torna spesso in danno. 559
SATIRO
Et il troppo temer fa perder spesso 560
Quel ch’aver si potrebbe: i’ voglio audace 561
Perder, più tosto che timido avere. 562
FAUNO
Io mi ricordo ancor quel che m’avenne 563
Quand’Ercol mi gittò fuori del letto: 564
Io mi sento dolere anco le spalle, 565
Per la grave percossa ch’alor diedi. 566
SATIRO
Già non si convenira altra mercede 567
A la tua gran follia: non fu l’ardire, 568
Ma ’l tuo poco veder che ti fe’ danno. 569
La preda avevi ne le man sicura 570
E ti condusse l’ignoranza tua 571
(Lasciata la fanciulla delicata) 572
Intorno ad Ercole ispido e feroce; 573
Tu vendrai ben che, s’io entro in questa caccia, 574
Io non piglierò l’orso per la lepre. 575
EGLE
Che parole son queste? Aman la pace 576
Le selve e non le liti. 577
FAUNO
Non è guerra,
Egle, tra noi, sol aspettiam sapere 578
Ch’abbia inteso Silen nostro da Bacco. 579
EGLE
Non vi è nulla di buono. 580
FAUNO
Tu m’hai morto.
SATIRO
Et a me animo hai dato a la mia impresa. 581
Narraci che ci manda a dir Sileno. 582
EGLE
Vi fa saper ch’i Dei celesti sono, 583
Non men che voi, di queste ninfe accesi; 584
E che tosto che ’l sol tolga la luce 585
A le cose mortai, voglion dal cielo 586
Venirsi ne le selve a goder d’esse. 587
FAUNO
Ohimè! 588
SATIRO
Io non vo’ già per ciò dolermi:
Prima di lor i’ me n’andrò a la caccia. 589
EGLE
E ch’essi, per non esser conosciuti, 590
Sotto mentita forma a lor verranno. 591
SATIRO
Et io v’andrò ne la medesma mia, 592
Prima che ’l sol s’asconda: statti, Fauno, 593
Tu su’ rispetti tuoi. 594
FAUNO
Satir, sei sciocco;
Io ti dico che ’l senno e ’l buon consiglio 595
Spesso vale anco ne le selve molto, 596
E se vogliàn che questo ci soccieda, 597
In condurlo bisogna usar molt’arte, 598
Altrimente ogni cosa andrà in sinistro. 599
EGLE
Fauno non dice mal! Satir, sta’ cheto 600
E ascolta un po’ quel che vo’ dirti anch’io. 601
Bisogna che con senno e con prudenzia 602
Voi conduciate queste ninfe a l’amo: 603
Che se palese forza lor vorrete 604
Fare, n’andrà tutta la cosa in nulla. 605
SATIRO
E perché? non siam noi per far lor forza? 606
Tu t’inganni, Egle. 607
EGLE
Io non m’inganno, ascolta.
O che volete ritrovarle in caccia, 608
O ver sotto quelch’ombra, o dentro a un fonte 609
(Ch’altrimente non sono unqua nel bosco). 610
Se ’n caccia, avran con loro i fieri cani 611
Et avran tutte in man dardi e saette 612
E potran de l’ingiuria apparecchiata 613
Tutte far contra voi aspra vendetta; 614
Se ’n qualche fonte forse o vero a l’ombra 615
Vi pensate di còrle, avran Diana 616
(Com’è costume loro) in compagnia: 617
E s’ella vi si trova, miser voi! 618
Sapete ben quel ch’a Atteone avenne 619
E quanto sia di voi ella maggiore. 620
Potreste dir d’accòrle al ritornare 621
Ch’elle faran dal bosco a le lor stanze, 622
Ma sareste anco nel medesmo caso, 623
Perch’elle fian (come nel bosco) in schiera, 624
Armate anco di dardi e di saette 625
E non men seco avran, che prima, i cani. 626
Però in essempio sianvi i Dei del cielo, 627
I quai conducon con inganni a fine 628
I lor disiri e con inganno ancora 629
Pensan di queste ninfe oggi godere. 630
SATIRO
Che deviam dunque dar? 631
FAUNO
Prudentemente 632
Condur la cosa.
SATIRO
E come? 633
FAUNO
I’ voglio ch’Egle
(Egle via più d’ogni altra ninfa accorta) 634
Parli con lor (che so che volentieri 635
Ella s’adoprerà con queste ninfe) 636
E le disponga a non ci dar più affanno. 637
EGLE
Il farò volentier, perch’io vorrei 638
Vederle nel piacer nel quel son io, 639
Acciò che et elle e voi foste contenti. 640
FAUNO
Che non si vuol venir mai a la forza, 641
Fin che non s’è tentata ogni altra via; 642
E sciocchezza è voler tòr con violenzia 643
Cosa che per amor si possa avere. 644
E s’Egle le potrà disporre, avremo 645
Quel che cerchiamo, e se pur non potesse, 646
Vo’ che con esso lei ella le ’nviti 647
Ad una festa che ’ntendiam di fare. 648
SATIRO
Tu non ce le corrai. 649
FAUNO
Anzi verranle,
Che vo’ ch’ella lor dica che noi tutti, 650
Insino a un’ora o due, siam per partirci 651
Di quete selve e gir fin in Ispagna. 652
SATIRO
So che finger tu vuoi di gir da lunge. 653
FAUNO
Ben bisogna mostrar che gran paesi 654
E varii mari e varii fiumi e monti 655
Vogliam cercar, perché conoscan chiaro 656
Cha facil non ne fia il tornare a loro. 657
SATIRO
Or segui. 658
FAUNO
Io voglio poi ch’ella le dica
Ch’i nostri Satirini e i picciol Fauni 659
Oggi, partiti noi, verso la sera 660
Vogliono far tra lor festa solenne, 661
E le pregano tutte che con loro 662
Voglian trovarsi: son bramose anch’esse 663
D’aver solazzo onesto e, non temendo 664
Di noi, verranzi. Noi, poi che fia tempo 665
E deposti elle avran dardi e saette, 666
Usciremo del bosco e farem quello 667
A lor ch’i Roman fero a le Sabine. 668
EGLE
Fauno, molto mi piace il tuo consiglio; 669
Io, tosto che le veggia, con bel modo 670
Tenterò di disporle al vostro amore, 671
E quando ciò non mi soccieda, ogni arte 672
Userò poi perché quest’altro segua. 673
SATIRO
Egle, te ne preghiamo; così mai 674
Non ti manchi dar ber vino soave, 675
E ’l tuo Silen sovra ogni cosa t’ami! 676
EGLE
Io non mancherò in cosa ch’io presuma 677
Ch’a espedir questo fatto esser possa atta, 678
Ma voglio, perché più agevol mi sia 679
Quel che ’ntendo di far, che voi chiamiate 680
Alcun de’ maggior vostri da la selva 681
E con mesta canzon tutti a una voce 682
Cantiate il vostro amor, le vostre doglie, 683
E vi dogliate de la sorte rea 684
Che voi per crudeltà di queste ninfe, 685
Ch’amte molto più che gli occhi vostri, 686
Per non essere a lor sempre di noia, 687
Sete costretti a abbandonar le selve 688
E le parti d’Arcadia a voi natie. 689
Elle quindi non son lontane molto 690
(Ch’io le vidi, al venir qui, tutte insieme 691
Porsi in assetto, per andare a caccia) 692
E so che v’udiranno e forse, tosto 693
Che mi vedran, mi parleran del canto; 694
Et io mi piglierò da questo il tempo 695
Di poter ragionar de la partenza; 696
E s’esse pur non ne parlasser, io 697
Tempo mi prenderò di ragionarne, 698
E così appresso loro avrò più fede, 699
E più agevol mi fia finire il tutto. 700
SATIRO
Or vanne, Egle mia dolce, e faccia Bacco 701
Che riesca a buon fin questo disegno. 702
Noi nel bosco entrerem, per chiamar fuori 703
Gli altri compagni e dar principio al canto. 704

SCENA III

(EGLE sola)
[EGLE]
Aviene di costor quello ch’aviene 705
Del mio Silen, quando a le volte beve 706
Tanto che se gli offusca il san discorso: 707
Che mentre che narrar mi vuol le cose 708
Soblimi, che narrar spesso mi suole 709
Quando chiaro ha de la ragione il lume, 710
Il vin bevuto oltra misura in modo 711
Il trae di sé, che cosa gli fa dire 712
Che parte ha in sé ragion, parte n’è senza. 713
Così costor, naturalmente rozzi, 714
Poi c’han sentito l’amoroso ardore, 715
Si son svegliati in parte e parte sono 716
Rimasi ne la lor prima grossezza; 717
E per ciò nel consiglio lor si vede 718
Qualche cosa di buon con molto reo. 719
Pensato han ben, per ingannar le ninfe, 720
Condurle al ballo, che ciò è la via vera 721
Di trovar modo a gli amorosi effetti. 722
Ma il modo di condurgliele è sì sciocco, 723
Che s’avedrebbe de lo ’nganno un bue: 724
Però bisognerà ch’altra via i’ tenti, 725
Se vorrò che riesca questo inganno. 726

SCENA IIII

(SATIRO, CORO, FAUNO)
SATIRO
Che state a far? Venite fuori omai. 727
CORO
Tu ci hai tutti adunati e non ci hai detto 728
Per che cagion tu n’hai condotti insieme. 729
Che ci hai da dire? 730
SATIRO
Una bramata cosa.
CORO
Non bramiasmo altra cosa che potere 731
Godersi de le ninfe che no’ amiamo. 732
SATIRO
E d’altro non vi ho da ragionare 733
E dimostrarvi il modo onde potremo 734
Tutti a un tratto dar fine a i nostri affanni. 735
CORO
Ah ah, ah ah, o Bacco, o Bacco, ah ah, 736
O Bacco, oè, o Bacco, oè, oè, 737
Se ciò ver è, quai fian di noi più lieti? 738
SATIRO
Siam risoluti ch’i celesti Dei 739
La ci vogliono fare ad ogni modo; 740
E pel consiglio del canuto Fauno 741
Determinato abbiam di farla a loro. 742
CORO
E così far si deve. O Bacco, oè, 743
Fa’ che la cosa ne soccieda e noi, 744
Cinti d’edera verde e [di] corimbi, 745
Ti farèn sacrifizio oggi d’un capro, 746
Versando lui ne le rugose corna, 747
Per l’oltraggio che già fece a la vite, 748
Un napopien di delicato vino. 749
Ma narra il modo che tenir debbiamo. 750
FAUNO
Il modo intenderete più a bell’agio; 751
Or fa mestieri che cantiamo insieme 752
Canzone che contenga i dolor nostri 753
E l’amor che portiamo a queste ninfe, 754
Fingendo voler quindi ire in Ispagna 755
(Viaggio duro e di fatica molta) 756
Per fuggir la cagion del nostro male 757
E non dar noia a lor ch’amiamo tanto. 758
SATIRO
Comincia tu, che seguiremo tutti. 759
FAUNO
Poniànci insieme a l’ombra di quel faggio 760
E diam principio al lagrimevol canto. 761
(CORO)
Non arse mai tanto stoppia per fiamma, 762
Ch’abbia bifolco in lei talor accesa, 763
Quant’ora a dramma a dramma 764
Noi arde quella accesa 765
Face d’amor per quelle belle Dee, 766
Che ne sono sì ree 767
Che fuggon noi, qual fugge il cane damma. 768
Deveva pur lo smisurato amore 769
E la nostra sincera e pura fede, 770
Per la qual chiaro il core 771
E ’l nostro amor si vede, 772
Scacciar così da lor la crudeltade, 773
Che, vinte da pietade, 774
Porgesser refrigerio al nostro ardore. 775
Non è già in questi boschi o ramo o foglia, 776
Né fiera sì selvaggia o sì soperba, 777
Né ’n questo pian germoglia 778
Alcuna sorte d’erba, 779
Né questi arbori fiede sì fier vento, 780
Che del nostro tormento 781
Pietà non abbia e de la nostra doglia. 782
E queste nostre Dee, che ne l’aspetto 783
Si mostran tutte amore e cortesia, 784
Si prendono a diletto 785
La nostra pena ria; 786
E quant’è acerba più, quant’è più dura 787
La nostra aspra ventura, 788
Tanto di crudeltà s’arman più il petto. 789
Però, poi ch’esse son più d’ogni fiera 790
Crude e sdegnano a tòrto il servir nostro, 791
Né amor, né fede intiera 792
L’ha insino ad ora mostro 793
Qual mercede si deve a servi fidi, 794
Andremo ad altri lidi, 795
Prima ch’ogniun di noi, amando, pèra. 796
Non odran più in Arcadia i nostri accenti 797
Tristi e ’nfelici Menalo e Liceo, 798
Né i chiar rivi e lucenti 799
Pel nostro pianto reo 800
Saran turbati più per queste selve, 801
Né le selvaggie belve 802
Qui piangeranno i nostri aspri tormenti. 803
Ma odrà l’Istro in Ispagna, odrà l’Ibero 804
(Che vogliam verso là volger i passi, 805
Benché ’l camin sia austero) 806
Quanto siamo noi lassi; 807
E speriàn ch’ivi ogni solingo luoco 808
(Udito il nostro fuoco) 809
Mostrerà segno di pietate vero. 810
Ma voi, quercie, pin, faggi che qui sete 811
E de le nostre ninfe il nome in voi 812
Da noi scolpito avete, 813
Dopo che quindi noi 814
Sarem partiti, almen mostrate aperto 815
Che si devea altro merto 816
A l’amor, di cui voi testimon sete. 817
Perchè, s’avien ch’alcuna mai vi miri, 818
De la sua crudeltà seco sospiri. 819

