1
Orbecche: Tragedia
Giambattista Giraldi Cinzio — EMOTHE0163_OrbeccheTragedia
LE PERSONE CHE PARLANO
NEMESI
Dea
FURIE
infernali
OMBRA di Selina
ORBECCHE
figlia del Re
NODRICE d’Orbecche
ORONTE
consiglieri
MALECCHE
consiglieri
SULMONE
Re
MESSO del Re
CORO
TAMULE
ALLOCCHE
MESSO
SEMICORO
DONNE DI CORTE d’Orbecche
Il Coro è di Donne di Susa.
Atto
IL PROLOGO
Essere non vi dee di maraviglia,
1
Spettatori, che qui venut'i' sia
2
Prima d'ognun, col prologo diviso
3
Da le parti che son ne la Tragedia,
4
A ragionar con voi, fuor del costume
5
De le Tragedie e de' Poeti antichi:
6
Perché non altro che pietà di voi
7
Mi ha fatto, fuor del consueto stile,
8
Qui comparir, di maraviglia pieno.
9
Né senza gran cagion mi maraviglio
10
Che tanti alti Signor, tant'alte donne
11
Nobil in sommo e tanti spirti illustri,
12
Fuor d'ogni oppenion nostra, sì ratti
13
Oggi qui sian venuti, ove non s'hanno
14
A recitar di Davo o ver di Siro
15
L'astute insidie verso i vecchi avari,
16
O pronti motti che vi movan riso,
17
O amorosi piaceri, o abbracciamenti
18
Di cari amanti o di leggiadre donne,
19
Onde possiate aver gioia e diletto;
20
Ma lagrime, sospiri, angoscie, affanni
21
E crude morti: onde voi che qui sete
22
Venuti per solazzo e per piacere
23
Avrete acerba e intolerabil doglia.
24
Onde, perché di lui non vi dogliate
25
(Senza riguardo avere a l'uso antico)
26
Il poeta m'ha fatto or comparire
27
A dar di ciò c'ha ad avenire indizio.
28
Però, se di voi stessi oggi vi cale,
29
Partitevi, di grazia, e qui lasciate
30
Noi altri col poeta in queste angoscie
31
Convenienti a la nostra aspra sorte
32
Et al misero stato in che noi semo.
33
Deh piacciavi non esser spettatori
34
Di tante aversità, di tante morti,
35
Quant'hanno ad avenir in questo giorno.
36
Oimè, come potran le menti vostre
37
Di pietà piene e d'amorosi affetti,
38
E sovra tutti di voi, donne, avezze
39
Ne' giochi, ne' diletti e ne' solazzi
40
E di natura dolci e dilicate,
41
Non sentir aspra angoscia, a udir sì strani
42
Infortunii, sì gravi e sì crudeli,
43
Quai sono quei che deono avenire oggi?
44
Come potranno i vostri occhi, lucenti
45
Più che raggi del sol, veder tai casi
46
E così miserabili e sì tristi
47
L'un sovra l'altro, e rattenere il pianto?
48
Deh gitevi, di grazia, che non turbi
49
Le vostre gioie e l'allegrezza vostra
50
E 'l dolce che tenete in voi, l'amaro
51
Empio dolore. Appresso, ognun di voi
52
Pensi quanto si deve allontanare
53
Da le sue case. Forse penserete
54
In Ferrara trovarvi, città piena
55
D'ogni virtù, città felice quanto
56
Ogn'altra che il sol scaldi o che 'l mar bagni,
57
Mercé de la giustizia e del valore,
58
Del consiglio matur, de la prudenza
59
Del suo Signor, al par d'ogn'altro saggio:
60
E fuor del creder vostro, tutti insieme
61
(Per opra occulta del Poeta nostro)
62
Vi troverete in uno instante in Susa,
63
Città nobil di Persia, antica stanza
64
Già di felici Re, com'or d'affanno
65
E di calamitadi è crudo albergo.
66
Forse vi par, perché non v'accorgete
67
Velocissimamente caminare,
68
Che siate al vostro loco, e sete in via
69
E già vicini a la città ch'io dico.
70
Ecco, quest'è l'ampia città reale,
71
Questo è 'l real palazzo, anzi 'l ricetto
72
Di morti e di nefandi e sozzi effetti
73
E d'ogni sceleragine, ove l'ombre
74
E l'orribili Furie acerbo strazio
75
Porranno in brieve e lagrimevol morte.
76
Ma che restate, oimè, perché nessuno
77
Di voi si parte? Forse vi pensate
78
Che menzogna si sia ciò ch'io vi dico?
79
Egli è pur vero, e già ne sete in Susa;
80
E nel tornar v'accorgerete bene
81
Quanti mar, quanti monti e quanti fiumi
82
Averete a varcar, prima che giunti
83
Ne siate tutti a la cittade vostra:
84
Che non vi farà agevole la via
85
Il Poeta al tornar, com'ora ha fatto.
86
E che qui non si trovi altro che pianto,
87
Tosto ne vederete espressi segni:
88
Ch'io veggio già quella possente Dea
89
Che Nemesi chiamata è da gli antichi,
90
Orrida in vista e tutta accesa d'ira,
91
Chiamare or qui da le tartaree rive
92
L'acerbe Furie co le faci ardenti,
93
Il cui crudele e dispietato aspetto
94
Temo così veder che più non oso
95
Qui far dimora, a ragionar con voi.
96
Atto I
SCENA I
(NEMESI Dea, FURIE infernali)
[NEM.]
L’infinita bontà del sommo Giove
97
Tempra così la sua giustizia immensa
98
Ch'ancor ch'un reo sia di gran vizii pieno
99
Né ad altro mai ch'a mal oprare intenda
100
E perciò merti agro e crudel castigo,
101
Pur aspettando Dio ch'ei si corregga,
102
Rattien la ferza e non gli dà la pena
103
Degna de le sue triste et inique opre.
104
(o bontà del Creatore eterno!)
105
Per più allettarlo al bene e mostrar lui
106
Più espressa la sua eterna, alta bontade,
107
Fin che in tutto non è fuor di speranza
108
Di deversi correggere, gli aumenta
109
Il bene e tutti i suoi disiri adempie
110
Con felice successo: ove 'l contrario
111
Spesso si vede di color che sono
112
Con ogni studio intenti a l'opre sante.
113
Perché chi a bene oprar l'animo intende,
114
Più perfetto si fa ne' casi aversi,
115
E ne ricorre per soccorso a Dio
116
Che fonte è d'ogni ben, d'ogni salute,
117
Sprezzando ciò che par felice in terra;
118
E vede che ciò lascia Dio avenire
119
A quei che giusti sono in questa vita
120
Perché ciascun che tra' mortali vive
121
(Per giusto ch'egli sia)
122
Contra l'alta bontà del Fattor suo:
123
Ond'egli vuol che questa breve pena
124
In questo stato purgi loro e poi
125
Godano eternamente il ben del cielo.
126
Ov' a color che son nel mal immersi,
127
Quando i peccati lor son giunti al sommo
128
E conoscer non han voluto quanto
129
Cerco abbia Dio di ricchiamarli a lui,
130
Dà spesso in questa vita acerba morte
131
E ne l'altra infiniti, aspri tormenti
132
Per que' brevi piaceri avuti un tempo,
133
Che stati forse son piena mercede
134
Di qualche picciol ben fatto da loro:
135
Che come 'l mal non è senza la pena,
136
Così non è senza mercede il bene;
137
E avien sovente che gli altrui peccati
138
Passano insino a' figli et a' nipoti
139
E del paterno error portan la pena.
140
Ciro ne può far fede, insino al quale
141
Passò il fallo di Gige et allor ebbe
142
Castigo de l'error che più felice
143
Esser credeva; e insino a Roboamo
144
Passò di Salomon l'aspra vendetta.
145
E perché non conosce questa gente
146
Sciocca, mortale e d'ogn'ingegno priva,
147
Ciò che la providenzia eterna face,
148
Se talor vede ch'un mal'uom gioisca
149
E sia in felice stato e un uom gentile,
150
Pieno d'ogni virtù, sostenga affanno,
151
Biasima la divina alta giustizia
152
E pensa che quell'alta providenzia,
153
A cui tutto è palese et in un punto
154
Vede il presente et il passato e quello
155
Ch'avenir dee, sia cieca e nulla curi
156
Queste cose che son qui sotto il cielo.
157
O gente sciocca, voi che non vedete
158
A pena quel ch'avete innanzi a gli occhi,
159
Volete far del sommo Dio giudicio!
160
O pazza presunzion! Nulla procede
161
Senza ordine infinito; et io che sono
162
Qui tra' mortali indagatrice certa
163
De' fatti loro e con acuta vista
164
E le cose celate e le palesi
165
Giudico e veggio con giudicio intiero,
166
Annunzio per certissimo che mai
167
Non fu buon fatto alcun senza mercede
168
Né mai un reo fuggì l'aspra mia ferza.
169
E se pur ad alcun talor la pena
170
S'è differita, è sovraggiunta poi
171
Tant'aspra e così grave che contenta
172
Rimasa n'è la mia vindice destra:
173
Tal che veder si può che que' felici
174
Si posson dire a' qual de' falli loro
175
Subito viene il debito castigo.
176
Et or ne darà a ognun sì chiaro essempio
177
Questo fiero Tiran che si pensava
178
Esser al par de la divina altezza,
179
E da l'età sua prima Dio sprezzando,
180
Insino ad or ha sempre oprato male:
181
Ch'ognun potrà vedere agevolmente
182
Che quanto egli insin or di bene ha avuto,
183
Stato è a suo danno e de la sua famiglia.
184
Che per altro non sono or qui venuta
185
Che per dare a lui oggi e a la sua gente,
186
A cui passato è 'l suo ostinato errore,
187
Il giusto guiderdon de le mal'opre;
188
E perciò trar fuor de l'oscuro abisso
189
L' irate Furie co le faci ardenti,
190
Che pongan or tra la sua gente e lui
191
Non pur tanto furor quanto fu mai
192
In Tantalo, in Tieste, in Atamante,
193
Ma quanto mai non fu veduto in terra.
194
Uscite adunque co le faci accese,
195
Figliuole de la Notte e d'Acheronte,
196
Ad essequir quello che 'l sommo Giove
197
A strazio di Sulmon per me ve impone.
198
FURIE.
Eccone: siam, possente Dea, per fare
199
Tutto quel che da te ne sarà imposto.
200
Né tanto fuoco mai fulmine ardente
201
Portò seco dal ciel, né Borea od Euro
202
Il mar tranquillo sottosopra volse
203
Con tanta forza, quanto in questa corte
204
Porrem furore e come muteremo
205
Quanto in lei è di lieto in doglia e 'n pianto.
206
Imponi pur ciò che noi far devemo,
207
Che in un momento fia ispedito il tutto.
208
NEMESI.
Empiete adunque di furor sì grave
209
Quest'empia corte ove Sulmon soggiorna
210
Ch'altro non vi si veggia che dolore
211
E strazi e pianto e morti; e da ogni canto
212
La scelerata corte a sangue piova.
213
Fate che miser venga chi è felice
214
E felice s'istimi il più dolente,
215
E che 'l padre e la figlia, d'ira accesi,
216
Non cerchino altro che dolore e morte.
217
FURIE.
Ecco ch'a pieno ora compimo il tutto.
218
NEMESI.
Assai fatt'è; veloci omai tornate
219
A le case di Dite, a i regni oscuri,
220
E accelerate il passo, che l'aspetto
221
Vostro non può soffrir terra né cielo.
222
Ecco che 'l sol s'oscura, e da ogni parte
223
Fuggono da la terra erbette e fiori,
224
E lasciano le frondi e i frutti i rami,
225
E tutto 'l mondo vien pallido e nero.
226
SCENA II
(OMBRA di Selina, moglie di Sulmone)
OMBRA
Uscita i' son da le tartaree rive
227
Onde si son partite or le tre Dee
228
Che de' dannati ne gli oscuri regni
229
Prendono grave et immortal supplicio;
230
(come insin là giù la fama suona)
231
Venute sono a la diurna luce
232
Per por furor estremo ne la corte
233
Del Re Sulmon, già mio crudel marito.
234
E benché strazio tal esser di lui
235
Debba e del sangue suo, che più bramare
236
Non ne devrei, pur ho voluto anch'io,
237
Con licenzia di Pluto, or qui venire.
238
Non che poter accrescer io mi pensi
239
Mal a Sulmon, che 'l suo fia 'n sommo grande;
240
Ma perché questo giorno non si fugga
241
Et io non faccia a mio poter almeno
242
De l'aspra morte mia crudel vendetta.
243
Ma dimmi, ch'uopo t'era da l'inferno,
244
Nemesi, trar le scelerate Furie
245
Per accender furor in questa casa?
246
Che Furia più potente aver potevi
247
Di me? Ma poi ch'esse hanno avuto quello
248
Ufficio ch'a ragion mi si devea,
249
Perché non resti per me nulla a farsi,
250
Portat'ho anch'io questa letal facella
251
Accesa di mia mano in Flegetonte
252
Per dar degno splendore a queste nozze
253
Che già foron secrete, or fian palesi,
254
Tra Oronte e Orbecche, mia figlia proterva:
255
Orbecche, dico, che cagion fu sola
256
Che Sulmon mi trovasse col mio figlio
257
E desse ad ambo noi morte crudele.
258
Così dunque dopo ch'a l'aspro padre,
259
Al padre traditore, al padre iniquo
260
Avrà data spietata e orribil morte,
261
Vinta dal duolo e da l'ambascia estrema
262
Che soffrirà poi che veduti uccisi
263
Avrà il caro marito e ambe due i figli,
264
Sotto spezie di fé, da l'avo ingiusto,
265
Ella con quella man che diede indizio
266
A Sulmon del mio mal, sé stessa uccida.
267
Sian l'altre morti de le Furie, questa
268
Sarà la mia. Così verranno insieme
269
L'avo, la madre et i figliuoli e 'l padre
270
A l'ombre oscure, a la infernal regione
271
Ove da Radamante e da Minosse
272
Saranno condennati a tai supplicii
273
Ch'avranno invidia a la spietata sete
274
Di Tantalo; e parrà lor pena lieve
275
Che dia a l'avido augel di sé dur'esca
276
Tizio infelice; e l'essere aggirato
277
Sempr'Ission da la volubil ruota
278
Et il portar del sasso sovra 'l monte
279
Di Sisifo e cader da l'alta cima
280
E qualunque altra pena fia maggiore
281
Nel cieco carcer de l'oscuro abisso,
282
Parrà loro un piacere et un trastullo
283
Appo il tormento ch'essi avran tra noi.
284
Così del mal lor sazii rimaremo
285
Io et il figliuol ch'or ne le stigie parti
286
Segue, dovunque vada, l'ombra mia
287
E mi minaccia e mi percuote e sferza,
288
Solo imputando a me l'aspra sua morte.
289
Sulmon, Sulmon, non ti varranno i tetti
290
D'oro, né le munite e forti torri,
291
Né l'aver sotto te gente infinita,
292
Né a tua custodia aver uomini eletti,
293
Perché non t'abbia la tua figlia propria
294
Con mano scelerata a tòr dal busto
295
La testa indegna di corona e quelle
296
Man da le braccia che sì pronte foro
297
A bruttarsi nel sangue mio e nel sangue
298
Del tuo primo figliuol sì indegnamente.
299
Ma perché non poss'io tanto di spazio
300
Aver da le mie pene che presente
301
Esser possa a veder questa ruina?
302
A che mi ricchiamate, ombre, tra voi
303
Al fuoco eterno et a l'eterno danno?
304
Forz'è ch'io torni a i tenebrosi orrori,
305
A sostener le consuete pene,
306
Che più non vuol Pluton che qui dimori:
307
Però voglio ispedir quanto far debbo.
308
Altro non resta più per farmi sazia
309
Se non poter al tutto esser presente;
310
Ma poi che 'l mio destin questo mi vieta,
311
Ne porto almen questo contento meco,
312
Che pria ch'oggi s'attuffi il sol ne l'onde,
313
Verranno anch'essi a le tartaree rive
314
A sostener con me tormenti eterni.
315
[CORO] "[CORO]" Introducimos esta anotación de referencia estructural ya que tiene una valor “de escena” y se distingue, de este modo, del “CORO” entendido como personaje colectivo
CORO
Venere, il cui poter la terra e 'l mare
316
E 'l cielo e 'l cieco inferno
317
Sente e quant'è nascosto e quanto appare;
318
O Dea, dal cui superno,
319
Almo valor ogni cosa mortale
320
Prende ristoro e pace,
321
Da cui sol quanto piace,
322
O sia fragil diletto od immortale,
323
Viene, com'arbor vien da sua radice,
324
Né puote in terra o 'n cielo alcun verace
325
Contento esser giamai, senza il felice
326
Tuo vivo lume, cui onora e cole
327
Quanto sostiene il cielo e vede il sole:
328
Tu sola, quando era ogni cosa oscura
329
E senza onor giacea,
330
Come mastra miglior de la natura,
331
La lite ingiusta e rea
332
Che 'n tenebroso orror teneva involto
333
Tutto il seme del mondo,
334
Col tuo lume fecondo
335
Levasti sì che quant'era ivi occolto
336
Apristi e 'nsieme le contrarie cose
337
Legasti ad un, con nodo sì secondo
338
Che, piene di concordi e d'amorose
339
Voglie, rubelle unqua non furon poi
340
Che sentìr quanto vali e quanto puoi.
341
Onde divisi for l'acqua e la terra
342
E 'l lieve aere e 'l fuoco,
343
La cui concorde e discordevol guerra
344
Fece ch'a poco a poco
345
S'empié di pesci il mar, l'aer d'augelli,
346
Di varii armenti il suolo;
347
E non di questo solo,
348
Ma di frondi e di fior soavi e belli,
349
D'arbori e d'erbe e di quantunque vive
350
Qui sotto il ciel, da l'uno a l'altro polo;
351
E per le fiamme tue cocenti e vive
352
Incominciò, pien d'amorosa speme,
353
A propagarsi in terra il mortal seme.
354
Né questo pur, ma il sole anco e la luna
355
E quante nel ciel sono
356
Stelle fisse od erranti, ad una ad una
357
Del tuo poter for dono,
358
Che sarian, senza te, ne l'ombra ancora
359
Co l'altre cose oppresse;
360
E quelle menti istesse
361
Che movono i celesti cerchi ogn'ora,
362
Nulla sarrebbon senza il tuo valore.
363
Tu principio, tu fin di quanto elesse
364
Di generar tra sé l'alto Motore,
365
Tu sola fai ch'ei con perpetua legge
366
E providenza eterna il mondo regge.
367
Onde poi che di tante opre leggiadre
368
Cagion sei stata e sei,
369
Non sostener che morti acerbe et adre
370
E tanti casi rei
371
Sostengan questi due miseri amanti
372
Che tutti a dramma a dramma
373
Ardon de la tua fiamma.
374
Quant'aspre morti e quanti amari pianti
375
Stan sovra il capo lor, se la tua forza,
376
Ch'ogni cosa creata accende e 'nfiamma,
377
A lo influsso del ciel non face forza!
378
Sì che si volga in allegrezza e 'n canto
379
Sì doloroso e miserabil pianto.
380
Dunque, Dea sacra et alma,
381
Movanti e giusti prieghi
382
E fa' che 'l fier destin si muti o pieghi.
383
FINE DEL PRIMO ATTO
Atto II
SCENA I
(ORBECCHE figliuola del Re Sulmone, NODRICE)
ORBECCHE.
Ai, quanto brevi sono i piacer nostri!
384
Quanto vicin al riso è sempre il pianto!
385
NODRICE.
Oh che dolente voce è questa ch'odo!
386
Parmi che sia la mia Reina: i' voglio
387
Veder s'è dessa e che dolor l'afflige.
388
ORBECCHE.
Credo che fa come si dice a punto
389
La fallace fortuna a me nemica,
390
Che quanto più piacer ci arreca o gioia,
391
Tanto maggior dolor n'apporta poi;
392
E ch'i fugaci suoi beni non sono
393
Se non ombra di bene, ma l'angoscie
394
Son più che 'l ver veraci: et io in me il provo.
395
NODRICE.
E che cosa è che sì v'afflige e preme,
396
Essendo vivo il vostro Oronte e i figli?
397
ORBECCHE.
Oimè, che la cagion del mio dolore
398
È troppo più crudel ch'altri non crede!
399
M'avesse tolto il mio marito e i figli,
400
Nodrice mia, se la spietata morte
401
Forse i' sarei la più felice donna
402
Che mai nascesse al mondo. Non ch'io brami
403
O mai bramassi d'alcun d'essi il fine
404
(Ch'Oronte et essi la mia vita sono)
405
Ma perch'io veggio ch'assai peggio è ch'ora
406
Si trovin vivi. È ben morire a tempo
407
Un don dato dal cielo.
408
NODRICE.
Oimè, ch'è questo?
Mi trafigete il cor, Reina mia,
409
Co le vostre querele. Oh che principio
410
Al vostro ragionare avete fatto!
411
Che strano augurio, oimè misera, è questo!
412
ORBECCHE.
Egli è, Nodrice mia, pur troppo strano
413
E infelice son io più d'ogni donna.
414
NODRICE.
Oimè, tremar mi fate insino a l'ossa,
415
Veggendovi sì trista! Oimè, Reina,
416
Ditemi la cagion di sì gran doglia,
417
Che forse al vostro mal sarà rimedio.
418
ORBECCHE.
Non perch'io speri al mio languir rimedio,
419
Ma perché il core pur respira alquanto
420
Ne l'isfogar le gravi angoscie interne,
421
Dirotti la cagion del mio gran male.
422
Quattro anni ha già, come tu sai, ch'io presi
423
Per mio marito il mio fedele Oronte,
424
Senza dirne parola al padre mio.
