Volver a la obra Mostrar
1 Orbecche: Tragedia

Giambattista Giraldi Cinzio — EMOTHE0163_OrbeccheTragedia

LE PERSONE CHE PARLANO

NEMESI Dea
FURIE infernali
OMBRA di Selina
ORBECCHE figlia del Re
NODRICE d’Orbecche
ORONTE consiglieri
MALECCHE consiglieri
SULMONE Re
MESSO del Re
CORO
TAMULE
ALLOCCHE
MESSO
SEMICORO
DONNE DI CORTE d’Orbecche
Il Coro è di Donne di Susa.

Atto

IL PROLOGO
Essere non vi dee di maraviglia, 1
Spettatori, che qui venut'i' sia 2
Prima d'ognun, col prologo diviso 3
Da le parti che son ne la Tragedia, 4
A ragionar con voi, fuor del costume 5
De le Tragedie e de' Poeti antichi: 6
Perché non altro che pietà di voi 7
Mi ha fatto, fuor del consueto stile, 8
Qui comparir, di maraviglia pieno. 9
Né senza gran cagion mi maraviglio 10
Che tanti alti Signor, tant'alte donne 11
Nobil in sommo e tanti spirti illustri, 12
Fuor d'ogni oppenion nostra, sì ratti 13
Oggi qui sian venuti, ove non s'hanno 14
A recitar di Davo o ver di Siro 15
L'astute insidie verso i vecchi avari, 16
O pronti motti che vi movan riso, 17
O amorosi piaceri, o abbracciamenti 18
Di cari amanti o di leggiadre donne, 19
Onde possiate aver gioia e diletto; 20
Ma lagrime, sospiri, angoscie, affanni 21
E crude morti: onde voi che qui sete 22
Venuti per solazzo e per piacere 23
Avrete acerba e intolerabil doglia. 24
Onde, perché di lui non vi dogliate 25
(Senza riguardo avere a l'uso antico) 26
Il poeta m'ha fatto or comparire 27
A dar di ciò c'ha ad avenire indizio. 28
Però, se di voi stessi oggi vi cale, 29
Partitevi, di grazia, e qui lasciate 30
Noi altri col poeta in queste angoscie 31
Convenienti a la nostra aspra sorte 32
Et al misero stato in che noi semo. 33
Deh piacciavi non esser spettatori 34
Di tante aversità, di tante morti, 35
Quant'hanno ad avenir in questo giorno. 36
Oimè, come potran le menti vostre 37
Di pietà piene e d'amorosi affetti, 38
E sovra tutti di voi, donne, avezze 39
Ne' giochi, ne' diletti e ne' solazzi 40
E di natura dolci e dilicate, 41
Non sentir aspra angoscia, a udir sì strani 42
Infortunii, sì gravi e sì crudeli, 43
Quai sono quei che deono avenire oggi? 44
Come potranno i vostri occhi, lucenti 45
Più che raggi del sol, veder tai casi 46
E così miserabili e sì tristi 47
L'un sovra l'altro, e rattenere il pianto? 48
Deh gitevi, di grazia, che non turbi 49
Le vostre gioie e l'allegrezza vostra 50
E 'l dolce che tenete in voi, l'amaro 51
Empio dolore. Appresso, ognun di voi 52
Pensi quanto si deve allontanare 53
Da le sue case. Forse penserete 54
In Ferrara trovarvi, città piena 55
D'ogni virtù, città felice quanto 56
Ogn'altra che il sol scaldi o che 'l mar bagni, 57
Mercé de la giustizia e del valore, 58
Del consiglio matur, de la prudenza 59
Del suo Signor, al par d'ogn'altro saggio: 60
E fuor del creder vostro, tutti insieme 61
(Per opra occulta del Poeta nostro) 62
Vi troverete in uno instante in Susa, 63
Città nobil di Persia, antica stanza 64
Già di felici Re, com'or d'affanno 65
E di calamitadi è crudo albergo. 66
Forse vi par, perché non v'accorgete 67
Velocissimamente caminare, 68
Che siate al vostro loco, e sete in via 69
E già vicini a la città ch'io dico. 70
Ecco, quest'è l'ampia città reale, 71
Questo è 'l real palazzo, anzi 'l ricetto 72
Di morti e di nefandi e sozzi effetti 73
E d'ogni sceleragine, ove l'ombre 74
E l'orribili Furie acerbo strazio 75
Porranno in brieve e lagrimevol morte. 76
Ma che restate, oimè, perché nessuno 77
Di voi si parte? Forse vi pensate 78
Che menzogna si sia ciò ch'io vi dico? 79
Egli è pur vero, e già ne sete in Susa; 80
E nel tornar v'accorgerete bene 81
Quanti mar, quanti monti e quanti fiumi 82
Averete a varcar, prima che giunti 83
Ne siate tutti a la cittade vostra: 84
Che non vi farà agevole la via 85
Il Poeta al tornar, com'ora ha fatto. 86
E che qui non si trovi altro che pianto, 87
Tosto ne vederete espressi segni: 88
Ch'io veggio già quella possente Dea 89
Che Nemesi chiamata è da gli antichi, 90
Orrida in vista e tutta accesa d'ira, 91
Chiamare or qui da le tartaree rive 92
L'acerbe Furie co le faci ardenti, 93
Il cui crudele e dispietato aspetto 94
Temo così veder che più non oso 95
Qui far dimora, a ragionar con voi. 96