ATTO TERZO

SCENA I

(OREADI, DRIADI, NAPEE, EGLE, NAIADI)
OREADI
Già, apparecchiata s’è di gire al bosco 820
Diana per cacciar con l’altre ninfe: 821
Andiamo ancora noi a ritrovarla. 822
DRIADI
Andiàn. 823
NAPEE
Andiamo a l’onoranda nostra
Dea figlia di Latona e del gran Giove, 824
Onor de le campagne e chiaro pregio 825
Di vera castitade e lume chiaro 826
Del ciel, quando il sol toglie a noi la luce. 827
DRIADI
Andiamo a la triforme nostre Dea, 828
Non men chiara nel ciel, ch’ella sia in terra 829
O nel regno di Dite. 830
OREADI
Onora Pale
Ogni pastore, e Cerere i bifolchi, 831
E chi vendemia Bacco, e Pluto quelli 832
Che cercan le ricchezze; e noi che solo 833
Apprezziàn castità quanto la vita 834
Devemo amar con tutto ’l con Diana. 835
DRIADI
E come face sacrifizio a Marte 836
Chi segue la battaglia, et a Nettunno 837
Chiunque il tempestoso Oceano varca, 838
Così a Diana noi devèn dar voti. 839
NAPEE
Dunque, Dea de le selve e Dea de’ boschi, 840
In segno de la pura onestà nostra, 841
Ti spargiàn questi fiori a l’aure estive, 842
Testè da noi con vergini man colti 843
Ne’ più fioriti e ruggiadosi prati, 844
Ove mai non condusse pastor greggia, 845
Ove non entrò mai villan con falce. 846
Accoglili, o Dea santa, e le tue chiome 847
Crespe e lucenti cingi con tua mano 848
Di questa che t’offriàn grata corona; 849
E serva in noi di pudicizia il fiore 850
Che dicato t’abbiàn fin da’ primi anni. 851
Ma chi è costei che par che di noi rida? 852
È l’Egle di Sileno: oh come ha rossa 853
La faccia, oh come spira tutta fuoco! 854
So che si vede ch’ella serve a Bacco. 855
EGLE
Gelata non son già, come voi sete, 856
Né pallida mi face il ber de l’acque, 857
Come fa voi; uscita pure i’ sono 858
Una volta de’ fonti; semplicette, 859
Se sapeste che cosa è ’l bever vino, 860
I fiumi e i fonti vi verriano a noia 861
E non mi beffereste come fate, 862
Ma vedreste che ’l vin la prima parte 863
È de la vita umana e senza lui 864
Nulla di lieto al mondo esser mai puote. 865
NAIADI
Ubriaca che sei, credi di darci 866
A veder che l’error in che tu sei 867
Incorsa sia virtute? È un velen dolce 868
Il vino e fa, come serpente ascoso, 869
Che quando il pensi men ti dà di morso; 870
Et a la pudicizia è sì contrario, 871
Ch’esser casto non può chi sen dà a bere. 872
Però ben fero i buon Romani antichi, 873
Che non vollero mai che le lor donne 874
Usasser di ber vino: ohimè, non nacque 875
Questo letal umor de l’empio sangue 876
Di que’ Giganti ch’avean mosso guerra 877
Al ciel per cacciar Giove? I’ ti vo’ dire 878
Quel ch’udi’ già del vin dire a Diana, 879
Mentre di ciò parole avea con Bacco. 880
Ella dicea che ’l vino è proprio il padre 881
Di tutti i vizii e la radice certa 882
D’ogni gran mal, l’origin de’ peccati, 883
La destruzion de l’onestà palese, 884
La tristezza del corpo e la ruina 885
De’ sensi e de la mente e la vergogna 886
E certissima infamia de la vita. 887
Or pensa se venir ci può disio, 888
Qualora abbiàn tal cose inanzi a gli occhi, 889
Di darci a ber sì abominevol succo. 890
EGLE
Io ti dico, in contrario di quel c’hai 891
Contra me detto, che non è dolcezza 892
Perfetta in terra, né piacer perfetto, 893
Tolto che ’l vino sia fuori del mondo. 894
Egli dà forza al corpo e fa la mente 895
Vigile e desta e con lei desta i sensi; 896
Prudenzia aggiunge a’ savi e dà valore 897
A’ coraggiosi et è vero maestro 898
D’ogni vertù, d’ogni scienzia buona, 899
Serva la gioventù, leva gli affanni, 900
Accresce la bellezza e, per dir breve, 901
È la felicitade de’ mortali 902
E l’ambrosia et il nettare de’ Dei. 903
E s’i Romani già a le donne loro 904
Il vietar, come narri, fu perch’essi 905
Sapean che forza e che valore accresca 906
Il bever vino e però temean molto 907
Ch’essi, ch’avean di tutto il mondo impero, 908
Da le lor donne non restasser vinti, 909
Con lor disnor, ne gli amorosi assalti. 910
Se ne le mani a me mai da’ un buon greco 911
Od un corso od un gorro o una vernaccia, 912
E ch’io ne beva a voglia mia, mi sento 913
Così desta al piacer, desta a la gioia, 914
Ch’alora opra farei per dieci donne. 915
A quello che tu di’ che ’l vino atterra 916
L’altrui verginità, i’ ti rispondo 917
Che non si dee verginità apprezzare. 918
NAIADI
Or va’, malvagia, va’. 919
OREADI
Vanne, impudica,
Va’, nemica d’onore; ohimè, che voce 920
Di questa bocca scelerata è uscità! 921
Va’, va’ al tuo Bacco, e noi lascia a Diana. 922
EGLE
O poverelle che voi sete, sciocche 923
Vi rimarrete et io sarò la saggia! 924
E credetelo a me, che già ho provato 925
Che differenzia sia tra l’uno e l’altro 926
Modo di vita. 927
NAPEE
La lascivia tua
Ti fa parer vertù quello ch’è vizio, 928
Ma a noi, di pura mente e di pur core, 929
Pare altrimenti, er assai meglio parci, 930
E tutte abbiàn disposto di servare 931
La verginità nostra insino al fine, 932
E certe siam ch’ogni tesoro avanza 933
Questa verginità che custodimo. 934
EGLE
Et io vi dico ch’è di nissun pregio 935
Questa verginità che sí lodate 936
E, s’ogniun la servasse, andrebble il mondo 937
In nulla tutto: provoder bisogna 938
A l’immortalitade umana, né altro 939
Rimedio v’è che non conservar questa 940
Sciocca verginità che sì vi è a grado. 941
E qualor noi ci congiungerno a’ maschi, 942
Cerchiàn per soccession farci immortali 943
E al mono mantenir la spezie umana; 944
E se del parer vostro fusser state 945
Le madri nostre, ove saremo noi? 946
Il mondo, in quanto a sé, tutto distrugge 947
Chi di servar verginità si pensa, 948
E micidiale è una vergine donna 949
Di tutti quei ch’ella produr potrebbe: 950
Onde ne deve esser dannata a morte, 951
Com’uccisi ella avesse color tutti 952
Ch’avria pottuti generare in terra. 953
OREADI
Sono proprio da te queste parole, 954
Che chi avezzo è di star sempre nel fango 955
Fugge la purità de l’acqua chiara; 956
Però sta’ tu col tuo parer con Bacco, 957
Noi con Diana rimarèn col nostro. 958
EGLE
E che credete voi che se ne stia 959
Diana così casta, che non voglia 960
Il diletto provar di questa vita? 961
Sempleci, non vedete quante e quante 962
Mutazion vi face ne le mani? 963
E quante volte ella da voi si toglie? 964
Perchè credete voi che la veggiate 965
Ora nel cielo et ora ne lo ’nferno, 966
Ora tra voi per questi boschi et ora 967
Vi si nasconda tutta? Endimione 968
La si tien ne le braccia e con lei giace, 969
Si trastulla con lei, e voi vi state, 970
Senza piacere alcun, sempre digiune. 971
NAPEE
Noi già digiune di piacer non siamo, 972
Anzi ’l maggior piacer proviàn del mondo, 973
Servando il fior de l’onestade intatto; 974
Né creder ti vogliàn ciò che n’hai detto 975
De la nostra Diana. 976
EGLE
Di Diana
Credete voi ciò che vi piace: detto 977
Non vi ho cosa di lei che non sia vera; 978
Ma che serbar vogliate infatto il fiore 979
Che pose in voi per far frutto natura, 980
Dico che commettete un error grave. 981
Non so se m’intendete. 982
DRIADI
Or va’ tra’ Fauni,
A la tua vita compagnia conforme, 983
E lascia andar noi a Diana al bosco. 984
EGLE
Ben fora il meglio che veniste a’ Fauni, 985
A’ Satiri, a’ Silvan, poi che di loro 986
Parlato avete, e abbandonar Diana, 987
Com’ho fatt’io, e prender vi sapeste 988
L’occasione che vi s’offre innanzi. 989
Essi Dei son qual voi, qual voi prodotti 990
Da la natura ad abitar le selve, 991
E v’amano via più che gli occhi loro, 992
E potrian trar dal vostro fiore il frutto, 993
Del qual voi sete debitrici al mondo. 994
DRIADI
Che noi amiam quelle vestiaccie sozze, 995
De’ quai cosa non ha il mondo più brutta? 996
EGLE
In lor parte non è da capo a piedi 997
Che non sen possa aver dal ciel l’essempio. 998
Hanno le corna, e le corna have Bacco, 999
E nondimen non lo sprezzò Ariadna; 1000
Focosa hanno la faccia, e la faccia have 1001
Febo di fuoco, e pur Climene l’ama; 1002
E se sono terribili nel viso, 1003
Terribile è Nettunno, e nondimeno 1004
Tetide l’ama più che sé medesma; 1005
S’han rigida la barba, l’have tale 1006
Ercole, e mai Deianira sua 1007
Non si sdegnò darli amorosi basci; 1008
S’hanno il corpo irto, et irto ha ’l corpo Marte, 1009
Né Ilia il fuggì giamai perché foss’irto; 1010
Se vi spiaccion perc’hanno i piè caprigni, 1011
E chi è più sozzo d’uno tòrto e zoppo 1012
E tutto nero e affumicato? E ’n cielo 1013
Venere ama Vulcan, quantunque tale, 1014
Et ella la Dea sia d’ogni bellezza. 1015
Però gran torto avete a non far stima 1016
Di questi Dei che voi chiamate sozzi. 1017
NAIADI
Poi che tu vuoi da’ Dei l’essempio tòrre, 1018
Di quanto hanno di sozzo in sé costoro, 1019
Se volessimo amar, non fora il meglio 1020
Lasciar costoro e amare i Dei del cielo, 1021
Che si mostran di noi così bramosi? 1022
EGLE
Udito ho sempre dir che quello amore 1023
Che tra dissimil nasce è amore infido; 1024
E che disuguaglianza sia tra voi 1025
E i Dei del ciel, l’ha la natura mostro, 1026
Avendovi un da l’altro con distanzia 1027
Tanta disgiunti. Appresso, se vorrete 1028
Discorrere e vender che fine avuto 1029
Abbin le donne di che goduto hanno 1030
I Dei del ciel, veder potrete chiaro 1031
Che non è il lor amor se non di danno. 1032
Io vi sia essempio e Semele e Calisto 1033
E la misera Clizia e la dolente 1034
Madre di Febo e di Diana vostra, 1035
La qual, prima che lor portasse a Delo, 1036
Tante fatiche e tant’aspre sostenne, 1037
Che vi puon distornar d’amar costoro. 1038
Ma se vi date a amare i Dei silvestri, 1039
Che Dei sono qual voi, qual voi prodotti 1040
Da la natura ad abitar le selve, 1041
Et hanno voi per le più dolci cose 1042
Che potesser gustar tra questi boschi, 1043
Potrete ben sperar, non temer male. 1044
OREADI
Or non ci dar più noia: esser può prima 1045
Ogni impossibil cosa, che nissuna 1046
Di noi por possa amore a questi mostri. 1047
EGLE
I’ vi so dir che non andrete molto 1048
Che noia più non vi daran pe’ boschi; 1049
Né questo detto v’ho, perch’ essi imposto 1050
M’avesser ch’io lo vi dovessi dire, 1051
Ma sol perch’amo voi, perch’amo loro, 1052
E per farvi vedere il vostro bene. 1053
Essi, per non noiarvi e per fuggire 1054
La cagione ch’a morte li conduce, 1055
Hanno deliberato irvi lontani, 1056
E prima che si fossero partiti 1057
Volentieri v’avrian chiesto commiato, 1058
S’avuto non avessero temenza 1059
Di non destare in voi sdegno maggiore; 1060
E se trovato avessi in voi pietade, 1061
Come trovare a gran ragion devea, 1062
Cercato avrei di rivocarli indietro, 1063
Per non veder restar senza i suoi Dei 1064
Le selve già felici de l’Arcadia. 1065
DRIADI
Vadano pur, che non cal di loro, 1066
Come se non gli avessimo unqua visti. 1067
EGLE
I miseri n’andranno e sono in via 1068
E vi van sì lontani che più mai 1069
Bisogno non vi fia d’averne tema; 1070
Ma prima che si sian di qui partiti, 1071
Han fatto fede al ciel de le lor pene 1072
E testimon lasciati han questi faggi 1073
Del lor amor, de la durezza vostra. 1074
NAPEE
Ben sentiti gli abbiamo e n’è piaciuto 1075
Che seccaggine tal da noi si levi. 1076
Ma sento abbaiar cani e sonar corni: 1077
Però tempo è che ce n’andiamo al bosco. 1078
EGLE
Ahi crude più d’ogni selvaggia fiera, 1079
Più d’ogni selce dure e d’ogni scoglio 1080
Pieghevol meno! Ancor potrebbe il cielo 1081
(Qual de l’asprezza già di Anassarete) 1082
Vendetta far di crudeltà sì strana. 1083
Rimasi sono i lor picciol fanciulli 1084
Senza governo alcun per queste selve 1085
(Cosa ch’a pietà indur devrebbe i sassi): 1086
Che voluto non gli han condur con loro 1087
I dolorosi e miseri lor padri, 1088
Per l’asprezza del lungo aspro viaggio 1089
(Che quindi se ne van fino in Ispagna) 1090
E perché, poscia che voi lor sdegnate, 1091
Essi sdegnano ciò che non è voi. 1092
NAIADI
A questi Satirini e picciol Fauni 1093
Non mancherem d’esser cortesi sempre, 1094
E ’n tutto quel che chiederan da noi 1095
Saranno pienamente compiaciuti, 1096
Perché noi gli còrrem per propri figli; 1097
E quindi tu potrai veder che noi 1098
(Levantone il sospetto de l’onore) 1099
Non siam (come detto hai) crude e spietate, 1100
Ma di gran cortesia, di pietà piene. 1101
EGLE
Fate cosa lodevole e ’n lor vece 1102
Di tal bontade i’ vi ringrazio molto; 1103
e so che scemeran la doglia loro, 1104
Quando gli narrerò nuova sì buona. 1105
NAPEE
Or con Dio rimanti, Egle. 1106
EGLE
Andate in pace.
OREADI
Uno fermo proposito che ’n donna 1107
Sia di servarsi casta, al fine vince 1108
E tòr fa da l’impresa incominciata 1109
Chi la sollecitava al suo disnore. 1110