425
Et ancor che di noi siano già nati
426
Due figli, stat'è ciò così secreto
427
(Mercé de la prudenza tua)
428
Eccetto te che per mia madre tengo,
429
Non n'ha sentito pure una parola.
430
E perché il padre mio si ritrovava
431
Debole alquanto e di molt'anni carco,
432
I' mi pensai ch'ei si dovesse, prima
433
Che la cosa sapesse, uscir di vita.
434
Ma il mio destin m'ha ben mostrato quanto
435
Sia stato il mio sperar fallace e vano
436
E quanto folli siano i pensier nostri.
437
Che ragionando eri il mio padre meco,
438
Mi disse, dopo molte altre parole:
439
Orbecche, poi che piacque al Re del cielo
440
In te sola serbare il seme nostro,
441
Or che tu sei già pervenuta a gli anni
442
Di devere pigliar marito, e essendo
443
Vago d'averti il Re Selin per moglie,
444
Che 'l regno tien de' Parti a noi vicino,
445
Giovane tale, e di stato e d'ingegno,
446
Che sol tuo deve e non d'altri esser sposo;
447
E avendomiti chiesta da sua parte
448
Lamocche nostro, et io promessa a lui,
449
I' vo', per quell'amor che mi mostrasti
450
Sempre portare e che mai sempre fece
451
Che 'l tuo volere e 'l mio fosse uno istesso,
452
Che di quanto fatt'ho resti contenta,
453
Acciò che 'n questa mia vecchiezza estrema
454
Vegga la succession de' miei nepoti.
455
NODRICE.
Ben fu troppo improviso questo assalto
456
E da devervi tòrre ogni consiglio.
457
ORBECCHE.
Poco mancò ch'io non rimasi morta,
458
Cara Nodrice, al suon di queste voci.
459
Pur raccogliendo gli smarriti spirti
460
E dal volto chiamando al cor la doglia,
461
Così risposi: Padre, quell'amore
462
Che fatto ha insino ad or che il voler vostro
463
Sia stato il mio, mi face ora negarvi
464
Quanto voi mi chiedete. Oimè meschina
465
(E a questa voce i' mandai fuora il pianto
466
Ch'altro su gli occhi che pietà del padre
467
V'avea condutto)
468
Voi stare un'ora al mondo? Ai padre, ai padre,
469
É ogni contento mio solo in voi posto:
470
Però per la pietà vi prego ch'io
471
Vi porto e per l'amor che mi mostrate,
472
A non volermi allontanare ancora
473
Da voi, che sol sete il mio sommo bene.
474
E qui dal pianto vinta i' tacqui. Et egli,
475
Non sapendo qual duolo a lagrimare
476
Mi conducesse, mi basciò la fronte
477
E molto ne lodò la mia pietade,
478
E a pensarvi mi diè termine un giorno
479
E ritornossi a le sue usate stanze.
480
Non restò mai di tanto affanno piena
481
Madre ch'i figli suoi sbranar vist'abbia
482
Al lupo fier, quant'io rimasi allora
483
Colma di doglia e d'angosciosa pena.
484
Et allargando a le querele il seno
485
Qui venuta io sono oggi per tempo
486
Ad aspettare il mio fedele Oronte
487
(Che occupato dal Re ne' suoi negozii,
488
Per mia doglia maggior, non ha potuto
489
Venir insino ad ora a le mie stanze)
490
Per potermi pigliar con lui consiglio
491
E provedere al periglioso caso.
492
Ma poi che tu di lui prima sei giunta,
493
Dammi soccorso a l'ultimo bisogno.
494
NODRICE.
Vorrei così or poter farvi contenta,
495
Reina mia, com'io sono sicura
496
Ch'al vostro aspro dolor sarà rimedio:
497
Però ch'i Dei, la cui bontade mai
498
Non venne meno a chi si fida in loro
499
E, come fate voi, gli onora e cole
500
Con tutto 'l cor, non vi saranno meno
501
Che benigni e pietosi. Ma vorrei
502
Che sì non v'affligeste da voi stessa,
503
Né vi teneste d'ogni speme priva,
504
Se dato ben v'ha ria fortuna assalto.
505
Perché, come sapete, è proprio questa
506
Nostra vita mortale
507
Quasi nave che in mar sia a i venti e a l'onda.
508
Ch'or da crudel tempesta,
509
Che d'improviso con furor l'assale,
510
Combattut'è sì ch'or da l'una sponda,
511
Ora da l'altra oppressa,
512
Si vede a canto aver la morte espressa;
513
E talor con eguale
514
Corso, senz'alternar di poggia od orza,
515
Co la soave forza
516
De l'aurette seconde,
517
Solca del salso mar le tranquill'onde:
518
Ond'è piena talor d'ogni conforto,
519
E d'affanno talor lungi dal porto.
520
Però non voglio che voi date 'n preda
521
A la doglia la mente,
522
Che d'ogni mal vi può levare in tutto.
523
Or fate ch'io vi veda
524
Contra il fiero destin così possente
525
Che del vostro valore abbiate il frutto,
526
E non crediate mai
527
Che sian perpetui più del bene i guai.
528
Anzi, l'esser dolente,
529
Ov'eravate dianzi così lieta,
530
Vi può mostrar che queta
531
Col vostro alto consorte
532
Viverete e felice innanzi morte;
533
E che così succiede al male 'l bene,
534
Come dopo 'l piacer l'angoscia viene.
535
Ma mi par buon che vi torniate in casa,
536
Et io vedrò di ritrovare Oronte
537
E di condurlo a voi: ch'io tengo certo
538
Ch'egli, col suo consiglio, immantinente
539
Ritroverà rimedio a questo caso
540
E vi farà col suo senno palese
541
Ch'o la Fortuna è nulla, o ch'è mortale,
542
(come s'istima)
543
Forza non ha, s'altri v'oppon lo 'ngegno.
544
ORBECCHE.
Vanne, cara Nodrice, e là ridutti
545
Ove sai che ridur si suol Oronte,
546
E tanto aspetta, s'ei non v'è, che venga;
547
E senza darli del mio affanno indizio,
548
Di' che con gran desio l'aspetto in casa.
549
NODRICE.
I' vo, Signora, e pregovi ch'almeno
550
Facciate col dolore intanto tregua.
551
SCENA II
(NODRICE, ORONTE)
NODRICE.
Quando meco medesma i' vo pensando
552
A la incostanzia de l'umane cose,
553
I' veggio che non pur il mondo è nulla,
554
Ma chi pon speme in lui molto se 'nganna
555
E che non è qui cosa ove posare
556
Possa un fermo giudicio il suo pensiero.
557
Et io, per gli anni molti e per le molte
558
Occorrenzie c'ho viste in questa corte
559
E udit'ho raccontar da varie genti
560
E da molti prudenti uomini ho inteso,
561
Ne posso far ver testimonio a ognuno.
562
Guardinsi pria l'etadi e poi gli stati
563
Umani e vederassi apertamente
564
Ch'altrimenti non è. Prima l'infanzia
565
(Chi bene istima)
566
Come quella ch'è priva di giudicio
567
E distinguer non sa tra 'l bene e 'l male,
568
Cosa infelice e di miseria piena.
569
La gioventù poi, da follia sospinta,
570
Non sa per sé medesma ove si volga:
571
Quel ch'eri le fu grato, oggi le spiace
572
E seguendo or quello piacer, or questo,
573
Consuma in vanità tutto 'l suo tempo.
574
E quando la vecchiezza il crine imbianca
575
E fa severo il ciglio e 'l senno accresce,
576
Et altri il conto fa de' mal messi anni,
577
Conosce chiaramente ch'ogni cosa
578
Che gli fu grata ne l'età novella
579
Fu un sogno, una lieve ombra, un fumo, un vento.
580
Né la vecchiezza ha in sé cosa tranquilla,
581
Anzi 'l vigor perduto et il vedersi
582
Andare a gran camin verso 'l suo fine,
583
L'aggiunge grave affanno; oltre ch'i mali,
584
Le gravi infirmità ch'ella patisce
585
E l'essere ella infirmità a sé stessa,
586
Le disturba ogni gioia, ogni contento.
587
È vero ben che se l'accresce senno
588
E prudenzia e consiglio, ma le giova
589
Poco 'l molto saper per aver requie:
590
Perch'uopo non l'è sol ch'ella abbia cura
591
Di saper proveder a sé medesma,
592
Ma che provegga a le pazzie de gli altri,
593
A gli accidenti varii, a la fortuna,
594
E così sia nemica al suo riposo.
595
Or voltiamo a gli stati umani gli occhi
596
E gli vedremo tutti a un modo tristi.
597
Se povero l'uom nasce, ha sempre a canto
598
Gl'incommodi, il disagio e da ciascuno
599
È disprezzato; e se bene il più saggio
600
Egli è del mondo, è giudicato sciocco,
601
Perché lo stuolo umano oggi si crede
602
Ch'ove robba non è, non sia prudenzia.
603
E se 'n mezzano stato altri si trova,
604
Sempre aspirando a le grandezze eccelse,
605
A i favori, a gli onori, a gli alti ufficii,
606
Al crescere l'aver, mai non ritrova
607
Cosa che lo contenti o che lo sazii:
608
Anzi, spento un disio, ne sorge un altro,
609
E quell'altro è principio a un altro novo.
610
Ma che dirò di quei che le corone
611
Portano in capo et han gli scettri in mano,
612
Che paion sì felici e sì contenti?
613
Pare forse ad alcun ch'essi sian fori
614
De le condizion mortai. Ma tanti
615
Tormenti, tante angoscie sotto quelle
616
Purpuree vesti son, tanti pensieri
617
Spiacevoli, oimè lassa, e tante cure
618
Premon quelle soperbe, alte corone,
619
Che chi passa più dentro e 'l vero scorge,
620
Vede che è un mar di cure avere impero.
621
Oltre ch'i Re maggiori han sempre tanti
622
Sospetti di velen, sospetti d'arme,
623
Di tradimenti a torno, che sovente
624
Invidian le capanne e i vili stati.
625
Ma questo saria un giuoco, se 'l lor meglio
626
Scieglier sapesser pur le menti umane:
627
Ma credono sovente il meglio avere
628
Entro le braccia, e trovansivi il peggio.
629
Onde si può ben dir quel c'ho già udito
630
A molti saggi dir, che sol felice
631
È chiunque nel mondo mai non nasce
632
O che subito nato se ne more:
633
E così fugge, come da l'incendio
634
Levato fosse, l'incostante sorte.
635
Che chi vive tra l'aspre e oribil onde
636
Del mar di questa vita, è sempre un segno
637
Al fato, al fier destino, a la fortuna;
638
E ne può dar la mia Reina essempio
639
A gli altri, che ben serva 'l mondo in lei
640
Le sue condizioni a ognun comuni.
641
Né voglio dir che sia di ciò cagione
642
L'aver da sé preso marito Oronte;
643
Perché, volgiti pur da tutti e canti,
644
Vedrai che sta la penitenza ogn'ora
645
Appresso a qualunque uom, faccia egli pure
646
Ciò che si voglia e stia co gli occhi aperti.
647
Ver è ben che mi duole insin al core
648
Vederla così afflitta e così trista.
649
E s'io potessi in me coglier gli affanni
650
Che la trafigon così fieramente,
651
Ella scarca saria già d'ogni doglia.
652
Ma non potend'io più di quel ch'io possa
653
E non essendo ancor venuto Oronte
654
Qui dove egli suol pur ridursi spesso,
655
Voglio veder di ritrovarlo altrove
656
E di condurlo a lei: ch'è gran piacere
657
Poter comunicar gli affanni suoi
658
Con persona che s'ami e da la quale
659
Si speri aiuto o almen fedel consiglio.
660
Ma veggiolo, ch'a tempo esce di casa.
661
È gran pezza, Signor, che la Reina
662
Brama vedervi e ragionar con voi.
663
ORONTE.
Tornate in casa e ditele ch'io vengo.
664
SCENA III
(ORONTE, ORBECCHE)
ORONTE.
Difficil è ne l'onde acerbe e crude,
665
Quando l'irato mar poggia e rinforza,
666
Tener dritto il temone. Ma non deve
667
Però esperto nocchier perder sì l'arte
668
Che da l'ira del mar rimanga vinto
669
Senza opporsi al furor: che spesse volte
670
Vince l'altrui valor l'aspra tempesta.
671
ORBECCHE.
Non è meno di me misero Oronte,
672
Se da gli atti si può vedere il core.
673
ORONTE.
E s'avien pur ch'ei si sommerga in mare,
674
Gran parte di contento è non avere
675
Lasciato cosa a far per sua salvezza.
676
Però prima ch'io ceda a la rea sorte
677
Che dato m'ha così improviso assalto,
678
Usar vo' ogni mia forza, ogni mio ingegno.
679
(se non mi s'oppone ascoso inganno)
680
Spero nel Re che 'l tutto ordina e regge
681
Vincere al fine la fortuna iniqua.
682
ORBECCHE.
Oimè, che sarà questo? sarà forse
683
Giunto novo dolore al nostro affanno?
684
ORONTE.
Ma vedi come van le cose al mondo:
685
Che maritar volendo la sua figlia
686
Il Re, mi manda me, ch'a lei marito
687
Sono, ha molt'anni, perch'io la disponga
688
Che pigli per marito il Re Selino.
689
ORBECCHE.
Lo veggio molto tristo: ir gli vo' incontro
690
E insieme si dorremo ambo del male.
691
ORONTE.
Ma di là veggio a me venire Orbecche
692
Tutta maninconiosa lagrimando
693
E penso che ne sia la cagion questo:
694
Però buon fia ch'io le mi vada incontro
695
Con viso lieto, ancor ch'acerba doglia
696
I' serri dentro al core, ancor che grave
697
Sia non manifestar il duol nel volto.
698
Dio vi dia, anima mia, pace e contento:
699
Qual van pensiero a lagrimar vi mena?
700
ORBECCHE.
Oimè, che mi chiedete, Oronte? Unquanco
701
Non ebbi tal cagion di lamentarmi,
702
Né voi, se il mio dolor vi fosse noto.
703
Giunt'è quell'ora, oimè, giunt'è quel giorno
704
Del quale esser non puote il più infelice
705
Per ambo noi. Perché il mio padre vuolmi
706
Maritare a Selin, gran Re de' Parti,
707
Onde bisogno fia ch'ora si scuopra
708
Quel che ne farà sempre esser dolenti.
709
ORONTE.
Dite, Reina, ov'è gito quel core
710
Che mi mostraste allor ch'a voi marito
711
Divenni? ov'è quell'animo reale
712
Che vi fe' por da canto ogni sospetto
713
Allora ch'istimaste più del regno
714
L'avermi? forse non pensaste allora
715
Che il tempo, ch'ogni cosa al fin discuopre,
716
Non devesse mostrare anco palese
717
Quel che fatto avevam tra noi occulto?
718
Non me 'l lascia pensar l'antivedere
719
Che so ch'è in voi, né la prudenza vostra.
720
E se l'animo allor di tal temenza
721
Maggior aveste, a che vi bisogna ora
722
Tanto dolere? Indarno quel soldato,
723
Vita mia dolce, prende in mano l'armi,
724
Che, poi che vede il suo nemico, trema.
725
Non vi smarrite: la rea sorte vince
726
Chi teme, ma s'altrui con core invitto
727
A lei s'oppone, ella riman perdente:
728
Che non nuocono a quei gli strali suoi
729
Che de la lor virtù si fanno scudo.
730
Il vostro padre a me il medesmo ha detto
731
E a voi mi manda perch'ogni arte adopri
732
A disporvi a voler prender marito:
733
E pur non son di tant'affanno pieno
734
Di quant'or sete voi. Pigliate omai,
735
Vita mia cara, il vostr'animo invitto
736
E mostratevi tal ne' casi aversi
737
Qual conosciuta v'ho ne la seconda
738
Fortuna; e insieme a questo novo caso
739
Provediamo con altro che col pianto:
740
Che se noi stessi a desperar si demo,
741
Chi ne porgerà aiuto o chi consiglio?
742
ORBECCHE.
Par che voi non sapiate quant'è crudo
743
L'empio mio padre e quant'ei poco istimi
744
Stato, imper od onor, figli e sé stesso,
745
Quando disposto s'è di far vendetta.
746
Pensate voi ch'ei fia più mite a noi
747
Ch'al mio fratel sia stato e a la mia madre,
748
Quai lo spietato insieme a un colpo uccise?
749
ORONTE.
Altra cosa fu quella; e chi ben pensa,
750
Altra mercé non si deveva ad ambo
751
Che cruda e acerba morte. Oimè, che grave
752
Error fu che violasse ella la fede
753
Data al marito e la pietà, ch'al padre
754
Deveva il figlio, sì poco prezzasse
755
Ch'ei con la propria madre si giacesse.
756
ORBECCHE.
Ben creder si potria che 'l grave oltraggio
757
L'avesse indutto a sì crudel vendetta,
758
Se stato fosse sol contra lor crudo;
759
Ma non sapete voi quanti e quanti altri,
760
Senza colpa nessuna, egli ha già morti?
761
Per qual error uccise il suo fratello,
762
Ch'avanzava in bontade ogni mortale?
763
ORONTE.
Fu cagione di ciò desio del regno,
764
Che spesso puote più d'ogni pietade.
765
Ma lasciando il parlar di ciò da canto,
766
Novo non m'è che via più d'ognun crudo
767
Sia stato insino ad ora il vostro padre;
768
Ma novo anco non m'è che non è cosa
769
Ferma così che non la cangi il tempo
770
E che non è cor sì ostinato e duro
771
Ch'a lung'andar non s'ammollisca alquanto.
772
Il Re Sulmone è vecchio e la vecchiezza
773
Scemar in parte suol l'ira e l'orgoglio
774
E 'l sangue acceso intepidire in parte,
775
Sì che 'l furore a la ragion dia luoco.
776
Però vo' che sia grave il nostro errore
777
E ch'ambo degni siam di cruda pena:
778
La grave etade in cui egli si trova,
779
Ne la qual suol poter senno e pietade,
780
Farà al Re più che 'l sol chiaro vedere
781
Che maggior il suo error del nostro fora
782
S'egli, per molta età maturo e saggio,
783
A cosa che tornar non puote a dietro
784
Penserà proveder co l'esser crudo.
785
Che saria poi, dopo ch'egli ambo noi
786
Uccisi avesse e i figli ? saria forse
787
Ch'io non vi fossi, come son, marito?
788
Voi non mi foste, come sete, moglie?
789
Però son certo che se l'ira al male
790
Lo spignerà, la ragione anco in parte
791
Gli mostrerà quel che fia il meglio; e pure
792
Ch'ei dia alquanto di spazio a l'ira, i' penso
793
Ch'ei non sarà crudel come pensate:
794
Che viene e fugge in poco tempo l'ira,
795
E se subito l'impeto non face,
796
Ella riman come ne resta l'ape
797
Dopo che perdut'ha l'aco onde pugne.
798
E quando pure incrudelire ei voglia,
799
Moglie mia cara, contra noi, il nostro
800
Dolersi o lamentar poco rileva;
801
E meglio tengo che n'affliga e strazii
802
La crudeltade altrui, che 'l timor nostro.
803
Però, volgendo ad altro omai la mente
804
Ch'a i sospiri e pensando al nostro meglio,
805
A me par buon (quando a voi paia) ch'io
806
Malecche trovi, a cui molto il Re nostro
807
Crede e noi di cor ama; et io lo preghi
808
Che col modo miglior che parrà a lui
809
Faccia noto al Re questo. E ne' Dei spero
810
Che di Malecche fia tanto lo ingegno
811
Che queterà questa tempesta orrenda
812
Che, nata nel tranquil del nostro stato,
813
Sì ne minaccia.
814
ORB.
Oronte, i' son confusa
Né so dove piegar la mente i' debba.
815
Cosa alcuna non ho che mi dia speme,
816
Come molte mi danno aspro timore:
817
È cresciuto co gli anni nel mio padre
818
L'animo fiero e s'ha cangiato il pelo
819
Non ha però cangiato ancora il vezzo.
820
Ma perché ne gli estremi e crudi casi
821
Pigliar si dee quel più saggio consiglio
822
Che s'offre, fate quanto a voi par buono;
823
E di ciò che da voi fia fatto, anch'io
824
Mi rimarò con voi paga e contenta.
825
ORONTE.
Io dunque me n'andrò a trovar Malecche:
826
Datevi intanto voi pace e sperate
827
Che ne saranno i Dei anco benigni.
828
ORBECCHE.
Dio voglia che così la cosa stia,
829
Ma temo che 'l contrario non avenga.
830
Pur senza voi non mi lasciate molto,
831
O buona che ne sia la nova o rea.
832
ORONTE.
Cosi farò: restate in pace.
833
ORBECCHE.
A Dio.
SCENA IV
(ORBECCHE sola)
[ORBECCHE]
Par che chi miser è poco dia fede
834
A speme alcuna e sempre il peggio tema;
835
Poi pare ancor che quel ch'egli più brama
836
Aver pur debba il disiato fine.
837
Così da questi due contrari anch'io
838
Mi trovo combattuta. E da una parte,
839
L'essere unica figlia al Re Sulmone,
840
E l'esser tanto caro a lui Oronte
841
Quanto figliuol gli fosse, e la pietade
842
Ch'egli m'ha sempre mostro, ancor ch'ei sia
843
Via più d'ognun crudele, e l'alte lodi
844
Ch'egli ha palesemente a Oronte date,
845
Mi dan qualche speranza. Ma da l'altra,
846
L'essere Oronte di vil sangue nato
847
(Seguendo l'oppenion del vulgo sciocco
848
Che gentil crede sol chi ha copia d'oro)
849
E potendomi dar a un Re per moglie
850
Il Re mio padre, a tal timor me induce
851
Ch'io tremo come l'anitra che vede
852
Sovra sé il fier astor per divorarla.