Atto I

SCENA I

(NEMESI Dea, FURIE infernali)
[NEM.]
L’infinita bontà del sommo Giove 97
Tempra così la sua giustizia immensa 98
Ch'ancor ch'un reo sia di gran vizii pieno 99
Né ad altro mai ch'a mal oprare intenda 100
E perciò merti agro e crudel castigo, 101
Pur aspettando Dio ch'ei si corregga, 102
Rattien la ferza e non gli dà la pena 103
Degna de le sue triste et inique opre. 104
(o bontà del Creatore eterno!) 105
Per più allettarlo al bene e mostrar lui 106
Più espressa la sua eterna, alta bontade, 107
Fin che in tutto non è fuor di speranza 108
Di deversi correggere, gli aumenta 109
Il bene e tutti i suoi disiri adempie 110
Con felice successo: ove 'l contrario 111
Spesso si vede di color che sono 112
Con ogni studio intenti a l'opre sante. 113
Perché chi a bene oprar l'animo intende, 114
Più perfetto si fa ne' casi aversi, 115
E ne ricorre per soccorso a Dio 116
Che fonte è d'ogni ben, d'ogni salute, 117
Sprezzando ciò che par felice in terra; 118
E vede che ciò lascia Dio avenire 119
A quei che giusti sono in questa vita 120
Perché ciascun che tra' mortali vive 121
(Per giusto ch'egli sia) 122
Contra l'alta bontà del Fattor suo: 123
Ond'egli vuol che questa breve pena 124
In questo stato purgi loro e poi 125
Godano eternamente il ben del cielo. 126
Ov' a color che son nel mal immersi, 127
Quando i peccati lor son giunti al sommo 128
E conoscer non han voluto quanto 129
Cerco abbia Dio di ricchiamarli a lui, 130
Dà spesso in questa vita acerba morte 131
E ne l'altra infiniti, aspri tormenti 132
Per que' brevi piaceri avuti un tempo, 133
Che stati forse son piena mercede 134
Di qualche picciol ben fatto da loro: 135
Che come 'l mal non è senza la pena, 136
Così non è senza mercede il bene; 137
E avien sovente che gli altrui peccati 138
Passano insino a' figli et a' nipoti 139
E del paterno error portan la pena. 140
Ciro ne può far fede, insino al quale 141
Passò il fallo di Gige et allor ebbe 142
Castigo de l'error che più felice 143
Esser credeva; e insino a Roboamo 144
Passò di Salomon l'aspra vendetta. 145
E perché non conosce questa gente 146
Sciocca, mortale e d'ogn'ingegno priva, 147
Ciò che la providenzia eterna face, 148
Se talor vede ch'un mal'uom gioisca 149
E sia in felice stato e un uom gentile, 150
Pieno d'ogni virtù, sostenga affanno, 151
Biasima la divina alta giustizia 152
E pensa che quell'alta providenzia, 153
A cui tutto è palese et in un punto 154
Vede il presente et il passato e quello 155
Ch'avenir dee, sia cieca e nulla curi 156
Queste cose che son qui sotto il cielo. 157
O gente sciocca, voi che non vedete 158
A pena quel ch'avete innanzi a gli occhi, 159
Volete far del sommo Dio giudicio! 160
O pazza presunzion! Nulla procede 161