SCENA II

(EGLE sola)
[EGLE]
Non è d’apparecchiare a alcuno indisie 1111
Se non quand’ei si pensa esser sicuro. 1112
E che sia ver, non potero in dieci anni 1113
Con ogni ingegno lor, con ogni forza 1114
Vincere i Greci Troia, e ’n quella notte 1115
Che finsero la pace et il partirsi, 1116
L’arsero tutta e la gettaro a terra. 1117
Così ora che si pensano sicure 1118
Esser le ninfe, perché sian lontani 1119
Iti da loro i Dei silvestri, tutte 1120
Da lor fian vinte a una battaglia sola, 1121
E ’n questa sera avran compiutamente 1122
Quel che non hanno avuto in anni molti. 1123
Ma veggio uscire un Satir de la selva 1124
E ragionar da sé tutto pensoso: 1125
Attender voglio qui ciò ch’egli dice. 1126

SCENA III

(SATIRO, EGLE, FAUNO)
SATIRO
O che sia il troppo desiderio mio 1127
D’aver la cosa amata, o pur ch’Amore 1128
L’amaro sempre dia prima che ’l dolce, 1129
Temendo che lo ’nganno apparecchiato 1130
Non ne soccieda, per la gran paura 1131
Gelar mi sento per le vene il sangue; 1132
E quanto più d’assicurarmi i’ cerco 1133
E cerco di far van questo timore, 1134
Mi vengon tuttavia segni maggiori 1135
Che l’accrescono più, che ’l fanpiù fermo. 1136
EGLE
Che non può fare Amor con la sua fiamma, 1137
Poi che dice costui cose sì gravi? 1138
SATIRO
Al venir fuor de la spelonca usata, 1139
Veduto ho sovra un pin due tortorelle 1140
Che dolce mormorio faceano insieme; 1141
Et ecco, in un istante, uno grifagno 1142
Falcon scese dal ciel ch’ambo l’uccise. 1143
Poco da poi m’occorse un rosignuolo 1144
Che l’antico suo mal mesto piangea 1145
E con dolente e lagrimevol voce 1146
Sempre seguito m’ha per tutto il bosco, 1147
Come d’alcun mio mal presago fosse. 1148
Et ancor ne l’orecchie mi risuona 1149
La voce lamentevole d’un corvo 1150
Che da una quercia ombrosa a lo ’mproviso 1151
Mi fece tristo augurio ne la selva. 1152
EGLE
Che pazzia è questa, che gli augelli il mondo 1153
Tema, se la natia lor voce fanno? 1154
SATIRO
Poco dopo mi venne incontro un toro, 1155
Squallido, magro, con dolente aspetto, 1156
Che con mugiti miseri a pietade 1157
Destava gli annosi olmi e i duri faggi; 1158
Et a pena quel toro ebbi passato, 1159
Ch’io vidi steso su la minut’erba 1160
Un capro, per amor così distrutto 1161
Che forata l’avean l’ossa la pelle: 1162
Sì che, giungendo tutti questi segni 1163
In un, non trovo onde sperar mi debba. 1164
Poi, se quindi rivolgo il pensier mio 1165
A l’astuto veder de la nostra Egle... 1166
EGLE
Lodato Bacco, ch’anch’io merto lode 1167
E son di qualque pregio in queste selve. 1168
SATIRO
E a la simplicità di queste ninfe, 1169
In così gran timore ho qualche speme; 1170
E spero ch’oggi il Signor nostro Bacco, 1171
E Vener, sempre a lui fida compagna, 1172
Non verran meno a noi che per li boschi 1173
Onoriamo ambo lor con tutto il core. 1174
EGLE
Non voglio più tardar: di che ti dogli? 1175
Qual passion t’affligge sì aspramente 1176
Or che siam per accòr le augelle al visco? 1177
SATIRO
Mi tengono tra due speme e timore, 1178
E se vince un di due, vince la tema, 1179
Tal ch’io non sento in ramo mover foglia 1180
Che timor non m’aggiunga, com’io fossi 1181
Una lepre o un coniglio; sola puoi 1182
Tu assicurar ogni temenza mia, 1183
Se buona nuova da le ninfe porti. 1184
FAUNO
Venuto son anch’io, poi che v’ho visti 1185
Parlare insieme, per saper se buona 1186
Nova hai da queste nostre aspre nemiche. 1187
EGLE
La nova è, frate mio, che dopo ch’io 1188
Non le potei dispor ad amar voi 1189
(Che ciò prima tentai d’ogni altra cosa), 1190
Creder lor feci che voi, dal dolore 1191
Vinti, ne volevate andar lontani. 1192
Creduto l’hanno e se ne son rimase 1193
E contente e sicure. A me non parve 1194
Di farle invito allora, perché strano 1195
Mi parve, a dirti il ver, che voi non foste 1196
Ancor partiti, e i Satirini vostri 1197
Pensasser di far festa. 1198
SATIRO
Ben pensasti,
Che gli poteva ciò dar chiaro indizio 1199
Di qualche inganno. 1200
EGLE
Adunque ov’io deveva
Lo ’nvito farle, i’ cercai di disporle 1201
Ch’avessero pietà de’ picciol vostri 1202
Satiri e Fauni. 1203
SATIRO
Et a qual fine questo?
EGLE
Il saperai, s’ascolti. Esse, credendo 1204
Che voi ne foste giti, ad una voce 1205
Dissero di voler per figli accòrgli. 1206
SATIRO
Non veggio ancor che ciò nulla ne giovi 1207
O ne dia speme alcuna. 1208
EGLE
Se sei cieco,
Che vuoi ch’io te ne faccia? 1209
SATIRO
Aprimi gli occhi
Tanto ch’io veggia quel che ’nsino ad ora 1210
Veder non ho saputo. 1211
EGLE
Ite a la caccia
Si sono insieme, et io nel ritornare 1212
Che faranno dal bosco, i’ voglio offrirle 1213
I fanciul vostri e, fatta lor l’offerta, 1214
Pregar le vo’ che gli accolgan per figli, 1215
Come t’ho detto che promesso m’hanno. 1216
FAUNO
Non so veder che quindi avenir altro 1217
Possa, se non che noi da queste ninfe 1218
Cacciati siamo, e ’n vece nostra i figli, 1219
Ch’a ciò non pensan, sian da loro accolti. 1220
SATIRO
Veggio, misero me, che saran veri 1221
Gli augurri di che dianzi i’ dicea meco. 1222
EGLE
Lasciami, se tu vuoi, giungere al fine, 1223
Né ti doler pria che cagion tu n’abbi. 1224
E dopo ch’esse gli averanno accolti, 1225
Io li voglio lasciar ne le lor mani 1226
E dirle che, trovandosi con loro, 1227
Men grave gli sarà mancar de’ padri. 1228
SATIRO
Incomincio a veder ciò che vuoi fare, 1229
E così sono d’allegrezza pieno 1230
Ch’io non posso capire in me medesmo. 1231
Ah ah, ah ah, ah ah, dolce Egle mia, 1232
Esser pens’oggi sol per te felice. 1233
EGLE
Esse, che più non temeranno insidie, 1234
Se gli accòrranno e ne verran con loro 1235
(Ch’io senza dubio ciò farò avenire) 1236
Fuori di casa, senza alcun sospetto, 1237
Lasciati i dardi, gli archi e le faretre. 1238
Io, ciò avenuto, tenterò di fare 1239
Ch’entrino in danza co’ fanciulli vostri, 1240
E certa i’ son che si porranno in ballo: 1241
Allora voi, secondo l’ordin dato, 1242
Cercherete goder de l’amor vostro. 1243
Or parti che condotto abbia il mio ingegno 1244
Ogni cosa a buon fine? 1245
FAUNO
Egle mia dolce,
Tu ci hai data la preda ne le mani. 1246
Or veggio ben che spesso spesso aviene 1247
Ch’uomo che imponga una ambasciata pensa 1248
Bene secondo sé la cosa e, poi 1249
Che vien l’imbasciatore in fatto, è d’uopo 1250
Ch’usi lo ’ngegno e un altro modo tenga. 1251
Se tu facevi come avevam detto, 1252
Se n’andava ogni cosa a la malora. 1253
EGLE
Saper bisogna usare il luoco e ’l tempo 1254
A chi una cosa vuol condure al fine. 1255
FAUNO
Ma entriam nel bosco a dar la nova a gli altri. 1256
EGLE
Entriam, ma vi bisogna stare ascosi, 1257
Sì che non diate lor di ciò sospetto. 1258
(CORO)
Come avaro bifolco, poi che ’n terra 1259
Il gran con piena mano 1260
Ha sparso, lieto aspetta 1261
Che ’l verno fugga che le fronde atterra 1262
E si rivesta il piano 1263
Di varii fiori e di minut’erbetta, 1264
E prega che sia vano 1265
Tutto il furor ch’irato il ciel disserra 1266
E che gli sian così le stelle amiche, 1267
Che ’l frutto accolga de le sue fatiche; 1268
Così bramiamo noi, dopo le molte 1269
Pene e dopo il lamento, 1270
Aver giusta mercede 1271
Da queste ninfe, al mal nostro sì volte 1272
Che ci dan più tormento, 1273
Quanto più ogniun di noi pietà lor chiede, 1274
Con doloroso accento. 1275
Però preghiamo ch’oggi a sera accolte 1276
Le veggiàn tutte in questa selva insieme, 1277
Sì che ’l frutto accogliàn del nostro seme. 1278
Però Vener, s’Amor giamai t’accese 1279
Pel bello Adoni il core, 1280
Tra amiche selve ombrose, 1281
Non ti sia grave d’esserne cortese 1282
Del tuo santo favore; 1283
Così corone di vermiglie rose 1284
E di soave odore 1285
A’ tuoi altar con grata man sospese 1286
Siano da’ lieti e fortunati amanti, 1287
Né turbin le tue gioie affanni o pianti. 1288
E se mai sempre la tua forza dome 1289
Ogni mente rubella, 1290
Almo Signor Cupido, 1291
E voli altiero il tuo divino nome, 1292
In questa parte e ’n quella, 1293
Con glorioso et onorato grido, 1294
Leva le gravi some 1295
Del fier dolor che ’l cor sì ne puntella 1296
Che bramiamo, se noi d’aiutar schivi, 1297
Per più non ci doler, non esser vivi. 1298
Né grave ciò ti fia, che se le tigri 1299
Sentono la tua fiamma 1300
Non men che damme o lepri, 1301
E s’i fieri leoni e i pardi impigri 1302
L’alta tua face infiamma, 1303
Et aspi e crudi tiri entro a le vepri, 1304
Se per te, a dramma a dramma, 1305
Ardon gli augei veloci, ardono i pigri, 1306
Esser non puote che di noi accese 1307
Non siano queste ninfe e da noi prese. 1308
Adunque a questa impresa 1309
Sii, Signor, sì benigno, 1310
Che da caso maligno 1311
Non ne sia la mercé nostra contesa: 1312
Che se non vanno i nostri preghi vuoti, 1313
Ti darem sempre e sacrifizii e voti. 1314

