Pietro Aretino

La Cortigiana, 1525

Aretino, Pietro. <<Teatro: Tomo I, La Cortigiana (1525 e 1534)>> . A cura di Paolo Trovato e Federico Della Corte. Roma: Salerno Editrice, 2010.

Joan Oleza Simó (Investigador principal) Trovato, Paolo; Della Corte, Federico (Editor de la edición crítica) Romeu Guallart, Luis María (Editor digital)

Italiano · Verso · 2 versos

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Tiempo histórico
Siglo XVII
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Español

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Nota a questa edizione digitale.

Questa pubblicazione fa parte del progetto di ricerca "Teatro spagnolo ed europeo dei secoli XVI e XVII: patrimonio e banche dati", riferimento PID2019-104045GB-C54 (acronimo EMOTHE), finanziato dal MICIN/AEI/10.13039/501100011033. Il Progetto EMOTHE ringrazia Editrice Antenore per aver concesso il permesso di riprodurre il testo.

PERSONAGGI

MESSER MACO DA COE DA SIENA
SANESE famiglio di Maco
MAESTRO ANDREA
FURFANTE CHE VENDE LE STORIE
CAPPA famiglio di Parabolano
ROSSO famiglio di Parabolano
FLAMINIO scudiero di Parabolano
VALERIO camariero di Parabolano
MESSER PARABOLANO
FACENDA pescatore
SAGRESTANO DI SAN PIETRO
GRILLO famiglio di Maco
SEMPRONIO amico di Flaminio
ALOIGIA ruffiana
ZOPPINO tabacchino
GUARDIANO D’ARACELI
TOGNA moglie di Ercolano fornaro
ERCOLANO FORNARO
BIASINA fantesca
ROMANELLO GIUDEO
SBIRRI
ISTRIONE DEL PROLOGO
ISTRIONE DELL’ARGOMENTO

PROLOGO [E ARGOMENTO]

[ISTRIONE DEL PROLOGO]
Io avevo imparato un certo proemio, diceria, sermone, filostoccola, intemerata o prologo che se sia, et vel volevo recitare per amor de un mio amico, ma ognum mi vuole in pasticci. Ma se voi siate savii, plaudite et valete.
[ISTRIONE DELL’ARGOMENTO]
Come «Plaudite et valete»? Donque io ho durato tanta fatica a co[mp]orre questo argumento, servitiale, cristiero o quel che diavol si chiami, e ora vuoi ch’io lo getti via? Per mia fe’, che tu hai magior torto che ‘l campanile de Pisa e che la superchiaria.
[ISTRIONE DEL PROLOGO]
Sta molto ben, posch’io ho ‘l torto. O corpo di me, p’art’egli onesto ch’a peticione d’una comedia io abbi ad essere crucifixo?
[ISTRIONE DELL’ARGOMENTO]
Messernò, che non mi pare né giusto né onesto, né si cricifigono cosí per poco le persone.
[ISTRIONE DEL PROLOGO]
Anzi, per niente. E che ‘l sia el vero, un messer Mario romanesco or ora m’è venuto a trovare e dice ch’io gl’ho detto che gli dà il portante ale puttane, e che per questo mi vuol fare e dire.
[ISTRIONE DELL’ARGOMENTO]
Ah, ah, ah!
[ISTRIONE DEL PROLOGO]
Tu hai un bel ridere, e io forse ne piangerò, perché non fu sí tosto partito il prefatto messer Mario, che mi asaltò Ceccotto genovesse, già sarto e ora astrologo, e dice ch’io ho detto che li Spagnuoli [non] sono da pié che ‘ Francesi, questa peccora! Messer lorenzo Luti ancora quasi cacciò mano a un coltello per darmi, con dire ch’io ho sparlato di lui, e detto che gli è un pazzo, sendo Sanese. Et una certa monna Maggiorina che racconcia l’ossa per Roma manda i gridi al cielo per esserli stato solo ripportato ch’io l’ho per una strega, e mille altre novelle. E non voglio che ‘l padrone habbia quista impressione di me, ché importano le impressioni assai, maxime nelle orrechi de’ gran maestri.
[ISTRIONE DELL’ARGOMENTO]
Tu sei presso ala morte poiché stimi se le impressioni buone o cattive neli orrechi de’ signori possono o non, come e tu facessi un gran conto di dispiacerli. Tu aprezzassi già tanto la gratia loro, quanto ha aprezzato Girolamo Beltramo il Giubeleo! E ora stai sul severo, recita questo beato prologo e io farò l’argumento a questi òmini da bene. E poi, chi ha a fare la comedia la faccia, ch’io per me non so’ per fare altro che l’officio mio, e ecco la calza.
[ISTRIONE DEL PROLOGO]
Io ti vo’ contentare, e chi l’ha per male, grattisi il culo. PROLOGO Chi cercassi tutta la Marema, nonché Italia, non saria mai possibile a ragunare tanta turba di spaccendati, e ognuno è corso al romore, e non è niuno che sappia a che proposito. Almen, quando quel medica da Verzelli e i compagni si squartorno, e`si sapeva per dua giorni inanzi per che e per come. Sarà qualche satrappo che dirà essere venuto per avere qualche piacere dalla comedia, come se la comedia non avesse altra facenda che farlo ridere. Ma voi non volete stare queti! Orsú, ch’io vi chiarisco ch’io vi vitupererò tutti. Per Dio, per Dio, che, se non fate scilentio, ch’io sciorrò el cane, e dirò: el tal è agens, el tal è patiens. E se non ch’io ho rispetto a monna comedia che rimarebbe sola, io publicarei tutti i deffetti vostri che gli ho meglio in mente che la Marca, la buona e santta memoria del’Armelino (con reverentia parlando).O quanti ce ne sono che fariano il meglio a procacciare la pigione dela casa ala signora? E altri, a fare che ‘l suo famiglio abbia el suo salario, provedere doveria. Et chi è in disgratia al maestro di casa, riaverlo per amico sería buono di tentare. E vadi a cena chi no ha cenato, nanzi che le campanelle imbasatrici dela fame suonino. E chi non ha ditto l’offitio, si non andassi a dirlo, non peccarebbe però in Spirito Sancto.Per certo che si può ralegrare quel padre et fratello che ha il figliolo e fratello in corte, e con tutti i dessagii del mondo lo mantiene perché doventa mesere e reverendo, perché arà le some de’ beneficii, per andare dietro ale favole. Ma io getto via le parole e vego che a ogni modo volete impregnarvi di questa comedia. Orsú, ale mani. Assettaretivi mai piú, perdi-giornate? A fe’, che c’è tale che sta a un sinitro strano, e per che cosa? Per vedere una favola. Se gli fusse in San Piero e avesse a vedere il Volto Santo stando a sí gran disconcio, diria a messer Domenedio che ‘l verebbe a vedere una altra volta. Ma avete ventura che ci sono donne oneste e poche, ché vi so dire che bagnaresti e piedi d’altro che d’acqua lampha. Ma torniamo al proposito.Vostre Signorie mi son patrone e, ancora ch’io abbia bravato un poco, non c’è periculo niuno, e mi burlo con voi che sete nobilissimi, costumati e virtuossi. E non credete che questa ciancia che vi sarà racconta vi facessi dispiacere, perché ella è nata a contemplatione vostra, e mi vien da ridere perch’io penso che, inanzi che questa tela si levassi dal volto di questa città, vi credevate che ci fussi sotto la torre de Babilonia, e sotto ci era Roma. Vedette Palazzo, san Piero, la Piazza, la Guardia, l’osteria dela Lepre, la Luna, la Fonte, Santa Catherina e ogni cosa. Ma adesso che ricognoscete che l’è Roma al Coliseo, ala Ritonda e altre cose e che siate certissimi che dentro vi si farà una comedia, come credete vou che detta comedia abbia nome? Ha nome la Cortigiana et è per padre toscana e per madre da Bergamo. Però non vi maravigliate s’ella non va su per sonetti lascivi, unti, liquidi cristali, unquanco, quinci e quindi, e simili coglionerie, cagion che madonne Muse non si pascono si non d’insalatucce fiorentine. E per mi fe’ ch’io son schiavo a un certo cavaliero Cassio de’ Medici bolognese poeta que pars est, che un una sua opera de la Vita de’ Santi dice questo memorabile e divino verso:
Per noi fe’ Cristo in su la croce el thomo.
E se ‘l Petrarca non disse thomo , l’h detto egli ch’è da Bologna et altro omo che ‘l Petrarcha per essere eques inorpellato. Cosí Cinotto, pur patricio bologneses, che scrivendo contro il Utrco disse cosí:
Fa che tu sippa, Padre Santto, in mare
el Turco deroccando e tartusando,
ché Dio si vuol con tecco scorucciare
Sippa è vocabulo antiquo, deroccare e tartussare modern[i]; e Cinotto, poeta coronato per man di papa Leon, l’usa: e sta molto bene. Siché, questi comentatori di vocabuli del Petrarca, gli fanno dire cose che non l[e] faria dire al Nocca da Fiorenza VIII altri tratti di corda, come ebbe già benemerito in persona propria dala patria sua.E’ non è niuno che sappia meglio di Pasquino quello si può usare o no. E’ gli ha un libro il qual tratta dela sua genologia e c’è de belle cose, come intenderete; e perché gli è nato di poeta, però qui lo faccio autore. Parnaso è un monte alto, aspero, indiavolato, che non ci andarebbe san Francesco per le stímate; e questo loco era d’un povero gintilomo che si chiamò ser Apollo il qual, o fosse per voro o per disperatione, fatoci un romitorio, si viveva ivi. Avenne che non so chi toccò il core a nove donne da bene, e dette donne, accettate dal sopradetto Apollo, entroron seco nel monasterio e dandosi ala virtú steteron non molto insieme che si piglioron grande amore. E come accade che ‘l demonio è sutile, [fra] ser Apollo bello e madonne Muse bellissime si consumò el matrimonio, onde nacquero figlioli e figliole. Et perché Apollo fu ceretano, come per la lira si può cognoscere, e molti anni cantò in banca, tutti e figlioli e figlie che gli ebbe fur poeti e poetesse.Ora, cominciandosi a sapere che suso quel monte, a peticione d’un solo, stavono nove cosí belle donne, ce furon molti che epr industria saliron in cima al monte e assai, credendosi salire, rupporo il collo; e come le buone Muse videro di potere scemare la fatica a Apollo si domesticorono sí con soloro che erono con tanto ingegno saliti al’indiavolato monte che posseno le invisibile corna a quela gintil creatura de Apollo. E con tale archimia fu aquistato Pasquino, né si sa di qual musa o di qual poeta. Bastardo è egli, questo è certo. E chi dice che dette Muse fussero sorelle, ha il tortno, et ha quel giudicio in le croniche ch’ha il Mainoldo mantuano in anticaglie o in gioie. E lo prova, non essere pur aprenti, la differentia dele lingue che si leggono, e lo conferma Pasquino, che cicala d’ogni tempo greco, còrso, francese, todesco, bergamasco, genovese, venetiano e da Napoli; e questo è perch’una musa nacque in Bergamo, l’latra in Francia, questa in Romagna e quella in Chiasso, e Caliope in Toscana. O vedete se di tanta pescolanza nascono le sorelle! E la ragion che piace piú la lingua toscana che l’altre, è perché ser Petrarca in Avignon s’inamorò di monna Laura, la qual fu fantesca di Caliope e aveva tutto il parlare suo. E a ser Francesco piacendoli la dolce lingua di monna Laura, cominciò a comporre in sua laude. E perché a lui non è ancora agiunto stile se non quello del’abatte di Gaeta, bisogna andare dietro ale autorità sua. Ma circa al parlare non c’è pena niuna salvo se non se dicessi el vero. E il Milanese può dire micca per ‘pane’ il Bolognese sippa pro ‘sia’.
[ISTRIONE DELL’ARGOMENTO]
Oh, tu legeresti bene il processo, o la condemnatione a un podestà; o che cicalare è stato il tuo! Che domin t’importa egli il volere disputare del parlare? Tu non dovevi finire mai piú, ad ciò ch’io avessi a stare con questa calza tutt’oggi in mano e che ‘l servitiale si fredassi, e che costoro non ricevessino la mità de l’argomento.
[ISTRIONE DEL PROLOGO]
Tu hai ragione, tamen io voglio sapere quanto ad un certum quid che erbe sono in cotesto cristero, perché se tu vi avessi messo snelle, frondi, ostro, sereno, campeggianti rubini, morbide perle e terse parole e melliflui sguardi, e’ sono sí stitichi che non gli smaltirebbono gli struzzi che padiscono e chiodi.
[ISTRIONE DELL’ARGOMENTO]
Io gli ho messo la merda.
[ISTRIONE DEL PROLOGO]
Sta queto e vedi farmi cotale argomento e poi mi parla. Or comincia.
(ARGOMENTO)
[ISTRIONE DELL’ARGOMENTO]
In questa calza vi porto un argomento molto ristorativo, e in questa sua compositione, ch’è buona a fare ridere il pianto, c’è messer Maco di Choe da Siena sutdiante in libris, venuto a Roma per acconciarsi per cardinal con qualque papa; che, essendo in casi di morte per il mal di mazzucco, suo padre fe’ voto che, guarendo il tetto messer Maco, lo aconceria per cardinale con un papa. Sendo exaudito, sano e piú bello che mai il figliolo, l’ha mandato in Roma per adempire il voto fatto per la salute sua. E preso maestro Andrea per pedagogo, gli fa credere che non è possibile e mettersi per cardinale con il papa, se prima non si diventa cortigiano e facilmente gli fa credere ch’un Gioan Manente da Reggio si fece cortigiano nele forme, e con questa solenne sciochezza mena questo ineffabile castrone ala stupha dove gli dice esser le forme che fanno i piú bei cortiginani del mondo. E cosí, di peccora diventando un bue, pone il sigillo a tutte le savie et salate parole di quel pazzo di maestro Andrea; e sinonch’in corte si vegono tutto il dí miracoli assai maggiori, non crede[res]te mai ch’un omo si conducessi a tanta castroneria. E’ mi pare molto maggior cosa il testamento che fece lo elephante, et era sí gran bestiaccia. Cosí, a sentire ragionare maestro Pasquino, ch’e di marmo. Et fammi anco fare le stímate avere visto un Accursio e un Serapica comandare al mondo, ch’uno era stato fattore di Caradoso orefice, e l’altro canatiero. Or lasciamo ire le philosophie morale.Homero fu litigato da sette cittade e ignuna per suo l’ha sempre voluto. A messer Maco interviene peggio, che da piú di trenta paesi è refiutato, né ‘l vole niuno per amico né per parente. Milano lo renuntia per minchione, Mantoa per babione, Venetia per coglione, e sin a Mathelica. Ma per tagliare la lite, la causa è messa in ruota, e per gratia de li auditori arà fin presto, come le altre cose. Siché per oggi il faremo da Siena; domani chi ‘l vuol sel pigli.Et anche piaceravi, credo, veder inamorato Parabolano da Napoli, uno altro Accursio, in Corte piú per i caprici della fortuna che per sua meriti. Il qual, tormentandosi per Laura moglie di messer Litio romano, e non volendo questo amor scoprire, un suo famiglio ribaldo sentí che ‘l padrone di lei si lamentava sognando, e avendo per tal mezzo questo secretto, gli fa credere che Laura di lui sia inamorata, e per via de una ruffiana conclude el parentado; e il magnifico, goffo al possibile, si ritrova con una fornaia piú sucida che la manigoldaria. E mentre che saranno in essere queste cose e che vederete rapresentare qualque particella dei costumi cortigiani di donne et òmini et che vederete doe comedie in una medesina scena nascere e morire, non vi spaventate; perché mona comedia Cortigiana, per essere ella piú constrafatta che la chimera, piú spicevole che ‘l fastidio, piú costumata che l’onestà, piú suave che l’armonia, piú gioconda che la leticia, piú iraconda che la colera, piú faceta che la buffonaria, è, nel dir il vero, molto piú temeraria che la prosomptione.E se piú di sei volte messer Maco o altri uscissi in scena, non vi corucciate, perché Roma è libera e le cathene che tengono i molini sul fiume non terebbono questi pazzi stregoni, volsi dire istrioni. Cosí, abbiate patientia, si alcun parla fuore di comedia, perché se vive a una altra foggia qui, che [‘n] Athene non si faceva; di poi colui che ha fatto la novella è omo di suo capo, né lo riformaria il Vescovo di Chieti.
[ISTRIONE DEL PROLOGO]
E ‘nfine tu sei omo che ti governi con le bigonce, disse messer Zanozzo Pandolfini, e per mia fe’ che sei un buon maestro da fare argomenti et è stato molto solutivo. Or tiriamoci da parte e ascoltiamo come messer Maco si porta a diventare cortigiano. Eccolo! Ah, ah, ah! Oh che pecora! Ah, ah, eh, oh!

ATTO PRIMO

ATTO PRIMO

SCENA I

(MESSER MACO padrone, el SANESE suo famiglio)
MESSER MACO.
Per certo Roma è capus mundi. E se io non ce veniva...
SANESE.
...Il pan muffava.
MESSER MACO.
...Cacava. Io dico che mai l’arei creduto che la fussi bella a milanta miglia come è bella Siena.
SANESE.
O non ve dicevo io che Roma era un poco piú bella e piú grande che Siena? E voi diciavate: «Non è. A Siena c’è lo Studio, c’è doctori, fonte Branda, fonte Beccia, la Piazza, la Guardia; si fa la caccia del thoro, e carri con ceri et pi[s]pinelli e mille gentilezze per mezzo agosto: a Siena ci si fanno e marzapani e bericuòcoli a centenaia, e ci vuol ben l’imperadore e tutto il mondo forchñe i Fiorentini».
MESSER MACO.
Tu me dicevi el vero, mi dicevi. A Siena non ci sono sí ben vetigi gli òmini a cavallo con il famiglio. O che magnificentia!
SANESE.
State cheto: uno picchio favella.
MESSER MACO.
Papagallo, volesti dire, che ti venga il grosso.
SANESE.
Io dico picchio, e non papagallo.
MESSER MACO.
E io dico papagallo, e non picchio.
SANESE.
Padrone, voi siate una bestia, perdonatime, ché gli è un de quelli che vostro avolo comperò tre lire e mandolo a Corsignano e no fu epso. E cosí dise il Morgante.
MESSER MACO.
Il Morgante, Sanese, ci voleva male e io n’ho monstro al’orefice attonaio una penna e dice ch’ella è di papagalo, e ben fine.
SANESE.
Padrone, voi no cognoscete li ucelli.
MESSER MACO.
Al tuo dispetto li cognosco.
SANESE.
Non vi adirate.
MESSER MACO.
Mi voglio adirare, mi voglio. E voglo essere obedito, stimato e creduto.
SANESE.
Io vi extimo piú ch’un ducato, v’obedisco da servitore e credo come a messer Maco.
MESSER MACO.
Io ti perdono e basta.

SCENA II

(MASTRO ANDREA, MESSER MACO, SANESE)
MAESTRO ANDREA.
Cercate voi padrone?
MESSER MACO.
Messersí.
SANESE.
Ha nome messer Maco de Coe.
MAESTRO ANDREA.
A proposito! Io vi domando se voi volete stare a padrone.
SANESE.
La notte di Beffana fece XXII anni.
MAESTRO ANDREA.
Lassa parlare a lui, manigoldo.
MESSER MACO.
Lasciami favellare, tu sei un tristo e parli innanzi a me.
MAESTRO ANDREA.
Che sete voi venuti a fare a Roma?
SANESE.
Per vedere il Verbum caro et il Giubileo.
MESSER MACO.
Tu ti menti per la gola, ch’io ci son venuto per acconciarmi per papa con qualche imperadore o re di Francia.
SANESE.
Voi volesti dire per cardinale con qualche papa.
MESSER MACO.
Tu dici il vero, il mio Sanese.
MAESTRO ANDREA.
Voi non potete esser cardinale si prima non diventate cortigiano, e io son maestro di farli e per amor del paese son per farvi ogni apiacere.
MESSER MACO.
Ago vobis gratis.
SANESE.
Non vi dico io che gli è doctore?
MAESTRO ANDREA.
E anche lo essere docto vi farà onore, maxime con il Bergamaschi. Ma dove allogiatti voi?
MESSER MACO.
A Roma.
MAESTRO ANDREA.
Sta molto ben. In qual loco, dico io?
SANESE.
Per una via lunga lunga.
MAESTRO ANDREA.
Tu fai onore a tuo padrone.
MESSER MACO.
Spettate ch’io l’ho in su la punta dela lingua il suo nome: Boto... Scotto... Arlotto... Scarabotto... Il Biliotto... Ceccotto... Ceccotto; ah!, colui che ci ha alloggiatti, uno omo molto savio e favorito del’imperatore.
MAESTRO ANDREA.
Per Dio, ch’io ho caro d’avervi cognosciuto e per amor vostro adeso vado per il libro che insegna fare a cortigiani, e con questo libro si fece uomo, essendo bestia, el cardinale de Bacano e monsignore della Storta e l’arcivescovo delle Tre Capanne.
MESER MACO.
Andate, di gracia.
MAESTRO ANDREA.
Adesso adesso ritorno e trovarovi in casa Ceccotto.
SANESE.
Come avevi voi nome?
MAESTRO ANDREA.
Andrea, al piacere della Signoria Vostra.
MESSER MACO.
De chi?
MAESTRO ANDREA.
S.P.Q.R. Io vado.