Senza ordine infinito; et io che sono 162
Qui tra' mortali indagatrice certa 163
De' fatti loro e con acuta vista 164
E le cose celate e le palesi 165
Giudico e veggio con giudicio intiero, 166
Annunzio per certissimo che mai 167
Non fu buon fatto alcun senza mercede 168
Né mai un reo fuggì l'aspra mia ferza. 169
E se pur ad alcun talor la pena 170
S'è differita, è sovraggiunta poi 171
Tant'aspra e così grave che contenta 172
Rimasa n'è la mia vindice destra: 173
Tal che veder si può che que' felici 174
Si posson dire a' qual de' falli loro 175
Subito viene il debito castigo. 176
Et or ne darà a ognun sì chiaro essempio 177
Questo fiero Tiran che si pensava 178
Esser al par de la divina altezza, 179
E da l'età sua prima Dio sprezzando, 180
Insino ad or ha sempre oprato male: 181
Ch'ognun potrà vedere agevolmente 182
Che quanto egli insin or di bene ha avuto, 183
Stato è a suo danno e de la sua famiglia. 184
Che per altro non sono or qui venuta 185
Che per dare a lui oggi e a la sua gente, 186
A cui passato è 'l suo ostinato errore, 187
Il giusto guiderdon de le mal'opre; 188
E perciò trar fuor de l'oscuro abisso 189
L' irate Furie co le faci ardenti, 190
Che pongan or tra la sua gente e lui 191
Non pur tanto furor quanto fu mai 192
In Tantalo, in Tieste, in Atamante, 193
Ma quanto mai non fu veduto in terra. 194
Uscite adunque co le faci accese, 195
Figliuole de la Notte e d'Acheronte, 196
Ad essequir quello che 'l sommo Giove 197
A strazio di Sulmon per me ve impone. 198
FURIE.
Eccone: siam, possente Dea, per fare 199
Tutto quel che da te ne sarà imposto. 200
Né tanto fuoco mai fulmine ardente 201
Portò seco dal ciel, né Borea od Euro 202
Il mar tranquillo sottosopra volse 203
Con tanta forza, quanto in questa corte 204
Porrem furore e come muteremo 205
Quanto in lei è di lieto in doglia e 'n pianto. 206
Imponi pur ciò che noi far devemo, 207
Che in un momento fia ispedito il tutto. 208
NEMESI.
Empiete adunque di furor sì grave 209
Quest'empia corte ove Sulmon soggiorna 210
Ch'altro non vi si veggia che dolore 211
E strazi e pianto e morti; e da ogni canto 212
La scelerata corte a sangue piova. 213
Fate che miser venga chi è felice 214
E felice s'istimi il più dolente, 215
E che 'l padre e la figlia, d'ira accesi, 216
Non cerchino altro che dolore e morte. 217
FURIE.
Ecco ch'a pieno ora compimo il tutto. 218
NEMESI.
Assai fatt'è; veloci omai tornate 219
A le case di Dite, a i regni oscuri, 220
E accelerate il passo, che l'aspetto 221
Vostro non può soffrir terra né cielo. 222
Ecco che 'l sol s'oscura, e da ogni parte 223
Fuggono da la terra erbette e fiori, 224
E lasciano le frondi e i frutti i rami, 225
E tutto 'l mondo vien pallido e nero. 226