ATTO QUARTO

SCENA I

(PANE solo)
[PANE]
Che giova a me l’esser d’Arcadia Dio, 1315
E l’aver sotto me tutti i pastori, 1316
E che mi pascan mille greggie i prati, 1317
Poi ch’io non ho me stesso, e quella cruda 1318
Che tratto m’ha si me col dolce sguardo 1319
Sen va soperba de gli affanni miei, 1320
Come leonessa che persegua il lupo, 1321
Né mi val prego o lamentar ch’io faccia? 1322
Non sono già sì senza amor le selve, 1323
Che non devesse anco costei sentire 1324
Con che fuoco arda Amor, con che stral fera. 1325
Né pur le cose c’hanno senso sono 1326
Arse d’amor, ma le insensibili anco; 1327
Si vede pur la palma amar la palma 1328
E l’un piatano l’altro e l’alno l’alno: 1329
E costei che donn’è, ch’atta è ad amare, 1330
Non deve mai sentir fiamma d’amore? 1331
Ma che credi tu, Pan, ch’ella non ami 1332
Qualche vile caprar, se ben te sdegna? 1333
Deh non sai tu che de le donne è proprio 1334
Fuggire il meglio et appigliarsi al peggio? 1335
Ahi, se ventura tal oggi ha un capraro, 1336
Capraro esser vorrei, non esser Dio. 1337
Ma che pens’io de la Siringa mia? 1338
So pur che perderebbe ella la vita, 1339
Più tosto che macchiar la sua onestade; 1340
E che, s’alcun di lei goder devesse, 1341
Io sol sarei tra tutti gli altri eletto. 1342
Deh non sai, Pan, com’è mutabil cosa 1343
La donna per natura? e che da terza 1344
Nel pensiero non è de la mattina? 1345
Non hai veduto, Pan, per le tue greggie 1346
Spesso un montone per l’amata agnella 1347
Con un altro cozzar, ch’ella più amava, 1348
E al fine al fine ella lasciare il primo 1349
E darsi a quel ch’avea dianzi sprezzato? 1350
Non potria far costei anco il medesmo? 1351
E mostrarti che ’l por la speme in donna 1352
Altro non è ch’edificar sul vento? 1353
Ahi che fredda onestà sì ’l cor l’aggihiaccia, 1354
Che non la può scaldar fiamma d’amore; 1355
Tal che, se me disprezza, altri non ama. 1356
O felice Vertunno, che potesti 1357
Mutare, per goder la tua Pomona 1358
Che un fiore intatto era di pudicizia, 1359
In tante forme, ch’ella a le tue voglie 1360
Discese e del suo amor ti fece dono! 1361
Se potessi così mutarmi anch’io, 1362
Io non mi muterei in metitore, 1363
Né ’n un che accòr volesse poma o ’n uno 1364
Che portasse sembianza di bifolco, 1365
Ma mi farei Diana, come Giove 1366
Si fece per Calisto, e cercherei 1367
Accòrla o sotto un’ombra o dentro a un fonte 1368
E compir ivi il mio disio con lei. 1369
Ma poi che ciò non posso, almen mi fosse 1370
Lecito per fatica alcuna averla, 1371
Come ’n premio del corso ebbe Atalanta 1372
Ippomene, mal grato a Citerea! 1373
Ma si vedranno senza fiere i boschi 1374
E i fior verranno a la stagion più fredda, 1375
Prima ch’io arrivi a sì felice giorno. 1376
Ohimè, da poi che congiurate sono 1377
Tutte le crude stelle ne’ miei danni, 1378
Sì che mai non morendo, io moro sempre, 1379
Perché non vengo un insensato tronco 1380
Esposto al procelloso mar sul lito, 1381
Sì che spegnessi con la vita il fuoco? 1382
O perchè, come già da Cefal morta 1383
Fu la dolente Procri, ne le selve 1384
Non sono ucciso anch’io da la sua mano? 1385
Sapess’io pur per qual luoco ella aventa 1386
Dardi e saette contra cervi e damme, 1387
Ch’io mi nasconderei dentro a un cespuglio 1388
E farei sì ch’ella m’aventerebbe, 1389
Credendomi una fiera, in core un dardo; 1390
Pur spererei allor ch’ella devesse 1391
Esser verso di me tanto pietosa, 1392
Che con qualche sospir facesse segno 1393
Che le ’ncrescesse avermi dato morte. 1394
Ahi miser Pan, tu vai facendo sogni 1395
E la Siringa tua di te si ride! 1396
Quanto fia meglio ch’a Liceo ritorni, 1397
Ad aver cura de le pecorelle 1398
Che senza guardia se ne vanno errando 1399
E potriano venir preda de’ lupi, 1400
Che sparger tante voci indarno al vento! 1401
Se ti disprezza questa cruda ninfa, 1402
Cerca d’un’altra, che non sei sì vile 1403
Che non possi trovare una che t’ami. 1404
Ma che ombra è questa che da lato viemmi? 1405
Ell’è Siringa ch’escie fuor del bosco: 1406
Attender qui la voglio, per vedere 1407
S’indur la posso a aver di me pietade. 1408

SCENA II

(SIRINGA, PANE)
SIRINGA
Io mi maravigliava aver vist’oggi 1409
Le selve sì quiete e sì sicure 1410
Da le ’nsidie de’ Fauni e mi pareva 1411
Cosa nova di lor non veder orma; 1412
E perch’io so ch’a la lascivia nati 1413
Son tutti e soglion sempre insidie o ’nganni 1414
Apparecchiarci, i’ non potea pensare 1415
Che ciò avenisse perché più modesti, 1416
Fuor del solito lor, fusser venuti: 1417
Che vizio natural, che ’n un sia impresso 1418
E sia con lui cresciuto, non s’emenda 1419
In un momento. Or mentr’io mi stava 1420
Tutta dubbiosa e sovra me sospesa, 1421
Diana, che di ciò acea maraviglia, 1422
Ne chiese la cagione ad una ninfa; 1423
Et ella le rispose che tentata 1424
Avean costoro ogni possibil cosa 1425
Per goder de le ninfe, e dopo ch’essi 1426
Le avean trovate più ferme che scoglio 1427
Ad ogni assalto e avean veduto espresso 1428
Ch’era il costoro amor a lor di noia, 1429
Avean deliberato di cercare 1430
Altro paese e men fiera ventura, 1431
E ’l camin preso avean verso la Spagna. 1432
PANE
Che cosa od’io? Non ho già audito dire 1433
Oggi di tal partenza ad alcun Fauno. 1434
SIRINGA
Diana si mostrò di ciò assai lieta, 1435
Come colei che ben sapea ch’un lungo 1436
Pregare, un lungo amore, una continua 1437
Battaglia un duro cor spesso fa molle. 1438
E rimasi io via più lieta di tutte, 1439
Ancor che nol mostrassi allor nel viso, 1440
Pensandomi che fosse con costoro 1441
Andato ancora Pan, che tanto tempo 1442
Mi ha dato noia. 1443
PANE
Intendi, s’hai orecchio,
A che termine sei de l’amor tuo. 1444
O miser me, o ’nfelice! 1445
SIRINGA
Non perch’io
Fossi mai per amarlo o per mutarmi 1446
Del mio primo pensier fisso in diamante... 1447
PANE
Ahi miser me, dov’ho io posto speme? 1448
Per chi mi consumo io? per chi mi struggo? 1449
SIRINGA
Ma perché non è rocca sì minuta, 1450
Che non brami più tosto aver lontani 1451
I suoi nemici, che d’avere assalto, 1452
Per mostrar combattendo il suo potere. 1453
Dunque sicure omai per queste selve 1454
Ce ne potremo andar per ogni canto. 1455
Ma chi è dietro a quel pino? Ahi ch’egli è Pane, 1456
Ahi povera Siringa, a che sei giunta! 1457
Forse ch’ei non mi ha visto; ohimè, ch’ei viene! 1458
Che farai? Se ti dai, lassa, a fuggire, 1459
Tu sai com’ei velocemente corre 1460
E com’egli potrà giungerti tosto. 1461
Mi fermerò, dopo c’ho in mano l’arco, 1462
Che teme costui più che ’l lupo il fuoco; 1463
E così minacciando di ferirlo, 1464
Mal grado suo, il farò lontano starmi. 1465
PANE
Ahi Siringa crudel, Siringa ingrata, 1466
Che bisogna figgire? o che temere? 1467
O pensar di ferirmi con gli strali? 1468
Così la pecorella il lupo fugge, 1469
La lepre il cane et il leon la cerva 1470
E l’auila grifagna le colombe, 1471
Perché tra loro è nemicizia grave; 1472
Ma io, ninfa gentil, sol per amore 1473
Ti seguo, e me tu, qual nemico, fuggi. 1474
Deh muta omai, Siringa mia, pensiero 1475
E non m’esser cagion di tanto affanno. 1476
SIRINGA
Io lo ti ho detto, Pane, e tel ridico, 1477
Che vo’ servar la mia onestade intatta; 1478
E prima esser potria che queste selve 1479
Divenissero mari e i mari boschi, 1480
Ch’io ti lasciassi pur toccarmi il lembo. 1481
PANE
Siringa, tu non sai chi tu disprezzi: 1482
Io non sono un pastor di queste selve, 1483
Ch’abbia una greggia o due d’altri in custodia; 1484
Tutto questo paese è in poter mio, 1485
E quante greggie pascon questi prati 1486
Son tutte di costui c’hai così a vile. 1487
E se tu mi adimandi forse quante 1488
Elle per numer sian, nol ti so dire: 1489
N’aviene ciò per stracuranza mia, 1490
Ma perché tante van pascendo i campi 1491
E tante ne son chiuse entro le mandre, 1492
Quante contar non puote alcun pastore. 1493
Contino pure i poveri le loro, 1494
Io a le mie non ho numer; ben so dirti 1495
Che sempre quindi avrai latte in gran copia 1496
E gran copia d’agnelli e di capretti 1497
E vendrai por mille caldaie al fuoco 1498
Da stringer latte per formare il cascio, 1499
Il qual non men fia tuo ch’egli sia mio. 1500
Siringa, tu non sai chi tu disprezzi: 1501
Se m’ami, non avrai più mai fatica 1502
Di cacciar damme o di seguire i cervi 1503
Od altre fiere e boscareccie belve, 1504
Che tu n’avrai da me tante ogni giorno, 1505
Quante in un anno tu non trovi errando; 1506
E più ti dico che, più giorni sono, 1507
Due cavrioli i’ tolsi di un covile, 1508
Più mollo che la piuma e via più bianchi 1509
Che le nevi che vedi in su quest’alpe: 1510
Io li ti serbo, e son giè sì lascivi, 1511
Che se tu gli vedessi scherzar meco, 1512
Per averli verresti assai più pia. 1513
SIRINGA
Non, se fussero tutti oro e diamanti. 1514
Tienliti pur, ch’io non mi curo averli. 1515
PANE
Ahi poco saggia ninfa, ancor che sii 1516
Più bianca che i ligustri, e più vermiglia 1517
Che matutina rosa, e più lucente 1518
Che le gelate brine e per ciò vadi 1519
Soperba più che giovane giuvenca, 1520
Non devresti sprezzar sì fatti doni. 1521
Oltre che, se tu sei, come sei, bella 1522
(Ch’io non ti vo’ levare alcun tuo pregio), 1523
Non son laido anch’io tal qual io sono; 1524
Anzi non è né ’n ciel, né ’n terra cosa 1525
Di cui l’imago in me non sia scolpita. 1526
Queste due corna che mi vedi in capo, 1527
E che forse ti spiaccion, mostran chiaro 1528
Le corna de la luna e i rai del sole; 1529
E ’l color c’ho nel viso, il cielo ardente; 1530
E queste varie macchie c’ho nel petto 1531
Ti figuran le stelle; e questi peli, 1532
Gli arbori e l’erbe e le frondose selve; 1533
E la sodezza de’ miei piedi è imago 1534
Di questa terra su la qual tu vivi. 1535
Siringa, tu non sai chi tu disprezzi: 1536
E pur tu puoi veder che, me sprezzando, 1537
Non sprezzi un vil, ma che tu sprezzi il tutto, 1538
Et un che quello ha in sé che non ha Giove, 1539
Quantunque egli dal ciel fulmini e tuoni. 1540
Ve’ che sozzo animal si vuol far bello! 1541
Oltre di ciò, ti puon far chiara fede 1542
Gli arbori e l’erbe e i fior di queste selve, 1543
Ch’al suono mio non altrimenti movo, 1544
Che fosser mossi già dal suon d’Orfeo, 1545
Con mal augurio suo, gli arbor di Tracia, 1546
Quant’i superi ogniuno che si pone 1547
Tra Menalo e Liceo fistula a i labri. 1548
Parria roco Anfion, tal ch’oso dire 1549
Che contender potrei col biondo Apollo, 1550
Con più felice fin che non fe’ Marsia. 1551
Io m’[a]llegro con te di virtù tale, 1552
Ma per ciò non farai mutarmi voglia: 1553
Però non spender più parole indarno. 1554
Siringa, se non vuoi di me far stima, 1555
Io vorrei che di te cura tenessi 1556
E aprissi gli occhi e t’accorgessi omai 1557
Che portan l’ore i giorni e i giorni i mesi 1558
E i mesi gli anni e gli anni al fin la vita. 1559
E però tu sapessi, come saggia, 1560
La ventura pigliar che ’l ciel ti dona; 1561
E che nel fior de’ tuoi fioriti anni 1562
Sapessi il frutto còr de l’età tua. 1563
Né pensar ch’io ti dica ciò perch’io 1564
Non abbia una che m’ami in queste selve: 1565
Mille ninfe mi chieggion per amante 1566
E mille son da me per te sprezzate. 1567
SIRINGA
Però non voglio fare ingiuria a l’altre: 1568
Ama chi t’ama e non mi dar più noia. 1569
PANE
Deh s’altro non mi vuoi, Siringa, dare, 1570
In refrigerio almen del mio gran fuoco, 1571
Piacciati, prego, che da queste labra, 1572
Che più vermiglie son ch’acerbo moro 1573
E (com’io credo) più ch’uva matura 1574
Dolci, e soavi più che non è l’mele, 1575
Un bascio prenda dopo tanti affanni. 1576
Assai figgito m’hai, lascia ch’un giorno 1577
Con un bascio ristori i danni miei. 1578
SIRINGA
Un bascio? Donna che cortese sia 1579
D’un bascio ad altri, può donarlo il tutto, 1580
Ch’appresso me più mai son sarà casta. 1581
PANE
Tu te ’nganni, Siringa: un bascio è poco, 1582
Anzi (per meglio dire) è come nulla: 1583
Deh non lo mi negar, vita mia cara. 1584
SIRINGA
Non mi t’accostar, Pan, che se questo arco 1585
Non mi vien men, né men queste saette, 1586
Io mi ti farò andar tanto da lunge, 1587
Che non avrai più ardir venirmi appresso. 1588
PANE
Ahi che vuoi far, Siringa? T’hai pur troppo 1589
Tinte del sangue mio, crudel, le mani; 1590
Ma se sazia non sei de ’ncrudelire, 1591
Eccoti il petto, il qual già tu m’apristi 1592
Quando fuor mi traesti il cor afflitto: 1593
Trafiggilo a tua voglia, che maggiore 1594
Piaga non li puoi far di quella c’have. 1595
Ma se veder vorrai quel che conviene 1596
A un fido amante, a una pietosa ninfa, 1597
In pietà muterai la crudeltade. 1598
SIRINGA
Non mi ha voluto far la grazia il cielo 1599
Ch’oggi egli ha fatto a le compagne mie, 1600
Che co’ silvestri Dei tu ti sia gito. 1601
PANE
Siringa, me n’andrò pria che sia sera, 1602
Né qui tenuto m’han le greggie mie, 1603
Od il paese del quale io son Dio, 1604
O le ninfe che cercan pur ch’io l’ami 1605
E mi dan per ciò doni e porgon prieghi, 1606
Ma ’l voler sol, prima ch’io mi partissi, 1607
Da te pigliarmi l’ultimo commiato; 1608
Però in questo partir dammi la mano, 1609
Cara Siringa mia, ch’io la ti tocchi. 1610
SIRINGA
Stammi lontan, lo ti ho pur anco detto, 1611
Se ’n te non vuoi che la faretra i’ scarchi; 1612
E se tu mi vuoi far la maggior grazia 1613
Ch’a ninfa mai potesse fare alcuno, 1614
Ponti in camin con i compagni tuoi 1615
E non mi venir più dinanzi a gli occhi. 1616
PANE
Benché, da te partendo, io abbandoni 1617
Ogni ben, pur, perché mi par minore 1618
De l’ira tua qualunque acerba pena, 1619
Io me n’andrò, come ti ho detto dianzi, 1620
Da l’almo mio natio dolce paese, 1621
Del qual son Dio, nel qual sempre son visso, 1622
Ove me ’ndrizzerà la sorte iniqua. 1623
Ti prego bene in questa mia partenza 1624
(Dopo che tu mi neghi ogni altra grazia) 1625
Che tenghi certo che, quanto amar puote 1626
Un Dio ninfa gentil, tanto io t’ho amato. 1627
SIRINGA
Or non più, Pan, Diana è qui vicina, 1628
Ch’io sento il suon de’ corni e veggio i cani. 1629
Me ne voglio ir. 1630
PANE
Deh ferma, ninfa, il passo,
Non mi ti tòrre ancor. 1631
SIRINGA
Lasciami, Pane,
Se non ti vuoi pentir d’avermi vista. 1632
PANE
Deh lascia ch’io ti tocchi almen la mano. 1633
SIRINGA
Lasciami, dico, ch’io non son più sola, 1634
Che veggio la mia Dea, veggio le ninfe 1635
E guai a te, se tu mi fai chiamarle. 1636
PANE
Non m’esse sì crudel, ninfa gentile, 1637
Abbi pietà del mio angoscioso affanno. 1638
SIRINGA
Tu mi farai gridar. 1639
PANE
Grida a tua voglia.
SIRINGA
Diana, aiuto, che mi vuol far forza 1640
Questo villan di Pane! 1641
PANE
Ecco io ti lascio,
Siringa ingrata, ma tu via mi porti, 1642
In questo tuo partir, l’anima e ’l core. 1643