853
È vero ben che s'ei volesse a pieno
854
Co lo intiero giudicio a parte a parte
855
Considerare 'l giusto e non volesse
856
Che più potesse in lui l'oro e la sete
857
Del regno e de l'aver che la virtute,
858
Io son sicura che non pur errore
859
Non giudicheria il mio, ma di gran loda
860
Mi terria degna, che più tosto avessi
861
Voluto un uom il qual non cieco errore
862
O desio folle, ma giudicio certo,
863
Scieglier m'ha fatto tra mill'altri illustri,
864
Quantunque pover sia, ch'un Re possente
865
Atto più tosto ad ogni vil ufficio
866
Che lo scettro real tenere in mano.
867
Ancor che paia questi al padre mio,
868
Cui ha velato gli occhi il costui stato,
869
Il primo Re che mai corona avesse:
870
Quasi ch'egli non sappia ch'assai meglio
871
È a donna avere un uom cui sia mestieri
872
D'oro, che l'or cui sia mestier d'un uomo.
873
Ma la fame d'aver tant'è cresciuta
874
Che non s'istima al mondo altro che l'oro.
875
Povera e nuda va la virtù istessa.
876
Ai sciocca oppenion del volgo errante,
877
Ai grave error ch'i mortali occhi appanna,
878
Quant'altri in ciò se 'nganna! Ma lasciando
879
Questo da parte e a me tornando, io veggio
880
Ch'altro esser non mi fa trista e infelice
881
Che l'esser donna. O sesso al mondo in ira,
882
Sesso pien di miserie e pien d'affanni
883
Et a te stesso, non ch'ad altri, in odio!
884
(se lo stato miser guardo
885
Di noi donne)
886
Sorte sì trista tra l'umane cose
887
Che la nostra infelice non l'avanzi.
888
Noi spesso insin nel ventre de la madre
889
(Pel primo don ch'a noi dà la natura,
890
Madre a ogn'altro animale, a noi madrigna)
891
Semo dal padre istesso avute in odio.
892
Et ove nasce ogn'animale in terra,
893
Per vil ch'egli si sia, libero e sciolto
894
(Don che prezzar si dee più che la vita)
895
Noi, lassa, noi a le catene, a i ceppi,
896
Oimè, nascemo e a servitù continova.
897
Perché sì tosto che conoscer nulla
898
Possiamo, benché tenere fanciulle,
899
Com'a perpetuo carcere dannate,
900
Sotto l'arbitrio altrui sempre viviamo
901
Con continovo timor, né pur ne lece
902
Volger un occhio in parte ove non voglia
903
Chi di noi cura tiene. E dopo quando
904
Pur dovremmo spirar alquanto e avere
905
(ancora
906
Che non mutiam per ciò sorte né stato
907
Ma sopponiamo il collo a novo giogo)
908
La madre, il padre od il fratello od altri,
909
Al cui severo arbitrio semo date,
910
Legano il voler nostro e ne conviene
911
Prender marito a lor volere e ch'essi
912
Contenti siano. E noi, che con la dote
913
Comperiamo i mariti e abbiam con loro
914
Viver fin a la morte, a tal siam date
915
Che più che 'l dispiacer sempre ne spiace.
916
E se forse da noi prendiam marito
917
E vogliam far nostro desir contento,
918
Stiamo a sentenza dura e proviam bene,
919
Con sommo nostro mal, che cosa importi
920
Uscir de l'altrui voglie. E chi nol crede
921
In me si specchi e la mia sorte attenda.
922
A me regno non giova o real sangue,
923
Né porpora, né scettro, né corona
924
Esser mi fa di questa sorte fuori.
925
Anzi, quanto maggior veggio il mio stato,
926
Tanto più grave la sentenza aspetto.
927
Deh non foss'io nel cieco mondo nata,
928
O morta fossi in un momento in fasce,
929
Più tosto ch'a sì reo stato esser giunta!
930
Ma a che vo pur giungendo pianto a pianto,
931
E querele a i lamenti? In van sospiro,
932
E quanto più penso isfogare il core,
933
Tanto più da dolere anco m'avanza.
934
Però chiudendo il mio dolor nel petto
935
Attenderò quel ch'i contrari fati
936
Disporranno di me misera e trista.
937
[CORO]
CORO
Come corrente rio sempre discorre
938
E non è mai una medesma l'onda,
939
Ma fuggendo la prima, la seconda
940
Succiede e un'altra a questa;
941
Così il viver mortal nostro trascorre
942
E non siamo oggi quelli
943
Ch'eri eravamo e presta
944
Più che saetta da nascosto viene
945
La debole vecchiezza e i bianchi velli
946
Accompagnati da dolenti pene.
947
Misero chi pon spene
948
Ne le cose mortai! Quanto se inganna
949
Chi pensa esser poter felice in terra,
950
Ove in continova guerra
951
Sono le cose sempre!
952
E s'avien pur ch'alcuna volta tempre
953
Qualche piacere il mal, tosto n'afferra
954
Doglia maggiore e a pena il bene appare
955
Ch'egli, qual neve al sol, tosto dispare.
956
Dunque perché nostro veder s'appanna?
957
Perché la nostra mente
958
Si dispone a sperare
959
In quel che prezza più la sciocca gente?
960
Non sente ella, non sente
961
Che quanto piace al mondo è fumo et ombra
962
Ch'i cor mortali ingombra?
963
Felice chi inalzare
964
Puote il pensiero ardente
965
Là dove nulla il ver piacer adombra,
966
E sì del cor si sgombra
967
I van desiri e le speranze false
968
Che di quanto gli calse
969
Tra noi mai per l'adietro
970
Diviene così schivo
971
Che non solo si duole
972
Essere stato del ver bene privo,
973
Ma vede assai più chiar che non è 'l sole
974
Che son tutti di vetro
975
I mondani contenti
976
Et assai men ch'i lievi venti fermi.
977
E chi nol crede, fermi
978
(Lasciando il vanneggiar mortal a dietro)
979
Gli occhi ne' dolorosi aspri tormenti
980
Di questi amanti a cui pensar m'impetro,
981
Che si tenean tra più felici i primi.
982
Chi fia che giusto istimi
983
E non giudichi infermi
984
I piacer nostri e più ch'ombra fugace
985
Tutto quel che tra noi diletta e piace?
986
FINE DEL SECONDO ATTO
Atto III
SCENA I
(MALECCHE solo, consiglieri del Re)
[MAL.]
Io veggio a la giornata avenir cose
987
Che mi fan giudicar senza alcun dubbio
988
Che poco veggia la prudenza umana.
989
E s'altro non vi fosse, questo solo
990
Ch'or ora in casa m'ha narrato Oronte,
991
Più chiaro assai che non è il sol me 'l mostra.
992
Più volte e più pregato ho il Re Sulmone
993
Che desse per marito Oronte a Orbecche,
994
E adducend'egli a me certi rispetti,
995
Deboli certo, ha recusato sempre
996
Voler far questo; e quasi ch'ei pensasse
997
Che fosse la sua figlia men de l'altre
998
Pronta ad amare o non sapesse ei quanto
999
Possa uno sguardo, una parola, un riso
1000
A destare in altrui fiamma amorosa,
1001
Lasciat'ha conversar tanto allo stretto
1002
Questi due insieme, che la cosa ha avuto
1003
L'effetto che deveva aver, né mai
1004
Pensai che ne potesse altro avenire
1005
Che quello ch'avenut'esser si vede.
1006
Che giovane amorose e dilicate
1007
E nodrite ne gli ozii e ne' diletti
1008
Conversino con giovani gentili
1009
E non s'accenda fiamma ardente in essi,
1010
Stolt'è chi il pensa. Amor ha sempre l'arco
1011
E le saette in man, pronto a ferire;
1012
Onde s'alcuno aver dee di ciò biasmo,
1013
Non si puote già dir che ne sia senza
1014
Il Re Sulmon: perdonimi sua altezza.
1015
Non sapeva egli ch'a fatica il freno
1016
Altri pone al desio, quando l'etade,
1017
Il commodo, l'amor, la beltà altrui
1018
Gli sprona il cor a l'amorosa impresa?
1019
Ma ritornando onde ci dispartimmo,
1020
Ancora che mi piaccia che sia omai
1021
Marito Oronte a la Reina mia,
1022
Parendomi che proprio la natura
1023
Avesse questi due fatt'a tal fine,
1024
Pur m'è di grave affanno che 'l Re nostro
1025
Non vi sia intervenuto et ho per certo
1026
Che com'ei questa cosa intende, a l'ira,
1027
A l'impeto, al furor si darà tutto.
1028
E già mi par veder arderli il volto,
1029
Et a placarlo fia difficil cosa:
1030
Sì perch'egli avea già promessa Orbecche
1031
Al Re Selin, sì perché i Re, i Signori
1032
Han, pel più, questo vizio in loro impresso,
1033
Che com'han recusato una sol volta
1034
Alcuna cosa, ancor che buona sia
1035
E d'utile e d'onore a l'esser loro,
1036
Se bene andar poi vi devesse il regno,
1037
Per non parere avere errato prima,
1038
Non vogliono più mai ridursi a farla.
1039
Io so che 'l Re ben conosceva Oronte
1040
Degno de la sua figlia e ch'egli istesso
1041
Non le sapea trovar miglior marito;
1042
Ma l'ostinazion tanto ha potuto
1043
Che n'è rimasa vinta la ragione
1044
Et ha sprezzato ogni fedel consiglio.
1045
Così temo ch'ancor l'ira e lo sdegno
1046
Non faccia in ciò avenir sinistro effetto.
1047
Ma poi ch'astretto m'ha co' preghi Oronte
1048
Che ciò palesi al mio Signore e veggia
1049
Con quel modo miglior ch'a me fia offerto
1050
Ch'ei di quanto fatt'è resti contento
1051
E col voler divino si conformi,
1052
Ancor che dura impresa assunta i' m'abbia
1053
E mi paia impossibil questa cosa,
1054
Pur non voglio restar ch'ogni mio ingegno
1055
Non usi e tenti ogni possibil opra
1056
Perché nasca tra lor pace e contento:
1057
Sì per utilità di tutto il regno,
1058
Sì per bene comun d'ambe le parti.
1059
Ma non voglio ire al Re, com'andar soglio
1060
Quando per l'occorrenzie e per l'imprese
1061
De la corona ragioniamo insieme.
1062
Aspetterò ch'egli a diporto venga
1063
Qui dove suol, d'ogni altra cura scarco:
1064
Che l'opportunità fa aver sovente
1065
Quel che senz'essa non si avrebbe mai;
1066
E con l'occasion ch'allor migliore
1067
Mi s'offrirà, farò l'ufficio a pieno.
1068
Ma veggio ch'egli vien: voglio ritrarmi
1069
Quivi in disparte e finger non vederlo
1070
Et aspettar che chiedere mi faccia
1071
Per qualche messo, prima ch'io mi mova,
1072
Perché non paia che qui atteso i' l'abbia
1073
Per volerli di ciò mover parola.
1074
SCENA II
(SULMON Re, MESSO, MALECCHE)
SUL.
È quel ch'io veggio là Malecche?
1075
MES.
È desso.
SUL.
Vanne a lui e li di' ch'a me ne venga
1076
Con esso teco di presente.
1077
MAL.
Parmi
Che fieramente sia turbato in vista
1078
Il Re, cosa che 'n lui esser non suole
1079
Quando qui si riduce, né pensare
1080
Mi posso la cagion ch'a ciò lo spinga,
1081
Che le cose del regno han pur quiete;
1082
S'oggi non è forse risorta cosa
1083
Ch'ancor venuta non mi sia a l'orecchie.
1084
Il poter ragionare oggi d'Oronte
1085
Mi sarà tolto.
1086
MES.
Il Re nostro vi chiede,
Signor Malecche.
1087
MAL.
I' vengo, ma di grazia
Dimmi, se forse il sai, che vuol dir ch'egli
1088
Si mostra sì turbato ne l'aspetto?
1089
MES.
Nol so, Signor, ma gran dolore il preme
1090
E istimo che sia in corte la cagione
1091
Del suo dolore e che non sia da giuoco:
1092
Che non suol un gran Re per cosa lieve
1093
Lasciar che 'n esso possa ira né sdegno
1094
O mostrar fuor così palese il core.
1095
MAL.
Che quel da me la vostra altezza?
1096
SUL.
Andate
Voi altri in casa. Il saperai ben tosto
1097
E vedrai ch'oggi non si trova fede
1098
Né pietà al mondo; e quanto un Re può male
1099
Conoscer fede in famigliare alcuno,
1100
Quand'i medesmi figli lor fan froda.
1101
MAL.
Sarà palese al Re per altra via
1102
Il tutto: ogni secreto alfin si scuopre.
1103
SUL.
La mia figliuola, in cui sola avea posto
1104
Tutta la speme mia, tutto il mio bene,
1105
Per cui sola i' sperava questo poco
1106
Di viver che m'avanza esser contento,
1107
Mostrato m'ha quanto sia stato folle
1108
Il mio pensiero e quanto infide e ingrate
1109
Siano le donne tutte e ch'al lor peggio
1110
S'appiglian sempre. Costei che poteva
1111
Aver Selino, un de' gran Re del mondo,
1112
Per suo marito, ha preso un che di vile
1113
Sangue creato insin da' suoi primi anni
1114
Ne la mia corte s'è nodrito.
1115
MAL.
E questi
Chi è egli stato?
1116
SUL.
Il traditor d'Oronte,
Che mi si dimostrava sì fedele;
1117
E due figliuoli già d'essi son nati.
1118
MAL.
Et ond'avete voi saputo questo?
1119
Da essi forse?
1120
SUL.
No, da la Giglietta
Sua cameriera, che dolersi insieme
1121
Oggi sentito gli ha dopo ch'io dissi
1122
Di dare a lei Selino e mandai lui
1123
A pregarla a disporsi al voler mio.
1124
Oh, se veduto avesti con che viso
1125
Dissimulò la dislealtade Oronte
1126
Quand'io questo l'imposi e come pronto
1127
Si mostrò a farlo, avresti detto certo
1128
Che più fedel di lui non avea in corte.
1129
E se sentito avesti le parole
1130
De la mia scelerata e iniqua figlia
1131
E udite le querele e visti i pianti
1132
Che da gli occhi versò, fingendo amore
1133
Verso di me, certo creduto avresti
1134
Che figlia non amasse padre mai
1135
Tanto, quanto costei mostrava amarmi.
1136
Ma stiano ambo sicuri che n'avranno
1137
Guiderdone da me degno del fallo.
1138
Ma pria ch'io mi disponga a la vendetta,
1139
Voluto ho che tu intenda quanto i' m'abbia
1140
Di tal figlia lodare e di tal servo
1141
E pigliar teco il modo con ch'io possa
1142
Di tal oltraggio far piena vendetta:
1143
Che gran vendetta grave ingiuria amorza.
1144
Sì che bramo d'udir ciò che ti paia
1145
Ch'io debba far in così acerba offesa.
1146
MAL.
Duolmi, Signore, ch'avenuta cosa
1147
Vi sia che sì vi spiaccia e s'io potessi
1148
Far che 'l fatto non fosse, i' farei certo
1149
Quel ch'a servo fedel far si conviene.
1150
Ma essendomi ciò tolto e voi chiedendo
1151
Che 'l parer mio sovra di ciò vi dica,
1152
I' dico, Sir, poi ch'altro non si puote,
1153
Ch'assai meglio sarà de la vendetta
1154
Accommodarsi al tempo, a la fortuna,
1155
Che la prudenzia altrui qui si conosce.
1156
Alcun non è che la seconda sorte
1157
Non sappia lietamente sostenere,
1158
Ma pochi son che la fortuna aversa
1159
Sappiano tolerar prudentemente.
1160
E come si conosce un buon nocchiero
1161
Quando il mar freme e la tempesta cresce,
1162
Via più che quando il mar senza onda giace,
1163
Così, Signor, l'altrui valore e 'l senno
1164
Ne le cose contrarie a pien si mostra.
1165
Però assai meglio fia che vostra altezza
1166
Perdoni loro il lor fallir e tenga
1167
L'un per gener fedel, l'altra per figlia:
1168
Sì perché basta che menoma pena
1169
Imponga per gran fallo a i figli il padre,
1170
Sì perché 'l far vendetta è d'ognun proprio,
1171
Ma il perdonare è da Signor gentile.
1172
E quanto d'un uomo è maggior lo stato,
1173
Tant'esser dee di più placabil ira,
1174
E quanto men quest'è osservato al mondo,
1175
Tant'esser dee da più tenuto quello
1176
Ch'ad atto sì cortese il core inchina.
1177
SUL.
Avrò per figlia una che me da padre
1178
Non tiene? e per fedele un che me 'nganna?
1179
Semplice ben sarei più d'ogni sciocco
1180
S'io mi lasciassi por questa su gli occhi
1181
E non mostrassi a l'uno e a l'altro quanto
1182
Aver poco rispetto a un Re sia grave.
1183
Vedrà quel traditor, vedrà la figlia
1184
(Se figlia si dee dir femina tale)
1185
Ciò che possan gli scettri e le corone
1186
E s'io saprò mostrare ad ambo loro
1187
(Com'a molti ho mostrato)
1188
MAL.
Signor, gli scettri e le corone mai
1189
O 'l far vendetta de gli oltraggi avuti
1190
Non mostraro alcun Re.
1191
SUL.
Ma che 'l dimostra?
Ch'ei s'offra a ognun per manifesto segno
1192
Ove si drizzi ogni nefanda ingiuria?
1193
MAL.
Questo non dico io, Sir, che un uom Re mostri,
1194
Ma un animo gentile, un core invitto,
1195
Una ferma prudenzia, un pensier saldo
1196
Di dominar, più di ciascun, sé stesso;
1197
E questo è posseder maggiore impero
1198
Che se servisse a un Re l'orto e l'occaso.
1199
Com'esser può ch'altri mai regga altrui
1200
E regger sé non sappia? Il maggior segno
1201
Che mostrar possa un uom degno d'impero,
1202
È non lasciar sé vincere al furore,
1203
Che spesso l'uom conduce ov'ir non deve.
1204
E s'è così, come cert'è palese,
1205
Qual mai più certa prova, alto Signore,
1206
Potrete voi mostrar d'esser Re vero,
1207
Di questa che vi s'offre ora dinanzi?
1208
SUL.
Dar mi vuoi a veder che 'l bianco è nero
1209
E che l'espresso mal mi torna in bene,
1210
Malecche? quasi ch'un fanciullo i' fossi
1211
E scerner non sapessi il ver dal falso?
1212
Tu sei ben fuor di te.
1213
MAL.
Dite, Signore,
Di me ciò che vi piace, ch'ogni cosa
1214
Che mi viene da voi m'è onore e pregio.
1215
Ma ben vi prego che vi piaccia udire
1216
(Poi che chiesto l'avete)
1217
Che per ciò non si toglie a voi l'arbitrio
1218
Che non facciate ciò che vi fia a grado.
1219
E vi prego anco che per certo abbiate
1220
Che non sono per dirvi altro che 'l vero
1221
E che m'è via più a core il vostro meglio
1222
Che 'l proprio mio, non che quel d'alcun altro.
1223
SUL.
Or segui.
1224
MAL.
Invitto Sire, i' tengo certo
Che quanto l'uomo più l'animo piega
1225
A la virtute, ch'è sol propria a l'uomo,
1226
Tanto più sovra ogn'uomo uomo si scuopra.
1227
Però quant'altri più umanità mostra,
1228
Tanto più giustamente uom si può dire.
1229
Appresso i' credo che quanto più onore
1230
A gli alti pregi suoi aggiunge altrui,
1231
Tanto più la sua gloria e 'l pregio accresca.
1232
E per queste ragioni or i' conchiudo
1233
Che se volete che da ognun si dica
1234
Che quanto voi di gran potenzia e stato
1235
Di gran lunga avanzate ogni mortale,
1236
Così anco molto e molto il sovrastate
1237
In mostrarv'uom, devete dar perdono
1238
A la figliuola e a Oronte; e che la gloria
1239
Ch'acquisterete in perdonar tal fallo
1240
Farà maggior qualunque vostr'onore.
1241
Ch'ancora che vi sia di somma loda
1242
L'aver tante battaglie e tante vinte
1243
E soperati i popoli nemici
1244
Et estesi i confini de l'impero
1245
Tanto quant'altro Re mai fosse in Persia,
1246
Pur non istimo ch'ugguagliar si possa
1247
A questa quella loda. Perch'al mondo
1248
Forza non è sì grande o sì gran copia
1249
Di genti armate o sì munite torri
1250
Ch'esser non possan superate in tutto
1251
Dal ferro, dal valor, da la potenzia.
1252
Ma vincer sé medesmo e temprar l'ira
1253
E dar perdono a chi merita pena
1254
E ne l'ira medesma, ch'è nemica
1255
A la prudenzia et al consiglio altrui,
1256
Mostrar senno, valor, pietà, clemenzia,
1257
Non pur opera istimo di Re invitto,
1258
Ma d'uom ch'assimigliar si possa a Dio.
1259
Questa sol è, sol questa è la vittoria
1260
Vera nel mondo, e sol di questa deve
1261
Sovra ogn'altro trionfo un Re lodarsi:
1262
Perché 'n vittoria tal non riman parte
1263
Ch'appartenga a' soldati o a la fortuna,
1264
Ma tutta del Re solo è questa gloria.
1265
Però i' vo', Sir, che voi pensiate certo
1266
Che perdonando questo fallo, come
1267
Devete perdonar, non pur voi stesso,
1268
Ma la vittoria istessa avrete vinto;
1269
E che non sarà gente o lingua alcuna
1270
Che per così onorata e sì bell'opra
1271
Non alzi il vostro nome insino al cielo.
1272
SUL.
Facile è dar ne' casi altrui consiglio,
1273
Ma se tu fossi me, ciò non diresti.
1274
MAL.