SCENA II

(OMBRA di Selina, moglie di Sulmone)
OMBRA
Uscita i' son da le tartaree rive 227
Onde si son partite or le tre Dee 228
Che de' dannati ne gli oscuri regni 229
Prendono grave et immortal supplicio; 230
(come insin là giù la fama suona) 231
Venute sono a la diurna luce 232
Per por furor estremo ne la corte 233
Del Re Sulmon, già mio crudel marito. 234
E benché strazio tal esser di lui 235
Debba e del sangue suo, che più bramare 236
Non ne devrei, pur ho voluto anch'io, 237
Con licenzia di Pluto, or qui venire. 238
Non che poter accrescer io mi pensi 239
Mal a Sulmon, che 'l suo fia 'n sommo grande; 240
Ma perché questo giorno non si fugga 241
Et io non faccia a mio poter almeno 242
De l'aspra morte mia crudel vendetta. 243
Ma dimmi, ch'uopo t'era da l'inferno, 244
Nemesi, trar le scelerate Furie 245
Per accender furor in questa casa? 246
Che Furia più potente aver potevi 247
Di me? Ma poi ch'esse hanno avuto quello 248
Ufficio ch'a ragion mi si devea, 249
Perché non resti per me nulla a farsi, 250
Portat'ho anch'io questa letal facella 251
Accesa di mia mano in Flegetonte 252
Per dar degno splendore a queste nozze 253
Che già foron secrete, or fian palesi, 254
Tra Oronte e Orbecche, mia figlia proterva: 255
Orbecche, dico, che cagion fu sola 256
Che Sulmon mi trovasse col mio figlio 257
E desse ad ambo noi morte crudele. 258
Così dunque dopo ch'a l'aspro padre, 259
Al padre traditore, al padre iniquo 260
Avrà data spietata e orribil morte, 261
Vinta dal duolo e da l'ambascia estrema 262
Che soffrirà poi che veduti uccisi 263
Avrà il caro marito e ambe due i figli, 264
Sotto spezie di fé, da l'avo ingiusto, 265
Ella con quella man che diede indizio 266
A Sulmon del mio mal, sé stessa uccida. 267
Sian l'altre morti de le Furie, questa 268
Sarà la mia. Così verranno insieme 269
L'avo, la madre et i figliuoli e 'l padre 270
A l'ombre oscure, a la infernal regione 271
Ove da Radamante e da Minosse 272
Saranno condennati a tai supplicii 273
Ch'avranno invidia a la spietata sete 274
Di Tantalo; e parrà lor pena lieve 275
Che dia a l'avido augel di sé dur'esca 276
Tizio infelice; e l'essere aggirato 277
Sempr'Ission da la volubil ruota 278
Et il portar del sasso sovra 'l monte 279
Di Sisifo e cader da l'alta cima 280
E qualunque altra pena fia maggiore 281
Nel cieco carcer de l'oscuro abisso, 282
Parrà loro un piacere et un trastullo 283
Appo il tormento ch'essi avran tra noi. 284
Così del mal lor sazii rimaremo 285
Io et il figliuol ch'or ne le stigie parti 286
Segue, dovunque vada, l'ombra mia 287
E mi minaccia e mi percuote e sferza, 288
Solo imputando a me l'aspra sua morte. 289
Sulmon, Sulmon, non ti varranno i tetti 290
D'oro, né le munite e forti torri, 291
Né l'aver sotto te gente infinita, 292
Né a tua custodia aver uomini eletti, 293
Perché non t'abbia la tua figlia propria 294
Con mano scelerata a tòr dal busto 295
La testa indegna di corona e quelle 296
Man da le braccia che sì pronte foro 297
A bruttarsi nel sangue mio e nel sangue 298
Del tuo primo figliuol sì indegnamente. 299
Ma perché non poss'io tanto di spazio 300
Aver da le mie pene che presente 301
Esser possa a veder questa ruina? 302
A che mi ricchiamate, ombre, tra voi 303
Al fuoco eterno et a l'eterno danno? 304
Forz'è ch'io torni a i tenebrosi orrori, 305
A sostener le consuete pene, 306
Che più non vuol Pluton che qui dimori: 307
Però voglio ispedir quanto far debbo. 308
Altro non resta più per farmi sazia 309
Se non poter al tutto esser presente; 310
Ma poi che 'l mio destin questo mi vieta, 311
Ne porto almen questo contento meco, 312
Che pria ch'oggi s'attuffi il sol ne l'onde, 313
Verranno anch'essi a le tartaree rive 314
A sostener con me tormenti eterni. 315