SCENA III

(MESSER MACO e SANESE)
MESSER MACO.
Bonum est nomen Magister Andreas.
SANESE.
Or cosí! Gitevi digrossando con le profetie.
MESSER MACO.
Che dici tu?
SANESE.
Dite «la Signoria Vostra»! Non sentisti voi maestro Andrea che disse «la Signoria Vostra»?
MESSER MACO.
Mi ricomando alla Signoria Vostra.
SANESE.
Mandate su la veste.
MESSER MACO.
Cosí, la Signoria Vostra?
SANESE.
Messersí. Acconciate la bereta cosí, andate largo, di qua, di là. Ben, benissimo.
MESSER MACO.
Farò io onore al paese?
SANESE.
Diavolo, eh!

SCENA IV

(FURFANTE CHE VENDE LE ISTORIE)
FURFANTE.
Alle belle istorie! La pace tra il Cristianissimo e l’imperatore! La presa del re! La riforma della corte composta per il vescovo di Chieti! I caprici de fra Mariano in octava rima! Egloge del [S]trasino! La vita de l’abbate de Gaeta! Alle belle istorie! Alle belle istorie! La caretta! Il cortigiano falito! Istorie! Istorie!

SCENA V

(MESSER MACO, SANESE)
MESSER MACO.
Corre, Sanese, e compera la legenda e l’oratione ch’insegna a diventare cortigiano. Corre, corre.
SANESE.
Olà, olà! Vendermi el libro per fare cortigiano mesere.

SCENA VI

(MESSER MACO solo)
MESSER MACO.
Come è bella quella donna che sta lasú in quella fenestra, sul tapeto, vestita di seta. Per certo che la debbe essere moglie di qualche re di Milano, o duca di Francia. Ala fe’, ch’io mi sento inamorare. Oh che bella via! Forse che ci si vede un saxo?

SCENA VII

(SANESE solo)
SANESE.
Doi baiochi o balochi che i quatrini abin nome a Roma, m’à costo questa legenda. E bon per il mio padrone ch’è mezzo dottore, che mai mai mai intenderebbe il favellare di questa terra. Ma s’io sapesi legere bene, mi farei con questa oratione cortigiano inanzi al mio messer Maco de Coe da Siena: «O Madrama-non-vuole, o Lorenzina... Le s... t... a... r... star... n... e... ne... starne». Starne, dice, che non può dire né gallo né gallina, ma starne dice. «E vado mendicando unos s... p... e... spe... d... a... da... speda... spedale». Non può dire palazzo. E infine questo spedale! Senza compitarlo, e’ dice cosí:
Le starne odiava e or bramo una radice
E vado mendicando uno spedale.
Cazzica! A Roma si mangia le radice e poi si va al’hospitale. E’ gli era pur meglio a stare per senese a Siena che per cortigiano a Roma. Ma dove è ito meser? O messer Maco? Maco meser? Padrone? Oimè, ch’e ladri mel furàrano. O ladri, io vi farò impicare dal senatore. O òmini con la bereta da uomo, dove è il mio messer, dico? Apunto. Niuno mi risponde. Sarà meglio farlo bandire e andare de qua.

SCENA VIII

(MESSER MACO solo)
MESSER MACO.
Io ho bello che perduto il famiglio, e io a pena mi son ritrovato. E’ sarà meglio ch’io impari a caminare e poi uscire fuora. Ma questa è la porta? No, questa altra. Anzi, pur questa. Ma come farò io senza il Sanese?

SCENA IX

(Il CAPPA, il ROSSO famiglii di Parabolanno)
ROSSO.
Il nostro padrone è il piú magnifico gaglioffo, el piú venerabile manigoldo, el maggior sciaurato che sia al mondo. E non è però tre anni che egli trottava alla stapha, sí ben come noi faciamo secco.
CAPPA.
Io l’ho visto camariero d’una mula e or non si degna toccar l’oro maccinato con guanti, e si Domenedio lo servissi, nol contentarebbe mai. E’fa una galantaria con servitori: e’ piglia famiglii a provarsi un mese l’un l’altro. In capo al mese il povero uomo s’insegna servire el meglio che sa per rimanere secco, et egli gli dice: «Tu non fai per me, perch’io ho bisogno d’un piú da stratiare; se io ti posso fare piacer niuno parla, ma tu non sei per me».
ROSSO.
Io so ciò che vuoi dire a punto: egli con queste ribaldarie è molto ben servito, e non paga salario.
CAPPA.
È pur gran compassion quella d’un sio camariero che mette piú tempo in spogliarlo o vestirlo che non fa un iubileo con l’altro. E’ crepo di stizza quando il furfante si fa portare la carta forbirsi il culo in un piatto d’argento, e prima si fa fare la credenza al servitore. Ch’ei sia amazzato!
ROSSO.
E ala messa il paggio tiene e sua paternostri, e quando n’ha detto uno, il paggio manda giú un paternostro e fa la reerentia ala spagnola. Cosí, nel torre l’acqua santta, il sopradetto ragazzo si baccia prima il ditto, por lo intinge nel’acqua benedetta, e al padron l’apresenta. Il goffo ribaldo gli porge el dito e con gran cermonia si fa el segno dela croce in fronte.
CAPPA.
O Cristo, io ne disgratio il priore di Capua!
ROSSO.
Il grattar de’ piedi e pettinare di barba, el lavarsi le mani, el montare cavallo non ma[i f]a senza il maestro dele cerimonie.
CAPPA.
Vogliamo noi una notte dargli d’una accetta sul capo al boia?
ROSSO.
Non già che nol meritassi; pur staremo a vedere qualche dí se glo mutta con noi verso; quan[d]o che no, qualche cosa serà.

SCENA X

(FLAMINIO scudiero e VALERIO camariero)
VALERIO.
Hai sentito, per tua fe’, Flaminio? Ah briach, gaglioffi, ladroni, traditori! A questa foggia si parla del padrone, ah?

SCENA XI

(ROSSO e VALERIO)
ROSSO.
Valerio, io t’ho pur fatto saltare. Ben sapevo io e il Cappa che tu e Flaminio ci stavate a scoltare, e per burla sparlavamo insieme del nostro padrone. Ma chi non sa che gli è un uom da ben e una gentil creatura?
VALERIO.
Anche hai ardire d’aprir la bocca, disonor del vituperio? E tu, Cappa, se non ch’io non voglio fare tanto damno ali forche, adesso adesso ti cavaria il cuore. Brutti ghiottoni, andati al bordello, che, per Dio, per Dio, me vien voglia de...
ROSSO.
Tempera la colera, di gratia.

SCENA XII

(FLAMINIO e VALERIO)
FLAMINIO.
Per mia fe’, che questi signori non meritano altri servitori che dela sorte del Rosso e il Cappa; e quasi piú goiva de essere un simile che virtuoso. Quante volte m’ha ditto el padrone che ‘l Rosso ha buona creanza e che gli è fedele e costumato.
VALERIO.
Se un bugiardo, inbriaco, maldicente, ghiotto, ladro e simulatore è ben creato, el Rosso è divino. Oh, che cosa è! Perciò le signorie de’ signori dicono avere buona creanza colui che sa trinciare un fagiano, fare bene un letto o una reverentia, mentre che è dato loro bere; e piú tosto uno di questi Rossi doventa grande in Corte che quanti interpetri ebbero mai le littere greche e latine, e piú superbo è un tale che, per portare imbasciate, è grato al padrone che non è umile la patientia. Oh, oh, oh, oh!
FLAMINIO.
Gli è forse un’hora ch’io senti’ ch’un altro padrone biasimava Julio con dire che gli è plebeo e che ‘l signor Parabolano faceva gran male a dare tanto credito a un vilanno, exaltando la sua nobile e antichissima genologia.
VALERIO.
Flaminio fratello, bisogna altro al dí d’oggi che dire: «De la mia casa fu monsignore tale e messer cotale». Bisogna essere uomo da bene per le sue et non per l’opere de’ suoi; e se la nobilità del sangue avessi a fare onorare gl’òmini che per loro stessi meritanno niente, el re di Cipri e ‘l principe de Fiossa non sarebbono cosí male aviati, e anche il signor Constantino riaria il principato de Macedonia, n’e si degnerebbe del governo di Phano.
FLAMINIO.
Veramente giova poco le croniche, gli epithaphii e i previllegii del benemerito deli antichi, né mai Raphaele giudeo vole prestare doi baiochi alle memorie della nobilità e in Roma tanto se extima quanto fa el Roamnello se ‘l Mesia vien piú oggi che crai.
VALERIO.
Questo è chiaro e vedesi che sino ala fortuna si fa beffe del sangue greco e troiano e il piú de le volte cardinali e papi sono dela stirpe de ser Adriano.

SCENA XIII

(PARABOLANO e VALERIO suo camariero)
PARABOLANO.
Valerio?
VALERIO.
Signor? A Dio, Flaminio.
PARABOLANO.
Chiama il Rosso.
VALERIO.
Fate carezze al Rosso, che poco fa ha detto cose di voi che nol punirebbono i tormenti che castigono le colpe.
PARABOLANO.
Per mia fe’ che gl’import assai. O non sai tu che per il biasmo d¡un tal non si scema et per le lode non si cresce?
VALERIO.
Lo so benissimo, ma basta che io suoi pari sono gl’idoli vostri. Ma eccolo e con che fronte!
PARABOLANO.
Va rasetta la camera, e tu, Rosso, vien meco.

SCENA XIV

(PARABOLANO e ROSSO)
PARABOLANO.
Dove sè tu stato?
ROSSO.
Ala taverna, salvando l’onore dela Signoria Vostra, et ho veduto quella buona robba d’Angela Greca.
PARABOLANO.
Che faceva ella?
ROSSO.
Parlava con don Cerimonia spagnolo e dicevano de andare a cena a non so che vigna. Et io feci come la gatta de Maxino.
PARABOLANO.
Come faceva la gatta di Maxino?
ROSSO.
Chiudeva gli occhi per non pigliare i topi.
PARABOLANO.
Tal mi cocessi altra fiamma, ch’io viversi senza noia.
ROSSO.
Infine gli è un peccato a fare piacere a un gran maestro perché gli vien a noia ogni cosa.
PARABOLANO.
Oimè, che colei ch’io adoro non mi verà mai in fastidio, tanto m’è avara d’un sguardo.
ROSSO.
Non vi dissi io che ‘l cibo vi satia troppo tosto?
PARABOLANO.
Or taci, ascoltami.
ROSSO.
Or dite, ch’io intenda.
PARABOLANO.
Sai tu la casa di messer Ceccotto?
ROSSO.
Di quel pazzo? Signorsí.
PARABOLANO.
Pazzo o savio, andarai ivi e presenterai messer Maco sanese, perché mio padre ebbe gran servigii dal suo, mentre studiò in Siena. Ma non so che mandargli.
ROSSO.
Mandategli quatro tartarughe.
PARABOLANO.
Son presenti da mei pari tartarughe, bestia?
ROSSO.
Mandategli doi gattuci soriani.
PARABOLANO.
Son buoni a mangiare gatti, furfante?
ROSSO.
Se voi li mandate dieci carciofi, vi serà schiavo.
PARABOLANO.
La peste che t’occida, dove sono ora i carciofi, peccora?
ROSSO.
Donatili doi fiaschi di Mangiaguerra. Oh, il Riccio dela Lepre l’ha perfetta!
PARABOLANO.
Fa’ conto che debbe essere un imbriaco come te, bufolaccio? Or non mi rompere la testa, v et con questi dieci scuti compera dele lamprede et dili che le mangi per amor mio, ancorché gli sia picolo presente, e sappi dire quatro parole.
ROSSO.
Ne saperò dire piú d’ottanta millia, non che quatro, et è un peccato ch’io non sia mandato per imbasciatore a qualche sophçí, ch’almeno io mi faria onore. Io gli direi: «Magnificentia, Reverentia, Sacra Maestà, Padre Santto, Cristianissimo, Illustrissimo, Reverendissimo in Cristo Patri, Paternità, Omnipotentia, Viro Domino» e tutto il mondo; e faria un inchino cosí, l’altro cosí, inchinarei la testa, e ogni cosa.
PARABOLANO.
Deh spacciati, matto spacciato, ma porta prima questa vesta a Valerio, e io entrarò nella stalla a vedere quei turchi che mi son stati madnati a donare dal cnte di Verucchio.

SCENA XV

ROSSO.
Io vo’ provare come sto ben con la seta. O che pagarei io un specchio per vedere campegiarmi in questa galantaria! E infine e panni rifanno sino alle stangue. Oh, si questi gran maestri andassino malvestiti, quanti ce ne sono che parebbono scimie e babuini. Ma io sono il bel pazzo a non fare una leva eius, denari e veste. S’io stessi mille anni con questo furfante di Parabolano, non son mai per vedere un ducato. Dipoi, ognuno mi benediria le manni, s’io rubbo un di questi padroni ladroni che ci furanno l’anima e il corpo. Ma sarà ben giuntare questo pescatore. Col mio padron gaglioffo mi accaderà piú in gROSSO. E’ voglio usare l’arte che già usò un altro mio pari, che finse d’essere spenditore e menò un che vendeva el pesce a un frate che confessava. La favola si sa per tutto.

SCENA XVI

(ROSSO e PESCATORE)
ROSSO.
Quante n’hai senza queste?
PESCATORE.
Nisuna, perché or or l’ha comepro l’altre lo spenditore de frante Mariano.
ROSSO.
Ben, da qui inanzi tieni a mia stanza tutte quelle che tu pigli, e io son per servirmi da te, ch’hai cera de bon compagno.
PESCATORE.
Sognor..., Vostra Signoria non pensi..., ch’infatti..., tant’è..., io vi son sevitore.
ROSSO.
Sta molto ben. Che vòi tu di queste?
PESCATORE.
Otto scudi piú o meno quel che piace alla Signoria Vsotra in dono; non gaurdi ch’io sia povero omo, perché io ho il cuor generoso.
ROSSO.
Sei sono el debito, e trapagate con questo prezzo.
PESCATORE.
Ciò che piace ala Signoria Vostra.
ROSSO.
Ma guarda, per tua fe’, quanto stanno i miei servitori a venire con la mula. O furfanti magna-pagnotte, io vi mandarò a ponte Sixto.
PESCATORE.
Vostra Signoria non si scricci, perché lo porterò io.
ROSSO.
De gratia, ma io dissi che togliessero la mula, e loro aranno inteso il gianetto, il qual è focoso e stassi un pezzo a metterli la sella.
PESCATORE.
Per mia fe’ ch’e’ non può essere altro.
ROSSO.
Andiamo che l’ incontraremo per la via, ma come hai tu nome?
PESCATORE.
Il Facenda, fiorentino da porta Pinti abitante a san Pietro Cattolini et ho due sorelle al Borgo ala Noce, al piacere de la Signoria Vostra.
ROSSO.
Fara’ti tagliare un paro di calze ala mia divisa.
PESCATORE.
Mi basta la gratia della Signoria Vostra. Non pensate altro.
ROSSO.
Sè tu colonese o ursino?
PESCATORE.
Tengo da chi vince, infatti.
ROSSO.
Saviamente. Pur fa’ che la dritta sia spezzata e l’altra tutta d’un colore.
PESCATORE.
Come piace ala Signorie Vostra, cosí farò.
ROSSO.
Farai dipingiere la mia arme dove tu vendi el pesce.
PESCATORE.
Che arme è la vostra?
ROSSO.
Una scala d’oro in campo azurro. Ma ventura ce viene. Io ho certi ducati scarsi, male al proposito. El magistro di casa, ch’è là su l’uscio di San Pietro, ti pagherà.
PESCATORE.
A tempo, come el buon dí.
ROSSO.
Aspettami qui, ch’adesso torno.

SCENA XVII

(ROSSO e SAGRESTANO)
ROSSO.
Padre, quel sciagurato ch’è quivi ha la sua moglie spiritata nela ostaria dela Luna, e fa cose indiavolate; onde suplico Vostra Paternità voglia metterla ala colonna, e col nome de Dio cavarli questa maledittione d’adosso, perché ha forse dieci spiriti in corpo che parlanno d’ogni linguagio; e anche il povero uomo è mezzo aduggiato.

SCENA XVIII

(SEGRESTANO, ROSSO e PESCATORE)
SAGRESTANO
Verrà qua. Come ho detto vinte parole a questo amico mio, farò el debito d’una buona voglia.
PESCATORE
Io vi ringratio, padre.
ROSSO.
Non dubitare. Da’ qua le lamprede e piglia questi quatro iulii et dagli per caparra al calzettaio.
PESCATORE
Voi fate troppo, la Signoria Vostra. Ma qual calza va spezzata?
ROSSO.
Qual tu vòi.
PESCATORE
Basta! Ma questo magiordomo è piú longo che un dí senza pane! Abrevia, cancar ti venga! Ma cicala pur, che tu mi paghi el tempo a peso di zafferanno: io arei dato per quatro scudi quello che tu paghi otto. O che accorti spenditori! O che maestri de casa!

SCENA XIX

(SAGRESTANO e PESCATORE)
SAGRESTANO.
Tu non odi, an?
PESCATORE.
Eccomi, servitore de la Signoria Vostra, infatti.
SAGRESTANO.
Non dubitare, ch’io ti vo’ contentare.
PESCATORE.
Se Vostra Signoria mi farà ben niuno, sarà una limosina perch’i’ò quatro bambolini che no peson l’un l’altro.
SAGRESTANO.
Quanto è che gl’introrno?
PESCATORE.
Quatro.
SAGRESTANO.
Di giorno o di notte?
PESCATORE.
Tra oggi e stanotte.
SAGRESTANO.
Come è il suo nome?
PESCATORE.
Nol sapete voi? Lamprede.
SAGRESTANO.
Apunto! Io ti domando come la tua moglie si chiama e quanti spiriti l’ha addosso.
PESCATORE.
Voi aveti e bel tempo, Idio vel mantenga. Ma se voi avessi a pensare al pan, vi iscirebbono di capo i grilli.
SAGRESTANO.
Tuo padre ti dovette lasciare la sua maladittione.
PESCATORE.
Mio padre mi lasciò maladittione trippo a lasciarmi povero.
SAGRESTANO.
Fagli dire le messe di san Gregorio.
PESCATORE.
Gli farò dire... presso ch’io non dissi. Che diavolo ha da fare le messe de san Gregorio con le lamprede? Maestro di casa, io voglio essere pagato, altrimetni mi basta l’animo di parlare sino al papa.
SAGRESTANO.
Pogliatelo, preti. Sta caldo, qui habitat. Fatti el segno dila croce.
PESCATORE.
O Cristo, lasciatemi, pretacci!
SAGRESTANO.
Tu mordi. Demonio, io ti scongiuro.
PESCATORE.
Con pugni, schierecati?
SAGRESTANO.
Tiratelo in chiesa al’acqua santta.
PESCATORE.
Ah, che siate amazzati! Spiritato io? Io spiritato?
SAGRESTANO.
Tu n’uscirai senza fare male, in aiutorio altissimi. Dove entrarai? Rispondi?
PESCATORE.
In cul v’entrerò, in culo, diss[e] Hercule.

SCENA XX

(CAPPA e ROSSO)
CAPPA.
Tu sei molto alegro, Rosso, tu vrai ridendo da ti stesso. Che vuol dire?
ROSSO.
Io mi rindo d’una giuntaria, ch’è stato fatta tanto dextra che non se ne sarebbe accorto il maestro dele bagatelle, e te la conterò piú per agio. Io voglio portare questa vesta al padrone, e poi farem un presente di queste lamprede a un gintilomo. E tu ritròvati ala Lepre.
CAPPA.
Torna presto.
ROSSO.
Adesso adesso.