Signor, per quella fé che vi mi stringe
1275
E vi mi fa leale e fedel servo,
1276
Altro non vi dic'or di quel ch'io sento
1277
E di quel ch'io farei s'io fossi voi.
1278
E quando i' mi pensassi che 'n piacere
1279
Vi fosse che più oltre i' ragionassi
1280
Di questo, forse, oltre le ragion dette,
1281
I' vi farei veder con più efficaci
1282
(Non perch'io istimi esser di voi più saggio,
1283
Ch'avanzate in prudenza ogni mortale,
1284
Ma perch'io so che spesso l'ira toglie
1285
Il veder ad altrui quel che bisogna)
1286
Ch'altro far non si dee di quel ch'io dico,
1287
In cosa tal che voi anco direste
1288
Ch'io dico il ver.
1289
SUL.
Di' pur ciò che ti piace
Senza sospetto alcun, che mi fia a grado
1290
Udirti.
1291
MAL.
Adunque, alto Signore, i' dico
Che non è, come dite, traditore
1292
Oronte, per aver questo comesso.
1293
Ben traditore ei si potrebbe dire
1294
Se l'onor tolto a vostra figlia avesse
1295
Senza averla per moglie, com'a molti
1296
Oggi veggiamo far. Ma poscia ch'ella
1297
Mogliera gli è, non so veder che questo
1298
Altro ch'error d'amor chiamar si possa.
1299
E se volete incrudelire or tanto
1300
Contra costui che con sì ferma fede
1301
La cara vostra figlia ha amato et ama,
1302
Chi prometter si può bene di voi?
1303
Si deono perdonar simili errori
1304
Da un magnanimo core, e lo vi mostra
1305
Pisistrato a cui fu la figlia propria
1306
Basciata da l'amante ne la strada.
1307
Egli non corse a le catene, a i ceppi
1308
O a' martiri o a la morte, come molti
1309
De' suoi volean; ma sapendo ei che male
1310
(Per chiara isperienza e certi essempi)
1311
Resister puote un giovane a le fiamme
1312
D'amore, n'iscusò l'acceso amante
1313
E del comesso error diè lui perdono:
1314
Volendo che più tosto la ragione
1315
Cosa il facesse far degna di lui,
1316
Che fuor del giusto il traportasse l'ira;
1317
Sapendo che ne segue la vendetta
1318
Fatta senza ragion la penitenzia,
1319
La quale, essendo intempestiva e tarda,
1320
Altro non porta a l'uom ch'affanno e doglia.
1321
Forse direte ch'a ragion vi mena
1322
A far vendetta contra Oronte il vile
1323
Stato in ch'egli già nacque, a l'alto vostro
1324
Difforme in tutto. Et io vi dico, Sire,
1325
Che l'esser nato di vil sangue Oronte
1326
(Per quanto insino ad ora abbiamo inteso,
1327
Ch'esser potrebbe forse anco il contrario)
1328
Accender non vi dee contra di lui.
1329
E lasciando or da parte che siam nati
1330
Da un medesmo principio tutti e uguali
1331
N'abbia prodotti qui l'alma natura,
1332
Se la cieca, fallace e ria fortuna,
1333
Ch'a ogni spirto gentil sempre è nemica,
1334
Riguardo avesse avuto a la virtute,
1335
Ch'ecceder sola fa in nobiltà altrui,
1336
Degno era Oronte d'ogni grande impero;
1337
Né testimonio voglio altro che 'l vostro
1338
A provar questo: che quantunque servo
1339
Insino da fanciul l'abbiate avuto,
1340
Conosciuto ch'avete il suo valore,
1341
In questa verde età l'avete dato
1342
Tutto lo stato vostro ne le mani,
1343
Più tosto ch'a nessun de' più maturi
1344
De la progenie vostra. Ond'io ne lodo,
1345
(se mi lece dire
1346
Quel ch'io sento di questo)
1347
Molto il consiglio de la figlia vostra
1348
Che voi così dannate: che più tosto
1349
Abbia voluto un uom di basso stato
1350
Ma d'animo real, ch'un Re ch'avesse
1351
Imperio grande e cor d'un uom del vulgo.
1352
Né perch'Oronte sia povero deve
1353
Esser men caro a voi, perché l'avere,
1354
I ben de la fortuna, ch'oggi sono
1355
D'uno e diman d'un altro, son caduchi
1356
E si vengono e van qual onda al litto:
1357
Onde spesso si vede che quei c'hanno
1358
L'arche gravi d'argento e gravi d'oro
1359
Divengono mendichi e ch'i mendichi
1360
Son alzati a gli scettri, a le corone.
1361
E per questo io non ho istimato mai
1362
Ch'altri per molto aver si possa dire
1363
O nobile o gentil, com'altri crede.
1364
Parmi che sia ne la virtute sola
1365
(Stabil bene de l'uom)
1366
E ch'ella più d'ogni richezza vaglia.
1367
E più dirò: che povertade onesta,
1368
Da nobili virtuti accompagnata,
1369
Stat'è preposta da' più saggi a i regni
1370
Et a' maggiori imperi; et hanno tanto
1371
Tenuto un uom potente, quanto in lui
1372
Han veduto virtute. Ma se pure
1373
Sol i gran regni appresso di voi ponno,
1374
Può vostra altezza, Sir, porger rimedio
1375
A quest'oltraggio, a questa grave ingiuria
1376
Che fatt'ha a Oronte la fortuna iniqua.
1377
SUL.
Che poss'io forse far d'una colomba
1378
Un'aquila? o d'un toppo un leon fiero?
1379
MAL.
Sì potete, Signor, quando vi piaccia:
1380
Perché non avendo altri voi che questa
1381
Figlia, lasciar potete Oronte et ella
1382
Del regno eredi e a questo modo avrete
1383
Gener ugual al vostro eccelso stato.
1384
SUL.
Io lo farò ben Re per modo tale
1385
Che gli dorrà d'avermi unqua veduto.
1386
MAL.
Egli è ne le man vostre, far potete
1387
Di lui ciò che vi piace. Ma se l'ira
1388
Cederà in parte a la ragione, al giusto,
1389
Muterete consiglio e voi voi stesso
1390
Riprenderete di sì stran pensiero;
1391
E non permetterete che quel core
1392
Che vincer non potero arme nemiche,
1393
A un subito furore or come vile
1394
Si sopponga e di Re divenga servo.
1395
Tanto più quanto mi dà il cor mostrarvi
1396
Che quando avesse ben Oronte errato,
1397
Il gran giudicio della figlia vostra
1398
In aversi più tosto che Selino
1399
Eletto Oronte per marito, merta
1400
Ch'ad ambedue doniate omai perdono.
1401
SUL.
Tu mi vuoi far, Malecche, uscir del giusto
1402
Con queste tue parole.
1403
MAL.
Ah, Sir, di grazia
Non v'adirate e piacciavi ch'io segua
1404
A dirvi questo poco che m'avanza.
1405
Che s'io non vi dimostro ch'assai meglio
1406
Di voi ha eletto in maritarsi Orbecche
1407
E che di maggior utile e più requie
1408
E più contento esser vi deve ch'ella
1409
Più tosto Oronte abbia che 'l Re Selino,
1410
Io voglio che non pur l'ira sfogiate
1411
Sovra ambo lor, ma sovra questo vecchio
1412
Che torria di morir per l'onor vostro.
1413
SUL.
Deh, se questo mi mostri, creder voglio
1414
Che si possan nodrir ne l'aria i cervi.
1415
MAL.
Mostrerolvi, Signor, pur che vi piaccia
1416
Deppor lo sdegno e dar benigna udienza
1417
A quel ch'io vi dirò con vera fede.
1418
SUL.
Or segui.
1419
MAL.
Voi, eccelso Sir, la figlia
Dar volevate per mogliera ad uno
1420
La cui progenie al vostro regno infesta
1421
È stata sempre, ad un che non ha un anno
1422
Che due figliuoli e due fratei v'ha morti
1423
E tanto sangue sparso a la campagna
1424
Del popul vostro che ne grida e geme
1425
Ancor questa città di parte in parte:
1426
Et ella ha tolto un che la morte e 'l fuoco
1427
Col suo invitto valor ben mille volte
1428
Levato ha 'n tutto da l'impero vostro.
1429
SUL.
E questo è quel che più mi pesa e duole,
1430
Che così i' volea por un giorno fine
1431
A tante guerre e fermar ben la pace
1432
Al popul mio, né via miglior di questa
1433
Si potea ritrovar.
1434
MAL.
Dunque, Signore,
Pensate voi che quella man ch'ancora
1435
Stilla del sangue de' parenti vostri
1436
Et ha da far di tant'altri vendetta
1437
Che morti son da la sua parte, mai
1438
Debba portare al popul vostro pace?
1439
Io crederei più tosto che la neve
1440
Esser potesse fuoco e 'l fuoco ghiaccio,
1441
Che ciò mai fosse stato. Ei mi parea
1442
Veder ir sottosopra il vostro regno
1443
E tutta al fin la vostra gente serva.
1444
Oh se sentito aveste, Sir, com'io,
1445
Quanto aborrisce questo il popul tutto,
1446
Giudichereste che l'eterno Giove
1447
Concesso a vostra figlia avesse Oronte
1448
Per levarvi d'impaccio e darvi requie!
1449
E che sapete che non pari insidie,
1450
Sotto questa coperta, il Re Selino
1451
Al vostro capo, al vostro stato tutto,
1452
Per ottenere con inganno quello
1453
Che con valore alcun non ha potuto?
1454
Cosa alcuna sicura in un nemico
1455
Istimar non si deve; anzi, s'ei mostra
1456
Volerti esser amico e cercar pace,
1457
Dèi allor più temer guerra crudele.
1458
Non sapete, Signor, che sotto spezie
1459
Di parentado e di maritai legge
1460
Condusse già d'Egitto i figli a morte
1461
Danao fiero? Forse a questo ancora
1462
Aspira ora Selino. Oh quant'è meglio
1463
Ch'abbiate gener che da voi conosca
1464
L'impero, ch'un che voi d'impero privi
1465
O vi dia almen cagion di lungo affanno!
1466
Già merta questa età canuta e grave
1467
Pace e riposo, non travaglio o guerra.
1468
SUL.
Chi volesse sempr'ir dietro a' sospetti,
1469
Non si conduria a fin mai cosa alcuna.
1470
MAL.
Già non si dè, alto Sir, per ogni cosa
1471
Temer, ma chi non teme anco di quello
1472
Che potrebbe avenir, molto s'inganna,
1473
Massimamente quand'i fatti altrui
1474
Pongono l'avenire innanzi a gli occhi.
1475
Felici quei che da i successi d'altri
1476
Si fanno cauti! Ond'io vi prego, Sire,
1477
Che più tosto vogliate che gli altrui
1478
Casi a voi diano lume, ch'altri pigli
1479
Da la fortuna vostra altiero essempio.
1480
Ma lasciam, se vi par, tutte da canto
1481
Queste ragioni, ancor che siano tali
1482
Che vi devrian piegar se fost'un marmo.
1483
Quanto vi fia di biasimo s'or voi,
1484
Che carco sete di molt'anni e saggio
1485
Sovra ogn'altro Signor che regga il mondo,
1486
Lasciate la ragion sì in preda a l'ira
1487
Che quel che 'n gioventù biasmato avreste
1488
In qualunque uom, vogliate ora far vecchio?
1489
Deh piacciavi, Signor, ch'Oronte e Orbecche
1490
Sian più tosto biasmati del lor fallo,
1491
Al qual condutto gli ha poco vedere
1492
E che puote emendare il vostro senno,
1493
Che con inesorabil impietade
1494
Voi ne macchiate la prudenza vostra
1495
Et il nome real pel fallir loro:
1496
Che ciò giunger sarebbe errore a errore,
1497
Non emendar quel ch'emendar cercate.
1498
E tengo meglio ch'un riceva ingiuria,
1499
Che per vendetta far macchi il suo onore;
1500
Et è assai meglio, Sir, che vi dispiaccia
1501
Questo lor fatto, ch'a buon fin può uscire
1502
Et a contento vostro, che per fare
1503
Vendetta impetuosa, poi col tempo
1504
Ne dispiacciate voi a voi medesmo:
1505
Ch'altro non può avenir di ciò, se voi
1506
Date in preda al furor l'animo vostro.
1507
SUL.
Dura cos'è, Malecche, che da l'ira
1508
Non sia vinto quell'uom che da coloro
1509
Che devriano onorarlo e riverirlo
1510
E mostrarlisi grati de' piaceri,
1511
Nel proprio sangue vede farsi oltraggio.
1512
La ragion non può a l'ira in ciò por freno
1513
E veggonsi ogni dì di questo essempi.
1514
MAL.
Sì, in que', Signor, che son senza ragione
1515
Et entro a sé non han virtù che possa
1516
Mostrarli il ver, quando gli assale l'ira;
1517
Anzi, quanto altri più cerca levarli
1518
Fuor del furor con dimostrarli il vero,
1519
Tanto vi si sommergon maggiormente.
1520
Ma se pur l'ira un uom prudente assale
1521
(Che non è in noi frenar gl'impeti primi)
1522
Sì ch' egli il meglio suo da sé non vegga,
1523
Tosto che gli si fa vedere il giusto,
1524
Apre lo 'ngegno e da sé scaccia l'ira.
1525
E s'io per lunga prova non sapessi
1526
Quanto sia immensa la virtute vostra
1527
E quanto volentieri a la ragione
1528
Vi date in guida, i' non m'avrei giamai
1529
Preso baldanza di mostrarvi quello
1530
Che con lungo parlar vi ho dimostrato.
1531
E così come il saper vostro e 'l vostro
1532
Saggio consiglio e la prudenza vostra
1533
M'han dato ardir di dir quel ch'i' v'ho detto,
1534
Ora anco m'assicuran quelle istesse
1535
Alte virtuti che la vostra altezza
1536
S'appiglierà al miglior e vedrà chiaro
1537
Che non dee questo error tòrvi ch'Oronte
1538
E la figlia da voi perdon non abbia;
1539
E che 'n voi più potrà quel lungo amore
1540
Ch'avete ad ambo lor sempre portato,
1541
Che questo subito odio e questo sdegno.
1542
(cosa
1543
Ch'io non posso pensar che 'n voi mai venga)
1544
Movanvi i figliuolini a voi nepoti:
1545
Che per esser del sangue vostro nati
1546
Potransi assimigliar a voi, lor avo,
1547
Et esser lumi di virtuti al mondo
1548
E vèr di voi sostegno. E se pur questo
1549
Poco in voi può, che devria poter molto,
1550
Muovavi il vostro onor, che (com'ho detto)
1551
Essere non vi può se non disnore
1552
Così fatta vendetta. E s'anco questo
1553
(il che non credo)
1554
(Se nulla puote appo un Signore eccelso
1555
Il servir d'un leale e fedel servo)
1556
Possa la fede mia tanto ora in voi
1557
E 'l mio lungo servir, ch'impetri pace
1558
A la vostra figliuola, al vostro Oronte.
1559
SUL.
Malecche, in me assai puote il lungo amore
1560
Portato a Oronte e la pietate immensa
1561
Con c'ho la figlia mia insino or amata
1562
E molto istimo la tua lunga fede
1563
E tanto ponno in me le tue parole
1564
Che commover mi sento insino a l'alma
1565
Mentre i' t'ascolto. Ma se poi rivolgo
1566
A questa ingiuria il cor, tutto m'inaspro
1567
E spezialmente contra Oronte, ch'abbia
1568
Per nulla avuto farmi ingiuria tale.
1569
MAL.
I' credo, Sir, che glie ne pesi e dolga,
1570
Né che fatto abbia ciò per farvi oltraggio,
1571
Ma che, vinto d'Amor, fuori del giusto
1572
Si sia trascorso e sia lui stato tolto
1573
Da focoso desio vedere il meglio.
1574
Ma posto ancor che questo oltraggio fosse,
1575
Come non è, se fosse anco maggiore,
1576
Il raccordarvi de' gran fatti egregi
1577
Fatti da lui per la corona vostra
1578
Devriano estinguer questo vostro sdegno
1579
Et ammollire ogni durezza. E quando
1580
Cosa altra alcuna a ciò non vi movesse
1581
(Benché molte ve n'ha che devrian farlo)
1582
I' prego che non v'esca de la mente
1583
Quello infelice e lagrimevol tempo
1584
Ch'i Parti, ch'avean già tutto l'impero
1585
Vinto, l'assalto diero a questa terra
1586
Con forza tal, con così estremo assedio
1587
Ch'alcun non v'era che non desperasse
1588
Di poterli resistere e temeva
1589
Ognuno uscir fuor de le mura. Oronte,
1590
Stimando assai più voi che la sua vita
1591
(Sprezzato ogni pericolo)
1592
E ne scacciò Selino che portava
1593
Il fuoco ardente a tutto il vostro impero
1594
E estremo eccidio a la corona vostra:
1595
Scacciollo, dico, sì animosamente
1596
Che parve tra que' Parti un novo Marte
1597
E servò voi al regno e 'l regno a voi.
1598
Veggio, Signor, che queste mura istesse
1599
E le colonne e i pavimenti e i tetti,
1600
Non che quei c'hanno spirto e senso d'uomo,
1601
Vinte da beneficio così raro,
1602
Per dimostrarsi grate del piacere
1603
Ricevuto da lui, vi cheggion meco
1604
Pietade per Oronte; e lagrimando
1605
Pregan che s'egli ha voi servato e loro
1606
Col proprio sangue e co la propria vita
1607
Da servitù, dal fuoco e da la morte,
1608
Non vogliate ora voi distrugger lui
1609
E far che crudeltà sia il guiderdone
1610
Di così illustre et onorata impresa.
1611
Perdonateli, dunque, omai il fallo
1612
E levivi del cor questo ogni sdegno,
1613
Che certo i' son che d'ora in ora tanto
1614
Contento avrete di sì benign'opra,
1615
Per diversi rispetti, che fia vinto
1616
Da la gioia il dolor ch'ora sentite.
1617
SUL.
Grave cosa mi par, Malecche, questa
1618
Che tu mi chiedi e che sia un dar baldanza
1619
Di farmi peggio ancor di quel ch'è fatto.
1620
Ma per le ragion dette e per tuo amore
1621
E per amor di quei nepoti i quali
1622
M'hai col tuo dir così nel cor impressi
1623
Ch'io li bramo veder più che la luce,
1624
E per questa illustre opera ch'adesso
1625
M'hai raccordata, di cui la memoria
1626
Grata ancor mi si serba ne la mente,
1627
Son contento di far quanto m'hai chiesto.
1628
E per segno di ciò, te' questo annello
1629
E dallo a Oronte in succession del regno
1630
E fa' che di presente qui ne venga
1631
La moglie et egli et ambo i figli insieme,
1632
Acciò che tutti io li mi goda a un tratto.
1633
MAL.
Signor, questa bontà ch'ora m'avete
1634
Mostrata, sì vi m'ha obrigato ch'io
1635
Mi doglio quasi che 'n me non sia parte
1636
Che non sia già buon tempo tutta vostra,
1637
Perché or potessi darla almen per segno
1638
Espresso a voi de la mia grata mente.
1639
Ma bastivi, Signor, che 'l vostro servo
1640
Tant'or vi dia quanto donar vi puote,
1641
Cioè questo sincero animo mio,
1642
Tant'or più a voi del consueto astretto,
1643
Quanto questo piacer ogn'altro avanza.
1644
Ora io me n'andrò dentro ad Oronte
1645
E condurolli tutti innanzi a voi,
1646
Acciò ch'abbiate insieme ugual letizia.
1647
SUL.
Et io t'aspetterò qui, ma vien tosto.
1648
MAL.
Io ti lodo, alto Dio, che 'n questo core,
1649
Che sempre è stato dur più d'ogni pietra,
1650
Ho trovato pietade in questo giorno.
1651
È vero certo ch'appo il Re del cielo
1652
Impossibil non è cosa nessuna.
1653
SCENA III
(SULMONE solo)
[SUL.]
Malecche, in questa età canuta, sciocco,
1654
Si pensa con sue favole e sue cianze
1655
Il cervello intorniato avermi in guisa
1656
Ch'io non debba mostrare al traditore
1657
Di che importanzia questa ingiuria sia!
1658
Egli è ben d'ogni ingegno in tutto privo
1659
E ne sarei ben poco saggio anch'io
1660
S'io mi lasciassi ciò por ne la testa.
1661
Io non conosco al mondo uom così vile
1662
Che potesse soffrir sì grave scorno.
1663
Questi ha macchiato il mio sangue e l'onore
1664
E la real corona: ma stia certo
1665
Che sì nel sangue suo Sulmon le mani
1666
Si bagnerà, che ne sarà lavata
1667
Tutta questa vergogna e questa ingiuria.
1668
N'egli pur sol, ma i figli anco faranno
1669
Del paterno fallir la penitenzia.
1670
E giusto è ciò: perch'egli a me, a la figlia
1671
Ha fatto gran disnor, i figli et egli
1672
Ne debbono portar debita pena.
1673
Che temi, animo mio? che pur paventi?
1674
Accogli ogni tua forza a la vendetta
1675
E cosa fa' sì inusitata e nova
1676
Che questa etade l'aborisca e l'altra
1677
Ch'avenir dee creder noi possa a pena.
1678
Questo giorno ci dà degna materia
1679
Di dimostrare il poter nostro al mondo.
1680
Però cosa non sia che ne ritragga
1681
Da la incominciat'opra et ogni spezie
1682
Di crudeltà da noi oggi si tenti.
1683
Sono innocenti i figli, e siano: sono
1684
Figli d'un traditore e al padre anch'essi
1685
Saranno in tutto simili e se bene
1686
Devesser tralignar dal seme loro
1687
Et essere i meglior del mondo, sono
1688
Del ricevuto oltraggio indizii certi.
1689
Però muoiano anch'essi, perché parte
1690
Nessuna di vendetta a far mi resti.