SCENA III

(PANE, SILVANO)
PANE
Maledetta Diana e le sue ninfe, 1644
I can, gli strali, gli archi e le faretre! 1645
Non mi poteva già peggiore intoppo 1646
Avenir oggi, che dopo che Amore 1647
Mi dipense nel cor questa crudele, 1648
Non l’ho da sola a sol giamai avuta 1649
Com’oggi, e mi sperava al fin venirne 1650
Per forza almen, s’io non potea co’ prieghi, 1651
Se non venia Diana a darmi noia. 1652
Che maledetta sia quell’ora ch’ella 1653
Tolse la mia Siringa in compagnia! 1654
A me proprio è avenuto come aviene 1655
Ad un pover bifolco che le biade 1656
Veggia quasi mature e pensi porvi 1657
La falce per accòrle, e ’mmantinente 1658
Aspra tempesta vien che glite toglie. 1659
Ma non fia che vendetta anch’io non faccio 1660
A mio poter di così grave oltraggio: 1661
Non, s’io devessi abbandonar le selve 1662
E lasciar le mie greggie in preda a i lupi. 1663
Fonte non è per qusti ombrosi boschi 1664
Che disturbar nol faccia da’ pastori, 1665
Né vi si trova alcun fiorito prato 1666
Che pascere i’ nol faccia a le mie greggie, 1667
Sì che Diana sia costretta quindi 1668
(Mal grado suo) partirsi. Ahi miser Pane, 1669
E che farai s’ella di qui si parte? 1670
Andrà seco Siringa, e sarai stato 1671
Tu lo ’nventor del tuo palese male. 1672
Almen veder la puoi, s’ella qui resta, 1673
E parlarle talor, com’hai fatt’ora, 1674
E ’ndurla a aver pietà del tuo dolore, 1675
Ch’è qualche cosa, fin ch’altro aver puoi; 1676
Ma fuor di speme sei, s’ella si parte. 1677
A che termine sei, miser Pan, giunto? 1678
Perdonar ti conviene a chi t’offende, 1679
Per amor di chi t’arde e ti distrugge, 1680
E preporre il veder dietro a un cupresso 1681
Od un faggio od un olmo la cagione 1682
Del tuo dolor, al far vendetta giusta. 1683
SILVANO
Gravi querele son queste, ch’i’ odo, 1684
E mi paion di Pan, nostro gran Dio. 1685
PANE
Ma c’ha voluto dir la mia Siringa, 1686
Quando m’ha detto che lontani vanno 1687
I Satiri e i Silvan da queste selve? 1688
SILVANO
Pane, che ci è che ti lamenti tanto 1689
E sei sì maninconico nel giorno 1690
Che sono tutti i Dei silvestri in gioia? 1691
PANE
Scacci il duolo chi vòle e si rallegri: 1692
Gioia non è per me tra queste selve, 1693
E ciò ch’è lieto a me sol è d’affanno, 1694
Poi che chi sola mi potria far lieto, 1695
Quanto più mesto son, tanto più gode. 1696
SILVANO
E qual è la cagion del tuo dolore? 1697
Non ti gravi di dirlami, che forse 1698
Potrei al tuo languir porger rimedio. 1699
PANE
Silvano, tu non sai quello ch’è noto 1700
A le piante, a le fiere, a i sassi, a l’erbe? 1701
Siringa è la cagion d’ogni mio male; 1702
E la crudele, che potrebbe sola 1703
Beato farmi, il mio dolor non cura. 1704
Post’ho per lei le mie greggie in oblio 1705
E non le greggie pur, ma me medesmo; 1706
Né per cosa ch’io faccia i’ posso avere 1707
Speme da lei di ritrovar mai pace. 1708
SILVANO
Pan, peggio non si può far ne gli affanni, 1709
Che pensar non dever esser mai lieto. 1710
Non sai che ’l femenil sesso si muta 1711
Di momento in momento? S’or t’attrista, 1712
Forse empir ti potrà d’allegrezza anco. 1713
PANE
Il so, ma come che costei si mute, 1714
Allegrezza per me non n’escie mai. 1715
SILVANO
Ma dimmi: non è ella quella ninfa, 1716
Nata un Nonacria, ch’è tanto a Diana 1717
Simil, che se non fosse differenzia 1718
Tra lor l’abito e l’arco, si potrebbe 1719
Creder che fosse ella Diana istessa? 1720
PANE
Ell’è quella, Silvan. 1721
SILVANO
Or l’ho veduta
Gir con Diana. 1722
PANE
Ohimè, ch’ella mi ha tolto
Nel suo partire il core e son rimaso 1723
Come pastor ch’abbia veduto il lupo 1724
Sbranar le greggie sue di capo in capo; 1725
E tanto è ’l dolor mio, ch’io non vorrei 1726
Esser più vivo. 1727
SILVANO
Ben ti stimo sciocco,
Poi che brami morir per una ninfa, 1728
De’ quali n’è tal copia, che se n’have 1729
Per ogni stran, per ogni incolto bosco. 1730
PANE
Pari a lei non se n’ha, Silvano mio, 1731
Perché è costei tra tutte l’altre ninfe 1732
Qual è tra’ minor fior rosa vermiglia; 1733
E a dirti il ver, mi dà non poca noia 1734
Una cosa che m’ha, parlando, detto, 1735
Et intesa i’ non l’ho. 1736
SILVANO
Che cosa è questa?
PANE
Ch’essendosi partiti gli altri Fauni, 1737
I Satiri, i Silvani, me n’andassi 1738
Anch’io con loro; e pur di tal partenza 1739
Non sapea, né so nulla. 1740
SILVANO
E c’hai risposto?
PANE
Ch’anch’io mi volea gir. 1741
SILVANO
Ve’ come il caso
Produce il tutto! Non potevi meglio 1742
Risponder: questo è quel ch’io dicea dianzi, 1743
Ch’essendo tutti i tuoi compagni in gioia, 1744
Io mi maravigliava di vederti 1745
Così maninconioso. 1746
PANE
Ora ch’è questo,
Caro Silvan? 1747
SILVANO
La tua allegrezza certa,
Il tuo certo gioir, quel che ti puote 1748
Sì lieto far che più non sarai mesto. 1749
PANE
Ahi caro il mio Silvan, non mi dir fole, 1750
Non cercare ammollire il mio dolore 1751
Con medicina falsa, perché poi 1752
Elli ritorneria più che mai grande! 1753
SILVANO
I’ vo’ che questa sera di Siringa 1754
Tu goda. 1755
PANE
Questa sera?
SILVANO
Questa sera.
Cim’i Satir godranno e i Fauni tutti 1756
De le lor ninfe. 1757
PANE
Or che potria più affanno
Darmi o dolor, se questo aveniss’oggi? 1758
Dimmi il vero, Silvan. 1759
SILVANO
Così vedere
Potess’io questa pianta ritornare 1760
Nel mio fanciullo, com’egli già in questa 1761
Pianta nel più bel fior fu trasformato, 1762
Com’io detto non t’ho se non il vero. 1763
Né per altro fint’hanno la partenza 1764
I Satiri e i Silvan, che per godere 1765
Le ninfe lor. 1766
PANE
Ma ch’è mestier ch’io faccia,
Perché mi goda di Siringa anch’io? 1767
[SILVANO]
Poi che l’hai detto di voler partirti, 1768
Non dubitar di non averla in braccio, 1769
Prima ch’appaia in ciel la nova aurora. 1770
Ma non è tempo d’indugiar qui molto, 1771
Che di qua veggio uscir fuori le ninfe. 1772
Però entriamo nel bosco, pria che noi 1773
Siam veduti da loro, e ’ntenderai 1774
L’ordine posto da’ silvestri Dei; 1775
Onde vedrai ch’oggi esser puoi felice, 1776
Poi che Siringa può felice farti. 1777