SCENA XXI

(PESCATORE e CAPPA)
PESCATORE.
Roma doma! O credi ch’è ‘l paradixo? Naccheri.
CAPPA.
Che cosa c’è, Facenda?
PESCATORE.
O che ladronerie si fanno per Roma; e a chi? A un fiorentino. O pensa quello che se faria a un senese! Forse che tutto dí non vanno bandi che non si porti armi?
CAPPA.
Non si può dire questa sciagura?
PESCATORE.
Te dirò: io sono stato giuntato di certe lamprede a un modo, per una via, ch’io mi vergogno a dirlo; e por como un spiritato sono stato messo ala colonna. «Spegni la lampa, busa la porta, non fare male a persona...». Et ho avuto tanti pugni, e tutto el capo mi hanno pelato. Preti becchi, sodomiti, ladroni, al corpo... al sangue... che, s’io giungo quel giotton del sagrestano, gli mangierò il naso, gli pesterò gli occhi e caverogli la lingua, che maledetta sia Roma, la Corte, la Chiesia e chi ci sta e ch[i] li crede.
CAPPA.
Per Dio, che l’è una gran truffaria, e quasi quasi men pare avere, e s’io posso niente, comandami.
PESCATORE.
Ti ringratio. Io voglio irmi con Dio questa Roma porca e forse ch’un dí, se io trovo un di qua in Firenze... Basta basta.
(PARABOLANO e VALERIO)
PARABOLANO.
Quanti odii comincio avere con la vita.
VALERIO.
L’odio con la vita abiam noi poveri servitori.
PARABOLANO.
Tu non senti quello che mi duole.
VALERIO.
E’ vi nuoce el piú dele volte il troppo bene. E’ mi dispero quando un vostro pari si lagna. O pensate ciò che doveria fare un simile a me, che vivo dal pan d’altri, e un inciampare in una paglia ci fa rompere il collo.
PARABOLANO.
Non t’odo.
VALERIO.
Se voi avessi nella bilancia dela pretesca discretione la speranza, come hanno contanti che servono, voi intenderesti.
PARABOLANO.
O Fortuna invidiosa!
VALERIO.
La Fortuna sete voi signori, voi signori sete la Fortuna, che dale stalle e dale staphe sulevate il vitio e la ignorantia, e alle stalle e alle staphe ponete la virtú.
PARABOLANO.
Io mi consumo.
VALERIO.
Che voresti voi?
PARABOLANO.
Il premio dele mie fatiche.
VALERIO.
Da chi desiderati voi questo premio?
PARABOLANO.
Dove son io? Almen n’avess’io lettere o ambasciata.
VALERIO.
Dove s’hanno a dirizare queste lettere?
PARABOLANO.
Dove io sono.
VALERIO.
Voi l’arete tardi.
PARABOLANO.
Perché?
VALERIO.
Perché non sete né qui né altrove, pare a me.
PARABOLANO.
Aiutami.
VALERIO.
Mai non vi aiuterò, se non me aprite il vostro secretto.
PARABOLANO.
Quanti amari veneni ascondeno i pretiosi vasi. Entriamo in casa.

SCENA XXIII

(MAESTRO ANDREA solo)
MAESTRO ANDREA.
Io ho voluto dare padrone a quel sanese, e poi mi sono aconcio secco per pedante. Questa è pur bella! Or dico io che son dotto, diangli pur dentro, acciò che agosto lo trovvi bello e legato. Ma quando accadessi, non solamente a lui, a mio padre l’acoccarei e parmi un gran-merciè a pagar i cavagli a un che voglia mandar e cervelli per le poste. E mi penso che non si possa fare la maggior limosina al mondo quanto fare impazire uno. Forse che gli doni officio o beneficio? Anzi, non è sí tosto scappato il cervello, che subito el capo è rimpito di signorie, di grandezze, di triomphi, di giardini ch’ànno i fiori a ogni luna come il rosmarino; e questi tali gongolano quando gli credi, gl’exalti e ogni loro detto gli confermi; e per Dio ch’un simile non cambiaria il suo stato con quello che ha dato l’imperatore a Ceccotto. Ma io veggio el mio scolare pincolone fermo su la porta come un termine. A fe’ che come trovo il maestro dele cerimonie, lo voglio far porre sul cath[a]logo de’ pazzi, accioché di lui si facci solemne commemoratione, a laude et gloria dela reverenda e imperilissima Siena.

SCENA XXIV

(MESSER MACO e MAESTRO ANDREA)
MAESTRO ANDREA.
Ben sia trovata la Signoria Vostra.
MESSER MACO.
Buona sera e buon anno. Io credevo aver perduto voi come el mio famiglio.
MAESTRO ANDREA.
Gli è meglio perdermi che smarirme. Or ecco el libro. Andiamo dentro, ch’io vi legerò una lettioncina dolce dolce per la prima volta.
MESSER MACO.
Deh, maestro, fatemi questa gratia, insegnatemi qualche cortigianeria ora.
MAESTRO ANDREA.
Voluntieri, apreti gli occhi ben ben, perché le primer e principal cose a essere buon cortigiano son queste: saper biastemare et essere eretico.
MESSER MACO.
Cotesto non voglio io fare, perché andarei in l’infermno, e mal per me.
MAESTRO ANDREA.
Come in l’inferno? Non sapeti voi ch’a Roma non è peccato a rompersi il collo nella Quaressima?
MESSER MACO.
Signorsí?
MAESTRO ANDREA.
Messernò. E sapiate che tutti quelli che vengono a Roma, subito che sono in Corte, per aprere d’essere pratichi, non andarebbeno mai a messa per tutto l’oro del mondo, e poi non parlarebbono mai, che la Vergine e la Sagrata non gli fussi in bocca.
MESSER MACO.
Adonque io biastemerò la pota da Modena, nevero?
MAESTRO ANDREA.
Signorsí.
MESSER MACO.
Ma come se donventa eretico? Questo è il caso.
MAESTRO ANDREA.
Quando un vi dicessi: «Gli struzzi son camelli», dite: «Io n[e]l credo».
MESSER MACO.
Io nel credo.
MAESTRO ANDREA.
E chi vi dessi a intendere che i preti abbino una discretione al mondo, fativene beffe.
MESSER MACO.
Io me ne fo beffe.
MAESTRO ANDREA.
E se alcun vi dicessi ch’a Roma c’è conscientia niuna, ridetivene.
MESSER MACO.
Ah, ah, ah!
MAESTRO ANDREA.
Insomma, se voi sentite mai dire bene dela corte di Roma, dite a colui che non dice el vero.
MESSER MACO.
Non sarà meglio a dire: «Voi mentite per la gola»?
MAESTRO ANDREA.
Madesí, serà piú facile e piú breve. Or questo basti quanto alla prima parte. Vi insegnerò poi il Barco, la Botte di Termine, il Coliseo, gli archi, Testaccio e mille belle cose, che un ciecco pagaria un occhio per vederle.
MESSER MACO.
Che cosa è il Coliseo? Ègli dolce o agro?
MAESTRO ANDREA.
La piú dolce cosa di Roma e piú stimata da agnuno, perché è antico.
MESSER MACO.
Gli archi gli cognisco per cronica, e gli ho veduti per letter sula Bibia. Cosí l’anticaglie. Ma le debbono essere tutte grotte, l’anticaglie?
MAESTRO ANDREA.
Qual sí e qual no. E come sapete queste cose, pigliarete pratica con magistro Pasquino, ma vi sarà gran fatica a imparare la natura di maestro Pasquina, il quan ha una lingua che taglia.
MESSER MACO.
Che arte fa egli, questo maestro Pasquino?
MAESTRO ANDREA.
Poeta di porco in la ribecca.
MESSER MACO.
Come, poeta? Io gli so tutti niente i poeti, e anch’io son poeta.
MAESTRO ANDREA.
Certo?
MESSER MACO.
Chiaro! Ascoltate questo epigrama ch’io ho fatto in mia laude.
MAESTRO ANDREA.
Dite.
MESSER MACO.
Si deus est animas prima cupientibus artem 234
Silvestrem tenui noli gaudere malorum
Hanc tua Penelope nimui ne crede colori
Titire tu patule numerum sine viribus uxor...
MAESTRO ANDREA.
(O che stile! misericordia!)
MESSER MACO.
...Mortem repentina pleno semel orbe cohissent 236
Tres sumus in bello vaccinia nigra leguntur
O formose puer musam meditaris avena
Dic michi Dameta recumbens sub termine fagi.
MAESTRO ANDREA.
(O che vena de pazzo!)
MESSER MACO.
Sono in dotto, maestro?
MAESTRO ANDREA.
Piú che l’usura che insegna a legere ai pegni. Orbè, io son ricco, se voi me date de queste musiche: le farò stampare da Ludovico Vicintino et da Lauticio da Perugia, e eccomi un re. Ma daché avete perduto el paggio, bisogna trovarn[e] un altro, perché voglio che voi v’inamorate.
MESSER MACO.
Io son inamorato d’una signora, e son ricco, e ciò che voi vorete, farò.
MAESTRO ANDREA.
Poiché sète ricco, torrete casa, farete veste, comparete cavalcature, faremo bancheti a vigne in maschera. Ite pur, magnifico messer mio. (Ah, ah, ah, ah!)

ATTO SECONDO

SCENA I

(ROSSO e ‘l CAPPA)
ROSSO.
Chi non è stato alla taverna, no sa che paradiso si sia. O taverna gintile, forse che fai una reputacione al mondo? Anzi, obedisci ognuno da signor. E che inchini t’è fatto intorno. Per mia fe’, Cappa, che s’io avesse mai figlioli, faria imparare i costumi e le virtú nele taverne.
CAPPA.
Tu hai ingegno.
ROSSO.
O che musica galante fanno gli spiedoni quando son pieni di tordi, salcicce o caponi? O che odore ha la vitella mongana, barbacano o ambracano dentrovi?
CAPPA.
Sta bene. Se le taverne fussino a canto a’ profumieri, a ognuno putiria il zibetto.
ROSSO.
C’è qualche bue che fa dolce amore, e ‘l fare quella novella. Dolce è un buon pasto che se piglia senza sospiri o golosia. Sai tu? Se qual Cesaro che loda tanto il nostro padrone, avessi triomphato per mezo una taverna ben in ordine d’ogni cosa, per mia fe’ che gli archi de marmo gli venivono a noia, e ‘ suoi soldati ci sariano passati voluntieri.
CAPPA.
Io el credo.
ROSSO.
O che magnificentia, o che allegrezza è vedere fumare gli arosti e pesci d’ogni sorte? O che bel vedere fanno le tavole apparechiate? Io, per me, s’io fussi stato quel papa che fece Belvedere, aría spesi i mei danari in una ostaria ch’almeno una volta il mese facesse un bel vedere d’altro che de loggie o camere depinte.
CAPPA.
Rosso, queste lamprede son bocconi d’angeli. Io, per me, n[on] ho envidia a chi esce da stregiare uno cavallo e fassi grande; ma quando io veggio Brandino e ‘l Moro de’ Nobili che s’empiono il corpo di queste cose sante e divine, io crepo e vienmi l’anima ai denti per lo affanno.
ROSSO.
Sí, ché le son buone e conosciute. Ma se quel pescatore mi trova, me le farà smaltire.
CAPPA.
Sua posta. Io non combattei mai a’ mie die, ma per una di queste lamprede mi faria amazare centro volte il dí. Ma Valerio [m]i domanda. A rivederci.

SCENA II

(MESSER MACO, MAESTRO ANDREA e GRILLO famiglio di messer Maco)
MAESTRO ANDREA.
Molto ben vi sta questa vesta: da paladino!
MESSER MACO.
Voi mi fate ridere, mi fate.
MAESTRO ANDREA.
Voi avete ben tenuto a mente quello ch’io vi ho insignato, nevero?
MESSER MACO.
So fare tutto el mondo.
MAESTRO ANDREA.
Gate el duca.
MESSER MACO.
Cosí... cosí… a questo modo… Oimè, ch’io son caduto.
MAESTRO ANDREA.
Rizatevi, castrone.
MESSER MACO.
Fatemi doi occhi al mantello, ala vesta, ch’io per me non so fare il duca al buio.
MAESTRO ANDREA.
Sí sí. Ma come se risponde ai signori?
MESSER MACO.
Baccio le mani.
MAESTRO ANDREA.
Ale signore?
MESSER MACO.
Questo cuore è il mio.
MAESTRO ANDREA.
Ai buon compagni?
MESSER MACO.
Sí, a fe’.
MAESTRO ANDREA.
Ai prelati?
MESSER MACO.
Giuro a Dio.
MAESTRO ANDREA.
Buono, savio. E al servitor come si comanda?
MESSER MACO.
Porta qua la mula, mena qua la vesta, che t’amazarò.
GRILLO.
Mastro Andrea, fatemi dare buona licentia, ch’io non voglio stare con questi bestialacci.
MESSER MACO.
Io fo per giambo, Grillo, e imparo a essere cortigiano, né ti farò male.
MAESTRO ANDREA.
Ora andiamo, che impararete Borgo Vecchio, Corte Savella, Torre di Nona, Ponte Sixto e dietro Banchi.
MESSER MACO.
Porta la barba, Borgo Vecchio?
MAESTRO ANDREA.
Ah, ah, ah!
MESSER MACO.
Torre de Nona suona anche vespero?
MAESTRO ANDREA.
E compieta, con i tratti de corda. Poi andaremo a Santo Pietro, vederete la Pina, la Nave, Camposanto e la Guglia.
MESSER MACO.
In Camposanto possiam[o]ci ire con le scarpe?
MAESTRO ANDREA.
Sí, voi. Altri no.
MESSER MACO.
Andiam, ch’io voglio mangiare quella pina, e costi ciò che la vuole.

SCENA III

ROSSO.
Il mio padrone gaglioffo non crede ch’io sappia perché gli sta cosí fantastico. Ancorach’io abbia fatto vista non sapere la sua rabbia, questa notte, andando io a procission per casa come è mio costume, senti’ ch’egli, sognando, era ale mani con madonna Laura moglie de messer Lutio, e la chiamava per nome, la manegiava come se fosse stato vero. Io ho questo secretto, il quan non ha scoperto a persona, et col meggio de Aloigia specciala, la qual dirò che sia sua baila, piglierò verso di fare credere al signor mio ciò ch’io voglio. Io vado adesso a trovarla, e so ch’e’ la coromperia la castità. Farà ogni cosa per amor mio.

SCENA IV

(PARABOLANO solo)
PARABOLANO.
Questo vivere è peggio che morte. Quando io era in minore grado, tutto il giorno il stimulo del salir mi molestava, e ora che quasi mi potrei chiamare contento sono assalito da sí pessima febre che niuna medicina mi puì sanare, salvo che una, che non si compera per oro né per grandezza, perché Amor la vende di sua manno e per prezzo ne vuole sangue, lagrime e morte de’ suoi sugetti. O Amor, che no puoi tu fare? Molto è maggior la tua possanza che quella della Fortuna: ella comanda agli òmini e tu gli òmini e gli dei sforzi; ella volubile e instabile e... Con queste armi feminili e con questo dolermi non acquisterò io chi piú che la vita disio. E’ voglio ire in camera, e forse ch’Amore m’insegnerà a sciormi come insegnò legarmi; e potria ancora per me stesso di questi tormenti uscire per industria, per[r] [vi]a di ferro, di laccio e veneno.

SCENA V

(FLAMINIO e SEMPRONIO vecchio)
SEMPRONIO.
Donque, tu mi [s]consigli di mettere Camillo mio figliolo a servitio dela Corte?
FLAMINIO.
Sí, se già il tuo figliolo non odiassi da inimico.
SEMPRONIO.
Molto è intristita la Corte al tempo di voi altri cortiguani. Io mi ricordo che, quando io steti con monsignore reverendissimo, che non era altro paradixo, e tutti eravamo richi, favoriti e fratelli.
FLAMINIO.
Voi vecchii ve ne andate dietro ale regole del tempo antico, e noi siamo nel moderno i-nome del Centopaia. Al tempo tuo a uno servitore di papa Ianni era dato letto, camera, legne, candele, cavalcatura, pagato la lavandara, il barbieri, il salario del garzon e ‘l vestito doe volte l’anno. E adesso un povero cortigiano, apena è acceptato, à ‘ comprarsi l’acqua e il fuoco e, quando pure pure t’è fatto carezze, te si concede un mezzo famiglio. Or pensa, come è possibile c[h]’un mezzo uomo basti a un intero? Quanto c’è di buono è che, se tu t’amali, ancorche fussi in lor servitú, tu si provede d’un spedale, e con mille prieghi.
SEMPRONIO.
O che fanno egli de tante entrate?
FLAMINIO.
Ale putane e ragazzi. O veramente moiono senza cavarsi mai la fame, e poi lasciamo XV e XX milia scudi a tali che non trariano una coreggia per l’anima loro.
SEMPRONIO.
Gran pazia, però.
FLAMINIO.
Almen trattassero ben la famiglia. Sai tu come fanno i ribaldoni?
SEMPRONIO.
Non, io.
FLAMINIO.
Gli hanno imparato a mangiar soli in camera, e dicano che ‘l fanno perché doi pasti il giorno gli amaza, e che la sera fanno colatione legieri legieri, e i miseroni lo fanno perché non si tratenghino i poveri virtuosi ala tavola loro.
SEMPRONIO.
Gran vergogna, per certo, e gran meccanecaria.
FLAMINIO.
Non fu bella quella de Malfetta, che, avendo speso el suo speditore doi caiochi piú che ‘l solito in una laccia, non la volse? Onde certi dela famiglia, e cosí lo spenditore, messono tanto per uno e comperorla, e cocta per magiarla insieme, el bon vescovo, sentito l’odore e corso in cocina, volse anch’egli pagare la ratha sua per magairne, e i buon compagni non volsero.
SEMPRONIO.
Ah, ah; eh, eh; oh, oh; uh, uh!
FLAMINIO.
Una altra piú bella. Io ho inteso in casa del Ponzetta che fue un monsignore reverendissimo che faceva mettere un ovo e mezzo per frittata, e facevalo poi porre nele forme dove pigliano le pieghe le berette. Avenne una matina un caso strano, ch’un vento le portò sino ale scale de San Pietro, come porta le fronde lo autuno, e cadevono in capo alle genti a guisa di diadema.
SEMPRONIO.
Ah, ah, ah!
FLAMINIO.
Odi questa altra. Voi avevate per maestri di casa gli uomini, e noi le donne. Le matri de’ nostri padroni ci danno contumacia, assaggion vini se c’è puoca acqua, tengon le chiave dele cantine, danno a conto i bocconi (tanti el dí dele feste e tanti i dí neri) e ci misurano sino ale minestre.
SEMPRONIO.
So che ‘l mio figliolo [ne] starà in casa sua.
FLAMINIO.
Dipoi, fatto un cortigiano, è fatto un invidioso, ambitioso, misero, ingrato, adulatore, maligno, iniusto, eretico, ipocrito, ladro, giotto, insolente e busardo. E se minor vitio che ‘l tradimento si trovasi, direi che ‘l tradimento è il minor peccato che ci sia.
SEMPRONIO.
Come? I ladri ancora soni in Corte?
FLAMINIO.
Ladri, sí! Il minor furto che ci si faccia è el robarsi x o xx anni ala vita e servitú tua, e no si attendere ad altro ch’aspettare che muoia questo e quello; e se per sorte avenne che colui del quale hai impetrati ‘ benefitii campi, tutti quei fastidii, tutte quelle febre e dolori che ha avuto nel male quello per la morte del quale credevi essere ricco, tormentono te, sconsolato per la sanità sua. Cose crudele, a desiderare la morte a chi non ti offese mai!
SEMPRONIO.
Non m’aiuti Dio, se Camillo serve mai Corte.
FLAMINIO.
Sempronio, se tu ti consciglii mecco perch’io dica a tuo modo, è una; ma se tu vuoi ch¡io dica el vero, è un’altra.
SEMPRONIO.
Ti sono obligatissimo, Flaminio e conosco che ser verace uomo e da ben. Io delibero non mandare il mio figliolo con niuno, e ci riparlaremo piú per agio. Io voglio ire a pihliare i denari del mio offitio al banco deli Strozzi.
FLAMINIO.
E io mi tornerò in Corte a consumarmi de dispiacere.