1691
Non è, non è la ingiuria mia da scherzo,
1692
Né scorno è questo che per poca pena
1693
Si possa cancellar da l'onor mio.
1694
Ma che farò de la malvagia figlia?
1695
Debb'io le mani por nel proprio sangue?
1696
Sì devrei ben, s'al suo fallir guardassi,
1697
Ma s'io ne posso far vendetta intiera
1698
Senza la morte, non fia meglio? Meglio
1699
Fia questo certo. E che pena maggiore
1700
E più atta a la vendetta dar le posso
1701
Che con quello ond'avea sommo diletto
1702
Darle crudele e 'ntolerabil doglia?
1703
Se l'uccido, fia fine al suo dolore:
1704
Che la morte a chi è miser non è pena,
1705
Ma fine de la pena e de l'angoscia.
1706
Però se viva ne riman costei
1707
E co gli occhi ambe due i suoi figli vegga
1708
Morti e 'l marito, tal sarà l'affanno
1709
Che n'avrà invidia a que' che son sotterra:
1710
Che d'ogni morte è via più grave sempre
1711
Una infelice e miserabil vita.
1712
Questo mi piace, a questo omai disponti,
1713
Animo mio, né ti distorni nulla:
1714
Che chi non fa vendetta d'uno oltraggio,
1715
Ad aspettarne un altro s'apparecchia.
1716
Biasmato ne sarò? Che biasmo puote
1717
Avere un Re di cosa ch'egli faccia,
1718
Le cui opere tutte sotto il manto
1719
Real stanno coperte? E come a forza
1720
Soffrir le dee ciascun, così lodarle,
1721
O voglia o no, dal gran timore è astretto.
1722
Quest'è proprio de' Re, che l'opre ree
1723
Ch'essi si fan, siano da ognun lodate.
1724
Abbiansi gli altri pur le lodi vere,
1725
Queste son nostre e deono seguir sempre
1726
Quel ch'è più loro a grado i Re possenti;
1727
E s'altrimenti fanno, essi son servi,
1728
Del real nome indegni e de l'impero.
1729
Ma veggio che ne vengono a me insieme:
1730
Ristringer voglio l'ira e simolare
1731
Esser pien di contento e d'allegrezza
1732
E accompagnar co le parole il viso,
1733
Perché non abbian del pensier mio indizio.
1734
SCENA IV
(MALECCHE, ORONTE, ORBECCHE, SULMONE, CORO)
MAL.
Io non m'avrei giamai pensato, Oronte,
1735
Che ci fosse venuto così a punto
1736
Quanto noi volevamo. Certo i Dei
1737
Ci sono stati assai prosperi. Or meco,
1738
Alta Reina, e tu con lei, Oronte,
1739
Rendete grazie lor di merto tale.
1740
ORON.
Malecche, ancor ch'a me novo non sia
1741
Che senza volontà de' Dei del cielo
1742
Non ha buon fin cosa mortale alcuna,
1743
Pur istimo ch'ancor per opra vostra
1744
Mi sia questo avenuto; e com' i Dei
1745
Tutti ringrazio, così rendo a voi
1746
Grazie immortai del ricevuto bene.
1747
E quantunque ora a pien mostrar non possa
1748
Quant'obrigo abbia a la bontade vostra,
1749
Pur voglio che crediate che se mai
1750
Averrà ch'io vi possa a modo alcuno
1751
Mostrar l'animo mio, compiutamente
1752
Mi troverete grato del piacere
1753
Ricevuto da voi; e più che 'n voce
1754
Ora non faccio, i' vi farò palese
1755
Co' fatti chiari allor l'animo mio.
1756
Prosperin pur i Dei le cose nostre
1757
Com' incominciat'han.
1758
ORB.
Così li prego,
Ma un non so che di tristo il cor mi preme
1759
E non so la cagion del mio timore.
1760
Mi veggio il bene innanzi a gli occhi e tremo
1761
In mezzo a l'allegrezza e temo l'amo
1762
Ascoso sotto l'esca e 'l fel nel dolce.
1763
MAL.
Deh non vogliate voi per voi medesma
1764
Esser nemica a l'allegrezza vostra,
1765
Alta Reina, anzi scacciate fuore
1766
Quanto di tristo il cor vi preme e 'ngombra.
1767
Non vedete del ben gli espressi segni?
1768
Ecco, ha promesso il regno a Oronte e voi
1769
Co' figli insieme così allegramente
1770
Aspetta, che gli par un'ora mille
1771
Che vi raccolga tutti entro le braccia,
1772
E pianger visto i' l'ho de la dolcezza.
1773
ORB.
Deh, voglia Dio ch'ei non piagnesse allora
1774
La calamità nostra e 'l nostro fato:
1775
Che bench'io veggia e senta e a pien conosca
1776
Il mio gioire espresso, il cor non puote
1777
Non sospirare; e non mi par buon segno
1778
In cosa tal, da me bramata tanto,
1779
Non potermi allegrare.
1780
ORON.
E che temete?
Abbiam ciò che vogliam. Gran cosa è questa,
1781
Che sian le donne così pronte sempre
1782
A divinare il mal! Bene sperate
1783
E bene vi averrà.
1784
ORB.
Già non voglio io
Turbare il piacer vostro; e prego i Dei
1785
Che vane sian le mie temenze e ferme
1786
Sian le vostre speranze e i piacer vostri,
1787
E ch'i sospetti miei s'abbino i venti.
1788
ORON.
Deh ditemi, di grazia, per qual cosa
1789
N'avrebbe il Re mostrato tanto amore
1790
E mandatone segno così espresso
1791
De la sua pace, s'ei volesse poi
1792
Mancar di fé?
1793
MAL.
La fé, Reina, è proprio
Ne' Re, come ne' corpi nostri l'alma.
1794
Che come non si può tenere in vita
1795
Questa caduca salma
1796
Dopo che s'è da lei l'alma partita,
1797
Così se restan vuote
1798
Le promesse de' Re di fé, non puote
1799
Esser più cosa in lor che Re gli mostri.
1800
Perché le gemme e gli ostri
1801
O 'l posseder molt'oro
1802
Non fa Re altrui, se de la fede è privo,
1803
Che più val del poter, più del tesoro.
1804
Però vo' che crediate questo vero,
1805
Che ne potria lo impero
1806
Perder pria il nostro Re, che mai smarrita
1807
Volesse ch'apparisse in lui la fede.
1808
Vedete con che lieto
1809
Aspetto egli vi mira.
1810
Questo sol vi dee far l'animo queto
1811
E tòrvi ogni sospetto:
1812
Che quantunque altri l'ira
1813
Cerchi chiuder nel petto
1814
E quantunque usi ogn'arte
1815
Perché l'animo suo nessuno intenda,
1816
Forz'è che si comprenda
1817
(Mal grado suo)
1818
Che si scuopre di fore
1819
E nel viso dimostra aperto 'l core
1820
ORON.
È come dite, n'esser può altrimenti:
1821
Però andiamosi al Re.
1822
ORB.
Par ch'io non possa
Movere i piedi, e pure andar vorrei,
1823
E par ch'abbia chi a dietro mi ritragga.
1824
Ben ti prego, Signor che reggi 'l mondo,
1825
Che s'avenir mi dee cosa maligna,
1826
Pria ch'io mi vada al padre, io me ne moia.
1827
MAL.
Non più sospiri omai, alta Reina:
1828
Andiamo insieme e a me lasciate il peso
1829
Di fare al Re quelle parole ch'io
1830
Conoscerò opportune in questo caso.
1831
ORON.
Andiàn, Malecche, e voi parlate prima,
1832
Poi ch'avete insin qui condotto il fatto.
1833
MAL.
Invitto Sir, da parte vostra ho esposto
1834
A pieno a Oronte e a la figliuola vostra
1835
Quanto detto m'avete: essi ve n'hanno
1836
Le grazie che per lor si pòn maggiori;
1837
E quanto il loro error veggon più grave,
1838
Tanto conoscon più la bontà vostra.
1839
Eccovi Oronte, ecco la figlia e i cari
1840
Vostri nepoti, a la vecchiezza vostra
1841
Fidi sostegni e successor del regno,
1842
Ne le cui faccie sì scolpito sete
1843
Che vedervi mi par ringiovenire
1844
Felicemente nel bel viso loro.
1845
Accoglieteli Sire, e lor mostrate
1846
Che quanto detto gli ho per nome vostro,
1847
Tant'è per attenerli vostra altezza.
1848
SUL.
Non venne ad alcun men mai la mia fede
1849
Quando ad altrui con fé legata i' l'abbia.
1850
ORON.
Non dubito, alto Sir, che vostra altezza
1851
Non sia per attenermi con fé quello
1852
Che 'l suo fedele consiglier Malecche
1853
Sotto il pegno di fé dianzi m'ha detto
1854
A nome d'essa. Sol vi cheggio, Sire,
1855
Di spezial grazia, che dopo che tanto
1856
Estesa s'è la gran bontade vostra,
1857
Che imputar non vogliate il mio fallire
1858
A dislealtà o ad oltraggio, ma a l'amore
1859
Che puote troppo più che non poss'io,
1860
A l'età giovanile, atta ad errare
1861
Via più d'ogn'altra. E de l'error commesso
1862
Ve ne cheggiàn perdon la figlia et io;
1863
E me con ella et ambo i figli insieme
1864
Commetto a questa man, non men di fede
1865
Che di rara fortezza espresso pegno.
1866
E ben ch'io so che 'n me cosa nessuna
1867
È che possa ugguagliare il dono ch'io
1868
Da vostra maestà ho ricevuto oggi,
1869
Pur v'offro questa vita, sempre pronto
1870
Ad esporla per voi dove bisogni,
1871
E sempre cercherò che questo errore
1872
In tanto sia da le buone opre vinto,
1873
Che conoscer potrete agevolmente
1874
Quanta sia la mia fede.
1875
ORB.
Et anch'io, padre,
Perdono a vostra altezza umile i' cheggio.
1876
SUL.
S'io dessi ad ambo voi del fallir vostro
1877
Debita pena e vi mostrassi quanto
1878
Sia stato avermi offeso iniquo e grave,
1879
Non farei cosa men che giusta e meno
1880
Che dicevole al mal da voi commesso.
1881
Ma il pregar di Malecche, c'ha potuto
1882
Appresso me quel che poter devea,
1883
E l'amor col qual voi amo et i figli
1884
Vostri e nepoti miei, dispor mi fanno
1885
A fare oggi di voi quel che far voglio.
1886
Però con quella fé che dianzi i' diedi
1887
A Malecche per voi e ch'ei vi ha data
1888
A nome mio, perdono a te il tuo errore,
1889
Oronte, e a te il tuo, Orbecche. E te per figlia,
1890
Cara non men di quel ch'esser mi dèi,
1891
Accolgo e te per mio genero e questi
1892
Dolci fanciulli per nepoti miei,
1893
Non men da me che siate voi amati.
1894
Nepoti miei, anzi miei dolci figli,
1895
Quanto cari mi sete! Oh quanto bene
1896
Conosco in voi il mio medesmo aspetto!
1897
CO.
Poi che felice effetto,
1898
Coppia fedele, amica,
1899
Ha dato a' tuoi desiri
1900
Il ciel benigno, in vece de' martiri
1901
Che minacciava a te sorte nemica,
1902
Prego che dolce affetto
1903
Così t'ingombri il petto
1904
Che non t'offendan mai pianti o sospiri,
1905
E così vane sian tutte l'insidie,
1906
Che 'l tuo dolce gioir nulla t'invidie.
1907
SUL.
Così vi veggia lieti sempre, come
1908
V'accetto per ostaggi de la pace
1909
Fatta tra noi; così mi doni il cielo
1910
Grazia che far vi possa aver quel bene
1911
Ch'io bramo che v'abbiate e v'apparecchio
1912
E che dar penso anco a' parenti vostri,
1913
Per voi medesmi, in poco spazio d'ore.
1914
Tu, Oronte, aspetterai Tamule e Allocche,
1915
Poi tuttatre ve ne verrete in casa
1916
Incontanenti, a ritrovarmi insieme.
1917
Noi altri se n'andremo a dar principio
1918
Che 'n allegrezza et in solazzo degno
1919
Di questo giorno, i' possa far la festa
1920
Et uccider le vittime a gli altari,
1921
Parate già per queste nozze a i Dei.
1922
SCENA V
(ORONTE, TAMULE, ALLOCCHE)
ORON.
Chi con san occhio ben le cose umane
1923
Mira, vedrà che non è tanto polve
1924
Minuta e lieve da' soffianti venti
1925
Menata in giro, quanto la fortuna
1926
Queste cose mortai volve e rivolve.
1927
Indi veder potrà che 'n questo stato
1928
Il miser può sperare e può temere
1929
Chi felice s'istima e che 'l Motore
1930
Eterno de le stelle vuol che 'n terra
1931
Immortal non si trovi il bene o il male,
1932
Ma che s'egli è senza principio e fine,
1933
Non consente che cosa altra nessuna
1934
Questa condizione in sé contenga.
1935
E che vada così ciò che si trova
1936
In terra sotto 'l cerchio de la luna
1937
(Ancora che per molti e molti essempi
1938
Ciò paia più che vero)
1939
Forse via più d'ognun fare ampia fede,
1940
Che trastullo son stato un longo tempo
1941
A la fortuna e lungo tempo un giuoco.
1942
Nacqui in Armenia già d'un nobil uomo
1943
E di madre Reina, e fui da lei
1944
Subito dopo il parto in mar gettato
1945
In una cassa, per celare il fallo;
1946
(come intesi)
1947
Preso e nodrito in trista sorte. E a pena
1948
Passato avea cinque anni, che qui in Persia
1949
Condutto fui, non men da l'aspra sorte
1950
Sempre agitato, insin che 'l Re Sulmone
1951
(Non so per qual mio fato)
1952
Di chi mi tenea servo mi riscosse.
1953
Ma non mutai destin né mutai stato,
1954
Se ben mutato avea paese e cielo;
1955
Che ben ch'io col Re nostro in corte fossi,
1956
Egli senza pietà mi fe' nodrire
1957
Quattro e quattro anni da servo in sì vile
1958
E miserabil vita, ch'ogni speme
1959
Di poter aver bene avea sbandita,
1960
E non pur invidiava uomini e donne,
1961
Ma i cani istessi e i più vili animali.
1962
Ma non sì tosto giunsi a quindici anni
1963
(Vedi che gran mutazion fu questa)
1964
Che 'n tanto pregio crebbi appresso lui
1965
Che mi propose a quanti egli avea in corte.
1966
E qui da gli odii e da le crude invidie
1967
De' cortegiani, come in mar da l'onde
1968
Smarrita nave, combattuto i' fui.
1969
In tanto la crudel sorte nemica,
1970
Che vincer mi vedea l'aspra procella
1971
E valoroso in così rea tempesta,
1972
Invidiosa del mio bene al fine,
1973
Per farmi perder l'arte et attuffarmi
1974
Tutto ne l'onde, sotto ombra di bene,
1975
Con insidie nascose al mio gioire,
1976
Mostrandosi via più che mai tranquilla
1977
E tutta in tremolar l'onda marina,
1978
Scoglio tra l'onde inevitabil pose;
1979
Che fe' che de la figlia del Re mio
1980
M'accesi, e ella di me, sì fieramente
1981
Che non fu mai così fervente fuoco
1982
In Mongibello o sì vivace in Ischia,
1983
Che tepido non fosse appresso il nostro.
1984
Tal ch'ambo fatti da l'amor già ciechi,
1985
Divenimmo marito e moglie insieme,
1986
Senza che 'l Re ne risapesse nulla.
1987
Da indi in qua doglia crudele e accerba
1988
(Conoscend'io poi quel che non conobbi
1989
In quel primo furor ch'è senza legge)
1990
Mi rose sempre 'l cor, qual roder suole
1991
Tizio il crudo avoltor tra l'ombre oscure.
1992
Tal ch'io non ebbi mai, non dirò lieta,
1993
Ma riposata un'ora; anzi com'io
1994
Mi vedessi esser tra gli scogli ognora,
1995
Sempre aveva la morte innanzi a gli occhi.
1996
Et ecco, or quando men di speme avea
1997
Et eran congiurati tutti i venti
1998
Contra me, a la mia morte, e già perduto
1999
Aveva e remi e vele, ancore e sarte,
2000
Et era il mar co l'onde insino al cielo,
2001
Condutto m'ha così felicemente
2002
Il mio Signor da gli aspri scogli in porto,
2003
Perdonando l'errore a me e a la figlia,
2004
Che non temo più in mar Caribdi o Scilla:
2005
Tal che s'oggi alcun è più di me lieto,
2006
Non è mortale. Or ben prego il Signore
2007
Che con sommo saper governa il tutto,
2008
Che voglia omai, poi che de la tempesta
2009
(Ch'agitato m'ha quinci e quindi tanto)
2010
Mi trovo fuori, ch'io mi viva in porto
2011
Questo poco di viver che m'avanza,
2012
E ch'oltre il suo costume a questa volta
2013
Mi tenga fé la rea fortuna, ancora
2014
Che la costanza sua sia nel mutarsi.
2015
Ma veggio che di qua Tamule e Allocche
2016
Vengono, et io me ne voglio ire a loro
2017
Perché al Re se n'andiamo tutti insieme.
2018
Venite meco, che n'aspetta in casa
2019
Tuttatre il nostro Re.
2020
TAM.
Vengo, Signore.
AL.
Et io: m'andate innanzi, ch'ambo noi
2021
Dietro voi si verrem così pian piano.
2022
TAM.
Vedi come l'uomo erra! Questi pensa
2023
D'andare al suo contento, e va a la morte.
2024
(NODRICE, CORO. La Nodrice [que] parla)
NOD.
Poscia che gli infelici e oscuri giorni
2025
(la sua mercé)
2026
Donne mie care, e noi le nostre voci
2027
Mutiamo a ragionar del novo stato.
2028
Ma chi ne darà i versi o chi le rime
2029
Atte a spiegare il ben che 'n se tien l'alma?
2030
CO.
Or, dopo c'hai l'afflitta e miser' alma
2031
Volta a gradite notti e puri giorni,
2032
Perché mostrar possiamo a ognuno in rime
2033
Il ben che chiudiam dentro a' cori lieti
2034
E lodar te, lodando il caro stato,
2035
Danne tu i versi, Amor, danne le voci.
2036
NOD.
Deh perché non portate al ciel le voci,
2037
Aure, che manda or fuor si chiare l'alma,
2038
Perché sappiano i Dei lo nostro stato
2039
E che le notti che verranno e i giorni
2040
Saran così gioiosi e così lieti
2041
Che nol potrà spiegar forza di rime?
2042
CO.
Apollo, ancor che tu cantassi in rime
2043
E usassi le più scielte e dotte voci,
2044
Non potresti spiegar quant'or sian lieti
2045
I bei pensier di quella nobil alma,
2046
Cui minacciava il ciel sì amari giorni,
2047
Che temea viver sempre in duro stato.
2048
NOD.
Voi che 'l viver dolente e 'l crudo stato
2049
De la Reina mia piangeste in rime,
2050
Quand'avea più che notte oscuri i giorni,
2051
Accompagnate or l'amorose voci
2052
E scacciate sì il duol tutti da l'alma
2053
Che s'odano sol note e canti lieti.
2054
CO.
Ecco ch'i pargoletti Amor già lieti
2055
Gioiscon nosco, e ferma il nostro stato
2056
Chi accende dolce fuoco a altrui ne l'alma.
2057
E Giunon, mossa da l'accese rime
2058
(Per mostrar ch'al ciel van le mortai voci)
2059
Vuol che mai non veggiam men lieti i giorni.
2060
NOD.
Dunque i giorni averai mai sempre lieti,
2061
Coppia fedele, e voci liete e stato,
2062
Fin che rime orneran ben gentil alma.
2063
FINE DEL TERZO ATTO
Atto IV
SCENA I
(MESSO, CORO)
MESSO.
Oh perché ne' Rifei monti non sono
2064
Più tosto nato, o tra le tigri Ircane
2065
Ne gli ermi boschi e ne' più alpestri campi,
2066
Ove vestigio uman non si vedesse,
2067
Che qui dove i' son nato e son nodrito,
2068
Qui dove più d'ogn'aspra fiera crudi
2069
Gli uomini si ritrovano? Oh, che giova
2070
Viver ne le città più che ne' boschi,
2071
Se crudi più d'i lupi e più de gli orsi
2072
Gli uomini in esse sono? Qual mai fiera
2073
Ne' più solinghi luochi ritrovossi,
2074
Ch'usasse crudeltà nel proprio sangue?
2075
Dunque cosa vist'ho via più crudele
2076
Che 'n parte alcuna unqua veder si possa.
2077
CORO.
Gran cosa è questa, onde sì amaramente
2078
Si duol quest'uomo. O Dea che 'l ciel rischiari
2079
Col tuo sereno lume e i cori infiammi,
2080
Fa' che per noi non sian queste querele.
2081
MESSO.
Oh, perché non mi dà Dedalo l'ali,
2082
Sì che poggiando al ciel fuggissi questa
2083
Terra iniqua? Che terra? Anzi ricetto
2084
Di sozzi, dispietati e orribili atti.
2085
E se ciò non si puote, perch'almeno
2086
Non mi lece passar l'empio Acheronte,
2087
Poi ch'indi qua venuti son gli Atrei,
2088
Gli Atamanti, i Tiesti, anzi i più fieri
2089
Mostri che fosser là ne' laghi stigi?
2090
O secol reo, secol malvaggio e tristo,
2091
Come dar ci può il sol oggi la luce?
2092
CORO.
Che cos'è che ti face uscir del petto
2093
Voci sì crude e versar fuor da gli occhi
2094
Sì amaro pianto? Non tenere ascosa
2095
A noi la doglia tua.
2096
MESSO.