SCENA IIII

(AMADRIADI, altre NINFE, EGLE, SATIRI PICCIOLI, SIRINGA)
AMADRIADI
Molti mesi ha che più felice caccia 1778
Noi fatto non abbiam di quella d’oggi. 1779
NINFE
Ell’è stata felice, ma di molto 1780
Pericol: se ’l cengial che que’ due cani 1781
Uccise et arse a que’ tre altri il pelo, 1782
[Gettando fuoco ardente da le zanne,] 1783
Ci cogliea con un dente, vedevamo 1784
Che pericolo in sé tengano i boschi. 1785
AMADRIADI
Ben dimostrò Diana ch’i suoi colpi 1786
Venian da man divina, quando l’arco 1787
Scoccò verso il cengiale e lo trafisse 1788
In mezzo il capo, non di colpo lieve, 1789
Come Atalanta già con infelice 1790
Augurio del dolente Meleagro 1791
Trafisse il suo, ma d’un così possente 1792
Che subito ei restò di vita privo. 1793
NINFE
Quanto fu bel veder gli aggiramenti 1794
Di quella insidiosa astuta volpe 1795
Che tante volte e tante ingannò i cani, 1796
Ch’alora ch’essi si credean d’averla 1797
Tra’ denti, si tornò ne la sua macchia. 1798
AMADRIADI
Ma chi avria mai pensato di vedere 1799
Che quella gravida orsa, che trafisse 1800
Con il dardo Diana, partorire 1801
Devesse per la piaga i cari figli, 1802
Sì che l’istessa man ch’a lei diè morte 1803
Fosse a i figli cagion del nascimento? 1804
NINFE
Ciò fu bello a veder, ma via più bello 1805
Che, mentre questa ninfa cogliea il parto, 1806
Venisse d’improviso quella cerva, 1807
Che cacciava Siringa, e la gettasse 1808
Con un urto tra l’erba e i fiori in terra. 1809
Tu ridi? Se vi fusser stati i Fauni, 1810
Potuto avrian veder s’eri uomo o donna, 1811
Sì stranamente in aria alzasti i piedi! 1812
Ma vedete Egle con i Satirini, 1813
Che si viene vèr noi fuor de la selva. 1814
Vo’ che qui l’aspettiam. 1815
AMADRIADI
Come ti piace.
EGLE
Figliuoli miei, bisogna che sappiate 1816
Finger così ch’i miser vostri padri 1817
Se ne sian giti, che sel credan certo 1818
Queste vezzose ninfe; e ciò averravvi, 1819
Se finger sì saprete di dolervi, 1820
Che le moviate a aver pietà di voi. 1821
Io non mancherò punto d’aiutarvi, 1822
Ovunque io vedrò che sia bisogno. 1823
SATIRI PICCIOLI
E noi ci sforzeremo in questa nostra 1824
Tenera età non ci mostrar fanciulli, 1825
Per ottener quel ch’ottener bramemo: 1826
Non ne venga pur men di favor Bacco. 1827
EGLE
Così bisogna che facciate. Andiamo, 1828
E mostratevi tutti in viso mesti. 1829
NINFE
Ti sii la ben venuta, Egle; che buona 1830
Nova ci apporta la venuta tua? 1831
EGLE
Nova buona non han più queste selve, 1832
Poi ch’i silvestri Dei se ne son giti, 1833
E testimon ne sian questi meschini, 1834
Quai non posso mirar senza cordoglio; 1835
E se non che su voi han qualche speme, 1836
Io credo che s’avrian data la morte, 1837
Veggendosi restar senza i lor padri; 1838
Ma come a madri sue vengono a voi. 1839
Fatevi inanzi, poveri fanciulli, 1840
E datevi a la fé di queste ninfe. 1841
SATIRI PICCIOLI
Ninfe cortesi, ancor che senza pianto 1842
Non possiam ricordarsi l’improvisa 1843
Partita di coloro onde siam nati, 1844
Pur diviene minor la nostra doglia, 1845
Qualor pensiam ne la bontade vostra. 1846
Però, cortesi et amorose ninfe, 1847
Non vi sia grave aver di noi pietade, 1848
Quai qui rimasi siam come rimane, 1849
Perduto il suo pastor, graggia infelice. 1850
NINFE
Non vi saremo men che madri pie. 1851
Ben vi preghiamo da’ costumi nostri 1852
Non si partire e por tutta in oblio 1853
De’ Satiri maggior l’aspra lascivia. 1854
EGLE
Non è da dubitar ch’al viver vostro 1855
Non s’assomiglin, perché da fanciulli 1856
Comminciano apparar la vita vostra: 1857
Che come creta molle ogni figura 1858
Agevolmente prende, così ancora 1859
In un animo tenero se ’mprime 1860
Ogni modo di vita agevolmente. 1861
Dunque, Satirin miei abbandonati, 1862
Poscia che queste ninfe sì pietose 1863
Avete verso voi oggi trovate, 1864
Date lor segno di deverle avere 1865
(Come devete aver) sempre per madri; 1866
E voi, ninfe gentil, d’averli sempre 1867
(Com’essi vi si dan) per cari figli. 1868
Stringete a lor, picciol fanciulli, il collo, 1869
E voi altresì a lor, ninfe cortesi, 1870
E con basci di pace date segno 1871
Ch’esser debba tra voi perpetuo amore. 1872
Ma temp’è ch’io ritorni al mio Sileno, 1873
Che ’l pover vecchio è pien di tanto affanno 1874
Per la partita de’ compagni suoi, 1875
Che non spero mai più vederlo lieto. 1876
Voi rimarrete con le madri vostre, 1877
Satirin miei, e dopo cen poi 1878
(Se però fia in piacer di queste ninfe) 1879
Qui ci ritroveremo tutti insieme, 1880
Forse contenti più che non siam ora. 1881
AMADRIADI
Anzi verrenvi molto volentieri, 1882
Poi che noi vi possiam venir sicure. 1883
SIRINGA
Deh di grazia dimmi, Egle, se d’Arcadia 1884
Partito s’è co gli altri Fauni Pane? 1885
EGLE
Partito s’è pur troppo lo ’nfelice, 1886
E non è per vederlo Arcadia mai: 1887
Tanto incresciuto l’è che tu lo sdegni! 1888
Siringa, i’ tel vo’ dir, per uno amante 1889
Non vide il più fedele unqueanco selva, 1890
E gli ti sei mostra sì dura a torto; 1891
Ma potria avenir tempo ch’avresti anco 1892
Te stessa a sdegno, per aver sdegnato 1893
Amante sì fedel, fuor di ragione. 1894
SIRINGA
Dolgasi egli di sé, che si è voluto 1895
Por ad amar chi mai non sentì amore. 1896
Io non lo ‘ndussi mai ch’egli m’amasse. 1897
EGLE
Estender non mi voglio in dimostrarti 1898
Quanto meglio saria ch’amor seguissi, 1899
Perché, essendosi Pan quindi partito, 1900
Non gioveriali il mio mostrarti il vero. 1901
Ma tempo verrà ben che tu te stessa 1902
Reprenderai. 1903
SIRINGA
I’non son per pentirmi
Mai de l’onestà mia. 1904
EGLE
Te n’avedrai
Quando il penserai men. Restate in pace, 1905
Ninfe, fin che torniamo a rivederci. 1906

SCENA V

(EGLE, SILENO)
EGLE
Chi fia chi dica che d’ingegno manchi 1907
Donna ch’a far si dia una grende impresa, 1908
Se por vi vuol, com’ella dee, lo ’ngegno, 1909
Dopo che tutte queste ninfe a un tratto 1910
Ho condotte a la rete in questo giorno? 1911
Altro non resta più se non ch’i Fauni 1912
Tirin la rete e ve l’accolgan sotto 1913
E facciano di lor sicure prede. 1914
Veggio Sileno: i’ gli voglio dar nova 1915
Ch’i Satir de le ninfe avran vittoria. 1916
SILENO
Tu mi farai uscir del corpo l’alma 1917
Con questo tuo tardar: tre fiaschi ho asciutti 1918
Insino al fondo, poi che ti partisti, 1919
E dormito un gran sonno, e risvegliato, 1920
Beendo tuttavia, guardato ho a torno 1921
A torno buona pezza e non t’ho vista 1922
Insino ad ora: gaglioffetta, guai 1923
A te, se fatto tu m’avessi oltraggio! 1924
EGLE
E se fatto l’avessi ben, che fora? 1925
Per ciò non t’averria nulla di novo, 1926
Poi c’hai le corna per natura in capo. 1927
SILENO
Tu mi dileggi, ribaldella? Dammi 1928
Un bascio. 1929
EGLE
Volentieri.
SILENO
Or prendi ’l fiasco 1930
E ricreati un poco.
EGLE
I’ n’ho bisogno,
Per la durata mia nova fatica 1931
In ridur queste ninfe a le mie voglie. 1932
SILENO
E c’hai tu fatto? 1933
EGLE
Lasciami ber prima.
SILENO
Bevi, che dato i’ t’ho per questo il fiasco. 1934
EGLE
O che buon vino è questo! I’ me ne sento 1935
Fender la lingua sì, che viemmi a l0occhio 1936
La lagrima: o che vino! Goda Giove 1937
Nettare e ambrosia, i’ non cerco ber meglio. 1938
Et onde l’hai tu avuto? 1939
SILENO
Il mio Marone
Da la mensa di Bacco oggi l’ha tolto. 1940
EGLE
So ch’ei conosce il buono. I’ nom mi posso 1941
Saziar di ber. 1942
SILENO
Vedi s’io m’arricordo,
Egle, di te. Non ne ho voluto bere, 1943
Per servarloti, un goccio, ancor ch’avessi 1944
Una gran sete. 1945
EGLE
I’ ti farei ingiuria,
S’io non lasciassi che tu dessi un bascio 1946
A la bocca del fiasco: tè’, Sileno, 1947
Accostavi la bocca, che più dolce 1948
Basciar questo sarà che le mie labbra. 1949
SILENO
Questo non già, che più dolce che manna 1950
È questa tua boccuccia: or lascia ch’io 1951
Dia un bascio a te, ne darò un altro al fiasco, 1952
E così sentirò doppia dolcezza. 1953
A ragion ben lodato hai questo vino: 1954
Potta di Bacco, i’ non bevi mai meglio! 1955
EGLE
Bevilo tutto, ch’io non ho più sete. 1956
SILENO
Senza che tu mel dica, i’ l’ho bevuto, 1957
E parmi ch’io sia fatto un Dio celeste. 1958
Or c’hai fatto pe’ Fauni? 1959
EGLE
Hanno le ninfe,
Sotto spezie di fé, i nemici a cerco, 1960
E molto non andrà che saran tutte, 1961
Secondo l’ordin dato, in braccio a’ Fauni. 1962
SILENO
Ah ah, ah ah, i’ lodo il Signor Bacco, 1963
Che dar non sdegna aiuto a la sua gente. 1964
Vorrei anch’io poter d’una godere. 1965
EGLE
Deh vecchiaccio che sei, non ti par ch’io 1966
Sia troppo a le tue forze? Or cerca, cerca, 1967
Silen, d’un ’altra, che d’un altro anch’io 1968
(Poi ch’io non son per te) vo’ provedermi. 1969
SILENO
Non ti adirar, vita mia cara, i’ giuoco 1970
Con te, nol vedi? 1971
EGLE
Non mi par bel giuoco
Il minacciar di tòrmi il pan di casa. 1972
Se ’l facesti, insino or ti fo sapere 1973
Ch’io non vorrei morirmi de la fame. 1974
SILENO
Che dirai, pazzarella? 1975
EGLE
M’hai intesa,
Non mi vo’ veder tòr la vittuaglia. 1976
SILENO
Entriam nel bosco, che farem la pace. 1977
EGLE
I’ non vi vo’ venir. 1978
SILENO
Perché?
EGLE
Non voglio.
SILENO
Deh vien, di grazia! So che gita al naso 1979
Ti è subito la colera. 1980
EGLE
Cagione
Forse non me n’hai data? Se non fosse 1981
L’amor col quale io t’amo, i’ staria un anno 1982
Ch’io non verrei ove tu fossi. 1983
SILENO
Eh andiamo,
Car’Egle mia, nel bosco. Eh vien, di grazia! 1984
EGLE
Va’, ch’io ti seguo. Non è cosa al mondo 1985
Che star più faccia uno marito al segno 1986
Che la moglie minacci di volersi 1987
Di cibo procacciar, s’egli le toglie 1988
Il cibo che mantien le donne in vita: 1989
E chiaro or visto i’ l’ho nel mio Sileno. 1990
(CORO)
Or che siam per por fine a’ nostri affanni 1991
E si mostra cortese 1992
A’ prieghi nostri Amore, 1993
Non temiam più che rea sorte ne ’nganni, 1994
N’altrui fallaci inganni, 1995
Onde cagion abbiam d’aspro dolore. 1996
Però con tutto ’l core 1997
Benedicemo il dì ch’Amor ne prese 1998
E con la face accese 1999
La fiamma in noi del suo vivace ardore. 2000
Felice l’ora che rivolser gli occhi 2001
Queste ninfe vér noi, 2002
E for sì da’ be’ rai 2003
De’ lumi loro i nostri cori tocchi, 2004
Acciò ch’indi or trabocchi 2005
Il ben ch’addolcir dee gli avuti guai; 2006
Sì che non sentiam mai 2007
Dolor alcun che con gli amari suoi 2008
Ci dia noia, dapoi 2009
Che tanto bene, Amore, oggi ne dai. 2010
Però non sarem mai stanchi né sazii 2011
Di darti lode eterne 2012
Per queste selve ombrose, 2013
Poi che di darci ben tu non ti sazii. 2014
Qual fia che non rengrazii 2015
Le faci, onde abbiam noi quell’amorose 2016
Fiamme c’hanno in sé ascose 2017
Tutte le gioie, s’altri le discerne, 2018
Onde siam per averne 2019
Tregua con queste cure aspre e noiose? 2020
E benché non possiamo in marmi vivi, 2021
Né’n ben saldi metalli 2022
Sculpir tue vere lode, 2023
Non fia però che non rimangan vivi 2024
(Pur che tu non lo schivi) 2025
I tuoi onori, e non t’apprezzi e lode 2026
Tra noi chiunque gode 2027
Per te il ver ben. Dunque per queste valli 2028
Sempre amorosi balli 2029
Guideremo a tuo onor, senza far frode. 2030
E lascierem scolpiti in faggi e ’n olmi 2031
(Benché con rozza mano) 2032
Che fai ogni duol vano 2033
E di sommo gioir l’anime colmi. 2034