SCENA VI

(ROSSO e ALOISIA roffianna)
ROSSO.
Dove ne vai tu con tanta furia?
ALOISIA.
Mo quan e mo là, tribulando.
ROSSO.
Che ti manca? Tu governi Roma.
ALOISIA.
Gli è vero. Ma la disgratia dela mia maestra mi dà questa briga.
ROSSO.
Che ha? male?
ALOISIA.
L’haverà male e el malanno è pro meriti: si abrucia domatina. Pàrt’egli onesto?
ROSSO.
Né iusto, né onesto. Come diavolo abruccia? Ha ella crucifixo Cristo?
ALOISIA.
Non ha fatto nulla.
ROSSO.
O ardese le gente per no fare niente? Che cose son queste, ladre e ribalde? Or credi a me, che Roma ha presto ruinare.
ALOISIA.
L’ha bevuto el figliolo dela sua comare, per troppo amore.
ROSSO.
E non altro?
ALOISIA.
Amaliò il suo compare, per compiacere a un amico.
ROSSO.
Questo è una galanteria.
ALOISIA.
Diede el velleno al marito dela Georgina, perché gli era un tristo.
ROSSO.
El senator non sa ricevere gli scherzi.
ALOISIA.
Rosso mio, l’ha fatto un testamento de raina, e m’ha fatto erede de ciò che l’ha.
ROSSO.
Bon pro. Che t’ha ella lasciato, se si può dire?
ALOISIA.
Molte belle cose: lambicchi da stillare acque da levare lentigini [e] machie di mal francioso, strettoio da ritirare poppe che pendono, molette da pelare ciglia, un fiasco de lacrime d’amanti, un bichiere di sangue di nottola, ossa di morti per tormenti et per tradimento, unghie de gufi, cuori d’avoltori, denti di lupi, grado d’orso e funi di impicato a torto. E per il vicinato non se ragiona d’altro, dove, per sua gratia, son sempre la prima chiamata a nettare denti, a cavar la puzza del fiato e mille gintilezze.
ROSSO.
Riscòtila con digiuni, fagli dire le messe de San Gregono, il paternostro de San Giuliano e qualche oratione, che la merita.
ALOISIA.
Credi tu ch’io nol facessi, se bisognassi? La povereta...
ROSSO.
Per pianger non la riarai tu.
ALOISIA.
Comeché, quando mi ricordo che sino agli sbiri gli faceveno di beretta, mi scoppia el cuore... E’ non è però un mese che al’ostaria del Pavone e’ la bevete forse di sei ragioni vini, sempre al boccale, senza una reputacione al mondo. Non fu m’a la meglior compagna, né mai fu donna vechia di sí gran pasto e di cosí poca fatica.
ROSSO.
Però la morte la vuole per si.
ALOISIA.
Al beccaio, al pizzicagnolo, al mercato, ala fiera, al fiume, al forno, ala stupha, al barbiero, alla gabella, ala taverna, con sbirri, cuochi, mesi, preti, frati e fra soldati, sempre sempre toccava a f[a]vellare a lei, e era una Salamona tenuta.
ROSSO.
Abrucia, impica, e non ci campa piú né un uomo né una donna da bene.
ALOISIA.
Come un[a] draga e una paladina andava a cavare gli occhi agl’impicati e per cimitieri, de notte, a cavare l’unghie a’ morti per fare certe medicine per el mal del fianco. Si transformava in gatta, in toppo, in cane, e andava sopra acqua e sopra vento alla noce de Benevento.
ROSSO.
Come ha ella nome?
ALOISIA.
Madonna Maggiorina, con reverentia parlando. Non ti segnare, che gli è ciò che tu odi.
ROSSO.
A questo modo si fa ragione a Roma? Oh, oh, oh! La min’ rincresce pure.
ALOISIA.
Però tu sei uomo diritto, per ciò te rincresce.
ROSSO.
Se fussi mezzo agosto, la faria chiedere da’ Rioni per mezzo di Rienzo Capovacina di Lielo, caporione de Parione.
ALOISIA.
Se avessino, con la mitria, spuntati gl’ orecchi e ‘l naso, ci si poteva stare, ch’anch’io, quando era giovene, l’ho provato: è poi un pizzico di mosca, di poi bisogna provare qualche cosa di qua per non ire di là a casa calda.
ROSSO.
E’ vero, e’ preti dal bon vino ebbero pacientia, loro che furono squartati.
ALOISIA.
Quella fu altra ribaldaria, e forse che non eranno fratelli giurati della mia maestra?
ROSSO.
Or lasciamo ire le cose coleriche e ragionamo dele alegre, perché moremo anche noi, e Dio el sa se meglio o peggio. Aloigia, noi siamo felici: el mio patrone è inamorato di Laura di messer Lutio.
ALOISIA.
È mio fratello di latte.
ROSSO.
Ricchi siamo! Egli non l’ha mai scoperto a persona; ei sognando, òglielo da lui sentito. Io vorei...
ALOISIA.
Taci e lascia far a me. Tu vòi che noi gli diamo ad intendere che la stia mal di lui.
ROSSO.
Entriamo in casa, che tu vali piú che un dextro a chi ha preso le pillole.

SCENA VII

(MESSER MACO e MAESTRO ANDREA)
MESSER MACO.
L’è donque de legno, quella pina de bronzo?
MAESTRO ANDREA.
Sere sí.
MESSER MACO.
Quella nave dove son quei santi che affogano, di chi è?
MAESTRO ANDREA.
Di musaico.
MESSER MACO.
Oh, fatemi insegnare la musica a lei, poiché l’importa a farsi cortigiano, bench’io so la manno: è Gama-ut A-re Be-mi mi fa solare.
MAESTRO ANDREA.
Voi avete un gran principio, ma sarà buono andare a riposare.
MESSER MACO.
Io ho la gran sette, Dio me lo perdoni.
MAESTRO ANDREA.
Ecco la casa. Entrate, signore.
MESSER MACO.
Intrate voi, che siate maestro.
MAESTRO ANDREA.
Procedete voi, messere.
MESSER MACO.
Non bene conveniunt, con vostra licentia.

SCENA VIII

(PARABOLANO e VALERIO)
PARABOLANO.
(Parlarò? Tacerò? Nel parlare è el suo sdegno, e nel tacere è la mia morte, perch’io scrivendoli quanto l’amo, se sdegnerà essere amata da sí basso uomo; s’io sto queto, el celare tanta passione mi condurà a extremo fine, ma conscigliami tu, Amore!)
VALERIO.
Signore, per usare ufficio de bon servitore e non de presumptuoso, cerco di sapere el vostro male, e procacciarvi rimedio con la propria vita.
PARABOLANO.
L’averti io sempre cognoisciuto tale, t’ha fatto diventare meco quello che tu sei, ma questo mio novo accidente non ti curare sapere.
VALERIO.
Qui manca d’assai la grandezza vostra, e vi è poco onore ch’un vil desio signoreggi di cosí mala maniera la prudentia vostra. E ancora: che ‘l nascondere il dolore vostro proceda d’amore, ben lo cognosco io al poco mangiare e niente dormire, e al volto depinto dele vostre passioni. Ma se gli è amore, mancav’egli animo de ottenere qual si voglia donna? Voi sete ricco, bello, nobile, liberale, accorto, dolce del parlare, che son mezzi fideli a ottenere Venere, non solamente questa che cosí vi trafigge.
PARABOLANO.
Se l’impiastri dele savie parole guaressimo le piaghe mie, tu m’aresti a quest’ora sanatomi.
VALERIO.
Deh, signore mio, retrovate e recognoscete voi stesso e rilevativi di sñi strannio umore, e non vogliate diventare favola dela Corte e de’ vostri emuli. Donque voleti ch’a Napoli si sappia questa sciochezza che vi mena ala vergogna e morte vostra? Sentendo tal cosa, che alegrezza ne averanno li vostri? Che gloria la patria? Che consolatione li amici? E che utile e poveri servitori?
PARABOLANO.
Vatti a spasso, che mi faresti forse uscire del manico con tante ciance.

SCENA IX

(PARABOLANO solo)
PARABOLANO.
Conosco che Valerio me dice el vero, come giovene prudentissimo, ma el soverchio amore mi diffida d’ogni salute. Pur ogni cosa si vede avere fine, oggi non somiglia a ieri, sempre non sono le neve e i giacci, si placa el cielo e gli dei. Serà megglio ch’io intenda il conscilio di VALERIO. Eccolo su la porta. Valerio!

SCENA X

(PARABOLA e VALERIO)
PARABOLANO.
Valerio, s’io, come tu dici, fussi inamorato, che remedio mi daresti tu?
VALERIO.
Trovare una ruffiana e scrivere una lettera.
PARABOLANO.
E se la non la volessi?
VALERIO.
Di questo state sicuro, che mai né lettere né denari sono refiutati dale donne.
PARABOLANO.
E che voresti ch’io gli dicessi?
VALERIO.
Quello che Amor vi dettarà.
PARABOLANO.
S’ella l’avesse per male?
VALERIO.
Io vi ricordo che le donne sonno di piú molle carne e de piú tenere ossa di noi.
PARABOLANO.
Quando mandaresti tu questa lettera?
VALERIO.
Spettarei la opportunità del tempo.
PARABOLANO.
Scempio, io t’ho pur fatto parlare: io ho altro caldo che d’amore.
VALERIO.
Padrone, mai per voi non si pigliava San Leo, poiché non vi basta l’animo d’ottenere una donna.
PARABOLANO.
Né per questo scema uuna dramma del mio tormento. Or entriamo in casa, che l’essere solo piú mi contenta che con altrui ragionare.

SCENA XI

(MAESTRO ANDREA solo)
MAESTRO ANDREA.
Mentr[e] ch[e] messer moccicone beeva, s’è inamorato di Camilla Pisana per averla vista dale fenestre dela camera. Questa è quella volta che Cupido doventa una pecora. Egli canta improviso e compone i piú ladri versi e le piú ribalde parole che se udisero mai; e, per non parere busardo come gl’astrolagi del diluvio, vi voglio legere una pistola ch’egli manda alla signora. (Lettera de messer Maco ala Camilla Pisana) «Salve regina misericordie. Perché i vostri occhi marmorei e inorpellata boca e serpentini capelli e fronte coralina e labra di brocato m’hanno cavato di me stesso, e’ son vneuto a Roma e faromi cortigiano favente deo per amore vostro, perché sete piú morvida che le ricotte, piú fresca del ghiaccio, piú polita che la mandragola, piú dolce che la quintadecima, e piú bella che la fata Morgana e la Diana stella. Siché spetate il luogo e trovate el tempo dove io possa dirvi milanta parole, le quale seranno secrette come un bando et fiat voluntas tua.
Maco che sta per voi a pollo pesto
Vi voria far quel fatto presto presto».

SCENA XII

(MESSER MACO e MAESTRO ANDREA)
MESSER MACO.
Portate questo strambottino ancora.
MAESTRO ANDREA.
Di gratia, ma lo voglio prima legere, perché voi siate malitioso, e chi sa ch[e] voi non mi volessi fare dare cento bastonate.
MESSER MACO.
No, no, maestro, che vi voglio bene.
MAESTRO ANDREA.
Io el so certo, pure...
((Strambottino di messer Maco letto da amestro Andrea))
«O steluzza d’amore, o angelo d’orto
Faccia di legno e viso d’oriente
Io sto pur mal di voi la nave in porto,
e si’ piú bella che tutto el ponente;
le tue belezze veneron di Francia,
come che Giuda che si strangolòe.
Per amor tuo mi fo cortigiano io,
non espettò già mai con tal desio».
O che versi sentenciossi, tersi, limati, dotti, novi, arguti, divini, corenti, dolci e pien di sugo! Ma c’è un latino falso.
MESSER MACO.
Qual è? «La nave in porto»?
MAESTRO ANDREA.
Signorsí.
MESSER MACO.
E’ l’è una licentia poetica. Ora andate, via, presto, ala diva.

SCENA XIII

(MAESTRO ANDREA solo)
MAESTRO ANDREA.
Ora sí che’ poeti andaranno ala stupha! El bisogna fare emttere el basto a’ camelli per coronarci su messer Maco de spini, ortiche e bietoloni, al dispetto di lauri et de mirthi, che fanno tante cacherie inanzi che vogliono ornare le tempie a niuno, e non si degnono se non con l’imperatori e con poeti e con le taverne. Ma mi pare cosí veder che messer Maco far[i[a impazire d’alegrezza una coperta e che gli scoppia se non sta tre mesi legato. Ora, a trovare el Zopino.

SCENA XIV

(ROSSO solo)
ROSSO.
La vecchia farà el debito. Oh, l’è gran ribalda, questa ALOIGIA. E’ l’ha piú punto che non hanno mille sarti, barbuta, strega, suocera de Sathanaso, avola del’Aversiera e madre de Antecristo! Ma sia come la vuole; a me basta d’asassinare el mio padrone, e vendicarmi de mille disagii che mi dà senza proposito, il furfantino, che gli pare essere de XXII anni cavati d’aprile e ‘l maggio e’ passa la quarantina e crede che le tutte duchesse del mondo si consumino per lui. Ma tu assagerai d’una fornaia, ignorantone. Ma ci comparisce.

SCENA XV

(ROSSO e PARABOLANO)
PARABOLANO.
Che c’è, Rosso?
ROSSO.
Vorei che voi ridessi un poco per amor mio.
PARABOLANO.
E sí sia.
ROSSO.
Mala parola, et ‘e scritta per tutto; ni si seppe mai chi la scrivessi, né mai fu detta da uomo lieto.
PARABOLANO.
Che piú?
ROSSO.
Ma torniamo al proposito. Che pagaresti voi se m’endovinassi de chi e de come Amor vi crucifigge? E non mi fa profetizare el vino, che, Dio gratia, s’adacqua in modo che ‘l cervello sta in cervello.
PARABOLANO.
Che di’ tu, fratello?
ROSSO.
Fratello, ah? Sapiate ch’io so come l’ha nome, di chi è moglie, dove è la casa, e tutto.
PARABOLANO.
Come? La casa, el marito e lei?
ROSSO.
Ogni cosa: moglie, marito, balie, fratelli e paggi[i].
PARABOLANO.
Se mi dice la prima lettera del suo nome, tu guadagni cento ducati.
ROSSO.
D’oro o di carlini?
PARABOLANO.
D’oro.
ROSSO.
Larghi o stretti?
PARABOLANO.
Traboccanti e larghi.
ROSSO.
Levàtimi de tinello e dirovi ogni cosa, ancoraché nol meritati.
PARABOLANO.
Padrone dela mia casa ti faccio. Comincia per S?
ROSSO.
Mesernò.
PARABOLANO.
Per A?
ROSSO.
Apuntto, Viola.
PARABOLANO.
Per Z?
ROSSO.
Piú su sta santa Luna.
PARABOLANO.
Per C?
ROSSO.
A un buco ve desti. A fe’ che domani o l’altro ve lo dirò, e molto voluntieri.
PARABOLANO.
Ah cielo, perché consenti tu che un mio famiglio mi schernisca?
ROSSO.
Che vi fa piú oggi che domani asaperlo? Dipoi, si voi mi amazat[e], Laura non sete voi per avere. Il Rosso valente come Astlpho...
PARABOLANO.
Non piú. Dove son io?
ROSSO.
In èstesis.
PARABOLANO.
Dormo, io?
ROSSO.
Sí, a farmi bene.
PARABOLANO.
Con chi parlo, io?
ROSSO.
Col Rosso, che non ha piú mangiare in tinello, e l’ho piú caro che s’io fussi potestà di Norcia, imbasciatore di Thodi e vecerñe di Baccano.
PARABOLANO.
Andiam dentro, amico mio carissimo, che buon per te.

SCENA XVI

(ZOPPINO tabacchino e MAESTRO ANDREA)
MAESTRO ANDREA.
Mai, daché furon fatte le baie, si udí la maggior ciancia de questa.
ZOPPINO.
Io gli dirò che la signora mi manda a Sua Altezza e, s[i] non fussi per rispetto di don Lindezza spagnollo, che per gelosia tien le gaurdie dí e notte ala sua porta, che gli potrai venire a dormire seco; ma che, scognosciuto, non c’è niuno periculo.
MAESTRO ANDREA.
Tu sei per la via maestra. Ma el babuasso vien fuora, càvategli la beretta.

SCENA XVII

(MESSER MACO, MAESTRO ANDREA e l’ ZOPPINO)
ZOPPINO.
La signora vi basa le mani e ‘ piedi, e sta molto mal di voi.
MESSER MACO.
O poveretta! Gran mercè a voi.
ZOPPINO.
Piú di cento baci ha dato la signora ala letterina e alo strambotto e l’ha imparato a mente e cantqalo in su l’organno.
MESSER MACO.
Come io mando per marzapani a Siena, ve ne darò uno per questa buona nova.
MAESTRO ANDREA.
Liberalacio che voi sète! Or, Zoppino, drento in casa; e ordinaremo quello che la signora Camilla vuol qui da messer Maco.

SCENA XVIII

(ROSSO solo)
ROSSO.
Io sto meglio che non merito: il mio padron m’ha dato mille bacci, e me dice mesere, e vuol che me obedisca sino al canevaio, ah, ah, ah! E che sí, che sí, che sí ch’io dovento piú gran maestro che Marphorio. Infin, beato è chi sa ben portare polli, e mi pare cosí vedere ch’ognun mi si caverà la beretta. Or m’è forza ritrovare Aloigia e menarla a lui. Ma se questa cosa si scuopre, suo danno: io so ogni buco in Italia a irsi con Dio. Ma io mi confido in santa Aloigia, che ne sa piú che ‘l calendario che insegna le feste al’anno, e credo che mi bisognerà spettarla un’ora, perché l’ha piú da fare che la solicitudine.

SCENA XIX

(GRILLO solo)
GRILLO.
Che cicalone e simpliciotto è questo mio padrone. Ti so dire che, per un peccorone che gli [è], non ha invidia a niuno. Ma gli è capitato in buone mani: a maestro Andrea e al Zopino! Uno giuntaria l’usura e l’altro faria impazire la Sapientia Capranica. O può fare questo la natura, ch’egli si creda che gli asini tenghino scuola? Veramente gli è, come disse la buona memoria de Strascino, un maccherone senza sale, senza caseo e senza fuoco.

SCENA XX

(MAESTRO ANDREA, ZOPPINO e MESSER MACO)
MESSER MACO.
La mi vuol bene, è vero?
MAESTRO ANDREA.
Piú che se l[a] v’avesse partorito.
MESSER MACO.
Se la mi fa un figliolo, gli pagherò la culla alla fegatella, ghiotta, traditrice, ribaldella.
ZOPPINO.
Torniamo ala cosa nsotra. A me apre che sería securissimo a venire vestito da fachino, e Grillo vestito con suoi panni gli verrà dietro.
MESSER MACO.
Aconciatemi pur ben, maestro.
MAESTRO ANDREA.
Non dubitate, ma bisogna che voi impariate certe parole per contrafare la lingua, e se nisun ve dicessi se voi sete fachino, dite: Oidà.
MESSER MACO.
Olà.
MAESTRO ANDREA.
Galante. E se persona dicessi: «Sè tu da Bergame?», dite: «Maidè, maidè».
MESSER MACO.
Be’ be’.
MAESTRO ANDREA.
E se nesun dicessi: «Quando venesti qui, fachino?» respondete: Anchò.
MESSER MACO.
Cacarò.
MAESTRO ANDREA.
Ah, ah, ah! Buono, bonissimo! Andatevi a travestire con Grillo, ché in casa sono i vostri panni.

SCENA XXI

(MAESTRO ANDREA e ZOPPINO)
ZOPPINO.
Vogliamo noi metterli sotto un peso che li rompa un[a] spala?
MAESTRO ANDREA.
Non, che sería peccato. Basta vestirlo da fachino, e come s’è posto a sedere su la porta, muta solamente la cappa e dimandagli poi s’egli ti vuol portare un amalato di peste al’ospitale.
ZOPPINO.
T’ho inteso. Io ti farò ridere, che una di queste burle faria ringiovenire el Testamento Vecchio. A revederci.

SCENA XXII

(MAESTRO ANDREA e GRILLO con i panni de messer Maco)
GRILLO.
Sto io da uomo?
MAESTRO ANDREA.
Non gustare l’ucellare: noi gli volemo dare ad intendere che gli è el Siciliano fachino e menarlo dove tu sai.

SCENA XXIII

(MESSER MACO, MAESTRO ANDREA e GRILLO)
MAESTRO ANDREA.
Non vi conosceria el senno, ma bisogna mosntrare el cervello che voi avete. Ponetevi a sedere sula porta dela signora e, se niuno passa, fingete d’avere a portare una casa; ma se voi non vedete nisuno per la strada, intrate in casa e fate quella cosa ala signora.
MESSER MACO.
Con gintelezza, giuro a Dio, bacio le mani!
MAESTRO ANDREA.
Aviatevi inanzi, e noi vi veremo dietro passo passo, et se la mala ventura volessi che quel spagnolo traditore ve incontrassi, Grillo, che per avere ‘ vostri panni, p[a]r voi al naturale, gli passerà da lato e non piglierà sospetto di voi cosí trasvestito. Intendi, gocciolon mio dolciato?
MESSER MACO.
Io v’afferro; ma caminatemi presso, che qualcun non mi furassi a me stesso.