Donne, s'io avessi,
Non dirò tante lingue, quante mani
2097
E braccia e piedi e quante in me son membra,
2098
Ma vi se n'aggiungesser mille e mille,
2099
E avessi voce, non dirò di ferro,
2100
Ma di duro diamante, i' non potrei
2101
Spiegare il duol ch'a lagrimar mi mena.
2102
Ora pensate voi se può bastarmi
2103
Questa sol lingua, omai debile e fioca.
2104
CORO.
Narraci, prego, ciò, sia che si voglia,
2105
Se non a pieno, almeno il me' che puoi:
2106
Che bramiamo d'udir quello onde piagni.
2107
MESSO.
Cosa dirò, se tanto spirto avere
2108
Potrò che non s'agghiacci entro le vene
2109
Pel grave orrore il sangue, che dapoi
2110
Tutte vi pentirete averla udita.
2111
Ma temo che non possano l'orecchie
2112
Vostr'udir quel che miei tristi occhi han visto:
2113
Ch'è così miserabil che devrebbe
2114
Far oscurar nel ciel la luna e 'l sole,
2115
Non che 'n terra stordir gli animi umani.
2116
E se nol mi credete, questo viso
2117
Pallido e tristo e la tremante voce
2118
Lo vi puote mostrar, senza ch'io il dica.
2119
CORO.
Via più d'affanno n'è star sì sospese:
2120
Però da' omai principio a questa istoria.
2121
MESSO.
Giace nel fondo di quest'alta torre
2122
In parte sì solinga e sì riposta
2123
Che non vi giunge mai raggio di sole,
2124
Un luoco dedicato a' sacrificii
2125
Che soglion farsi da' Re nostri a l'ombre,
2126
A Proserpina irata, al fier Plutone;
2127
Ove non pur la tenebrosa notte,
2128
Ma il più orribil orrore ha la sua sede.
2129
Quivi Sulmon fatt'ha condurre Oronte
2130
(Oronte miser, che pensava omai
2131
Che fosser giunti al fin gli affanni suoi)
2132
Da due che d'improviso l'avean preso,
2133
Mentre egli ragionando il tenea a bada.
2134
E venuto il Re poi ne l'alta torre,
2135
Co le sue proprie mani il prese e disse:
2136
Ti voglio far mio successor del regno,
2137
Oronte, in questo luoco. E questo detto,
2138
Pigliar gli fe' le braccia a que' malvagi
2139
Ch'ivi l'avean condotto e ambo le mani
2140
Gli fe' por sovra un ceppo; e da le braccia
2141
Levogliele il crudele in due gran colpi
2142
Con un grave coltello. E dopo, alquanto
2143
Trattosi a dietro, prese in man le mani,
2144
Le porse a Oronte, lui dicendo: Questo
2145
È lo scettro che t'offro. A questo modo
2146
Ti vo' far Re. Come ne sei contento?
2147
Fa' ch'io lo sappia. Oronte allor rivolto
2148
Verso lui disse: Ai, traditore, è questa
2149
La fé ch'astretta m'hai? è questo quello
2150
Che da tua parte mi narrò Malecche?
2151
Ma segui, empio Tiranno, eccoti il collo,
2152
Percotilo, malvaggio; eccoti il petto,
2153
Aprilo col tagliente empio coltello:
2154
Che d'altra mai che d'una real mano
2155
(Se sì spietata dir real si deve)
2156
Morir non devea Oronte. Ma se 'n cielo
2157
Regna pietà, se Dio l'umane cose
2158
Mira con occhio giusto, aspra vendetta
2159
T'aspetta, traditore. A queste voci
2160
Sorrise quel crudel, come chi cosa
2161
Oda che schema o che si prenda a giuoco;
2162
E senza altro più dir, ambe due i figli,
2163
Che fatti avea condur prima d'Oronte
2164
Nel luoco oscuro et in disparte porre,
2165
Prese per mano, i quai semplici a l'avo
2166
Facevan festa, come che far vezzo
2167
Volesse loro il micidiale iniquo.
2168
Ma vider ben, non passò molto tempo,
2169
Il lor error. Perch'egli, preso il primo,
2170
Cui poco giovò aver de l'avo il nome,
2171
Nudolli il petto e, prese lui le mani,
2172
Dietro gliele legò; poi tra le gambe
2173
Postosi il fanciullin, che pur chiedeva,
2174
Come meglio sapea, mercé e pietade,
2175
Quasi agnello innocente, col coltello
2176
Crudelmente svenollo e così morto
2177
Lo gettò a' piè del miserello Oronte.
2178
CORO.
Oimè, in quanto dolor mutata è quella
2179
Allegrezza che dianzi ebbi nel core,
2180
Quando di perdonar l'empio Re finse
2181
A Oronte e a la figliuola! Io non ho in osso
2182
Medolla o sangue in fibra che non tremi.
2183
Ma che fe' Oronte al lagrimevol caso?
2184
MESSO.
Quel cor che non potea il suo mal piegare
2185
Sì che porgesse a sua salute preghi,
2186
Fu vinto da pietà d'ambedue i figli.
2187
Perché, dolente sì com'era, Oronte
2188
Pos'ambo le ginocchia in terra e alzando
2189
(Credendo aver, come solea, le mani)
2190
I tronchi de le braccia già dal sangue,
2191
Ch'a gran copia n'uscia, bruttati e molli,
2192
Incomminciò a pregar dal Re crudele
2193
Pietade almen per l'altro figlio vivo:
2194
Che già mercé chiedendo, a braccia aperte,
2195
Tutto pien di paura al miser padre
2196
Fuggito s'era, aver credendo aiuto.
2197
Oimè, che 'l cor mi scoppia e le parole
2198
Mi mancano e la voce, sol pensando
2199
A l'impeto, al furor di questo iniquo.
2200
Sulmon, poi che 'l fanciullo andò ad Oronte,
2201
Lo seguì, come can ch'acceso d'ira
2202
Segua pel bosco timidetta damma.
2203
Il che veggendo Oronte, lagrimando
2204
Avoltolisi a' pie, più caldi preghi
2205
Porse a questo crudele e così disse:
2206
Per la pietà, Sulmon, de' Dei del cielo,
2207
Perdona a questa età ch'è senza colpa:
2208
Bastiti avermi già svenato il primo,
2209
Perdona a l'altro e me colpevol svenna.
2210
E se non può piegare altro 'l tuo core
2211
A usar pietade in così estremo punto
2212
A un miser uom che dianzi tanto amasti,
2213
Paiati stran ne l'innocente sangue
2214
Bruttar le mani tue; fa' che l'onore
2215
Più possa in te, che la vendetta ingiusta.
2216
E se non temi di potenzia umana,
2217
Temi almeno li Dei ch'a l'opre buone
2218
Donano merto et a le triste pena.
2219
CORO.
Non s'ammollì quel duro core alquanto
2220
A sì calde preghiere, a così giuste?
2221
MESSO.
Oimè, che mi chiedete? A queste voci
2222
Vidi pianger le mura e i duri sassi
2223
E tremar de l'orror tutta la torre.
2224
E non pur lagrimar vidi l'imago
2225
Di Pluton fiero, al quale il sacrificio
2226
De l'anime innocenti il Re facea,
2227
Ma per non mirar cosa così orrenda,
2228
Volger la vidi in altra parte gli occhi.
2229
Sol egli, d'ogni dur sasso più duro,
2230
Immobile rimase, com' a l'onda
2231
Del mar rimaner suol ben fermo scoglio.
2232
Né pur non si mutò dal fiero uffizio,
2233
Ma qual calcata serpe i denti stringe,
2234
Tutta piena di rabbia e di veleno,
2235
Per dar di morso a chi col piè la preme,
2236
Tal il Re crudo a così dolci preghi,
2237
Come pungente stral tocco l'avesse,
2238
Con viso fier rivolto al tristo Oronte:
2239
Ricevi - disse - del tuo grave errore,
2240
Perfido, disleal, il giusto premio;
2241
E se sol de la morte d'un contento
2242
Esser potessi, alcun non avrei morto.
2243
E pochi questi due sono a l'oltraggio
2244
C'hai con la infedeltà tua in me commesso.
2245
CORO.
Oimè, che core esser deveva allora
2246
Quel del misero padre, essendo privo
2247
Già d'ogni speme!
2248
MESSO.
Il poverello Oronte,
Vinto da l'aspra ambascia e dal dolore,
2249
Ne la desperazion pigliando ardire,
2250
Lasciato in tutto il van pregar da parte
2251
E vòlto verso il Re, con viso audace,
2252
Ai fiero cane - disse - e come lupo
2253
A l'insidie notturne, a i tradimenti
2254
Sol atto e forte solo e sol feroce
2255
Nel sangue de' fanciulli, i' spero, i' spero
2256
(E questo in parte il mio dolor rileva)
2257
Che non fia molto che tra l'ombre oscure
2258
De la vendetta mia sentirò nova.
2259
E quindi vòlto lagrimando al figlio,
2260
Gettolli ambo le braccia al collo e disse:
2261
Poi che pur vuole il ciel, figlio mio caro,
2262
Che tu la mia ti veggia, io la tua morte,
2263
Et è per noi pietà sorda com' aspe,
2264
(l'ultimo don, caro figliuolo,
2265
Del padre tuo)
2266
E questi estremi basci; andremo insieme
2267
A le parti di Dite, a i regni oscuri,
2268
Ove forse sarem men che qui tristi.
2269
CORO.
Ma che faceva intanto il Re crudele?
2270
MESSO.
Godeva a queste voci il traditore,
2271
A queste voci ch'averian spezzato
2272
Una selce, un diamante, e fatto molle
2273
Un cor d'acciaio. E quasi che godesse
2274
Ch'Oronte si dolesse lungamente
2275
Del suo tormento e de la morte rea
2276
De' due figliuoli, il micidial si stava
2277
Come ridendo a le parole intento.
2278
Ma poi che tolse il gran dolore a Oronte
2279
La voce, il Re, via più che mai sdegnoso,
2280
A guisa di leon ch'uccider dassi
2281
L'armento altrui, che quanto vede il sangue
2282
Più correr per li campi, tanto avampa
2283
Più d'ira e di disdegno e via più cresce
2284
L'appetito del sangue e de la morte,
2285
Aventatosi irato a l'altro figlio
2286
Che ne le tronche braccia aveva Oronte
2287
Piangendo accolto e del suo sangue asperso,
2288
Sveller il volse dal paterno seno,
2289
Come tigre che vede a la giuvenca
2290
Accostarsi il vitel timido e imbelle,
2291
Che 'l picciolo e la madre irato uccide.
2292
Ma non volendo il suo padre lasciare
2293
(che tal del fanciullo era il nome)
2294
E stringendolsi il padre al petto, il fiero
2295
E spietato tiranno, alzato il braccio,
2296
Percossili ambe due sì acerbamente,
2297
Ch'a' piedi suoi se ne cadderon morti.
2298
CORO.
Chi non diria ch'un cor di tigre o d'orso
2299
Nel petto avesse, sotto finto aspetto
2300
D'uomo, questo crudel? Non fu giamai
2301
Cosa più strana o più malvagia udita.
2302
MESSO.
Ma che pensate voi che qui finisca
2303
La crudeltà di così orribil mostro?
2304
Quel che fine vi par, principio è stato
2305
A maggior male, a più scelerat'opra.
2306
CORO.
Ma ch'esser può dopo la morte peggio?
2307
Non è ella estrema de le cose orrende?
2308
Non è ella fin de tutti e mali al mondo ?
2309
MESSO.
Peggio non puote aver già de la morte
2310
Chi morto giace, ma chi vive puote
2311
Mostrar la crudeltà via più palese
2312
Ne' morti corpi.
2313
CORO.
Ai quanto è sozza cosa
Ne' morti incrudelir! quanto disdice
2314
Servar l'ira e 'l furor dopo la morte!
2315
MESSO.
Sozza cos'è, ma perché nulla resti
2316
Di sozzo a fare a l'empio Re, finito
2317
Ch'ebbe sì miserabile e reo ufficio,
2318
Tutt'asperso di sangue, a Oronte andossi
2319
E li levò la testa e fece il corpo
2320
Gettare a i nibi, a gli avoltori, a i cani.
2321
Poi fattosi portare un nobil vaso
2322
D'argento puro, in esso ambo le mani
2323
E 'l capo pose, e d'un zendado nero
2324
Lo ricoperse e lo si fe' servare.
2325
CORO.
Ai, quanto è somma la giustizia eterna!
2326
Vedi come ben ha questo crudele,
2327
Credendo incrudelir, mostro pietade:
2328
Che quella illustre et onorata testa
2329
E quelle man dignissime di scettro,
2330
Dal micidiale, dal nemico istesso
2331
Ricevuto hanno il meritato onore.
2332
Ma che fatt'ha de' fanciullini morti?
2333
MESSO.
Sì tosto com' a Oronte il capo tolse,
2334
Levolli da le braccia il figlio, il quale
2335
Stretto era ancor dal miserabil tronco;
2336
E veggendolo pur torcersi alquanto,
2337
Due volte e tre nel delicato petto
2338
Il percosse il crudel, tal ch'ei col sangue
2339
Spirò del tutto l'anima innocente.
2340
Dopo spogliollo, et indi a l'altro vòlto
2341
Che già fredd'era e senza spirto alcuno,
2342
Dal corpo li levò la vesta e nudi
2343
In due vasi d'argento ambo li pose;
2344
E a l'un nel petto e a l'altro ne la gola
2345
Pose i ferri con cui gli aveva uccisi:
2346
E col capo del padre e co le mani
2347
A la stanza real fece portarli
2348
Et ivi posti gli ha, né so a qual fine.
2349
CORO.
Ai misera Reina, quest'orrendo
2350
Spettacolo t'aspetta! a te il crudele
2351
Riserba questo don! Ma forse il cielo,
2352
Pietoso del tuo mal, giusta vendetta
2353
Per te stessa apparecchia a questo cane:
2354
Che chi a far cosa ingiusta si dispone,
2355
Deve aspettar vendetta, onde non teme.
2356
[CORO]
CORO.
Fede, per lo cui fido nodo insieme
2357
Son le cose contrarie
2358
Con tanta fede aggiunte,
2359
Che non si vede mai ch'alcuna varie
2360
Da l'ordine che lor diè la natura,
2361
Quando l'ascoso seme
2362
De le cose create in un congiunte
2363
Con tanto studio e con sì estrema cura
2364
Aperse dal profondo
2365
Orror che 'n sé celava il bel del mondo.
2366
Se per te sol di cerchio in cerchio il cielo
2367
Serva l'usata legge
2368
Et al moto del primo
2369
Ciascun de gli altri il suo camino regge,
2370
Né mai da l'ordin certo alcun si parte
2371
Pur per un picciol pelo,
2372
Dal più sublime cerchio insino a l'imo,
2373
Onde con sì bel studio e con tant'arte
2374
Del sol la vaga luce
2375
Ciede a la notte e 'l dì dopo n'adduce;
2376
Se gli elementi la lor propria sede
2377
Servan con ordin tale
2378
Che da sé 'l caldo fuoco
2379
Sovra ciascun sublime e leggier sale,
2380
E 'l mezzo l'aer tien tra lui e l'onde,
2381
E la terra si vede
2382
Mai sempre aver lo stabilito luoco,
2383
E ch'un sì bene a l'altro corrisponde,
2384
Che benché sian nemici,
2385
Divengono a creare il tutto amici;
2386
Anzi si fan d'eterni e d'immortali,
2387
Perché nascan le cose
2388
Che 'n potenza in lor foro,
2389
Mortali in parte, come già dispose
2390
Il supremo Motor de l'alte stelle.
2391
Indi piante, animali
2392
Vengono, quai poi ne' principi loro
2393
Risolvonsi, onde gli elementi belle
2394
Opre producono anco,
2395
Tal che non viene il generar mai manco:
2396
Che 'l corromper di questo, quel produce
2397
Con così certe tempre
2398
Che l'un da l'altro viene,
2399
Onde morendo l'un, rinasce sempre
2400
L'altro et eterne di mortai si fanno
2401
Le cose in questa luce;
2402
Perché 'l mancar de l'un l'altro mantiene,
2403
E con fede perpetua così vanno
2404
E andranno insin che giri
2405
Il ciel la terra, e 'l sole il tutto miri.
2406
Perciò con tanta fé succiede al verno
2407
La bella primavera
2408
E l'autunno a l'estate,
2409
E l'onor, che dal gel levato gli era,
2410
Rianno i campi, e frondi e frutti et erbe;
2411
E al fin, se con eterno
2412
Modo le cose son tutte legate,
2413
Fede, per te, perché non fai che serbe
2414
Fede l'umano stuolo?
2415
Perché tua purità macchia egli solo?
2416
Perché lasci che sotto il puro e netto
2417
Tuo nome altri a la morte,
2418
Sotto spezie di bene,
2419
Condotto sia per vie maligne e tòrte?
2420
Deh fa che porti del commesso errore
2421
Ogni disleal petto,
2422
Non pur l'empio Sulmon, sì acerbe pene,
2423
Che passi per essempio e per orrore
2424
Di quanti avran desire
2425
Di fare il santo tuo nome perire.
2426
Sulmon, Sulmon, superbo, empio Tiranno,
2427
Bench'abbi e morte e vita
2428
In man de' servi tuoi,
2429
Non è la forza tua però infinita,
2430
Ma sovra te è un Signor d'altra potenzia
2431
Che, con tuo grave danno,
2432
In te può quel che tu ne' minor puoi,
2433
Ch'al fine, al fin, senza più usar clemenzia,
2434
Con fermo ordine e certo
2435
Dà a l'ingiustizia altrui dicevol merto.
2436
Dunque se non vien meno
2437
Quella immensa giustizia, iniquo, aspetta
2438
De la tua rotta fé giusta vendetta.
2439
IL FINE DEL QUARTO ATTO
Atto V
SCENA I
(SULMONE, ALLOCCHE, TAMULE)
SULMONE.
Levata i' m'ho dal viso quella macchia
2440
Che m'avea impressa Oronte. Egli ha provato
2441
Co l'ignobile sua mal nata prole
2442
Che cosa importi il non guardar l'onore
2443
D'un Re come son io. Se non son sciocchi,
2444
Gli altri che 'n corte son sol per costui
2445
Potranno avere innanzi essempio tale
2446
Che sapran per qual via debbano inviarsi
2447
Per fuggir così crudo e fiero intoppo.
2448
[ALLOCCHE].
Sì bene, invitto Sir, s'avranno senno
2449
E non fian più che ciechi.
2450
SULMONE.
E se fian ciechi,
Io bene in guisa gli occhi aprirò loro
2451
Che potran far veder a gli altri quello
2452
Che non avran voluto essi vedere.
2453
Se così non facessero, i Signori
2454
E i Re sarian da meno ch'i più vili
2455
Uomini ch'abbia il mondo e le lor corti
2456
Verrebbero da men che le capanne.
2457
TAMULE.
E così, alto Sir, è, come voi dite,
2458
E devonsi mostrare i Re a tal modo
2459
Esser Signori e Re come voi fate:
2460
E cianzi poi chi vuoi cianzar. Gli oltraggi
2461
Fatti a' Signori aspettan questo premio
2462
Che ricevuto ha il traditor d'Oronte,
2463
E quest'è de l'imperio avere il frutto.
2464
SULMONE.
Dicon costor che la violenzia è quella
2465
Che consuma gli stati e che l'amore
2466
Sol i mantiene e ch'a' Signor bisogna
2467
Tenir la briglia in man con la man lieve
2468
E dee temere un Re sovra ogni cosa
2469
Di non esser temuto. Ma io tengo
2470
Per cosa più che certa che 'l timore
2471
Sia colonna de' regni e che senz'esso
2472
Ne vadano gli imperii a la mal'ora.
2473
Un Re devrebbe esser terribil sempre,
2474
E lo dimostra chiaro il Re del cielo,
2475
Il qual, mentre serbar vuol la sua altezza,
2476
Tien ne la mano il fier fulmine ardente,
2477
E quando lo depon, di Re d'i Dei
2478
Diviene bove, augel, satiro e capro.
2479
Sta' pur sicur ch'io non son per lasciare
2480
Cosa ch'a por timor mi s'offra innanzi.
2481
Abbiammi in odio pur, pur che mi teman
2482
Tutti i sudditi miei. Nati ad un parto
2483
Son, come due fratelli, il regno e l'odio,
2484
E chi non cerca esser temuto, cerca
2485
Lasciare il regno tosto e venir servo.
2486
Questo non verrà a me. Ma che ti parve
2487
Del cor d'Oronte, quand'egli si vide
2488
Colto a la rete?
2489
ALLOCCHE.
Parmi ch'ei facesse
Come color che son senza speranza,
2490
C'hanno nel disperarsi ogni salute.
2491
Egli pensò co lo rimproverarvi
2492
La fede rotta e col mostrarsi forte
2493
A tolerar la morte, che fuggire
2494
Non potea a modo alcun, trovar mercede;
2495
O farvi vergognar di voi medesmo
2496
A quelle sue parole, onde lasciaste
2497
La vostra impresa. Ma non sapev'egli
2498
Che s'altri inganna altrui sotto la fede
2499
Aver ne dee sotto la fé castigo?
2500
E chi biasima quei che così fanno,
2501
S'inganna molto et è fuori del vero.
2502
Fedele esser si deve a chi è fedele,
2503
Ma fé servare a chi di fede manca
2504
È proprio usare infideltade espressa;
2505
E ben felice è quattro volte e sei
2506
Chi de le 'ngiurie far vendetta puote.
2507
SULMONE.
E perché credi tu che, potend'io
2508
Subito far morire il traditore
2509
Senza darli altra fé, gli l'abbia data?
2510
Non per altro se non che simil fosse
2511
La vendetta a l'oltraggio. Egli l'ingiuria
2512
Mi fece allor che per lo più fedele
2513
L'avea de la mia corte, et io ho voluto
2514
Che la fé istessa lo conduca a morte.