ATTO QUINTO

IL FINE

SCENA I

(EGLE, SATIRI)
EGLE
Sapete ove la cosa è già condotta: 2035
Altro non resta più se non che usiate 2036
Astuzia nel pigliar le fiere in caccia. 2037
SATIRO
Pericol più non v’è, poi che ce l’hai 2038
Con l’arte tua quasi condotte in mano. 2039
EGLE
Non vo’ che vi paia esser sì sicuri, 2040
Che non debbiate aver tema di quello 2041
Che ’n simil caso vi potria avenire. 2042
Non basta a cacciatore esperto avere 2043
Fatto tra sé disegno di pigliare 2044
Astuta fiera, se nel bosco, poi 2045
Che destata egli l’ha, non ha disposto 2046
La caccia sì ch’ella fuggir non possa. 2047
Dunque bisogna che voi siate accorti, 2048
Perché se s’avedesser de lo ’nganno, 2049
Tutto quel che fatto è sarebbe nulla. 2050
SATIRO
Da noi non mancherà che con ingegno 2051
Non sia provisto a ogni possibil cosa. 2052
EGLE
Dunque io me n’andrò dritto a trovarle 2053
E cercherò di porle in danza insieme 2054
Co’ Satirini vostri; voi nascosti 2055
State dietro a questi arbori et il tempo 2056
Pigliatevi a la preda. 2057
SATIRO
Vanne e credi
Che l’ora non veggiàn che ’l fine aggiunga. 2058
Gite voi ne la selva e tutti gli altri 2059
Fate disporre a’ luochi ov’è bisogno; 2060
E dite che si pongan tutti in punto, 2061
Sì ch’al sibilo sol d’uno di noi 2062
Siàn tutti pronti a la parata preda. 2063
Ecco i Satirin vengono e le ninfe; 2064
Egle lor s’appresenta: non fia molto 2065
Ch’avremo ne le mani il nostro bene. 2066

SCENA II

(NINFE, EGLE, SATIRI PICCIOLI, SATIRO grande, CORO)
NINFE
State sicuri pur d’aver trovato 2067
Un perpetuo riposo. 2068
EGLE
E voi d’avere
L’inciampo ritrovato. 2069
SATIRI PICCIOLI
Certo nulla
Ci par d’aver perduto, tanto amore 2070
Ci avete mostro e tai carezze fatte. 2071
NINFE
Ogni giorno averete maggior segno 2072
Quanto v’amiam, quanto ne siate cari. 2073
Ma vedete Egle vostra. 2074
EGLE
Figli miei,
Come vi contentate de la vita 2075
Di queste vostre madri? Se voi sete 2076
Contenti, ogni dolor da me è fuggito. 2077
SATIRI PICCIOLI
Ci hanno, Egle, queste ninfe tanto amore 2078
Mostrato che, per dirti il vero, mai 2079
Tanto non cen mostraro i padri nostri; 2080
E tanto addolcito have il nostro duolo 2081
L’immensa cortesia di queste ninfe, 2082
Ch’aver non potevam maggior conforto. 2083
EGLE
Io non me ne credetti altro giamai, 2084
Tanto cortesemente i’ vidi accòrvi. 2085
NINFE
Gli ha saputo un po’ strano il bever l’acqua, 2086
Ma nel resto si son così acquetati, 2087
Che parso n’è ch’assai restin contenti 2088
De la compagnia nostra. 2089
EGLE
È de l’etade
Tenera proprio questo, che di mente 2090
L’esca tosto l’amore e tosto l’odio, 2091
Et ami similmente et odii tosto; 2092
E però maraviglia non è s’ora 2093
Si sian scordati questi fanciullini 2094
I padri loro e a amar voi si sian dati, 2095
Voi che vezzo gli fate. Così ancora 2096
Molto non and[e]rà che ’l ber de l’acque 2097
(Posto il vino in oblio) non gli fia noia. 2098
SATIRI PICCIOLI
Anzi insin or non n’è spiacciuto il berne, 2099
E ci sentiam via più leggiadri e snelli, 2100
Che noi non eravam beendo il vino: 2101
Vedete come siamo agili e destri 2102
Su la persona. Se la riverenzia 2103
Che noi portiamo a queste nostre madri 2104
Non s’opponesse al voler nostro, noi 2105
Le chiederemo a far con noi un ballo. 2106
EGLE
E perché ricusar deono lo ’nvito? 2107
Quando son famigliari accolti insieme, 2108
Non si deon vergognar famigliarmente 2109
Prender tra lor con onestà sollazzo; 2110
Però i’ non credo che queste cortesi 2111
Ninfe si sdegnin di danzar con voi. 2112
NINFE
Non già, per nostra fé. 2113
EGLE
Voi fate bene,
Poi che ’l maggior piacer, ch’esser mai possa 2114
Per donna al mondo, voi avete a schivo. 2115
NINFE
E qual è questo? 2116
EGLE
Amare e de lo amore
Goder d’un uom che s’ami. 2117
NINFE
Tu sei pure,
Egle, su le sciocchezze. 2118
EGLE
Anz’io vi dico
Che di ciò non vi vo’ mover parola, 2119
Ma ben vi dico che cosí tra noi 2120
Ci possiam por con questi putti in danza 2121
E sollazzarsi onestamente insieme. 2122
NINFE
Facciam come ti par. 2123
SATIRO
Son quasi al fine
Le cose. 2124
CORO
Vuoi che usciamo?
SATIRO
State cheti,
Non vi scoprite, che non è ancor tempo. 2125
CORO
Ohimè, quando fia l’ora? 2126
NINFE
E come in ballo
Potrem condurci, non vi essendo alcuno 2127
Che tra noi suoni? 2128
SATIRI PICCIOLI
Se fosse tra noi
Fistula alcuna, sonerebbe parte 2129
Di noi e parte si daria a danzare. 2130
EGLE
Ma non sapete voi se sempre meco 2131
Porto le fistole io? 2132
SATIRI PICCIOLI
Dalleci adunque,
Che sonarem.
EGLE
Tenete. 2133
SATIRO
State in punto,
Che ’l tempo vien che se n’entriamo in caccia. 2134
CORO
A l’ordine noi siamo. 2135
EGLE
A coppia, a coppia
Noi entreremo in ballo e le carole, 2136
Come ’l suon chiederà, guiderem tutte. 2137
(QUI S’INCOMINCIA IL BALLO)

SCENA III

(SATIRO, CORO, SILENO, PANE, NINFE, [EGLE, SATIRI PICCIOLI])
SATIRO
State a l’ordine, dico. 2138
CORO
Siàn pur troppo
A l’ordine: non fu mai sì tes’arco! 2139
Questi obietti non son da non destare 2140
Chi neghitoso dorme? Che tardiamo? 2141
Che non lo diamo dentro? Ci sentimo 2142
Mancar la vita. 2143
SATIRO
Non è ancora il tempo
D’uscir, fratelli miei. 2144
CORO
Non veggiàn l’ora
Che possiamo sfogar nostro disio. 2145
Ve’ com’è snella quella vaga ninfa 2146
Ch’ora si ruota: oh che rotonda gamba, 2147
Oh che piè scarno e rotondetto e vago 2148
Sostien quella vitina! 2149
SATIRO
Con che grazia
Move la mia Napea l’un lato e l’altro, 2150
Come s’aggira e come s’alza a tempo, 2151
Come si ferma e, per dir breve, come 2152
Leggiadramente al suon col piè risponde! 2153
CORO
Ma vedi che a noi vien Sileno e Pane. 2154
Pan venir dee per la Siringa sua, 2155
Ma non so a qual fin qui venga Sileno. 2156
Che vi è Sileno? 2157
SILENO
Son venuto anch’io
A veder questa festa. 2158
CORO
Deh sta’ indietro
Con questo asino tuo ne la malora! 2159
Che s’ei ragghiasse siam tutti disfatti. 2160
Non odi tu, Silen? 2161
SILENO
Tu mi vuoi fare
Uscir sì ch’io sia visto? Io quel son stato 2162
C’ho condotta la cosa, e mi volete 2163
Cacciar com’una bestia? I’ voglio andare 2164
Fuor de la selva: va’ inanzi! 2165
PANE
Eh non fare,
Caro Sileno! 2166
SILENO
I’voglio andar; va’ là!
Vo’ che tutti costor paiano bestie. 2167
CORO
Costui è ubriaco. 2168
SATIRO
A punto il vin lavora!
PANE
Non ci turbar, Silen; Silen mio, resta: 2169
Non voler ch’un tuo sdegno ci disfaccia! 2170
SILENO
Per amor tuo mi rimarrò. 2171
PANE
È Siringa
Forse nel ballo? 2172
SATIRO
Ella al fin de la danza
Git’è con l’altre ninfe e con lor siede. 2173
PANE
La veggio: ahi fiera, ahi soperbetta, ahi schifa, 2174
Ahi nemica d’amore e di pietade, 2175
Come mi struggi il cor, come m’ancidi! 2176
Ma che tardiamo più? 2177
SATIRO
Lascia che ’n ballo
Entrin di novo. Ve’ la tua Siringa 2178
Che guida la carola. 2179
PANE
Ohimè che vita!
Ohimè che leggiadria, che movimenti! 2180
Non tardiam più, ch’io me ne moio; ahi lasso, 2181
Io mi dileguo. 2182
CORO
Tempo è di far segno,
Satiro, a gli altri.
NINFE
Avete udito quello 2183
Sibilo?
EGLE
È nulla: fia qualche pastore
Che chiama la sua greggia o chiama i cani. 2184
Seguiamo il ballo. 2185
NINFE
Son quasi rimasa
Fuori di me.
EGLE
Tu temi ben di poco. 2186
Sù a la danza, sonate!
SATIRI PICCIOLI
Noi soniamo.
SATIRO
Ora animosamente tutti a un tratto 2187
Entriam, compagni miei, lieti nel campo, 2188
Che vincitor sarem di questa guerra. 2189