SCENA XXIV

(MESTRO ANDREA e GRILLO)
MAESTRO ANDREA.
Questa novella non è nel Boccacio. O che ladra cosa! eh, eh, eh, ah, ah, ah! El coronare del’abbate di Gaeta non fu niente, ancoraché gli andasi sul[o] elephante, né quante ciance si fecion mai in Palazzo al buon tempo agiongono a questa.
GRILLO.
O che da ben tristo è questo Zoppino! O gli è el suttile impiccato! Vede come si mostra d’essere un altro, e messer mescolone s’è posto a sedere e sta saldo come un edificio.
MAESTRO ANDREA.
Andiamoli presso e ascoltiamo ciò che li dice el Zoppino reverendissimo.

SCENA XXV

(ZOPPINO e MESSER MACO vestito da fachino)
ZOPPINO.
Hai tu compagno da portare a uno amalato in Santo Spirito?
MESSER MACO.
Ben sai ch’io ho spirito.
ZOPPINO.
Dico ben: a Santo Spirito; et è poco male la peste.
MESSER MACO.
Che peste? no io, che non l’ho.
ZOPPINO.
Tu cianci, gaglioffo. Come el pan val poco, cosí non voleti durare fatica.
MESSER MACO.
Se ‘l pan val poco, tuo danno.

SCENA XXVI

(MAESTRO ANDREA, MESSER MACO, GRILLO e ZOPPINO)
MAESTRO ANDREA.
Siciliano, fa’ piacere a questo gintilhomo: è una opera de misericordia.
MESSER MACO.
Maestro Andrea, volete voi la baia, o pur mi sono scambiat[o] in questi panni?
MAESTRO ANDREA.
Tu par[i] sanese, perché i Sanesi ogni natale si fanno uno di cotesti saltimbarchi ricamati. O il gintil manigoldo!
MESSER MACO.
Adonque non son io?
MAESTRO ANDREA.
Deh, vanne alle forche!
GRILLO.
Che tu trovi quel che tu cerchi, boiaccia.
MESSER MACO.
Deh, Grilaccio ladro, tu mi dileggi. Or dà qua e mia panni, maladrino traditore.
MAESTRO ANDREA.
Fati indietro, becco, pesadeos, vigliacco, che chiero matarti.
MESSER MACO.
Oimè, ch’i’ mi son perduto.
ZOPPINO.
Dice uno che passa adesso adesso de qui che ‘l governatore ha mandato uno bando che, chi sapessi, avessi o tenessi un messer Maco da Siena, che a pena del polmone lo rivelli, perché gli è venuto a Roma senza buletino.
GRILLO.
Oimè, ch’io son spacciato.
MAESTRO ANDREA.
Non dubitare. Spoglia qui queste veste e mettiamole a questo fachino, e tu vestiti el saltimbarco, e cosí trovandolo, il bargello lo apiccarà in tuo scambio.
MESSER MACO.
Impiccato, ah? Misericordia! Ala strada, ala strada! Soccorétime, io son morto!
ZOPPINO.
Tenetelo, tenetelo! Piglia, para! Ala spia, al mariolo! ah, ah, ah, ah!
MAESTRO ANDREA.
Di gratia, Grillo, corrigli dietro e rimènerlo a casa, e digli che abiamo burlato seco per dare piacere ala signora, perché a Roma s’usano queste burle. Perché gli è ben nato e qualcuno de’ suoi il porria avere per mal da noi.
GRILLO.
Andrò, perché me lo pare vedere come uno barbagianno, e avere intorno tutti i banchieri firentini, ché i cicaloni ingrassano a queste coglionarie come fanno nel guadagno dele usure.

ATTO TERZO

SCENA I

(PARABOLANO e VALERIO suo camariero)
PARABOLANO.
Virtuoso, savio, discretto e da bene è ‘l Rosso, mesersí.
VALERIO.
Voi lodate el rosso non altrimenti che se v’avessi fatto quel che voi sète.
PARABOLANO.
Non m0ha già ditto che la famiglia se lamenti...
VALERIO.
Perch’egli mente.
PARABOLANO.
...Né che gli staphieri non siano pagati...
VALERIO.
Non vi vuol ben, però.
PARABOLANO.
...Né che ‘l zanetto sia rapresso...
VALERIO.
Donque date voi credenza alle menzogne?
PARABOLANO.
...Né che ‘l mercante domandi denari de’ drappi...
VALERIO.
Bisogna pur pagare ch[i] ha d’avere.
PARABOLANO.
Né anche m’ha portato versi in mia laude, ma la mia vita, la mia salute e la mia pace, e l’ho per cordial amico, per ottimo compagno e per carnale fratello.
VALERIO.
Mi maraviglio assai che non vi piaccino gli spiriti peregrini.
PARABOLANO.
Fa’ tuo conto ch’io [non] vivo de poesie, e non sarà dui giorni ch’io vo’ dare licentia a tanti philosophi ch’io ho in casa, e a mio dispetto gli ho dato el pane sino a qui; e ciò ch’io ho voglio spartire col Rosso, el qual m’ha cavato de l0inferno e messomi in paradiso, e m’ha dato la vita et ha in me resuscitato la speranza secca e aduggiata nele amorose passioni; e però lièvamiti dinanzi, ch’io spetto il Rosso con piú grate nuove ch’altri che lui non può darmi.

SCENA II

(ROSSO e ALOIGIA)
ROSSO.
Fa’ tu.
ALOIGIA.
Credi tu che questa sia la prima?
ROSSO.
Non, io.
ALOIGIA.
Donque lascia il pensiero a me. Ma questo debbe essere il tuo padrone.
ROSSO.
Quello è esso.
ALOIGIA.
Io il cognosco al rincroschichiare dele mani, al’alzare del volto al cielo e al porsi or el dito ala bocca or la mano ala guancia, signali de inamorati. O che bestie son questi signori? Sempre si vano guastando dele principesse, e poi con qualche zambraca si caveno la fame. E anche dietro Banchi n’ho visti. E poi si vantano d’avere fatto e detto a madonna tale e ala signora cotale.
ROSSO.
Per mia fe’, che ‘l credo. E per certo, che ‘l possedere de una gran donna debbe essere una gran fatica.
ALOIGIA.
Grandissima. E non ha mai questa ventura se non un famiglio e un fattore di casa, non per altra cagione che la comodità.
ROSSO.
Io son pur felice averle dietro, queste femine, e mi stupisco di quei perdi-giornate che a vesp[er]i, a messe, a stazoni, al freddo, al caldo, de dí e de notte le seguitanno; e se mai per disgratia, in capo a XX anni, hanno la posta, por che con mille dissagii e in luogi sporchi e pericolosi ha’ spettat[o] prima quattro ore, un tusire, un sternuto ti rovina del mondo, e svergogni lei e tutto el suo parentado. Or ragionamo d’Orlando. State cosí, un pocheto da parte, et io farò l’ufficio col padrone.

SCENA III

(ROSSO, PARABOLANNO e ALOIGIA)
PARABOLANO.
El ben venuto, Rosso carissimo!
ROSSO.
Questa è la balia di quella cosa, cioè de..., tu m’intendi.
PARABOLANO.
Voi sète quella ch’avete un angelo in governo.
ALOIGIA.
Servitrice di Vostra Signoria, e Laura mia si reccomanda a quella.
PARABOLANO.
In ginochioni vi voglio ascoltare.
ALOIGIA.
Questo è piú tosto mio debito, parlando con un sí gran maestro.
ROSSO.
Lièvati su e non usate tante spagnolerie e gagliofferie.
ALOIGIA.
La mia signora vi basa le mani e non ha altro Dio di Vostra Signoria... Ma io ho vergogna parlarvi con questa gonellaccia. Perdonatemi!
PARABOLANO.
Questa catena vi la rifacci. Pigliate!
ALOIGIA.
Gran mercè. Pur, e’ non bisognava.
ROSSO.
(Io mento per la golla!)
ALOIGIA.
Io el credo!
ROSSO.
(Oh, pagàsici il nostro salario, il miserone!) (Anzi Quaressima, e siàn tutti piú magri che un digiuno!)
ALOIGIA.
Vi sono schiava!
ROSSO.
(Tant’avessi egli fiato, che, se ci vedessi el capestro al collo, non moveria un passo!)
PARABOLANO.
Quel ch’io sono è a ccomodo deli mei amici, come sa qui el mio ROSSO. Ma ditemi, di gratia, con che faccia ascolta di me Laura?
ALOIGIA.
Con faccia imperiale!
PARABOLANO.
Che ragionamenti fa ella di me, e con che maniere?
ALOIGIA.
Anorevoli e con manieri di zuchero e di mèle.
PARABOLANO.
Che promesse fa ella ala mia servitú?
ALOIGIA.
Magnifiche e larghe.
PARABOLANO.
Credete voi che la finga?
ALOIGIA.
Apuntto!
PARABOLANO.
Che ne sapete?
ALOIGIA.
Lo so perché la sta mal di Vostra Signoria, e poi è gintildonna.
PARABOLANO.
Ama ella altro che me?
ALOIGIA.
Non, signore.
PARABOLANO.
Certo?
ALOIGIA.
Chiaro!
PARABOLANO.
Che fa ella ora?
ROSSO.
(È ita a orinare!)
ALOIGIA.
Maledisce el girono, che pena un anno a irse con Dio.
PARABOLANO.
Ch’importa irsi con Dio del giorno?
ALOIGIA.
Hl’importa perché s’ha questa notte a trovare con voi, che gli pare mille anni.
PARABOLANO.
Veneranda madre mia, degnàtive ascoltarmi vinte parole in secretto.
ALOIGIA.
Quel che piace ala Vostra Signoria.
PARABOLANO.
Rèstati qui, Rosso, ch’adesso ritornaremo.
ROSSO.
(In quel punto, ma non con quella grazia!)

SCENA IV

(MESSER MACO e ROSSO)
MESSER MACO.
Che mi consciliate voi ch’io faccia?
ROSSO.
Apiccati!
MESSER MACO.
Il bargello mi cerca per pigliarmi a torto!
ROSSO.
Oh, part’egli non aver cera da fargli onore?
MESSER MACO.
Conoscete voi messer Rapolano?
ROSSO.
Messer Maco! Che abito è questo? Siate voi scappato afatto?
MESSER MACO.
Maestro Andrea, che mi menava ale puttane...

SCENA V

(PARABOLANO, ALOIGIA, MESSER MACO e ROSSO)
PARABOLANO.
Che di’ tu, Rosso?
ROSSO.
Quello scioperato di maestro Andrea ha condutto el vostro messer Maco come poteti vedere, in questi panni!
PARABOLANO.
Voi sèti, messer Maco?
MESSER MACO.
Io sono, io sono!
PARABOLANO.
Accompagna tu, Rosso, qui la mia madre dolcissima, e voi, messer Maco, verete meco in casa, che mai non so’ per perdonare questa a quel tristo, a quel poltrone di maestro Andrea.
MESSER MACO.
Non gli fate male, ch’ei si giamba meco, el mio maestro.

SCENA VI

(ROSSO e ALOIGIA)
ROSSO.
Che t'ha ei detto?
ALOIGIA.
Che sta a l'olio santo. Ma a dirti il vero, io ho scopati tutti i bordelli d'Italia, e al mio tempo non saria stata atta a scalzarmi. Lorenzina né Beatrice. Avevo la martora, il zibelino, il papagalo, la scimia e ogni cosa, intendi?
ROSSO.
E io son stato garzone d'oste, frate, gabellieri, messo, spia, sbirro, boia, malandrino, vetturale, mugnaio, ceretano, in galea e FURFANTE. La mia parte dela cathena, e poi concludi a posta tua.
ALOIGIA.
Io non l’ho detto a malitia, ma quello ch’io vo’ dire, in mio linguagio, è questo: che de quante ne feci, mai non ebbi cosa che me mettessi a maggiore penssiero che questa, et ho pur qualche anno al culo. E che sia vero, di signora io son tornata a tenere camare locande, a lavare panni e ala cucina e a vendere le candele.
ROSSO.
Sappi, Aloigia, che ti debbe essere caro ch’io t’abbi messo cotal partito ale mani, perché sarà forse l’ultimo, ché le donne si cominciono a usare poco in Corte. Bench’io credo che lo faccino perché, [non] potendo toglier moglie, togliano marito, e cavansi le vogli assai meglio e non dà contro ale leggi.
ALOIGIA.
Ala croce de Dio, che ci son di male bestie in la Corte. E vo’le tu vedere? Insino a’ vescovi, che portano la mitiria e non se ne vergognono!
ROSSO.
Savia sentenzia, per Dio, che ‘l tuo confessore deoveria porti in la predica!
ALOIGIA.
Tu di’ ben. Ma io non cerco mondanità, et ho imparato dala mia maestra, che vuole prima andare su l’asino che nel bel carro, e manco vole la mitria con le belle dipinture perché non se dicessi pe ‘l vicinato ch’ella el facessi per vanagloria. Ma io, parlando, ho trovato la via di contentare Parabolano e salvare noi che lo crucifigiamo.
ROSSO.
O dimmi come.
ALOIGIA.
La moglie d’Erculano fornaro è una bonissima robba, e tuttavia ordinarò ch’ella si trovi col signore stanotte in casa mia. I signori han quel gusto ch’una febbre e sempre se piglianno al peggio, come noi femine. E’ non è per accorgersi mai de cosí fatta burla.
ROSSO.
Un bacio! Sta salda, corona dele corone dele reine. Oimè, ch’io mi videvo a mal partito se tu non ci provedevi! Or sono io arcichiaro che ‘l mio padrone goffo andrà nel bel di Roma, e noi a salvum me fac. Or noi ci siamo intesi. A rivederci!

SCENA VII

(FLAMINIO e VALERIO)
VALERIO.
Tu sei entrato in gran farnetico da mez’ora in uqa; ma se tu me crederai, attenderai a servire.
FLAMINIO.
In effetto io son deliberato mutare padrone, perché disse lo spagnolo che gli è meglio perdere che masperdere. Oimè, quando io penso che XV anni l’ho servito né mai mangiò né cavalcò ch’io mancasi in servirlo, e non ho niente, il mi vien voglia d’anegarmi. E’ non son però tanto ignorante che fossi getato via il farmi qualche bene.
VALERIO.
Questo lo causa la Fortuna, la qual s’ha piacere non solamente di fare ch’un signore indusi a fare bene a un servitore, ma di fare un grandissimo re di Francia prigion senza proposito nisuno.
FLAMINIO.
Per certo che, se i signori volessero, romperebbono questa mala sorte di chi li serve, come fece a questi giorni il nepote d’Ancona, arcivescovo di Ravena, che, per non esser reuscito un benefitio ch[e] al virtuosso messer Ubaldino aveva dato, tolse mille scudi a interesse e donòg[n]ene; e cosí restò guasta la Fortuna.
VALERIO.
Non se en trovva, degli arcevescovi di Ravena, si non uno, sai?
FLAMINIO.
E però voglio irmi con Dio, ch’almeno averò un padrone che mi gaurderà in volto una volta el mese e che forse, quand¡io gli parlerò, mi risponderà, non ch’io sia pazzo e di mia testa, e non m’impegnerò la cappa [e] il saio per cavarme la fame. Odi questa, VALERIO. Ieri vacò un beneficio che valeva cinquanta scudi. Gli diedi el primo aviso e non volse dirne per me una parola, ma l’ha fatto dare al figliolo dela Sibilla ruffiana.
VALERIO.
I signori vogliono fare a modo loro, exaltare chi li piace e roinare chi li piace. Qui bisogna votarsi ala buona fortuna e pigliare el meglio che l’omo può, ch’insomma un che sempre serve non ha mai nulla, e [un che] un dí serve il primo giorno è ricco. Né bisogna però disperarse, perché ‘l guadagno dela mercantia cortigiana sta in un punto non aspettato.
FLAMINIO.
Sí, ma questo puntto non si forma mai per un disgratiato. E forse che, quando andai a stare seco, le promese non gur larghe? Per certo, che, chi aventa e lancia le parole, bisogna por ch’ei faccia volare i fatti. Ma io muterò padrone.
VALERIO.
Dove vòi tu ire, adesso, ch’è in disordine tutto il mondo? Se vai a Milano, el duca sta come Dio vole. A Ferrara, quel principe attende ad altro ch’a fare bella corte. A Napolli non ci son piú li re. A Urbino el signor è anche fastidiosso, in disagio per i passatti danni. E crede a me, che quando pate la corte di roma, patono gli altri ancora.
FLAMINIO.
Anderò a Mantoa, dove la Excellentia del marchexe Federico non nega el panne a niuno et ivi mi tratterò tanto che Nostro Signore acconci le cose del mondo, non sol d’Italia; e poi ritornerò, ch’io son certissimo che Sua Santità ravelarà la virtú come fece Leon suo fratello.
VALERIO.
Riparlimi di qui a poco e farai a modo mio, che te ne trovarai bene. Loda il padrone, e quando e’ gli è in camera con donna o ragazzo, di’ che dice l’ufficio, ch’insomma loro vogliono che s’adorino le bone e le triste opere che loro fanno. Tu sei sciolto dela lingua e vivi ala libera. E in questa maniera non [s]piace né incresce se non il vero.
FLAMINIO.
Chi fa mal ha bene, Valerio! Pur ti ritroverò e farò quello che meglio mi potrà succedere, benché l’Invidia che è sempre visibile per le sale, camere e scale dela Corte, da me non è mai stata veduta. Or pensa s’io son misero! Ma l’ho caro, perché non sarò mai causa dela damnatione del’anima de niuno cortigiano.
VALERIO.
E gli altri hannola vista in te, l’Invidia, che pur dici che ‘l padrone fa bene a chi no ‘l merita.
FLAMINIO.
Io non dico questo per invidia, ma per offendere il poco iuditio suo.
VALERIO.
Adio!

SCENA VIII

(PARABOLANO e ROSSO)
PARABOLANO.
È pur dolce cosa amare et essere amato!
ROSSO.
Dolce cosa è il mangiare e ‘l bere.
PARABOLANO.
Dolce sarà la mia Laura!
ROSSO.
Per chi la vuole! Io per me fo piú stima d’un boccale di greco che non faria d’Angela greca, e vorrei prima una pernice che Beatrice. E se per essere ghiotto se gissi in paradiso, io sarei a quest’ora in capo di tavola.
PARABOLANO.
Si tu assaggiasti l’ambrosia che stillanno l’amorose bocche, ti parria altra dolcezza trovare che nel greco e nele starne.
ROSSO.
N’ho gustato un migliaro, e de Lorenzina, Màdrama-non-vuole, e del’altre favorite, e non ci trovai mai altro altro che farfalloni che fariano stomacare un brigantino.
PARABOLANO.
Tu smigli le grue ale phenice. Abbia rispetto ale gentildonne.
ROSSO.
Perché? non pisciano come le villane?
PARABOLANO.
È pazia, la mia, a parlar teco.
ROSSO.
Pazzia è la mia a respondervi. E diteme un poco, padrone. Non è piú dolce, che l’ambrogie che voi dite, quel mèle che sgocciola dale lingue che sanno dire bene e male? Qui te colgo!
PARABOLANO.
Ah, ah, ah!
ROSSO.
Oh, quei sonetini di Mastro Pasquino mi amàzo[n]o. E´ meritariano, disse el Barbiera[c]io, ch’ogni matina se ne leggessi un fran la Pístola e ‘l Vangelo; e al cul di mio, che farianno arrosire la vergogna!
PARABOLANO.
Tu sei molto pratico con i poeti.
ROSSO.
Io fui servitore di messer Antonio Lelio, e so mille galenterie a mente.
PARABOLANO.
Deh, ragionamo d’ALOIGIA. Andian dentro.

SCENA IX

(MESSER MACO e MAESTRO ANDREA)
MESSER MACO.
Maestro Andrea, di dove si viene al mondo?
MAESTRO ANDREA.
Per una fenestra larga larga.
MESSER MACO.
E che ci si vien a fare in questo mondo?
MAESTRO ANDREA.
Per vivere.
MESSER MACO.
Come se vive, poi?
MAESTRO ANDREA.
Per mangiare e per bere.
MESSER MACO.
Io viverò sempre, perch’io mangio come un lupo e bevo come un cavallo. Ma come l’omo ha visso, che s’ha da fare?
MAESTRO ANDREA.
A morire sul buco, come i ragnateli. Ma torniamo a Gian Manenti.
MESSER MACO.
Che fu questo Gian Manenti?
MAESTRO ANDREA.
Gran cortigiano e gran musico, e si rifece nelle proprie forme che vi rifarete voi.
MESSER MACO.
O come?
MAESTRO ANDREA.
Stiate in molle nel’acqua tepida.
MESSER MACO.
Faròmi io male a starci in molle?
MAESTRO ANDREA.
Fansi male le bombarde, le campanne e le torri quando le si fanno?
MESSER MACO.
Non cred’io; ma io mi stimavo che le bombarde, le campane e le torri nascessero come li abeti.
MAESTRO ANDREA.
Voi erravate in grosso!
MESSER MACO.
Faròmi io bene?
MAESTRO ANDREA.
Arcib[e]nissimo, perché è men fatica a fare un uomo che una bombarda.
MESSER MACO.
Sí, eh?
MAESTRO ANDREA.
Messersí. E’ bisogna ordinare el medico, le forme e le medicine.