2515
ALLOCCHE.
Non pensava altrimenti. E per dir vero
2516
Conosciuto v'ho, Sir, sempre prudente,
2517
Ma oggi via più che mai; e a molte prove
2518
V'ho conosciuto Re, ma in questa d'oggi
2519
Avete superato anco voi stesso.
2520
Ond'ora tengo il vostro animo invitto
2521
Dignissimo di scettro e di corona.
2522
SULMONE.
Certo ch'anch'io mi pregio che nel fine
2523
Quasi de la mia vita abbia mostrato
2524
Con opra di me degna esser Re vero.
2525
Oh, se permesso avessi che Malecche
2526
M'avesse con sue fole a veder dato
2527
Che 'l perdonare i ricevuti oltraggi
2528
Via più d'ogn'altra cosa a un Re conviene,
2529
Quanto scemato avrei de la mia gloria!
2530
TAMULE.
Che sa di ciò Malecche? Egli è nodrito
2531
Tra le donne ne gli ozii e voi misura
2532
Col suo vil core; egli non sa che cosa
2533
Sia una real e gloriosa impresa.
2534
Invitto Sir, io dico e dirò sempre
2535
Che 'l rimedio d'oltraggi è la vendetta
2536
E che le crude morti e i sangui sparsi
2537
Indizii son de gli animi reali:
2538
E chi far lo si dee, se i Re nol fanno?
2539
SULMONE.
Non è altrimenti. Ma lasciàn da parte
2540
Il ragionar di ciò: vo' che tu vada
2541
In casa e che qui porti que' tre piati
2542
Ove è 'l capo d'Oronte e i figli morti
2543
E di zendado ner sono coperti.
2544
[ALLOCCHE].
I' vo, Signor.
2545
SULMONE.
Va' tosto e tosto torna.
E tu, Tamul, vatene a la mia figlia
2546
E dille ch'ella a me subito venga,
2547
Che le voglio far don degno di lei
2548
E de le nozze e di sì lieto giorno.
2549
TAMULE.
Vorrestele mai voi, Signor, offrire
2550
Que' piati che portati avemo in casa,
2551
Ov'è 'l capo d'Oronte e i figli morti ?
2552
SULMONE.
Cosi vo' far.
2553
TAMULE.
Per Dio, che fate bene,
Perch'ella del suo error porti la pena,
2554
E del colpo di c'ha percosso voi
2555
È degno che ne sia percossa anch'ella.
2556
SULMONE.
Or va' e di' che non tardi.
2557
ALLOCCHE.
Eccomi, Sire.
Ove volete ch'io mi ponga i piati?
2558
Qui forse?
2559
SULMONE.
No, ponli un po' più discosti
Da questo palco.
2560
ALLOCCHE.
Qui?
SULMONE.
Sì: ma con ch'occhio
Pensi tu che vedrà la figlia questo
2561
Dono che far le voglio?
2562
ALLOCCHE.
Io tengo certo
Che via più grave a lei fia la ferita
2563
Che le farete con tal don nel core,
2564
Che se l'aveste d'un coltel trafissa:
2565
Peggio è d'una ferita e de la morte
2566
Un continuo dolor senza rimedio.
2567
E certo che pensato avete bene
2568
Che, senza darle morte, ella vivendo
2569
Sia di continuo da l'affanno uccisa.
2570
Ma veggio che Tamule a noi ne viene
2571
Senz'essa.
2572
SULMONE.
E che non vien, Tamule, Orbecche?
TAMULE.
Dice ch'incontinenti a vostra altezza
2573
Verrà, pel don ch'aver da quella spera.
2574
SULMONE.
Or ritiriansi un po' tutti da canto,
2575
Ch'al suo primo apparir qui non ne scorga.
2576
SCENA II
(NODRICE, ORBECCHE, SULMONE, SEMICORO)
NODRICE.
Qual fia quel giorno mai, alta Reina,
2577
Ch'apporti fine a le querele vostre?
2578
ORBECCHE.
Nodrice mia, per me quel giorno lieto
2579
Fia che mi mandarà morte sotterra.
2580
NODRICE.
Deh vani sian, Signora, questi augurii
2581
Che voi fuor di ragione ora vi fate.
2582
Ben vi prego, s'appresso voi pòn nulla
2583
Le mie preghiere e queste bianche chiome
2584
E la fede e l'amor con cui sin ora
2585
I' v'ho nodrita, che vi piaccia omai
2586
Dar bando al duolo, a le querele, a i pianti.
2587
Nel tempo più seren temete pioggia
2588
E nel più queto mar cruda tempesta.
2589
Gli altri nel male istesso speran bene
2590
E con la speme si mantengon: voi
2591
Quanto più avete ben, peggio temete.
2592
Deh piacciavi che dubbia e inutil tema
2593
Non turbi certa gioia e ver riposo.
2594
ORBECCHE.
Non sai, Nodrice mia, che quanto lieta
2595
Si mostra a noi più la fortuna, tanto
2596
Più devemo temerla e men fidarsi
2597
De le lusinghe sue sempre fallaci?
2598
Ella a le volte ci solleva in alto
2599
Perché maggior dopo sia la ruina;
2600
E spesse volte, quando per la fronte
2601
Crediam tenerla, in un picciol momento
2602
Le spalle a noi volgendo se ne fugge
2603
E del creder fallace nostro a noi
2604
Lascia per guiderdon solo il dolersi
2605
E 'l veder chiaramente che chi ferma
2606
In lei la speme e a sue lusinghe crede
2607
Si trova al fin le man piene di vento.
2608
E chi non temeria, vedendo un tale,
2609
Qual è stato Tamule, a me venire
2610
E chiedermi per parte di mio padre?
2611
Non sai che mai micidial più crudo
2612
Non fu sovra la terra di Tamule?
2613
Né alcuno ch'usi più nel mal oprare
2614
Di costui il mio padre? Oltre ch'un sogno
2615
Ch'io vidi questa notte e insino ad ora
2616
Celato i' l'ho ad Oronte, per non darli
2617
Materia di più acerba e cruda doglia,
2618
Non mi lascia sperar nulla di bene.
2619
NODRICE.
Che sogno è questo? Deh, di grazia fate
2620
Che lo sappia ancor io, se non v'è grave.
2621
ORBECCHE.
Era questa passata notte corsa
2622
E già l'Aurora co' bei crini d'oro
2623
Si mostrava al balcon de l'oriente
2624
Lieta, con faccia candida e vermiglia,
2625
Per fare al sol la consueta scorta,
2626
Quand'io, vinta dal duolo e da l'affanno,
2627
(se sonno
2628
Dir si può lo stupor ch'occuppa altrui
2629
La mente afflitta da dolore interno)
2630
Et a pena ebbi chiusi i languid'occhi,
2631
Che mi parve veder venirmi inanzi
2632
Una columba più che neve bianca,
2633
Seguita dal compagno e da' due figli,
2634
E sotto l'ale accòrre i polli e lieta
2635
Gioirsi col compagno. Et ecco venne
2636
Una aquila dal ciel, turbata in vista,
2637
Et aventosi a i pargoletti e al maschio,
2638
Che 'n dolce trastull'era co l'amica,
2639
E col rostro crudele e co gli artigli
2640
Ne fece così accerbo e fiero strazio
2641
Che la memoria sola anco m'attrista.
2642
E così morti inanzi a la meschina
2643
Gli gittò fieramente et ella mesta
2644
Con mormorio dolente il fiero fato
2645
Piangendo, vinta da l'acerbo affanno,
2646
Morta cadeo sovra li morti corpi.
2647
Io allora mi svegliai, di tal paura
2648
Piena che mi tremava il cor nel petto.
2649
E mi ha tanto terror ne l'alma posto
2650
Questo orribile sogno, ch'io non posso
2651
Cosa pensar se non dogliosa e trista.
2652
O Dio immortal, fa' che sia vana in tutto
2653
Sì orribil visione e da' miei scaccia
2654
Così crudele e miserabil caso.
2655
NODRICE.
Io tengo che v'abbiate in mezzo 'l core
2656
Accolta tutta la maninconia
2657
Ch'esser possa nel mondo. Non fia pazzo
2658
Uno ch'a mezzo 'l dì tema la notte?
2659
(e cheggio a voi perdono
2660
S'io dico or questo)
2661
In tanta festa, in così lieto giorno,
2662
Temer di cosa che v'apporti noia.
2663
Né vo' che 'l sognar mal v'aggiunga tema,
2664
Che, posto che disdica a ognun dar fede
2665
A cose tai, tanto più a voi disdice,
2666
Quanto devete esser di quello ingegno
2667
Ch'al vostro real grado si conviene.
2668
Ditemi, che volete altro sognarvi
2669
Ch'affanno e morti, se 'n affanni sempre
2670
Vi state e v'opponete al piacer vostro?
2671
Non si dee dar, Signora, a' sogni mente,
2672
Che vani sono e da' pensier del giorno
2673
Nascono e per lo più si trovan falsi.
2674
Se così stata foste in pensier lieti,
2675
Come vi state in tristi, lieti i sogni
2676
Avreste avuto e non, com'ora, mesti.
2677
ORBECCHE.
Par che non sappi che sovente i Dei
2678
Per monir altri de' lor casi in sogno
2679
Mostran quel c'ha avenir; e chi li sprezza,
2680
Sprezza la sua salute e la sua vita.
2681
Tale il sogno già fu d'Apollodoro
2682
E quel d'Imera e quel d'Ipparco e quello
2683
D'Alessandro, di Cresso e d'Anniballe
2684
E di molt'altri che, s'a' sogni loro
2685
Avesser dato fede, avrian schifato
2686
O fatto acerbo o abominevol morte.
2687
NODRICE.
La fé, Reina, che dal Re v'è data,
2688
Esser vi deve com'un chiaro raggio
2689
Ch'ogni nebbia di duol dal cor vi sgombri.
2690
ORBECCHE.
I' so, Nodrice, per aperta prova
2691
Che la fede ben sta sempre a la porta
2692
De le reali stanze, ma non osa
2693
Por dentro da la soglia il piede mai.
2694
E poi che fede è quella del mio padre
2695
(Per dire or tra noi due come sta il fatto)
2696
Che n'ha sotto la fé mille traditi?
2697
Non è più bel rifugio per le frodi
2698
Del venerabil nome de la fede
2699
Che da' gran Re sì rado oggi si serba.
2700
NODRICE.
Reina mia, lasciam omai da parte
2701
Il lamentarsi e andiam al vostro padre,
2702
Che spero che quel don ch'ei far vi vuole
2703
Vi farà rimaner tutta giuliva.
2704
ORBECCHE.
Odano i Dei le voci tue! M'andiamo,
2705
Ch'egli a l'usato luoco s'è ridutto
2706
E lì n'aspetta.
2707
NODRICE.
Fate allegro viso
Quanto più far potete e via scacciate
2708
Quanto chiude di tristo il vostro core.
2709
ORBECCHE.
Così farò più che possibil fia.
2710
Che vuol da me la maestade vostra?
2711
SULMONE.
Non voglio se non bene. Andate in casa
2712
Voi tutti, perch'io voglio esser qui alquanto
2713
Co la mia cara figlia, a parlar solo.
2714
Orbecche, poi che tuo marito venne
2715
Il nostro Oronte, e a me genero, a lui
2716
Ho fatto, ha men d'un'ora, apertamente
2717
Conoscere il mio core e quanto caro
2718
Stato mi sia l'aver saputo ch'egli
2719
Pres'abbia te per moglie. Or sol m'avanza
2720
Far che tu intenda ancor quant'allegrezza
2721
Avuto i' m'abbia che lui per marito
2722
Pres'abbi; e però or voglio farti un dono
2723
Onde potrai veder chiaro e palese
2724
Quant'io di fatto tal resti contento
2725
E quanto ferma sia la pace nostra.
2726
[ORBECCHE.]
Padre, i' non cerco aver più espresso segno
2727
Da la maestà vostra de la pace,
2728
Che 'l perdon c'ho da voi ricevuto oggi
2729
Oltre ogni mia credenza, ogni mio merto.
2730
Pur, se vi è a grado farmi questo dono,
2731
Non per chiarir più il ben che mi portate,
2732
Ma per farvi piacere e per mostrare
2733
Che quanto piace a voi, tanto a me piace,
2734
Accetterollo con benigna fronte.
2735
SULMONE.
Così, figliuola mia, vo' che tu faccia.
2736
Or leva quel zendado et ivi sotto
2737
Vedrai la mia allegrezza e 'l tuo contento.
2738
ORBECCHE.
Par che tema la mano avicinarsi
2739
A quel zendado, il core in mezzo il petto
2740
Mi trema e par ch'io non ardisca alzarlo.
2741
SULMONE.
Che tardi, figlia? Leva arditamente,
2742
Che vedrai quel che t'aprirà qual sia
2743
Verso di te il mio core.
2744
ORBECCHE.
Oimè, ch'è questo?
SULMONE.
Il don, malvagia figlia, che d'avere
2745
Ha meritato il simolato amore
2746
Verso di noi.
2747
ORBECCHE.
Ai trista me! ai meschina!
SULMONE.
E la tua rotta fede.
2748
ORBECCHE.
Oimè dolente!
SULMONE.
E 'l poco riguardare il nostro onore.
2749
ORBECCHE.
O spettacol crudele, o caso acerbo!
2750
SULMONE.
Egli tal è, qual meritato l'hai.
2751
ORBECCHE.
Ai, di ch'aspro coltello ora trafissa
2752
M'avete, oimè!
2753
SULMONE.
Di quel di ch'eri degna.
ORBECCHE.
Oimè, pur devevate a' figli almeno
2754
Usar pietà.
2755
SULMONE.
Pietà non puote dove
È ingiuria così atroce.
2756
ORBECCHE.
Oimè, più tosto
Morta foss'io, che veder cosa tale!
2757
SULMONE.
Tu vedi quel contento, o scelerata,
2758
C'hai dato al padre tuo.
2759
ORBECCHE.
Quant' oimè lassa
Lagrimevol mi s'offre questo dono
2760
Ond'io credeva esser contenta al mondo!
2761
Ai padre, ai caro padre!
2762
SULMONE.
Or son tuo padre,
Ma allor non fui che ti pigliasti questo
2763
Traditor per marito, iniqua figlia!
2764
Ora m'è a grado ch'abbi aperti gli occhi
2765
E mi conosca.
2766
ORBECCHE.
Ai spettacol crudele!
Oimè marito, oimè!
2767
Oimè figliuoli, oimè!
Di quant'affanno, oimè, cagion mi sete!
2768
SULMONE.
Quanto ciò è a te dolente, è tanto lieto
2769
E piacevole a me, figlia proterva;
2770
E quanto più doler ti veggio, tanto
2771
Più me n'allegro e più men gode il core.
2772
ORBECCHE.
Spiaccievol più che non m'è mi sarebbe,
2773
Padre, cosa veder così crudele
2774
Che non pur altri, ma voi stesso indurre
2775
Porria a pietade; e quel che aggraveria
2776
Più il mio dolor, sarebbe che da voi,
2777
Da cui sperar devean grandezza e onore
2778
Il mio caro marito e i cari figli,
2779
Avessin ricevuto oltraggio e morte.
2780
Ma l'allegrezza ch'io vi veggio avere
2781
Del mio dolore e de la morte loro
2782
Et il considerar che 'l grave errore
2783
Da noi commesso pena men crudele
2784
Non meritava né men fier castigo,
2785
Più pazienzia aver fammi in sì gran doglia
2786
Ch'io non avrei se ciò non fosse: ch'io
2787
Molto più istimo l'allegrezza vostra,
2788
Ch'io lieta fossi e voi foste dolente.
2789
Ma perché, s'io riguardo la gravezza
2790
De la mia colpa et il mio grave errore,
2791
Non merito ancor io pena men dura,
2792
Come colei che sono stata prima
2793
Cagion di tanto mal, padre, vi prego
2794
(S'ottenne grazia mai figlia da padre)
2795
Che col nocente mio sangue lavate
2796
La macchia fatta a la real progenie
2797
E al nome venerabile del padre.
2798
E perché più non vada a lungo il fatto,
2799
Qual più vi piace di questi coltelli
2800
Prendete e 'n guisa il mio colpevol petto
2801
Percotete che l'alma se ne vada
2802
Et io ne resti qui pallida e essangue.
2803
SULMONE.
Far ben lo mi devrei, se sol guardare
2804
Volessi a l'error tuo, ma più non voglio
2805
Nel sangue mio por man di quel ch'io m'abbia:
2806
Basta che quindi omai conoscer puoi
2807
Quel che far ti convien per l'avenire
2808
E 'n che rispetto aver mi dèi. Per ora
2809
Proceduta insin qui sia l'ira nostra,
2810
Estinta in tutto nel colpevol sangue.
2811
Te voglio, come pria, per cara figlia
2812
E voglio che tu tenga me per padre.
2813
ORBECCHE.
Non merto questo don, padre: la morte
2814
Deve emendar l'error che 'n voi commisi.
2815
SULMONE.
Viviti pure e sii contenta meco
2816
Che morti sian chi eran di morir degni,
2817
Né meno erano a te ch'a me d'infamia;
2818
E disponti d'aver marito uguale
2819
A la tua altezza e al tuo sublime grado,
2820
Onde figli abbi de la stirpe tua
2821
Degni, con mia sodisfazione. Or poni
2822
Giù que' coltelli et entra meco in casa,
2823
Ove da me chiar segno avrai di pace.
2824
ORBECCHE.
S'ora anco il ciel non m'è contrario, guari
2825
Non andrà, traditor, che la vendetta
2826
Farò io stessa de l'avuta ingiuria,
2827
Se non mi vengon men questi coltelli.
2828
SULMONE.
Ai malvagia, ai crudele, oimè, ch'io moro,
2829
Oimè, che posto m'ha il coltel nel petto
2830
La scelerata figlia! oimè, aiutate
2831
Il vostro Re, soldati. A che tardate?
2832
Pigliatela, uccidetela, ch'io veggia,
2833
Pria che del tutto i' moia, la vendetta.
2834
SEMICORO.
Che grido, oimè, che voce è questa orrenda
2835
Del Re Sulmon? La figlia col coltello
2836
Che tenea ascoso ne la destra mano
2837
Gli ha dato in mezzo il petto, mentre ch'egli
2838
La voleva abbracciare, e li dà morte.
2839
Ma questo non le basta, anco lo sgozza
2840
Con un altro coltello.
2841
SULMONE.
Oimè, pietade!
SEMICORO.
Egli è del tutto morto. Oh quanto sangue
2842
Versa d'ambo le piaghe! Ma che veggio?
2843
Puot'esser tal furore in petto umano?
2844
E spezialmente in una donna? Il capo
2845
Gliele leva dal collo e da le braccia
2846
Ambo le mani. Egli è come si dice,
2847
Che né vento, né fuoco, né altra forza
2848
È tanto da temer, quanto una donna
2849
Che si veggia privar del suo marito
2850
E sia dal duolo a un tempo e d'Amor spinta.
2851
Ma chi di Sulmon ben la crudeltate
2852
Tra sé contempla, certo era ben degno
2853
Che per le mani di colei ch'uccisa
2854
Egli aveva ne' figli e nel marito,
2855
Egli mort' anch' avesse; e co' coltelli,
2856
Co l'un de' quali aperto aveva a l'uno
2857
De gli innocenti figli il petto e l'altro
2858
Svenato avea, fusse sgozzato e aperto
2859
Anch'egli; e se la testa avea ad Oronte
2860
Tolta dal collo e le man da le braccia,
2861
Fori d'ogni giustizia, anch'ei devesse
2862
Da le man che devean porgerl'aiuto
2863
Contra ogni assalto, ugual mercede avere.
2864
Ma non è stato mal a uccider lui,
2865
Ch'a Dio non s'offre vittima più grata
2866
D'un malvagio Tiran com'era questo:
2867
Mal è stato d'Oronte, di cui mai
2868
Non fu veduto il più gentile, e male
2869
È stato di que' figli che poteano
2870
(Come giust'era)
2871
E mal di questa povera Reina,
2872
Di cui tant'è 'l dolore e così grave
2873
Che gran meraviglia è ch'ella sia viva.
2874
Parmi proprio vedere un'aspra tigre
2875
A cui tolt'abbia il cacciatore i figli,
2876
Che cerchi tutto il bosco e d'aspre voci
2877
Empia ruggendo tutta la campagna
2878
E seco di dolor si strugga e roda.
2879
Altro non è 'l suo viso che dolore
2880
E sol dal cor l'escon lamenti e grida
2881
E come forsennata, or quinci or quindi
2882
Crudelmente guatando, aggira gli occhi,
2883
Che due facelle sembrano di fuoco.
2884
Ma veggio che col capo e co le mani
2885
Del crudo padre e col coltello in mano
2886
Se ne viene di fore; et io qui in casa
2887
Me ne vo' gir, che non vorrei talora
2888
Che 'n così oscuro e nubiloso tempo
2889
Cadesse sovra me questa tempesta:
2890
Che toglie a altrui così l'ingegno l'ira
2891
Et il fiero dolor, che non discerne
2892
L'amico dal nemico; e ognuno a strazio
2893
Conduce e a morte, senza alcun riguardo,
2894
Chi ha l'animo disposto a la vendetta.
2895
SCENA III
(ORBECCHE, NODRICE, DONNE DI CORTE della Reina)
ORBECCHE.
Or godi, traditor, de' tuoi misfatti,
2896
Godi, via più d'ogni dur Scita crudo
2897
E più fier d'ogni fiera, del tuo orgoglio
2898
E de la fé violata. Tu, spietato,
2899
Sazio ti sei del sangue mio innocente:
2900
Et io mi son del tuo colpevol sazia,
2901
Ma con cagion più giusta. E 'n che t'aveva
2902
Offeso Oronte mio, crudele, et io?