SCENA IIII

(NINFE; CORO; PANE; EGLE; SILENO)
NINFE
O poverelle noi ninfe, siam morte! 2190
O poverelle noi! Vedete i Fauni, 2191
I Satiri e i Silvani, o triste noi! 2192
CORO
Eh non fuggite, che temete? Siamo 2193
I vostri amanti. 2194
NINFE
Ahi Egle, ohimè malvagia!
O noi semplici e sciocche! 2195
PANE
Eh non fuggire,
Siringa, eh non fuggire! 2196
NINFE
O meschinelle
Che siamo! 2197
CORO
Andate a quel varco! Un di voi:
Piglia questa che vien verso la selva! 2198
NINFE
O noi misere e triste! 2199
CORO
Che tardate?
Correte al bosco! 2200
EGLE
Sù Satir, sù Fauni,
Sù valorosamente! Ben sarete 2201
Così da poco, che fuggiranno anco, 2202
E ne le man le avrete? 2203
NINFE
Ahi malvagia Egle,
Quest’è la fé? 2204
EGLE
Dove ne vai, Sileno?
SILENO
Io vo’ per dar soccorso a’ miei compagni, 2205
Ch’anch’essi m’aiutar, quando io ti tolsi. 2206
EGLE
O che soccorso? Mover non ti puoi, 2207
E gli vuoi dare aiuto? 2208
SILENO
Prender voglio
Questa che viene in qua. 2209
CORO
Tosto, non state,
Satiri, a bada! Sù, picciol fanciulli, 2210
Correr non le lasciate: per la mano 2211
Tenetele, pe’ panni e per le gambe! 2212
SILENO
A questa, a questa, tutti a dosso a questa! 2213
CORO
Ci fuggiran, non state a bada! Al bosco, 2214
Al bosco tutti, ch’elle al bosco vanno! 2215
NINFE
Ohimè dove siam giunte? 2216
SILENO
A dosso, a dosso,
A dosso a questa! Piglia, piglia, piglia! 2217
Egle, che fai? A dosso. Ahi che caduto 2218
Sono e rotto mi son quasi una costa! 2219
Ohimè! et ho fatto nulla, ch’è fuggita. 2220
Ohimè! 2221
EGLE
Tel dissi io ben; sei tu ben atto
Correr dietro a chi fugge! In tua malora, 2222
Tienti al tuo fiasco, che non fugge, e lascia 2223
Correr chi vuol. 2224
SILENO
S’io lo facea per bene.
EGLE
Avresti fatto meglio aver bevuto. 2225
Or levati, se puoi. 2226
SILENO
Dammi la mano,
Aiutami. 2227
EGLE
Vorravvi altro potere
Che ’l mio. 2228
SILENO
Dammi la mano, perché anch’io
Mi sorgerò; son pur risorto alquanto; 2229
Aiutami, Egle, regger non mi posso 2230
Ohimè! 2231
EGLE
Monta a caval: ve’ che allegrezza
Tu mi vuoi dar sta notte: mentre in gioia 2232
Gli altri saran, sarai tu sul dolerti. 2233
SILENO
Non mica: tosto ch’averò bevuto, 2234
Non averò più mal. Volea potere 2235
Dir d’aver fatto qualche cosa anch’io, 2236
Ma non l’ha consentito il mio destino. 2237

SCENA V

(SILVANO, PANE)
SILVANO
Ogni cosa nel bosco è sottosopra: 2238
Chi corre in qua, chi in là; prendute han molte 2239
Ninfe i compagni miei, ma quelle astute, 2240
Prima che por s’abbin lasciato a dosso 2241
Le man, squarciati s’han da’ corpi i panni 2242
E, lasciate le vesti, così nude 2243
Si sono date a correr per lo bosco. 2244
Nude corron le ninfe e corron nudi 2245
I Dei silvestri, come già i Romani 2246
Ne le feste di Pan correano a Roma: 2247
Onde s’avien che le giungan nel corso, 2248
I’ penso che tra lor non andrà indugio 2249
A giungersi un con l’altro. I più bei corpi 2250
Di donne non vidi unqua: paion proprio 2251
Cose celesti. Se dinanzi forse 2252
Le guato, mi rassembran Citerea, 2253
Se di dietro le miro, un Ganimede; 2254
Cosa non han che biasimar si possa: 2255
Mirinsi pur nel petto o ne la schiena, 2256
Per la mia fé, ch’io non ne so incolpare 2257
I Dei del ciel, s’ardon del loro amore, 2258
Avendole dal ciel tante fiate 2259
Vedute ignude ne le vive fonti. 2260
Ben saranno felici e aventurosi 2261
Que’ Satiri, que’ Fauni e que’ Silvani 2262
Che da le molli e delicate braccia 2263
Saran stretti e legati et accòrranno 2264
Da’ lor soavi fiori il dolce frutto 2265
Che nel ciel potria fare invidia a Giove. 2266
PANE
Aver nemico il cielo e immaginarsi 2267
Poter condurre uno suo effetto al fine! 2268
SILVANO
Che lamentevol voce è questa ch’odo 2269
Uscir del bosco in così gran letizia? 2270
PANE
A chi ciò crede avien quel ch’è aventuto 2271
A gli altri oggi et a me, misero Pane: 2272
O Pan tristo e ’nfelice, o Pan dolente, 2273
A che termine sei? 2274
SILVANO
Egli mi pare
Pane che si lamenti: e che può avere 2275
Egli di tristo, essendo ogniuno in gioia? 2276
PANE
O doloroso Pane, hai pur perduto 2277
Quanto di bene avevi! 2278
SILVANO
Che ci è, Pane?
PANE
Potrai pur poverello a voglia tua 2279
Gir per le selve senza aver sospetto 2280
D’offender la tua ninfa. 2281
SILVANO
Che avenuto
T’è di dolente, Pan, che sì ti dogli? 2282
PANE
Ohimè, Silvano, ohimè, tra queste selve, 2283
Selve già di piacere e di diletto, 2284
Non fu giamai cagion di maggior pianto; 2285
Ov’esser credevam lieti e felici, 2286
I più miseri siam che fossero unqua. 2287
SILVANO
Tu mi togli la vita, Pan: ch’è questo 2288
Che tu mi di’? Quando pensar più debbo 2289
Vedervi lieti, s’oggi sete tristi? 2290
PANE
Avenuta, Silvan, ciè cosa tale, 2291
Che fin che avranno mai fronde le selve, 2292
Sempre tristi sarem, sempre dolenti. 2293
SILVANO
Deh fa’ ch’io sappia, Pan, che cosa è questa. 2294
PANE
Silvano, non voler, se m’ami, udire 2295
L’infelicità nostra e ’l nostro affanno, 2296
Che ’ncredibile angoscia avrai a udirlo. 2297
SILVANO
I’ non posso sentir doglia maggiore 2298
Di quella ch’or per voi il cor mi preme; 2299
Però non mi tener or più sospeso. 2300
PANE
Mentre, Silvan, le nostre care ninfe 2301
(Ch’io pur lo ti dirò, poi che ’l ricerchi) 2302
Noi seguivamo per l’ombrosa selva, 2303
A guisa che seguia già Febo Dafne, 2304
E già ci credevamo averle in braccio, 2305
Fuggiron tutte in varii luochi: alcune 2306
A radici de’ monti, altre a le rive 2307
De’ vivi fiumi, altre a le dense piante, 2308
La folta de le quai lor tolse il corso; 2309
Altre vedemmo tra vermigli e gialli 2310
Fiori cadute, u’ la volubil erba 2311
Le legò i piedi, sì che sen caddero. 2312
Alora i Fauni, i Satiri, i Silvani, 2313
Credendo aver la preda in man sicura, 2314
Si tennero padron de le lor ninfe. 2315
Ahi speme vana e ben folle pensiero! 2316
Ahi nemica fortuna a i bei desiri! 2317
Ma così tosto che le furon presso 2318
(Cosa io ti dirò ch’a pena i’ posso 2319
Crederla a me medesmo, e pur l’ho vista), 2320
Altre divenner fiumi, altre ne’ monti 2321
Restaro sì che non si videro, altre 2322
Divenner fior ne la minuta erbetta. 2323
SILVANO
Ahi che mi di’ tu, Pan? Che maraviglie 2324
Son queste ch’i’ odo? 2325
PANE
Io non ti mento punto.
Ne furono alcun’altre in questo tempo, 2326
I piedi de le quai furon pur dianzi 2327
Sì veloci a fuggir, che su la terra 2328
Fermar le piante et ivi fer radici, 2329
E unir si vider le lor gambe in tronco 2330
E coprirlesi il petto di corteccia 2331
E trasformarsi le lor braccia in rami 2332
E le chiome, già d’oro, un verdi fronde. 2333
Ne vidi alcune trasformarsi in vite, 2334
E ’n tanto ch’io l’ho detto, su per gli olni 2335
Le braccia aviticchiar lente e distorte 2336
E, per non dir minutamente il tutto, 2337
Foron tutte mutate in varie forme. 2338
Onde si vede in varii luochi al bosco 2339
Alcun de’ nostri lamentarsi a un faggio 2340
E de le frondi sue farsi corona; 2341
Altri abbracciare un fico, altri una quercia 2342
E creder pur d’aver l’amata in braccio; 2343
Altri a la scorza d’un castagno dare 2344
Con pianto grave affettuosi basci; 2345
Alcuno altro dolersi a’ piè d’un salce 2346
E bramar di morir sotto quell’ombra; 2347
Alcuni accrescer con amaro pianto 2348
Le lucid’onde al rio, nel qual veduta 2349
Avevan trasformar l’amata ninfa; 2350
Altri versar da gli occhi un largo fonte 2351
E ’nacquar le radici di que’ fiori 2352
In che le ninfe lor s’eran converse; 2353
Alcun altri bramar veder Medusa, 2354
Per potersi mutare in duro sasso 2355
E star sasso nel monte appresso a quella 2356
Ninfa che l’avea fatto il cor di pietra. 2357
SILVANO
Non credo mai che ’n un sol giorno tante 2358
Mutazion fosser vedute. 2359
PANE
A nostro
Danno servate son le maraviglie 2360
Insino a questi giorni, perché sempre 2361
Miseri siamo et io via più d’ogniuno 2362
Languisca sempre e mi tormenti sempre. 2363
SILVANO
Perc’hai tu, Pan, maggior de gli altri doglia? 2364
Perché quant’era la Siringa mia 2365
D’ogni ninfa più bella, anco maggiore 2366
Era il mio fuoco, ond’io mi doglio tanto, 2367
Quanto era bella e quanto io già l’amai. 2368
SILVANO
Deh dimmi, Pan, che avenut’è di lei? 2369
PANE
O sventurato me! Dopo ch’io vidi 2370
Mutate l’altre ninfe in varie forme, 2371
Anch’io temei che ciò non avenisse 2372
A la Siringa mia: però mi diedi 2373
Con più veloce corso a seguitarla; 2374
Ella, fugace più che leggier cervo, 2375
Si diè a fuggir così velocemente, 2376
Ch’avria potuto gir sovra le spiche 2377
E non ne premer una. Ora nel corso 2378
Giunse al fiume Ladone e non potendo 2379
Andar più là, veggendo me che lei, 2380
Correndo a più poter, ratto seguia, 2381
Pregò la deità del vivo fiume 2382
Che le porgesse aiuto, sì che fosse 2383
Salva l’onestà sua; vi giunsi io in tanto, 2384
Et essendole già tanto vicino, 2385
Ch’io le spargea col fiato mio le chiome, 2386
E stendendo, per prenderla, la mano, 2387
Ohimè la vidi, ohimè Silvano, ohimè, 2388
A pena il posso dir, mutarsi in canna. 2389
SILVANO
Né lo posso udir io senza gran doglia, 2390
E testimon ten faccia il pianto mio. 2391
Ma che stormento è questo che ti pende 2392
A lato? 2393
PANE
Ohimè, ch’io vo’ sempre aver questo
Per la più cara cosa ch’al mondo abbia. 2394
SILVANO
E perché, Pan? 2395
PANE
Perché di quella canna,
In che mutata s’è la mia Siringa, 2396
Composta i’ l’ho, per isfogar col suo 2397
Suon la mia doglia e ’l mio angoscioso affanno. 2398
SILVANO
E come in cor ti venne di comporre 2399
Tanti calami in un? 2400
PANE
Non fu mutata
Così tosto Siringa che, spirando 2401
Soave Zefir dolcemente, un suono 2402
I’ senti’ uscir da le nodose canne, 2403
E mi parve la voce di Siringa 2404
Che si dolesse che mi fusse suta 2405
Tanto crudel, mentre poteva amarmi. 2406
Onde in memoria de l’amata ninfa, 2407
Dopo un grave lamento e un duro pianto, 2408
Composi questa fistula che ’l nome 2409
Sempre otterrà de la Siringa mia, 2410
Con la qual risonar farò ogni selva 2411
Del caro nome suo, del mio dolore. 2412
SILVANO
Felice sei tu, Pan, appresso gli altri, 2413
Perché con Ega, tua antica mogliera, 2414
In parte sfogar puoi l’acerba doglia; 2415
Ma gli altri poverelli, che non hanno 2416
Rifugio alcun, si pon ben chiamar tristi. 2417
PANE
Ohimè, caro Silvan, tanto più d’Ega 2418
Era bella costei, quanto più belli 2419
Son gli amaranti de’ minori fiori. 2420
SILVANO
Et io ti dico, Pan, ch’è più bell’Ega 2421
In questa età, che mai non fu Siringa 2422
Nel più bel fior de’ suoi fioriti anni. 2423
PANE
Non più, Silvan, che tu m’accresci doglia. 2424
Vien meco, entra nel bosco a veder gli altri. 2425
SILVANO
Entra, ch’anch’io di subito ti seguo. 2426
Non si dee desiar cosa che neghi 2427
Il ciel, né cosa a l’onestà contraria: 2428
Che non se può veder felice fine. 2429

DEDICAZIONE

Questa corona di silvestri fiori, 2430
Colti con rozza man nel più selvaggio 2431
Luoco d’Arcadia, appendo a questo faggio, 2432
Ad onor de le ninfe e d’i pastori 2433
Non sia mai fatta froda o fatt’oltraggio, 2434
Ch’accolgan così il don ch’offerto i’ l’aggio, 2435
Ch’altri si desti a’ suoi pregi maggiori. 2436
Che s’averrà che con più dotta mano 2437
Corone alcun gli tessa o che dimostri 2438
A qualche meglior via la virtù loro, 2439
Spero, et il mio sperar non sarà vano, 2440
Che ’l nome pastorale a’ tempi nostri 2441
Tal fia, qual fu già ne l’età de l’oro. 2442