SCENA X

(GRILLO famiglio, MESSER MACO, MAESTRO ANDREA)
GRILLO.
Sinonché ‘l signor Parabolano ci mandò a dire che Vostra Signoria s’era ritrovata, staviamo come siperati e la signora v’ha fatto cercare per tutto.
MESSER MACO.
La sta mal di me, la poveretta, nevero?
MAESTRO ANDREA.
(Grillo, fammi bon ciò ch’io dico.)
GRILLO.
Voi avete preso un buon capo, e lo farete di veluto, ma, per lo amore de Dio, fatelo prima intendere ale signore accioché si proveghino di materassi, perché, gittandossi per vostro amore dale fenestre quando sarete cortigiano, non si facciano male.
MESSER MACO.
Gli farò portare delle còltrici, perché sería un peccato!
GRILLO.
Che discretione!
MAESTRO ANDREA.
Orsú, a dare expeditione a quel che d’ha da fare. Andiam, presto!

SCENA XI

(ALOIGIA e ROSSO)
ALOIGIA.
Mefè io ho piú facende che un mercato, piú lettere a portare che ‘l procaccio e a fare piú ambasciate che l’ambascerie. Chi vol untioni per el mal francioso, chi polvere da fare bianchi i denti e chi per el mal che Dio gli dia! El Rosso me debbe cercare. Non vel diss’io?
ROSSO.
Lascia andare l’altre novelle e stròlaga come questa notte il mio padrone giochi di verga.
ALOIGIA.
Come io ho detto vinte parole al mio confessore, vengo a trovarti.
ROSSO.
Spàcciati, perché ‘l padrone è ito sino a Palazzo e tosto tornerà, e io sarò intorno a casa.

SCENA XII

(FLAMINIO solo)
FLAMINIO.
Io ragiono voluntieri con Valerio, perché è discretissimo giovene e servente e vuolmi bene; benché è a molto meglior mercato el conscilio che l’aiuto, del quale ho piú bisogno che la giustitia non aveva di papa Clemente. E sinonch’io mi trapasso la mia pessima sorte con quella dei maggiori òmini di me, me disperarei. E’ fu pur disonesto il tradimento usato a Cesare, il quale sempre piú cara avea la gloria del uso signore che la propria vita.

SCENA XIII

(VALERIO e FLAMINIO)
VALERIO.
Con chi favelli tu, Flaminio?
FLAMINIO.
Con le noie d’altri, per alegerir le mie.
VALERIO.
Con qual noie?
FLAMINIO.
Con quelle de Cesare, del qual ragiona tutta Roma.
VALERIO.
Deh, entriamo in cose piú piacevoli, perché gli è di troppa importanza il succeso suo, e vòlsi avere rispetto a’ grandi, come testè ti dissi, perché gli è il diavolo a offenderli.
FLAMINIO.
El gran diavolo! E a dire el vero, a dire la verità ne va la vita, e basta.
VALERIO.
Pensiamo a te e vien meco insino in Banchi, ch’io t’ho a dire cosa che te consolarà. Ma entriamo in casa, ch’io mi dimenticato una lettera di cambio.
FLAMINIO.
Entriamo, e usciremo per l’uscio del giardino.

SCENA XIV

(GRILLO solo)
GRILLO.
Mi bisogna trovare maestro Mercurio, ch’è ‘l magiore baione e ‘l migliore sotio del mondo, perché maestro Andrea gli ha detto ch’e’ gli è el medico ch’aiuta a fare’ cortigiani. Ma eccolo, per Dio vero! El ben trovato, maestro Mercurio!

SCENA XV

(MAESTRO MERCURIO, medico, e GRILLO, famiglio di messer Maco)
MAESTRO MERCURIO.
Che ti manca Grillo?
GRILLO.
Maestro Andrea ha per le mani la piú bella burla che s’udissi mai. E’ gli è un gintiluomo sanese, ch’è venuto a Roma per acconciarsi per cardinale col Papa et ha tolto maestro Andrea per pedagogo. E’ gli ha dato ad intendere che bisogna che prima si facci cortigiano nelle forme, onde lo volemo menare ala stupha che, a chi non c’è mai stato, dà un grande affanno, non altrimenti che quel del mare. E ‘l raderemo e vestiremo di sorte che compiremo di farlo pazzo publico, e tu serai el medico.
MAESTRO MERCURIO.
Ah, ah, ah! Io ho trovato meglio. Sai tu quelle caldaie che tengon l’acqua calda?
GRILLO.
Sí.
MAESTRO MERCURIO.
Ivi lo metteremo in mole e dirèmoli che sono forme da cortigiani. E prima li daremo una presa de pillole.
GRILLO.
Tu l’hai. Andiamo con maestro Andrea, e messer Priapo ci aspetta.

SCENA XVI

(ALOIGIA e ‘l GUARDIANO D’ARACELI)
ALOIGIA.
Padre, io venivo per trovarvi in Araceli, ma voi m’avete tolto la via.
GUARDIANO.
Io vengo a San Pietro ogni dí, per mia devotione.
ALOIGIA.
Dio vel perdoni; volsi dire: vel meriti. Ma voi state sempre in oratione e sète piú bel che mai e piú grasso.
GUARDIANO.
E io non facio però troppo guasto in le discipline, perché, s’io non anderò cosí oggi in apradisco, ci anderò domani.
ALOIGIA.
Molto ben. Ch[e] bisogna avere tanta fretta? E’ gli è pur tanto grande che ci capiremo tutti, Dio grazia!
GUARDIANO.
Sí, sí, e ci avanzerà luogo, perché l’anime nostre son come le bugie, che se ne può dire i milioni, come il Tinca Martelli fiorentino,e non occupanno luogo. Ma che miracolo è questo che ti sè lasciata vedere?
ALOIGIA.
Per chiarirme de doe cose grande. E questa è la prima.
GUARDIANO.
Or di’.
ALOIGIA.
Vorei sapere se l’anima dela mia maestra anderà nel purgatorio o no.
GUARDIANO.
In purgatorio, per un mese o circa.
ALOIGIA.
Egli si è ditto che no.
GUARDIANO.
O nol sapre’ io?
ALOIGIA.
O triste me, che ho creduto ale male lingue! Donque, e’ la v’anderà?
GUARDIANO.
Sí, corpo di me! Ma qual è l’altra?
ALOIGIA.
Oh, smemorata! Io ho date le cervella a rimp[e]dulare; spettate, oimè, che m’è scordato! Anzi, me ne ricordo pure: il Turco dove se truova?
GUARDIANO.
In Galigut, cioè in Turchia.
ALOIGIA.
E’ si dice pur, in piazza, che li serà fra otto giorni a Roma.
GUARDIANO.
Che importa? Quando ben venissi fra quattro, de giorni, e che saria?
ALOIGIA.
Assai importaria.
GUARDIANO.
Che sarai mai, dico?
ALOIGIA.
Una mala cosa, saria, e una gran ribalderia, ch’enfin quello impallare non mi va per la fantasia in niun modo. Impalare, ah? Ma verrà egli, padre?
GUARDIANO.
Non, balorda.
ALOIGIA.
Voi m’avete tutta tutta riconsolata. Impalare le povere donnicciuole! Dio e gli orationi [v]ostr[i] me ne guardino perché ‘l pane mi piace in palato, e non essere impallata dal Turco!
GUARDIANO.
Or vatti con Dio, perch’io non posso stare piú tecco, ch’ò da cavalvare, perché, a dirti el vero, ho saputo per via de confessione che quelli di Verucchio volevonno amazare il loro conte Giovan Maria giudeo, e vado a fargli pigliare, e sarà mozzo la testa a XX de’ primi, e d’ogni cosa son cagion io.
ALOIGIA.
Voi fate molto bene; e voi frati sapete ogni cosa.
GUARDIANO.
Questo è certo, che non se fa mai tradimento senza nostra saputa. E anche noi ci sapemo di vettella e de capretto cavare la voglia, dico i ministri. E per gli altri fraticelli sono fatti i matutini e le messe, el compiete e ‘ vesp[er]i, e loro magiono con le gatte quando in sogno gli molesta le carne.
ALOIGIA.
Io mi credeva che voi fusse tutti santi, a’ pie’ logri da’ zoccoli. Or fàtivi con Dio e domani, o quando sarete tornato, vorò che me diciate le messe de San Gregorio per l’anima del mio marito, ch’ancorach’ei fosse un omacio, sempre la notte el manegiavo a mio modo.
GUARDIANO.
Vien, che serai servita.

SCENA XVII

(ALOIGIA sola)
ALOIGIA.
Si vuole avere delle virtú, chi vuol salvarsi come la mia maestra, e qualche amicitia con frati, ch[i] vuol sapere delle cose. Ma per tornare a proposito, io, quando ci penso, sono la piú contenta donna del mondo per la morte della mia madonna Maggiorina, perch’ella, sendo in paradiso, mi sarà buona mezana lasú come ella m’è stata sempre quagiú, per sua gratia e mercè. Or lasciamo andare, che ‘l Rosso non mi spettassi tutto oggi.

ATTO QUARTO

SCENA I

(MAESTRO ANDREA, MESSER MACO, MAESTRO MERCURIO e GRILLO)
MAESTRO ANDREA.
Noi siamo d’accordo del prezzo e messer Maco s’arischierà a pigliare le medicine.
MESSER MACO.
Le pillole mi mettono un gran pensiero, tamen...
MAESTRO MERCURIO.
Pillolarum romane curie sunt dulciora!
MESSER MACO.
Nego istud, nego, nego, magister mi!
MAESTRO MERCURIO.
Lyppograssus affirmat hoc, dico vobis.
MESSER MACO.
Negro preposi[t]io hanc!
MAESTRO MERCURIO.
Domine, usque quo vos non inteligitis glosam de verborum obligatione, che sic inquit: «Totiens quotiens vult diventare cortigianos novísima dies pillole et aque syropus accipere bisognat»?
MESSER MACO.
Voi mi fate una rima falsa, ché bisognat non è toscano; et ecco qui in la manica el Petrarca che lo conferma.
MAESTRO ANDREA.
Or cosí! Favèllami al’usanza e non per in busse e ‘n basse!
MESSER MACO.
Trant fabrilia fabri!
MAESTRO MERCURIO.
Mesere, cognoscete voi le nespole?
MESSER MACO.
Signorsí.
MAESTRO MERCURIO.
Le nespole si chiamano pillole a Roma, e voi ne pigliarete quanto vi basta l’animo mangiarne.
MAESTRO ANDREA.
Avete inteso maestro Mercurio da bene?
MESSER MACO.
Sí, ho, et è molto dotto, e io mangierò mille nespole per amore suo.
MAESTRO ANDREA.
O che animo! Voi sareste stato il malatestissimo soldato al tempo de Bartolomeo Coglione!
GRILLO.
Padrone, serà meglio ch’io me avii dove le forme vi aspettanno.
MESSER MACO.
Va’ e tolli le piú belle forme e le piú agiate che vi siano.
GRILLO.
Cosí farò. Altro?
MESSER MACO.
Fa’ che ‘l capo c’entri tutto, e guarda che niuno si [v]olessi ussare inanzi a me.
MAESTRO ANDREA.
Spàcciate Grillo, e fa’ che i si’ la stadera, ché bisogna pesarlo, ché s’ha a pagare un baioco per libra, come è riffatto. Ma, messer mio, voglio che voi giurate, inanzi che diventat[e] uno altro, di farmi carrezze, perché gl’intervien el piú dele volte che coloro tolti d’aconciare un asino, por che salgono in cielo al’acursiesca e serapichesca, non si degnon poi né con amici né con parenti.
MESSER MACO.
Al corpo di Giuda, ch’io vi tocherò sotto ‘l mento!
MAESTRO ANDREA.
Giuro da putini.
MESSER MACO.
Ale vangele!
MAESTRO ANDREA.
Sacramento da contadini!
MESSER MACO.
Ala fe’ de Dio!
MAESTRO ANDREA.
Cosí dicono li fachini.
MESSER MACO.
Ala croce benedetta!
MAESTRO ANDREA.
Parole da donna.
MESSER MACO.
Potta..., sangue..., al corpo di...
MAESTRO ANDREA.
Al corpo di che?
MESSER MACO.
Ch’io biastemo?
MAESTRO ANDREA.
Che no?
MESSER MACO.
Si Cristo, di Cristo! Oh, pur l’ho detto!
MAESTRO ANDREA.
Ah, messer Maco, io mottegio e voi biastemate come un traditore. E’ son vostro servitor, alma serena.
MAESTRO MERCURIO.
Orsú, non perdiamo tempo, ché le forme si ferderano e a Roma le legne vagliono un thesoro.
MESSER MACO.
Spettate, ch’io manderò per una soma a Siena.
MAESTRO ANDREA.
Ah, ah, ah! Ecco là Grillo, su la porta dela bottega che fa i cortigiani plusquamperfetti. Che si fa, Grillo?
GRILLO.
Le forme, la stadera, le nespole, i maestri e ogni cosa è in ordine, e vederete cose piú fantastiche che l’umor malenconico.
MESSER MACO.
Maestro, la lune dove si trova ora?
MAESTRO MERCURIO.
Eh? Oh, discosto de qui un gran pezzo.
MESSER MACO.
Io dico se l’è in quintadecima o no.
MAESTRO MERCURIO.
Messernò.
MESSER MACO.
Basta, io aveva oaura de sí, perché vien poi in fluxo ventris, ma sola fides sufficit. Andiamo, in nomine Domini.

SCENA II

(ALOIGIA e ROSSO)
ALOIGIA.
Il ben trovato, ROSSO. Io ho parlato al mio confessore per sapere quando vien la Madonna di mezzo augosto, perché ho in voto di digiunare la vigilia. Poi fecci la via dela Piemontese e hammi date queste maniche. Di poi mi sono risciacquati i denti con un mezzo di còrso, et eccomi qui.
ROSSO.
Aloigia, a dirtelo in una, Valerio mi vuole male e io a lui; e quando, per tua industria, el ponessimo in disgrazia al padrone, che so io?, non perderesti niente perché toccarrebbe a me essere el ministro.
ALOIGIA.
Dammi la tua parte dela cathena e farollo rompere il collo in un fil di paglia.
ROSSO.
Si la tua, ma dimmi il modo.
ALOIGIA.
Adesso il penso.
ROSSO.
Pensalo ben, ch’importa.
ALOIGIA.
Io l’ho, sta saldo!
ROSSO.
Idio il volessi.
ALOIGIA.
Eccotelo.
ROSSO.
Come?
ALOIGIA.
Dirò che Valerio ha sentitoci ragionare di Laura e che n’ha avertito il fratello di lei e che detto suo fratello, che si domanda Rienzo di Iacovello, ha giurato di farci capitare tutti male. Ma ecco el signor. Taci!

SCENA III

(PARABOLANO, ROSSO e ALOIGIA)
PARABOLANO.
Che fa l’anima mia?
ALOIGIA.
More per Vostra Signoria, ma...
PARABOLANO.
Dio m’aiuti: che vuole dire questo ma?
ROSSO.
E’ gli è stato un atto da trsito!
PARABOLANO.
Chi ha fatto questo atto?
ALOIGIA.
Non se voria mai fare apiacere a persona.
ROSSO.
El nostro Valerio...
PARABOLANO.
Qual Valerio? Che ha fatto Valerio?
ALOIGIA.
...è ito a dire al fratello di Laura che rosso e io gli roffianamo la sorella; ma fate che non siano mie parole!
PARABOLANO.
Può essere?
ROSSO.
Io scoppio e non posso stare quetto. Il piú mal uomo di Roma: ha morto una docina de bargelli e porta l’arme al dispetto del governatore; e Dio voglia che voi ne andiate netto.
PARABOLANO.
O traditore! Adesso gli caccio nel petto questo pugnale, linguacia frascida!
ALOIGIA.
Signor, no ci mentoati in questa cosa, per l’amor de Dio, che ci rovinaresti!
PARABOLANO.
Furfante! Egli mi sta molto bene, che l’ho tratto del fango al dispetto suo, e hollo fatto uomo de mille ducati d’entratta.
ROSSO.
E’ gli è quel ch’io dico. Io m’accorsi ch’egli cercava d’assasinarvi e sòmmi stato cheto perché Vostra Signoria non dicessi ch’io fossi riportatore di frasche!
PARABOLANO.
Venite un poco in casa, ch’io crepo di doglia.

SCENA IV

(ROSSO solo)
ROSSO.
Chi la fa, l’aspetti, dice l’avverbio; e chi asino è, e cervio essere si crede, perde l’amico e dinari non ha mai. So ch’io t’ho reso pan per focaccia, e andarai a fare el duca a Tigoli se tu scopiassi, asino revestito! Io son bugiardo, infingardo, soiardo, frappatore, adulatore e traditore, furo e spergiuro e tabachino, che piú importa che essere messer Angelo de Cesis, e ogni dí col favore de Aloigia menarò robbe nove dena[n]zi e de dreto ala porta al padrone, e regerò favorito ala barbaccia tua, Valerio.

SCENA V

(ALOIGIA e ROSSO)
ALOIGIA.
L’ho espedito in doe parole. Gli ho promisso che a cinque ore venga, che in casa mia si troverà con Laura, ma in loco scuro e solo, perché l’è tanto vergognossa che non sería possibile a condurvela altrimenti; e questa comodità ci dà la partita del suo marito, che va per otto dí a Veletri. Ma prima che abbia conchiuso questo, ser Valerio ha avuta licentia, e con male parole. Va’ via, ch’io non [ho] tempo da perdere!
ROSSO.
(O che strega! O pensa quel che debbe fare la sua maestra, quando la discipula trova sí gran cose improviso.)

SCENA VI

(PARABOLANO e ROSSO)
PARABOLANO.
Siché, Valerio m’ha usati cotal termini?
ROSSO.
Sinoch’io non mi dilletto di riportare, vi direi del’altri...
PARABOLANO.
In galea lo mando!
ROSSO.
Farete el debito vostro, perché non avete il maggiore inimico! Di non so che veleno che li comprò... Basta, che...
PARABOLANO.
Certo?
ROSSO.
Io non parlo senza quali. E anco, tra ragazzi e le puttane e ‘l gioco, non li puzano.
PARABOLANO.
Domattina lo dò in mano dela Corte.
ROSSO.
Di vostra madre, sorelle e casato parla come gli piace, e se non fussi perché le questioni non mi piaciono, dua dí sono gl’insegnavo a parlare dele cose vostre.
PARABOLANO.
Va’ fidati poi d’un servitore, va’! Oh, oh, oh, oh! Rosso, piglia le chiavi d’ogni cosa e portale vertuosamente!
ROSSO.
Io non son sufficiente, niente di manco fidel sarò io. Del’altre cose non ho invidia a farle a niuno, e non fo per avantarmi. Or lasciamo andare le cose coleriche, e punitelo si ha errato. Aloigia questa notte farà el debito, e io starò a denti secchi. Ma che glie direte voi in prima giunta.
PARABOLANO.
E tu che li diresti?
ROSSO.
Parlarei con le mani! Ma gli è un peccato che la non v’abbi a vedere in viso, perché non è donna in Roma che, quando passate, non si consumi di vedervi, e non faccio per adularvi, ma dico la verità. E s’io fussi donna, vorrei ch’adesso adesso mo mo mi facessi quella cosa. Ma se volete irvene a spaso sino a sera, la muletta è in ordine.
PARABOLANO.
Voglio ire a piede, e faciamo la via de qua, che non ho altro piacere che di paralre teco.
ROSSO.
Voi parlate con uno che v’è schiavo, signore, e fidel piú che la morte. Ma quando io penso ala vostra signora Laura, io stupisco dele sue bellezze. Ella è gratiosa, da ben, savia, virtuosa. Oh Cristo, l’è da voi certamente!