2903
E s'avevamo noi fattoti oltraggio,
2904
Che colpa se n'aveano i figli nostri
2905
Che tu li mi devessi far vedere
2906
Tali quali ora i veggio? O scelerato,
2907
E come, quando col coltel ferire
2908
Volesti i chiari e generosi figli,
2909
Non trafisse a te il cor vera pietade?
2910
O sol che sol il mondo orni et illustri,
2911
Perché non ti fugisti allor dal cielo
2912
Che questo fier Tiran, ch'or per me giace,
2913
Commise così sozzo e orribil atto?
2914
Come poté la tua serena luce
2915
Veder cosa sì cruda e così orrenda
2916
E non venire oscura? O sommo Giove,
2917
Perché non fu da' fulmini tuoi arso
2918
Sì abominevol mostro e sì nefando?
2919
E come consentistù, terra, mai
2920
Che fusse sovra te sì malign'opra
2921
Commessa, oimè, perché nel basso centro
2922
Non tragiuttistù l'omicida fiero
2923
Che di pianger mi dà cagion sì cruda
2924
Che non so qual pianger mi debba prima,
2925
O 'l marito o i figliuoli ? Ai, occhi miei,
2926
Come potete voi questo mirare,
2927
E non divenir ciechi? e tu, mio core,
2928
Come mandare a mio sostegno puoi
2929
Lo spirito vitale, essendo morti
2930
Que' ch'eran la mia vita, la cui imago
2931
Con tanta gioia in te scolpita avevi?
2932
Oimè, marito, oimè, figliuoli, oimè,
2933
Perché non mi conciede il Re del cielo,
2934
Per sua bontà, che com'io mi viveva
2935
In tuttatre voi lieta, ora morendo
2936
A tuttatre donassi anco la vita?
2937
E se non lece a me co la mia morte
2938
Tornarvi in vita, perché almen non puoi,
2939
Marito mio, impetrar tanto di spirto,
2940
Ch'a la dolente tua moglie infelice,
2941
Che con sì amara voce ora ti chiama,
2942
Risponder possi almeno una parola?
2943
Ai sovra ogn'altra cosa amato capo,
2944
A che cheggio io quel ch'avenir non puote?
2945
Maladetto colui che mi ti face
2946
Tal or veder qual io ti miro. Accogli
2947
Quel che la donna tua t'offere, il capo
2948
Del traditor, che 'l tuo ti tolse, e quelle
2949
Mani che fèr lo scelerato ufficio.
2950
E voi, fidi sostegni a la mia vita,
2951
Figliuoli nati d'infelice madre,
2952
Viscere espresse del mio corpo e vera
2953
E viva imago del mio caro Oronte,
2954
Come son senza voi, oimè meschina,
2955
Misera, trista, dolorosa, afflitta!
2956
Perché vi dèi, come innocenti agnelli,
2957
A quel lupo arrabbiato? perché prima
2958
Non mi lasciai svenare e aprire il core
2959
Che darvi ne le man di quel crudele,
2960
Assetato via più del vostro sangue
2961
Che di quel de le fiere orso selvaggio?
2962
Oimè, che mi mostraro bene in sogno
2963
La mia trista ventura i Dei del cielo,
2964
E del suo aperto mal fu ben presaga
2965
La mente mia; ma non si può schifare
2966
L'empio destin né la malvagia sorte.
2967
Ma godetevi almeno, alme innocenti,
2968
Godete, che ne giace ora colui
2969
Per cui voi vi giacete. E co' coltelli
2970
Con cui da lui ne sete stati uccisi,
2971
N'è stato ucciso anch'ei, da quelle mani
2972
Per cui ne devevate esser difesi
2973
Dal suo furor, s'al ciel piaciuto fosse,
2974
E qual vittima a voi da lor sacrato.
2975
Oimè, figli, o marito,
2976
Oimè, marito, o figli,
2977
Quant'è grave il dolor che per voi porto!
2978
NODRICE.
O che pianto, o che grida, o che querele
2979
Crudeli i' sento!
2980
DON. DI.
Certo che son gravi,
SEMICORO.
Né lontano molt'è questo lamento.
2981
ORBECCHE.
O giorno sempre acerbo a gli occhi miei,
2982
Giorno sovra ogni giorno amaro e oscuro,
2983
Quanto trista mi fai, quanto dolente!
2984
Oh che bel morir era oggi ha quattr'anni!
2985
Non credo che di me sia più infelice
2986
La infelicità istessa; e s'aver puote
2987
Corpo mortale, ella nel mio si vive.
2988
NODRICE.
Certo ch'io n'ho pietà, senza ch'io sappia
2989
La cagione del male o chi si dolga.
2990
ORBECCHE.
Ma che prolungo più la vita mia?
2991
Già verso voi finito è ogni mio ufficio,
2992
Figliuoli miei, caro marito mio;
2993
E più cosa nessuna a far mi resta
2994
Se non che venga a giungersi con voi
2995
Questa infelice e miserabil alma.
2996
Però, caro marito e cari figli,
2997
Le cui anime forse a le mie grida
2998
Venute sono e 'n questo loco insieme
2999
Godon de la vendetta da me fatta,
3000
Cogliete questo spirto ch'a voi viene
3001
Per più non si partir da voi, per sempre
3002
Godervi. Or noi, contra il suo antico stile,
3003
La morte, che disgiunge tutti gli altri,
3004
Congiungerà con sempiterno nodo.
3005
Oimè, caro marito, o cari figli!
3006
NODRICE.
Deh di grazia guardiam se noi vediamo
3007
Chi sparge al ciel così dogliose voci.
3008
ORBECCHE.
Ben prego, se non è pietà dal mondo
3009
Sbandita in tutto, ch'una grazia almeno
3010
Mi sia concessa in questo estremo punto:
3011
Che così come l'anime congiunte
3012
Saran ne l'altra vita . . .
3013
DON. DI.
Oimè, Nodrice,
SEMICORO.
Che la Reina nostra è che si duole!
3014
Vedila là con un coltello in mano,
3015
Che par che sé medesma uccider voglia.
3016
NODRICE.
Oimè, che 'l traditor del padre avralle
3017
Rotta la fede e l'averà costretta
3018
A darsi morte co la propria mano!
3019
Ai trista me! M'andianle, andianle incontro,
3020
Donne mie care, ma così nascose
3021
Ch'ella non se n'aveggia, acciò che forse
3022
Non s'avacciasse di passarsi il petto,
3023
Veggendone a sé gire; e a poter nostro
3024
Levianla da la morte.
3025
ORBECCHE.
Così insieme
In un medesmo luoco sian riposti
3026
I corpi nostri in questa vita ch'ora,
3027
Il petto trafigendomi, abbandono.
3028
NODRICE.
Che cosa è questa, oimè, Reina, e quale
3029
Empio furor così cieca vi mena
3030
A darvi morte?
3031
Ai trista me, che tardi
3032
Siam giunte! Oimè,
3033
Già si ha passato il core
3034
La nostra alta Reina!
3035
Oimè, che morta
3036
La veggio, oimè, giacere!
3037
Ve' la cagione
3038
De la sua acerba morte.
3039
Ai crudo padre,
3040
Com'hai, essendo padre, mai potuto
3041
Privar la figlia tua de' propri figli,
3042
Oltre ogni merto lor, sì indegnamente?
3043
Non dico del marito, ancor che vile
3044
Sia stata et iniqua opra averlo ucciso.
3045
O che perdita è questa! oimè, che danno!
3046
Ai vecchiezza infelice, ai vita amara
3047
E più cruda che morte! ai destin fero,
3048
Destin rapace e reo, destino ingiusto,
3049
Che più t'avanza a fare in questa corte
3050
D'infelice, di tristo e di dolente,
3051
Perché sazio ti resti?
3052
Oimè, Reina!
3053
E perché non chiamaste anco con voi
3054
Questa infelice vecchia a morir vosco,
3055
Acciò che mai non si potesse dire:
3056
Orbecche è morta e la Nodrice è viva?
3057
Oimè, che divinaste ben voi quello
3058
Ch'esser deveva; et io, semplice e sciocca,
3059
Creder giamai nol volli, anzi vi spinsi,
3060
O me infelice, a la palese morte,
3061
Col mio persuadervi che contenta
3062
Vi faria il don de lo spietato padre,
3063
Che stato vi è cagion di darvi morte.
3064
DON. DI.
Misere noi, ben siam come smarrita
3065
SEMICORO.
Nave che 'n mar senza governo sia,
3066
Piene d'ogni dolore
3067
E senza alcuno onore,
3068
Senza speme d'aita.
3069
Poi che colei, a cui non fu né fia
3070
Simil unqua tra noi,
3071
Al fin de' giorni suoi
3072
Venuta e qual baleno è a noi sparita.
3073
Ai fortuna aspra e ria,
3074
Ai sorte acerba, ai sorte,
3075
Com'hai a un colpo sol tutte noi morte!
3076
NODRICE.
Giusto duol bene a lamentar vi mena,
3077
Figliuole mie, ch'a voi tolt'ha la morte
3078
Ogni speme, ogni onore, e a me la vita.
3079
O fallaci pensier di noi mortali!
3080
Or che Reina e maritata e lieta
3081
I' sperava vedervi in somma altezza,
3082
Morta i' vi veggio. Oimè trista e dolente!
3083
O Signora, o Reina amata e cara,
3084
Alzate gli occhi a la Nodrice vostra
3085
E vedete il suo pianto; e a le parole
3086
Risponda questa bocca da la quale
3087
Uscian sì dolci e sì soavi accenti
3088
Che potean di dolcezza ogni gran pianto
3089
Condire, oimè!
3090
Ma non farà la morte
3091
Ch'io non accolga almen da queste labbra
3092
Lo spirto estremo, se ven resta punto.
3093
O dolci e care labbra,
3094
O labbra amate,
3095
Che con tanta mia gioia già succiaste
3096
Le poppe mie, com'or vi veggio essangui!
3097
Misera me, ben sono, oimè, di vetro
3098
Le spemi nostre e d'ogni lieve vento
3099
Più veloci a fuggirsi.
3100
O vita mia,
3101
Deh rispondete almeno una parola
3102
A la trista Nodrice ch'or vi chiama.
3103
Ma che pur chiamo? Ella non sente nulla.
3104
Però, care mie figlie, or m'aiutate
3105
A portarla qui in casa e i figli e 'nsieme
3106
Il capo del marito, acciò ch'almeno
3107
Compiamo verso lor l'ultimo ufficio
3108
E gettiamo il crudele empio Tiranno
3109
A divorare a gli avoltori, a i lupi.
3110
Peso già a me via più d'ogn'altro dolce,
3111
Com'or mi sei via più d'ogn'altro amaro!
3112
Oimè, Reina, oimè,
3113
Oimè, perché non moro,
3114
Conoscendo voi morta?
3115
Oh come mai
3116
Potrò più senza voi vivermi al mondo?
3117
Oh perché, come m'hai d'ogni ben priva,
3118
Crudele, acerba, inessorabil morte,
3119
Togliendomi colei ond'io viveva,
3120
Tolta non m'hai con lei di questa vita?
3121
DON. DI.
E noi che più sperar, lasse, devemo?
3122
SEMICORO.
Morta ogni nostra spene,
3123
Sol n'avanzan sospiri, angoscie e pene.
3124
In voi perduto ogni sostegno avemo,
3125
Cara Reina nostra, e con voi giace
3126
Ogni nostro contento et ogni pace.
3127
[CORO]
CORO
Ben è vana e fugace
3128
Questa felicità nostra mortale,
3129
Ch'un'ombra è de l'eterna;
3130
E a chi ne la divina l'alma interna,
3131
Quanto più bella par, tanto men vale.
3132
Dunque a quella immortale
3133
Ch'è là dov'è il Signor che 'l ciel governa,
3134
Chiunque il ver discerna,
3135
Del veloce pensier spiegar dee l'ale
3136
E lasciar questa frale
3137
Qui godere a gli sciocchi,
3138
Cui le cose terrene appannan gli occhi.
3139
IL FINE DEL QUINTO ATTO
Atto
LA TRAGEDIA
Venut'è omai il mio doglioso fine,
3140
Caro lettore, e se potuto avessi
3141
Di me medesma a voglia mia disporre
3142
Stando nascosa, non avrei noiato
3143
Co le dolenti mie querele alcuno.
3144
Che quantunque io sapessi ch'i più saggi
3145
Preposero a ogni sorte di poema
3146
La real gravità de la Tragedia,
3147
Come color che ben vedean che nulla
3148
Era nel mondo onde potesse avere
3149
Lo stuolo uman modo miglior di vita,
3150
Non dimeno i' vedea che sì cresciuta
3151
(Mercé del guasto mondo)
3152
Che non pur la Tragedia non è in pregio,
3153
Ma il suo nome real è odioso a molti.
3154
Ma poi c'han vinto il mio voler l'altrui
3155
Voglie e costretta sono uscire in luce
3156
Mal grado mio, s'è 'n te pietà ti prego
3157
Ch'esser vogli vèr me più tosto mite
3158
E benigno censor, ch'aspero e crudo:
3159
Perché tu non aggiunga al mio dolore,
3160
Ch'è dur da sé, col lacerarmi, affanno.
3161
E se forse parrà ch'io non mi scopra
3162
In quell'abito altero in che devrei,
3163
Iscusimi la forza de' martiri
3164
Che tanto ogni desio d'ornarmi m'hanno
3165
Tolto, che spesse volte ho avuto invidia
3166
A le più rozze pastorelle, essendo
3167
Ne l'umile lor abito riposo,
3168
Ov'è 'l grave e real pieno di cure.
3169
Né mi dèi men pregiar perch'io sia nata
3170
Da cosa nova e non da istoria antica:
3171
Che chi con occhio dritto il ver riguarda,
3172
Vedrà che senza alcun biasimo lece
3173
Che da nova materia e novi nomi
3174
Nasca nova Tragedia. Né perch'io
3175
Da gli atti porti il prologo diviso
3176
Debbo biasimo aver, però che i tempi
3177
Ne' quai son nata e la novità mia
3178
E qualche altro rispetto occulto fammi
3179
Meco portarlo: che ben pazzo fora
3180
Colui il qual, per non por cosa in uso
3181
Che non fosse in costume appo gli antichi,
3182
Lasciasse quel che 'l loco e 'l tempo chiede
3183
Senza disnor. E s'io non sono in tutto
3184
Simile a quelle antiche, è ch'io son nata
3185
Testé da padre giovane e non posso
3186
Comparir se non giovane; ma forse
3187
Potrà levare il dispiacer ch'avrai
3188
Del mio grave dolor, la verde etade.
3189
E che divisa in atti e 'n scene io sia,
3190
Non pur non deve essermi ascritto a vizio,
3191
Ma mi deve mostrar via più leggiadra.
3192
Che com' un uom fia strano mostro al mondo
3193
Che non abbia distinte in sé le membra,
3194
Così anch'io istimo che spiacevol fora
3195
Vedermi in un tutta confusa. E bene
3196
Seneca vide et i Romani antichi,
3197
Quanto vedesser torto i Greci in questo.
3198
E ch'io sia grande e grandi abbia le parti,
3199
Fuor de l'ordin non è de la natura,
3200
Anzi maggior beltà regna in que' corpi
3201
Che ne la spezie lor sono maggiori.
3202
E s'ad alcun, cui grave sia d'udire
3203
Ragioni ch'a pietà possin piegare
3204
Un animo disposto a la vendetta,
3205
Troppo lungo parrà forse Malecche,
3206
Egli a sua volta lo si accorci, ch'io
3207
Mai perciò non verrò seco a tenzone.
3208
Né stran ti paia che le donne ch'io
3209
Ho meco in compagnia sian via più saggie
3210
Che paia altrui che si convenga a donne.
3211
Ch'oltre il lume, qual ha de la ragione
3212
Come l'uomo la donna, il gran sapere
3213
Che chiude in sé quella sublime e rara
3214
Donna, il nome di cui alto e reale
3215
Con somma riverenza e sommo onore
3216
Oscuramente entro a me chiaro serbo,
3217
Far può palese a ogni giudicio intiero
3218
Non pur quanto di pregio in sé aver possa
3219
Donna gentil, ma che 'n prudenzia e senno
3220
(Rimossa che ne sia la invidia altrui)
3221
Agguagliar puote ogni saggio uom del mondo.
3222
Appresso non ti paia stran che i Ciri
3223
Meco non abbia e i Dari e le Satipne,
3224
Quantunque i' mi confessi esser di Persia:
3225
Che da sì fatto biasimo iscusare
3226
Mi può il mio nascimento, a chi ben mira.
3227
Né dee duro parere, ad uom che sappia
3228
Che può desperazione e grave doglia
3229
In cor di donna, che la figlia, senza
3230
Speme alcuna rimasa nel dolore,
3231
Dat'abbia acerba morte al crudo padre.
3232
E quantunque ne moia il fier tiranno,
3233
Nessun di sceleragine giamai
3234
M'accuserà che con sano occhio miri
3235
A qual pietade desti i cori umani
3236
Il caso di coloro ond'io son nata.
3237
E s'avut'ha lo Stagirita duce,
3238
Che tanto vide e tanto seppe e scrisse
3239
E di compor Tragedie aperse l'arte,
3240
Nel darsi aperta morte la Reina
3241
Ond'ho il nome io, per per fine al suo male,
3242
Maraviglia non è se da le leggi
3243
Del Venusino in ciò partissi e volle
3244
Nel cospetto del popolo col ferro
3245
Darsi con forte man la morte in scena.
3246
A que' ch'a' giri de le voci intenti
3247
Vanno ansiosamente mendicando
3248
Gonfie parole et epiteti gravi
3249
E d'orror ciechi e sanguinose morti,
3250
D'Acheronti, di notti orride e nigre
3251
Empion le carte lor se scrivon pianto,
3252
E s'allegrezza, altro da lor non s'ode
3253
Che fiori, erbe, ombre, antri, onde, aure soavi,
3254
Rubin, perle, zefir, topazi et oro,
3255
Dirai ch'a scielta tal mi fece inetta
3256
La forza del dolor che mi premea;
3257
Et ho voluto aver più tosto duce
3258
Con l'ornamento debito natura,
3259
Che con pompose voci una finta arte.
3260
A' molti ch'oggi scrivono volgare
3261
E lascian l'uso de' scrittori eletti,
3262
Fidandosi di sé - per esser nati
3263
In parte ove par lor che sia perfetta
3264
La volgar lingua, ch'è senza alcun pregio
3265
S'a lei non danno onor gli auttori antichi -
3266
Tu risponder potrai agevolmente,
3267
Se forse contra me parlar vorranno,
3268
Perché seguito in parte abbia il gran Tosco
3269
Che per Laura cangiò l'Arno con Sorga,
3270
Et il buon Certaldese, eterni e chiari
3271
Lumi de la volgar dolce favella.
3272
Che tal fu la Romana e tal la Greca
3273
Lingua, qual ora è la volgare et ambe
3274
Non dal parlar comun, ma da' scrittori
3275
Che 'n esse si scoprirono eccellenti
3276
Ebbero nome e tanto for pregiate,
3277
Quant'era simil l'una e l'altra a quelli
3278
Tre, quattro e sei ch'avean la scielta fatta
3279
Del meglio tra il parlar del volgo indotto.
3280
E chiunque nel dir cercava fama,
3281
Seguia que' scrittor buon, né si fidava
3282
Di sé per esser nato in Grecia o 'n Roma.
3283
È vero ben che per essere ancora
3284
Vivo questo volgar grato idioma,
3285
Giudico che sia lecito a chiunque
3286
Scrive in tal lingua, usare alcuna voce
3287
(Scielta però da singolar giudicio)
3288
Che ne' predetti Toschi non si trovi.
3289
Però a quei che ristretta han questa lingua
3290
(Che in tal oppinione oggi son molti)
3291
Solo a le voci de' due chiari Toschi,
3292
Se voce è 'n me che non si trovi in essi,
3293
Vo' che risponda teco il divin Bembo,
3294
Bembo divino che la volgar lingua
3295
Tolt'ha dal carcer tenebroso e cieco
3296
Regno di Dite, con più lieto plettro
3297
Ch'Orfeo non fe' la sua bramata moglie;
3298
E 'l Trissino gentil che col suo canto
3299
Prima d'ognun dal Tebro e da l'Illisso
3300
Già trasse la Tragedia a l'onde d'Arno;
3301
Et il gran Molza, il cui onorato nome
3302
Vola con chiaro grido in ogni parte;
3303
Et il buon Tolomei ch'i' volgar versi
3304
Con novo modo a i numeri Latini
3305
Ha già condotto e a la Romana forma;
3306
E quel che 'nsino oltre le riggid'Alpi,
3307
Da Tebbe in Toscano abito tradusse
3308
La pietosa soror di Polinice:
3309
I' dico l'Alamani che mi vide
3310
Per mio raro destino uscire in Scena.
3311
Questi felici e pellegrini ingegni,
3312
Co gli altri che seguiti han le lor orme
3313
(Ancora che que' due celebri auttori
3314
Abbiano in pregio tal qual deono aversi)
3315
Cercando d'aumentar questa favella
3316
Con ferma elezione e ver giudicio,
3317
Han più tosto voluto procacciarsi
3318
Con libertà lodevole di voci
3319
Ch'aprano e lor concetti, che 'n prigione
3320
Co' ceppi a' piedi rimanersi muti.
3321
Lasciando adunque a te tal peso e a loro,
3322
Attenderò, sotto il presidio raro
3323
Del Signor sotto il cui favor son fuori,
3324
Ch'altri, da le mie voci forse desto,
3325
In abito più altero e più onorato
3326
Mostri Tragedie e di beltà più rare.
3327
Perché a le virtù loro, a le lor doti,
3328
A la mirabil lor rara bellezza
3329
(Pur che non sia diforme al mio dolore)
3330
Cercherò somigliarmi a mio potere.
3331
IL FINE