SCENA VII

(VALERIO e FLAMINIO)
VALERIO.
L’amor del mio padrone è tutto tornato in mio danno. Egli m’ha dato licentia non altrimenti che s’io gl’avessi ucciso suo padre. È posibile che i signori diano cosí facile credenza ala pessime persone? Per Dio, che son inciampato in quello che sempre ho avuto paura. E’ gli è vero ch’i’ ho da vivere da commodo gintilomo e non mi saria discaro senz’altra servitú de ripossarmi. Pur, el mio duole partirme con disgratia del padrone, perché se crederà che sia causato per i mei trsiti portamenti. Siché, Flaminio, ci son guai per tutti.
FLAMINIO.
Il mal mi preme e mi spaventa il peggio, disse el Petrarca. Io speravo qualche bene per el mezzo tuo, e ora mi cadi nele mani in pegiore sorte di me. Egli si sòl dire che in compagnia el mal si fa minore; ma ti giuro, Valerio, che per tuo amore a me è cresciuto.
VALERIO.
Io voglio stare a vedere se questa fosse fernesia d’amore, ché son certo che l’è inamorato e dubito che questo non sia tutto invento di quel ribaldo del Rosso, che da poco in qua è sempre in secretto seco. Ma cosí gira el mondo!
FLAMINIO.
Non correre a furia e usa là quel senno ch’hai sempre dimonstro, perché adesso ne va l’avanzo de tutto l’onore e l’utile del servigio tuo di cotanti anni.
VALERIO.
Vate con Dio, che tosto ti saperò dire dove nasce la cosa.

SCENA VIII

(TOGNA, moglie de Hercolano fornaro, e ALOIGIA)
ALOIGIA.
Tic, toc, toc, tic.
TOGNA.
Chi è?
ALOIGIA.
È Aloigia, figlia.
TOGNA.
Io scendo. Aspettare!
ALOIGIA.
Ben trovata, figlia cara.
TOGNA.
Che volete voi, nonna?
ALOIGIA.
Stanotte, a quatro ore, verai a casa mia, ch’io voglio pigliare un poco di sicurtà di te, con tuo utile.
TOGNA.
Ahimè cativella, che ‘l mio amrito è intrato in cosí fatta gelosia ch’io non so dove mi sia. Pure...
ALOIGIA.
Che pure? [che o] mei? Fa’ a mio senno e lascia ire le fanciullerie.
TOGNA.
In capo dela fin, non posso mancarvi, e ci verò se io dovessi morire, ché merita ogni male el briacone.
ALOIGIA.
Te ringratio; ma vien vestita da uomo, perché se fanno de matti scherzi la notte per Roma, e potresti dare in un trentuno, verbigratia. Oh, pensa ch’io ti metto in favore a mezza gamba!
TOGNA.
Gran mercè. Basta, ch’io verrò; e Hercolano mio... anima sua, manica sua!

SCENA IX

(HERCOLANO FORNARO, TOGNA sua moglie e ALOIGIA)
HERCULANO.
Che chiacchiere son le vostre?
ALOIGIA.
Del’anima.
HERCULANO.
Che conscientia!
TOGNA.
Tu ‘l dovresti avere di gratia!
HERCULANO.
Taci, troia!
TOGNA.
Non se può favellare con le bonne donne?
HERCULANO.
S’io piglio una pala...
ALOIGIA.
Bon omo, l’Antonia mi domandava quando era la stazon a San Lorenzo extra muros.
HERCULANO.
Coteste pratiche non m’hanno adare; siché andàtive con Dio e fati ch’io non vi truovi piú qui. E tu va’ su in casa, ch’al corpo ch’io non dico...
TOGNA.
In tua malora!

SCENA X

(HERCULANO solo)
HERCULANO.
Chi ha capre ha corna! Questa manigolda dela mia donna non è di peso. Io mi sono accorto che la va la notte alle sue consolatione, e non mi acieca tanto il vino ch’io non vega ch’io son da Corneto; e questa Aloigia m’ha cavato di dubio. Io voglio fare el briaco al naturale come torno a casa, e chiariròmi s’io son pur da Cervia!

SCENA XI

(HERCULANNO e TOGNA)
HERCULANO.
Vien giú, sfacendata! A chi dico io? Togna!
TOGNA.
Che te piace?
HERCULANO.
Non m’aspettare a cena.
TOGNA.
Non fu mai piú!
HERCULANO.
Tu odi no?
TOGNA.
Meglio faresti a stare a casa, ch’andare dietro ale zambracche e ale taverne.
HERCULANO.
Non mi rompere el capi. Fa’ che’ ‘l letto si facci adeso, che possa ripossarmi com’io vengo.
TOGNA.
Sempre mi tocca a mangiare con la gatta! Il diavol non volse che tu t’imbattesse a una che t’avessi fatto quel che tu meriti; ma io so’ troppo bona.
HERCULANO.
Non mi stare a civittare su per le fenestre.
TOGNA.
Il lupi mi mangierano.
HERCULANO.
Basta. Tu [l’]hai intesa, io vado.
TOGNA.
(Col malanno! Ma a fare, a fare vaglia! Chi done bocche baccia, una conven che li puta. Tu col vino io con l’amore. E le porterai se crepassi, geloso imbriaco!)

SCENA XII

(PARABOLANO e ROSSO)
PARABOLANO.
Chi sa che la luna e che ‘l sole non siano inamorati di lei?
ROSSO.
Poria molto ben essere, perché la luna e il sole hanno la luxuria in sommo.
PARABOLANO.
Io temo che la casa che l’alberga, [i] vestimenti che l’ornano e il letto che la aloggia e l’acqua che la lava e i fiori che la odora non possedono l’amor suo.
ROSSO.
Voi sète molto pauroso (o domin fallo...) che Cupido pigli per capegli l’aria e la terra!
PARABOLANO.
Dio voglia ch’io menta. Or torniamo in casa nostra.

SCENA XIII

(GRILLO solo)
GRILLO.
Ah, ah, ah!... Risa, di gratia, lasciatemi favellare! Ah ah, ah!... Io ve ne prego! Messer Maco, ah, ah!..., Messer Maco è stato in le forme et ha vomitato l’anima. E l’han raso, vestito di novo, profumato e fatte mille ciance; e ce dice cose, cose, che faria ralegrare la maninconia, e vuol tutta Roma per sé e le signore e le signorie. E quella bestiaccia di maestro Andrea li fa credere cose che fariano bugiardo il Vangelio; e mesere parla per mi e per si come un bergamasco e usa vocaboli che non l’intenderebbe l’interpetre. Ma s’io vi volessi contare di punto quel che dice, bisognaria avere la memoria d’un ricordo! Basta, ch’e’ mi manda per marzapanni, e vuol di quelli di Siena; ma io voglio andare a fare cosa che piú m’importa e aspettarà el corbo! Mi era scordato: maestro Andrea ha uno specchio concavo che monstra li òmini al contrario, e com’e’ esc[e] dela stupha vogliono che si specchi dentro, che lo farà disperare. Ma stati voi a vedere, ch’io per me l’ho dietro!

SCENA XIV

(ROSSO solo)
ROSSO.
Maledetto sia..., presso ch’io non l’ho detto! O può far Cristo ch’apena possa bere un tratto, che mi bisogna trottare per Aloigia e son fatto solicitatore in la causa di quello amorbato di Cupido? Basta che mi prometta il magistrato di casa..., che vorrei inanzi essere nihil che magistro di casa. Forse che son ben voluti? Ne cognosco uno che presta denari a usura al suo padrone e son di quei medesimi ch’al padrone ha robbati. E sappiate che la robba che loro danno ale puttane sono i bocconi che furano ale nostre fami. E si non fosse per amore del magiordomo di Clemente, che fa fallir la regola, al cul de Dio ch’io cantarei di soprano! Ma dove sarà ita questa fantasma d’Aloigia?

SCENA XV

(ROMANELLO GIUDEO e ROSSO)
ROMANELLO.
Ferri vecchi, ferri vecchi!
ROSSO.
Sarà meglio ch’io ne facci una a questo giudeo, come al pescatore.
ROMANELLO.
Ferri vecchi, ferri vecchi!
ROSSO.
Vien qua, giudeo! Che vòi tu di questo saio?
ROMANELLO.
Pròvetelo, e se ti starà bene, sarem d’acordo.
ROSSO.
Metti su, ch’io voglio una bolta uscire di cenci.
ROMANELLO.
Depinto! E’ pare fatto a tuo dosso.
ROSSO.
Al prezzo?
ROMANELLO.
Dieci ducati.
ROSSO.
Cava giú.
ROMANELLO.
Che vòi darmi tu?
ROSSO.
Otto scudi, e toglierò questa cappa per un mio frate Araceli.
ROMANELLO.
Io son contento, se tu comperi la cappa per tuo fratello; e perché tu vega se l’ha del panno assai, me la voglio provare.
ROSSO.
Non mi dispiace vedere come la torna bene indosso.
ROMANELLO.
Aiutami: da’ qua el cordone e lo scapulare. Che te ne pare?
ROSSO.
La mi piace: l’è di panno fine e quasi nuova.
ROMANELLO.
Novissima, e fu del cardinale Araceli in minoribus.
ROSSO.
Volta indietro per vedere come la fa dele crespe a iosa.
ROMANELLO.
Eccomi!

SCENA XVI

(ROSSO che fuge col saio e il GIUDEO dietrogli, da frate)
ROMANELLO.
Al ladro! Al ladro! Tenetelo! Pigliatello! Al ladro! Al ladro!

SCENA XVII

(SBIRRI, ROSSO, ROMANELLO)
SBIRRO.
State saldo, ala Corte! Che cosa è?
ROSSO.
Questo frate è uscito d’una taverna e corremi dietro come un pazzo, e io, per non fare questione con sacerdoti, piú tosto ho voluto fugire.
ROMANELLO.
Signor capitano, costui m’ha giuntato! Io son Romanello giudeo che...
SBIRRO.
Ah, sacrilegio ribaldo! Tu vai con le cappe sagrate per dellegiare cristianni? Mettetelo nella segretta, compagni!
ROMANELLO.
Questa è la ragion che se fa?
ROSSO.
Capitano, se Vostra Signoria non fa dimonstratione, io sto con tale che ve ne pentirete, ché non s’ha però a fare tal vilanie a chi va per i fati soi.
SBIRRO.
Non dubitare che pagherà lo scotto e li faremo uscire el vin del capi con quatro tratti de corda.

SCENA XVIII

(ROSSO solo)
ROSSO.
L’Armelino, che dà questo ufficio, ha il torto a non darli la referma per dieci anni a costui, perché conosce uno mariuolo benissimo. Oh, oh, che cose ladre se fanno in questa Roma porca! Dio è pur paciente a non gli mandare un dí qual[che] gran flagello. Me, che merito le forche per antipasto, costui ha lassato andare; e il povero Romanello ha perdutto el saio et è in prigione, e paguerà altro che ciance! Ma bisogna avere buona sorte al mondo. Ora a ritrovare la vecchia, alegramente!

SCENA XIX

(MAESTRO MERCURIO, MAESTRO ANDREA, MESSER MACO)
MAESTRO ANDREA.
Gli è cento anni, o meno, che mai non fo visto el piú bello di Vostra Signoria.
MAESTRO MERCURIO.
Per Dio, che avete un grande obligo con la natura: de’ maestri e dele forme.
MESSER MACO.
Ah, ah! Mostratemi lo specchio, ch’io mi sento diventato un altro! O che pena ho io patito! Ma io sono cortigiano e guarito. Date qua lo specchio... Ohimè, o Dio! Io sono guasto, io son disconcio, io son morto! O che bocca, o che naso! Misericordia, vita, dulcedo... et verbum caro factum est!
MAESTRO MERCURIO.
Che accidente è questo? Duolvi il corpo?
MESSER MACO.
Io disfatto! Io non sono io! Regnum tuum... panem nostrum... Taditori, voi m’avete scambiato nelle forme. Io vi accusarò per ladri! Ladri visibilium et invisibilium!
MAESTRO ANDREA.
Gli orationi non vi possono se non giovare; ma bisogna gittarsi per terra? State su e specchiativi bene!
MESSER MACO.
Malandrini, rendetemi el mio viso e toglietevi il vostro, che, s’io guarisco, fo voto de dire un mese li salmi pestilentiali.
MAESTRO ANDREA.
Molto bene; ma guardatevi nel specchio un’altra volta.
MESSER MACO.
Non farò!
MAESTRO ANDREA.
Sí, farete!
MESSER MACO.
Laudate pueri Dominum! Io sono in fatto raconcio el piú bel che mai.
O stellutia d’amore, o angel d’orto,
viso di legno e faccia d’oriente...
MAESTRO MERCURIO.
V’alegrate con le musiche? O che voce!
MESSER MACO.
Io voglio tutte le signore adesso ora! E voglio farmi papa e inchiavellare la Camilla ora ora! Spacciatemi, ch’io ho fretta.
MAESTRO ANDREA.
Maestro Mercurio, andatevi a spasso e domani andate al capsieri de’ Chisi, che vi saranno contati i denari per comissione de messer Maco.
MAESTRO MERCURIO.
Cosí farò, e a Vostra Signoria baso le mani.

SCENA XX

(MAESTRO ANDREA e MESSER MACO)
MESSER MACO.
Io dico che voglio richiavare la signora in casa, dico!
MAESTRO ANDREA.
O non volete tòrre panni piú dextri?
MESSER MACO.
Che dextri, o cacatori? Io dico: «la signora»!
MAESTRO ANDREA.
Non tanta furia! Andiamo in casa e pigliaremo la spada e la cappa, e poi andaremo ala signora, ché di notte in Roma non se usano queste toniche.
MESSER MACO.
Andiamo, ché m’è intrato il diavolo adosso.

SCENA XXI

(ALOIGIA e ROSSO)
ROSSO.
Toc, tic, toc. Aloigia?
ALOIGIA.
Adesso io t’avevo fra’ denti, ma, per dirti la cosa...
ROSSO.
Che? Non c’è ordine?
ALOIGIA.
...la Togna d’Erculano...
ROSSO.
Che? Non vuol venire?
ALOIGIA.
...parlandoli un’ora fa, el suo marito ce trovò...
ROSSO.
S’è donche accorto che...?
ALOIGIA.
Non dubitare. Di’ pure al signor che si metta in punto, che ale cinque ore ha da rompere doe lanze. Siché va’, e fagli intendere la trama; e a Sua Excellentia mi reccomando. A Dio!
ROSSO.
Va’ in ora buona. E io anderò di qua, per non rincontrare il padrone. Ma eccolo, a mio dispetto.

SCENA XXII

(PARABOLANO e ROSSO)
PARABOLANO.
Ben, che dice?
ROSSO.
Per non vi tenere su la corda, a cinque ore ven l’amica, siché piglia[te] cose confortative.
PARABOLANO.
L’è pur da ben, la Aloigia!
ROSSO.
La piú amorevole donna che sia al mondo.
PARABOLANO.
Ma io sarò consumato ale cinque. Ma pàrte che le suonano? Odi Rosso: una..., dua...
ROSSO.
Apunto! Sono le campanelle!
PARABOLANO.
Vero, ma che faremo in questo mezzo?
ROSSO.
Un poco di colazione?
PARABOLANO.
Che voglia!
ROSSO.
Ben sapete ch’io non voglio essere frate del piombo.
PARABOLANO.
Deh, ragionamo di Laura!
ROSSO.
Deh, mangiamo un poco e beviamo doi tratti a cavallo a cavallo.
PARABOLANO.
Io mi pasco de rimembrare la mia donna, né con altro cibo bramo assolvere il digiuno mio. Ma son per contentarti. Andiamo!
ROSSO.
Grates vobis! Se voi avessi fame, le rimembranze ve si scordarebbono.

ATTO QUINTO

SCENA I

(VALERIO solo)
VALERIO.
Or mi sono io chiarito d’un gran forse. Se ‘l padrone è meco in collera l’ho visto nela fronte a tutta la sua famiglia. Oh, oh, oh, oh! È possibile che in Corte non si veggia volto se non finto? Io adesso adesso era tenuto quasi padrone e ognuno mi laudava per savio, da bene, liberale e adorato da tutti; e ora non mi conosce nissuno e ogni omo dice la sua di me, e quelli ho sempre sempre favoriti e del mio aiutati sono i primi a offendermi. E ‘nsomma le mura di queste stanze mi hanno vòlte le spalle. O felice fortuna, tu hai pure deli amici, e tu, trsita sorte, de inimici! Ma che farò io? Chi mi consiglierà? Nisuno. So ben che, s’io volessi affogarmi, che trovaria chi mi ligarebbe un sasso al collo. Orsú, che Dio è di sopra, e la ragion e la inocentia può assai. E’ delibero conferire questo caso con mosnignor di Ravena, che pochi pari soi sono in Corte, e son certissimo che mi darà aiuto e consciglio fedelmente.

SCENA II

(HERCULANNO, imbriaco, e TOGNA)
TOGNA.
Io sto qui in su l’uscio per vedere se ‘l mio marito bufalo ritornassi. E che gli rompa la coscia! Gli è già notte e non comparisce! Me debbe essere questo.
HERCULANO.
Mo… mo… mostrami la po… po… porta da ca… ca… casa. Oh, la fi… fi… finestr[a] balla, ah, ah, ah! To… Togna tien… tienmi, che io non ca… caschi nel Te… Te… Tevere; ah, ah, ah!
TOGNA.
Dio il volessi, che inacquaresti el vino ch’hai tracannato, gaglioffone!
HERCULANO.
Io non so… so… sono imbriaco, no. Io dor… dormo; il cu… cu… culiseo è… è sul mio letto; mènemi su pre… presto, che dormirò da nol destare le bombarde dal dí iudicio!
TOGNA.
Va’ su, porco, che tu sia tagliato a pezzi!

SCENA III

(MESSER MACO e MAESTRO ANDREA)
MESSER MACO.
Sono io esso, maestro?
MAESTRO ANDREA.
Cosí non fussi!
MESSER MACO.
Chiachiere! Io dico inchiavestellare la signora, dico!
MAESTRO ANDREA.
Adagio!
MESSER MACO.
Voi mi farete con la spada. Potta, che sí, ch’io chiàvola.
MAESTRO ANDREA.
Temprate la collera. Ecco la porta. Tic, toc, tic, toc.
MESSER MACO.
Bussate forte. Apri, ch’al corpo de…

SCENA IV

(BIASINA FANTESCA, MAESTRO ANDREA e MESSER MACO)
BIASINA.
Chi è?
MESSER MACO.
Sono io, sono, hce voglio entrare su e dormire con la signora!
BIASINA.
L’è accompagnata.
MESSER MACO.
Cacciàtelo fora, altramente, porca vaca!
BIASINA.
Voi dovete essere qualche vilanno, ché coteste parole non son da gintilomo.
MAESTRO ANDREA.
Apri, Biasina, che messere non se corruccia.
BIASINA.
(Dele tue, becconaccio!)
MESSER MACO.
Ve’ ch’apristi ancora, Marfisaccia di merda!

SCENA V

(HERCULANNO, con i panni dela moglie indosso)
HERCULANO.
La putana, la putana! A’ fratelli la vo’ rendere! Ve’ che ci l’ho colta, la ribalda! Povero a me, forse ch’io li lascio mancare niente dela mia povertà? S’io dovessi agirare tutta la notte, so’ per torvarla e segarli le vene della gola. Oh, oh, oh! M’ha lasciati i soi panni a pie’ del letto e non ho potutto accorgermene a ora. Che la non sia uscira da casa con i miei vestimenti indosso? Ma tu fugirai come omo e io te seguiterò come donna; e voglio ire de qua, anzi de qui. Sarà meglio a fare la via per Borgo Vecchio, anco da Santo Spirito. Credo che da Campo Santo mi darà in le mani. Ma sarà meglio di qua giú, perch’ella è uscita per la porta dietro.

SCENA VI

(PARABOLANO e ROSSO)
PARABOLANO.
È pur cosa strania l’aspettare.
ROSSO.
Maxime quando ci solciita la fame.
PARABOLANO.
Sta queto. Una…, dua…
ROSSO.
(Ma tu te sfamarai pur, e questo ser Cupido ribaldo!)
PARABOLANO.
C’è anche un anno!
ROSSO.
Siano doi, ch’io per me non son per stare piú a questo sereno, perché tira un vento che me amazza, e l’amalarmi non mi va a proposito niente. Donne poltrone, che non ve contentariano i denari, che si cavano la voglia d’ogni cosa!
PARABOLANO.
A[n]diamo dentro, ch’io ti voglio sanno, il mio Rosso!

SCENA VII

(VALERIO solo)
VALERIO.
Veramente messer Gabriel Cesano e messer Joan Thomaso Manfredi ha rason di lodare questo vescovo di Cremona, perché molto piú che non si conta per ognuno è la sua cortesia. Io li ho comunicato le mie nove, e la minore proferta è stata i denari. E’ gli è peccato ch’e’ gli sia prete e stia in questa Corte infernale, dove che, dele migliara che se ne vede, el ce ne sono poi un paro buoni: il reverendissimo datario e Ravena. Gli altri, guarda e passa! O Corpunisce li vitii e tu li adori e reverisci… Ma questo non mi giova! Io voglio trovare el mio padrone e lo troverò solo per Roma, perché io so le pratiche sue e li parlerò inanti ch’io dorma, e saperò dove nasce il mal mio.

SCENA VIII

(MAESTRO ANDREA e ZOPINO)
MAESTRO ANDREA.
Zopino, questa comedia m’è venuta a noia, perché costui è la sciochezza in carne e in ossa, e non ne piglio piú piacere. Però assaltiamolo e scambiamo prima le cappe.
ZOPPINO.
Da’ qua la tua, e togli la mia.
MAESTRO ANDREA.
E caciàt[o]lo di casa, dormiremo con la Camilla. Tic, toc. Aprite qua giú. Ah, traditore, tu sei morto, vigliacco, poltro! Sta pur saldo!

SCENA IX

(MESSER MACO, che si getta da un[a] fenestra in camisa)
MESSER MACO.
Misericordia, io son ferrito dietro! Io ho un buco dietro! Ala strada, corrite, ch’io son morto! Dove fug’io? Ov’è la casa? Ohimè, ohimè!

SCENA X

(PARABOLANO e ROSSO)
PARABOLANO.
Che romore è stato quello?
ROSSO.
Gente che va cianciando.
PARABOLANO.
Son anche le cinque?
ROSSO.
Ch’avete voi, che sète cosí palido?
PARABOLANO.
El foco di dentro causa questa palidezza di fuora.
[ROSSO.]
(Tu lo spegnerai pur questo foco, traditore!)
PARABOLANO.
Io temo che ala sua presenza non potrò dire parola.
ROSSO.
Anzi, doverete cicalare come un mercato!
PARABOLANO.
Amor a una gintil cosa toglie l’ardire.
ROSSO.
Amor caca! E’ gli è ben poltron un uomo ch’ha paura a parlare a una femina. Ecco Aloigia che trotta come una ladra.
PARABOLANO.
Ohimè!
ROSSO.
Che diavol sarà?
PARABOLANO.
Dubito che la…

SCENA XI

(ALOIGIA, PARABOLANO e ROSSO.)
ALOIGIA.
Signore, Laura, per mia gratia, è in casa di Aloigia, e v’aspetta tutta paurosa. Vostra Signoria observi la fede, e non si curi cosí per la prima volta vederla contra sua voglia, perché l’è tanto vergognosa che si mori[i]a. E fati l’opera presto, perché suo marito è andato a un suo casale stasera e qualche volta torna la notte, e sería ruinata.
PARABOLANO.
Prima trarrei gli occhi a questa fronte ch’io gli dispiacessi!
ALOIGIA.
Spasseggiatevi un poco e poi entrate in casa mia.

SCENA XII

(PARABOLANO e ROSSO)
PARABOLANO.
O notte beatissima, a me piú cara che ale ben ante anime l’aspetto del mirabil Dio! O mia benigna stella, qual mio merito t’inchina a farmi dono di cotanto thesoro? O fidel servo mio, quanto ti son io obligato…
ROSSO.
(Or cosí, lodami un poco!)
PARABOLANO.
…O angeliche bellezze dela fronte, del petto e dele mani, io ho de voi sí tosto a essere unico possesore. Bocca soave, dove amore stilla le dolcissime ambrosie, non ti degnerai tu ch’io, che son tutto foco, inmolli le mie indegne labia nelle dolcezze tue? O serene luci dela mia dea, non aluminarete voi la camera, siché vedere possa colei da cui la mia vita e morte depende?
ROSSO.
Questo è stato un gran proemio.
PARABOLANO.
Non faccio mio debito a lodare la mia donna e el ciel di cotanto dono?
ROSSO.
Non, a mio giuditio, perché odio piú le femine che l’acqua el vino.

SCENA XIII

(ALOIGIA, PARABOLANO e ROSSO)
ALOGIA.
Signore, piano, venite queto, datemi la mano.
PARABOLANO.
O Dio, quante quante grazie vi rendo, Aloigia e Rosso.

SCENA XIV

(ROSSO solo)
ROSSO.
Va’ pur là, che mangerai di quella vaca che fai mangiare a noi poveri servitori tutto l’anno! E bel sería che qualche assasino fussi là dentro e tagliàssiti in mille pezzi, ladron acciò che tu avessi quel de’ cani!

SCENA XV

(ALOIGIA e ROSSO)
ALOIGIA.
E’ gli è seco in camera e fremita come un stallon c’ha visto le cavalle, e sospira e piagne, fa inchini con tante Signoria che non ha tante la Spagna al Seggio Capuano, e gli promette di farla duchesa di Campo Salino o dela Magliana.
ROSSO.
S’io me delettassi, aría trattato da signore il padrone con farli la credenza! Ma ragionamo in sul saldo; quante limosine fai tu l’anno di questa sorte, che i traditori meritano anche peggio?
ALOIGIA.
Le migliaia ne faccio. Eh, aría facenda a trovare le romanesche a ogni scempio! E forse ch’ogni vilanno c’ha un poco di ciambellotto intorno, non fa el monsignore, e subito vuol ch’io gli conduca le gintildonne? E io con le fornare gli sfamo e son trapagata come fussino reine, goffi ribaldi! Ma che pensi tu?
ROSSO.
Penso che domani esco di tinello, se già la cosa non si scopre. E se la si scopre, che sarà? Io ho fatto animo, che son certo che merito le forche, per l’assassinamento ch’io faccio al padrone, e non ci penso!
ALOIGIA.
Che omo terribile!
ROSSO.
Non mai conobbi altra paura a’ mei dí, che del tinello.
ALOIGIA.
Adonque il tinello impaurisce un sí gran braccio?
ROSSO.
Se tu vedessi una volta apparechiata una tavola in tinello e avessi a mangiare le vivande che vi son suso, tu moriresti di paura.
ALOIGIA.
Non mai piú li attesi.
ROSSO.
Come tu entri in tinello, e si’ di chi vuole, ti si apresenta agli occhi una sí obscura tomba, che le sepolture son piú alegre, e di state bollano per el gran caldo e di verno ti fanno aghiacciare le parole in bocca e con continuo fetore e sí fiero, che torrebbe l’odore al zibetto. E non vien da altro la peste, che, come se serassino i tinelli, Roma sarebbe subita sanata dal morbo.
ALOIGIA.
Misericordia!
ROSSO.
La tovaglia è de piú colori che un grembiule da dipintori e lavata nel sevo dele candele di porco che avanzanno la sera; ancora che ‘l piú dele volte si mangia al buio; e con panne di smalto, senza potersi mai nettare né bocca né mani, si mangia dela madre di San Luca a tutto pasto.
ALOIGIA.
Donque si mangia dela carne de’ santi?
ROSSO.
E de’ crocefixi! Ma io dico dela madre di San Luca, perché se dipinge bue e la madre è una vaca.
ALOIGIA.
Ah, ah, ah!
ROSSO.
E quella vacca è più vecchia che l’Imprincipio, cotta sí manigoldamente che faria fuggire la famme al’abstinentia.
ALOIGIA.
Se doverian vergognare!
ROSSO.
Matina e sera sempre dela medesima vacca, e fa un brodo che la liscia sarebbe un zucaro.
ALOIGIA.
Eh, eh!
ROSSO.
Non vomitare, che c’è peggio: cavoli, navoni e cucuzze sempre in minestra; dico quando si getton via, altrimente non cipensare! È vero che ci ristorono e frutti doi tagliature di provatura, che ci fanno una colla in su lo stomaco che amazaria una statua.
ALOIGIA.
Iesus!
ROSSO.
Mi ero scordato la Quaressima. Odi questa: tutta la Quaressima, ci fanno digiunare. Forse che la matina ci tratton bene? Quatro alice o diece sarde marce e vintecinque telline che fa[ria]no disperare la fame, che per stracchezza si satia, e una scodella di fava senza olio e senza sale, poi la sera cinque bocconi de pane che guastarebbono la bocca a’ satiri.
ALOIGIA.
Oh, oh, oh, oh! che ribaldaria!
ROSSO.
Vien por la state, che l’omo apetisce i luoghi freschi, e tu entri in tinello dove ti asalta un caldo creato in quelle sporcherie d’ossame coperte di mosche, che spaventaria la rabbia, nonché l’apetito. El vino di pot ti ristora? Per mi’ fe’ che è meno stomachevole una medecina! È adacquato di acqua tepida, stata un giorno in vasi di rame, che penso l’odore del vasi ti conforta tutto.
ALOIGIA.
Lordi gaglioffi!
ROSSO.
Accaderà in cento anni fare un bancheto, e ci avanza colli, piedi e capi di polami e altre cose, de quale c’è dato parte; ma sonsi prima da tante mani anoverate, che doventano piú succidi che non è la cappa di Giuliano Leni su da collo. Quanto c’è di buono? La galenteria degli ufficiali, tutti sgranciossati e tignosi; e se ‘l Tevere gli corressi dietro, non sariano per lavarsi le mani. Ma vòi vedere se stiamo male? Le mura sempre piangono, che pare gl’incresca la miseria de chi vi mangia.
ALOIGIA.
Tu hai mille ragione d’avere paura de’ tinelli.
ROSSO.
Veneri e sabati sempre ova marce, e con piú miseria che se le fussen[o] nate alora alora. E quel che ci fa piú renegare Idio è la indescretione delo scalco, che, apenna avemo fenito l’ultimo boccone, che ci caccia col despettosso suono dela bacchetta, e non vuol mai che finiamo il pasto con le parole, poiché col cibo non è possibile.
ALOIGIA.
E forse ch’ognuno non corre a Roma per acconciarsi? O che crudeltà son queste? Ma ascolta! Og sventurati, oh disffatti! Romore è in casa mia! Sempre n’ho avuto paura! Ohimé, ruinati siamo! Lasciam[e] ire a vedere che cosa è.

SCENA XVI

(ROSSO solo)
ROSSO.
Io son piú ruinato ch’una anticaglia. Dove anderò io, che non mi gionga? O che romore! Egli l’amaza, e la fornara e la roffiana! A remidiare!

SCENA XVII

(PARABOLANO solo)
PARABOLANO.
Io sono el piú vituperato uomo del mondo, e stammi molto bene poich’io mi sono cosí lasciato menare da una roffiana e da un famiglio. E forse che non mi son riso di quella burla di messer Philippo Adimari, che, cavando i fondamenti dela casa che e’ gli fa in Transtevere, gli fu detto che sul vespero vi era stato trovato quatro statue di bronzo: ond’egli in sotana, a piedi e solo, corse a vedere come un pazzo, e non ritrovando nulla restò come ora son rimaso io a questa burla? E quanto noia ancora h[o] dato a messer Marco Bracci fiorentino di quella imagine di cera che trovò sotto el capezalle, messagli da Piero Aretino? Imaginandosi che la fussi una malia, fece mettere ala corda la signora Marticca, credendosi che, essendo la notte dormita seco, gli avessi fatto tal factura per troppo amore. Cosí m’ho preso piacer de’ dieci siroppi che prese messer Francesco Tornabuoni, sendoli dato a intendere che aveva il mal franciosco. Ma chi non riderà? E tu, Valerio, da me a torto cacciato, dove sei? Adeso cognosco io ch’un servitore intende el vero.

SCENA XVIII

(VALERIO e PARABOLANNO)
VALERIO.
Signore mio, ecco qui Vlaerio, vostro servitore e, volete o no, da voi ricognosco quel ch’io sono e mi dolgo dele pessime lingue e dela maligna sorte mia, che senza causa mi vi ha messo in disgratia.
PARABOLANO.
Valerio, la colpa è d’amore che, contro al mio costume, m’ha fatto credere troppo. Non ti dolere di me.
VALERIO.
Io mi dolgo dela natura di voi signori, che cosí facil credenza date agli asentatori e maligni, e senza odire il biasimato absente, sbandite ogni fedele e giusto omo dela gratia vostra.
PARABOLANO.
Deh, gratia! Perdona ad uno inganno che m’è stato fatto dal Rosso, il qual m’ha menato a solazarmi con una poltrona in cambio d’una gintildonna de Roma, la qual è regina dela mia vita.
VALERIO.
Donque per le ciance de un pari del Rosso un sí gintil omo si lascia desviare nele mani d’una ruffiana publica, dove pur adesso t’ho visot uscire, e per le parole del Rosso cacci uno che cotanti anni ti è stato servitore ob[e]dientissimo! L’è pur una gran disgratia de voi signori, che ciechi di giudizio, per un vano apetito, ve date in preda a un tabachino, sigillandoli ogni menzogna per il Vangelio!
PARABOLANO.
Non piú! Ch’io mi vergogno d’essere vivo e delibero amazare la giovene e la vecchia in questa casa.
VALERIO.
E questa sería vergogna sopra a vituperio. Anzi, vi prego, l[e] faritti escan fora e ridendo ascoltiamo la burla che v’è stata fatta con nova arte, e che poi siate el primo a contarla, acciò che piú presto si domentichino le tue gioventudini.
PARABOLANO.
Tu di’ saviamente. Aspetami qui.

SCENA XIX

(VALERIO solo)
VALERIO.
Non m’indovinai io che ‘l Rosso era stato? E infin bisogna pregare Cristo, altrimenti uno che mette in preda d’una gran donna è padrone de’ padroni e può fare ciò che vuole, come el proprio signore.

SCENA XX

(PARABOLANO, TOGNA, ALOIGIA e VALERIO)
PARABOLANO.
Sich’in sogno m’è stato cavato di bocca ch’io erra inamorato, e il Rosso è stato l’autorre de vituperarmi?
ALOIGIA.
Signorsí, e mi reccomando a Vostra Signoria perché l’essere troppo compassionevole e bona m’ha fatto errare…, uh, uh, uh!
PARABOLANO.
Oh, tu piangi! Per Dio, ch’io ho a rifarti!
ALOIGIA.
Per vedervi stare sí mal d’amore e dubitando che per troppo amore voi non amalasti, presi questo partito.
VALERIO.
Per Dio, che la merita perdono, poiché l’è sí pietosa e ingeniosa che gli basta l’animo fare cosí ingeniosse opere.
PARABOLANO.
Ah, ah, ah! Sono io el primo?
ALOIGIA.
Signornò.
PARABOLANO.
Ah, ah, per Dio, ch’i’ mi voglio mutare di proposito e ridermi di questa cosí ladra burla e dela mia pazzia! E stammi benissimo ogni male, che non ci dovevo venire; e Aloigia ha fatto el debito suo.
VALERIO.
Or vi conosco io savio. E voi madonna, state cosí malinconosa e sètevi rigrandita a solazare con sí gran maestro.
TOGNA.
Ohimè, ch’io son stata tradita e menat[a]ci per forza con questi panni del mio marito.
ALOIGIA.
Tu non dici el vero!

SCENA XXI

(HERCULANO, TOGNA, ALOISIA, VALERIO e PARABOLANO)
HERCULANO.
Ahi, putana, pur ti trovai! Ahi, porca! Non me tenete!
PARABOLANO.
Ste caldo! Non fare! Tirati indietro! Tu sei vestito da femina. Ah, ah!
HERCULANO.
La mia moglie, la vo’ castigare!
TOGNA.
Tu menti!
HERCULANO.
Ahi, ribalda! A questo modo io ti paio omo da corna, che servo Lorenzo Cibo e tutti i cardinali di Palazzo!
TOGNA.
Che è, poi, si son ben la tua!
HERCULANO.
Lassatemi! Non me tenete! Io la voglio scannare! A Herculano si fanno le corna?
VALERIO.
Gli è el fornaro di Palazzo. Ah, ah! Sta’ indietro, sta’ fermo, remetti l’arme!
PARABOLANO.
Questa novella scoppia se la non finisce in tragedia. Ma Herculano e Togna, state in pace, ch’anch’io so’ in questo ballo e voglio ch’a mie spese s’acconcino le inemicitie, e io ne vado bene poiché non sète peggio che fornaia!
HERCULANO.
Pur che la torni, io gli perdono!
TOGNA.
E io farò quel che piace qui al signor.

SCENA XXII

(PARABOLANO, MESSER MACO in camisa, VALERIO, HERCULANO, ALOIGIA)
MESSER MACO.
Gli spagnoli, gli spagnoli!
PARABOLANO.
Che romore è questo? Che cosa è?
MESSER MACO.
Gli spagnoli m’hanno ferito! Ladri, bestie, furfanti!
PARABOLANO.
Che vuol dire questo, messer Maco? Siate voi fuora de’ gangheri?
MESSER MACO.
I traditori m’hanno fatto un buco dietro con la spada!
VALERIO.
Ah, ah, ah, ah! Che favole d’Orlando e de Isopo! Vàdasi a riporre el Poggio cole Facetie!
PARABOLANO.
Dite su, che cosa è? Ancora oggi eravate dietro a queste pratiche!
MESSER MACO.
Io mi fussi…! Ora io vi voglio dire. Maestro Andea m’aveva fatto cortigiano novo el piú bel de Roma e, come el diavol volse, mi guastai in le forme e, come piacque a Dio, poi ch’io fui guasto, mi refece e raconciòmi benissimo; e, come fui rifatto, volevo fare a mio modo et era onesto, e andai in casa a una signora e, spogliatomi per andare secco a dormire per sguazzare, gli spagnoli mi volloro amazzare e io saltai dala fenestra e m’ho avuto a rompere le gambe, sapete, mesere.
VALERIO.
Bene è vero che Domenedio aiuta i putti e i pazzi. Donque, essendo guasto, in Roma avete trovato chi v’ha riconcio?
MESSER MACO.
Al piacere vostro, mesersí!
VALERIO.
Quanta piú ventura che senno avete avuto! Quanti de piú qualità de voi ne vengono a Roma acconciatamente, che disfatti e fracasati, ritornono a casa loro! Non si pon mente a virtú e qualità niuna, anzi non si attende ad altro che guastare gli aconci òmini e rovinarli per sempre.
PARABOLANO.
Ah, ah! Valerio, meniamo questo a casa con questa istoria ch’io voglio che ce n’abiamo un altro pezzo di piacere. E’ scoppio del riso che mi viene a sentire le ciance che c’inter[v]engono. E domatina dirai la cosa per ordine a Pattolo, omo dotto e argutto, e pregalo per parte mia che ne componga una comedia.
VALERIO.
Lo farò. Di gratia, Madonna Aloigia, dentro in casa, ché ‘l signore vole essere nostro a ogni modo.
ALOIGIA.
Servitrice di Sua Signoria, e lo ristorerò.
VALERIO.
E voi, moglie de messer Hercolano, entrate con ALOIGIA. E tu, Hercolano, piglia el panno per il verso e tienti in visibilium le corna, perché le s’usano oggidí per magiori maestri. E se tu fussi cronichista, sapresti che le corna vennero dal cielo, e Moises le portò, ch’ognuno le vidde. Dipoi, la luna è cornuta, e stassi pur in cielo. Sono cornuti i buoi, che ci fanno tanto bene per arare. Cornuto piacque quel modesimo el cavallo Bucefalas, et fu tanto caro ad Alexandro per il corno che l’aveva nel fronte. L’alicorno non è pretioso per il corno che tien nella fronte contra veneno? E ‘nsoma, l’arme del Soderino e de Santa Maria in Portico, non son tutte corna? Siché abbiale per onorevole cosa, come i cimieri. Et anche te ricordo che le donne con doe belle corna andavano a marito, perché Domenedio di sua mano ne ornò, come ho detto, il capo a Moises, e fu il maggiore amico ch’egli avessi nel Testamento Vecchio.
HERCULANO.
Io non so tante cose. Venissino mo dal Limbo, ch’io non mi curo; e cognosco signori che l’hanno piú longhe ch’e’ cervi; ma so ben questo, che cosí povero e disgratiato come me vedete, n’ho posto una dozina altrui. Ma di questa lasciamo vendetta a’ mia figlioli. Ora io entrarò, con vostra licentia!
PARABOLANO.
E voi messer Maco, sète troppo pericoloso con le donne! E’ le son la roina del mondo e ne sanno piú che li Studii e con esse non averia pacientia un pilastro, che mille anni tiene una colonna adosso. Ma vèneti anche voi in casa mia, e domatina vi farò riavere ‘ vostri panni. Ma siate savio adesso, altrimenti le vi faranno impazire, le male femmine!
MESSER MACO.
Io starò in cervello con le ribalde e voglio fare un poco di reputacione poich’io son cortigiano.
VALERIO.
Or andiamo a consumare questa notte in riso, ch’anch’io ho piú leticia ch’io non mi pensavo. Brigate, se la favola è stata longa, io vi ricordo ch’in Roma tutte le cose vanno ala longa; e se la non v’è piacuta, l’ho carissimo, perché io non v’ho pregato che voi ci venessi. Pur, se aspettate cosí sino a questo altro anno, ne sentirete una piú goffa. Quando che voi abbiate fretta, a rivederci a Ponte Sixto!
FINIS