[CORO] "[CORO]" Introducimos esta anotación de referencia estructural ya que tiene una valor “de escena” y se distingue, de este modo, del “CORO” entendido como personaje colectivo

CORO
Venere, il cui poter la terra e 'l mare 316
E 'l cielo e 'l cieco inferno 317
Sente e quant'è nascosto e quanto appare; 318
O Dea, dal cui superno, 319
Almo valor ogni cosa mortale 320
Prende ristoro e pace, 321
Da cui sol quanto piace, 322
O sia fragil diletto od immortale, 323
Viene, com'arbor vien da sua radice, 324
Né puote in terra o 'n cielo alcun verace 325
Contento esser giamai, senza il felice 326
Tuo vivo lume, cui onora e cole 327
Quanto sostiene il cielo e vede il sole: 328
Tu sola, quando era ogni cosa oscura 329
E senza onor giacea, 330
Come mastra miglior de la natura, 331
La lite ingiusta e rea 332
Che 'n tenebroso orror teneva involto 333
Tutto il seme del mondo, 334
Col tuo lume fecondo 335
Levasti sì che quant'era ivi occolto 336
Apristi e 'nsieme le contrarie cose 337
Legasti ad un, con nodo sì secondo 338
Che, piene di concordi e d'amorose 339
Voglie, rubelle unqua non furon poi 340
Che sentìr quanto vali e quanto puoi. 341
Onde divisi for l'acqua e la terra 342
E 'l lieve aere e 'l fuoco, 343
La cui concorde e discordevol guerra 344
Fece ch'a poco a poco 345
S'empié di pesci il mar, l'aer d'augelli, 346
Di varii armenti il suolo; 347
E non di questo solo, 348
Ma di frondi e di fior soavi e belli, 349
D'arbori e d'erbe e di quantunque vive 350
Qui sotto il ciel, da l'uno a l'altro polo; 351
E per le fiamme tue cocenti e vive 352
Incominciò, pien d'amorosa speme, 353
A propagarsi in terra il mortal seme. 354
Né questo pur, ma il sole anco e la luna 355
E quante nel ciel sono 356
Stelle fisse od erranti, ad una ad una 357
Del tuo poter for dono, 358
Che sarian, senza te, ne l'ombra ancora 359
Co l'altre cose oppresse; 360
E quelle menti istesse 361
Che movono i celesti cerchi ogn'ora, 362
Nulla sarrebbon senza il tuo valore. 363
Tu principio, tu fin di quanto elesse 364
Di generar tra sé l'alto Motore, 365
Tu sola fai ch'ei con perpetua legge 366
E providenza eterna il mondo regge. 367
Onde poi che di tante opre leggiadre 368
Cagion sei stata e sei, 369
Non sostener che morti acerbe et adre 370
E tanti casi rei 371
Sostengan questi due miseri amanti 372
Che tutti a dramma a dramma 373
Ardon de la tua fiamma. 374
Quant'aspre morti e quanti amari pianti 375
Stan sovra il capo lor, se la tua forza, 376
Ch'ogni cosa creata accende e 'nfiamma, 377
A lo influsso del ciel non face forza! 378
Sì che si volga in allegrezza e 'n canto 379
Sì doloroso e miserabil pianto. 380
Dunque, Dea sacra et alma, 381
Movanti e giusti prieghi 382
E fa' che 'l fier destin si muti o pieghi. 383
FINE DEL PRIMO ATTO

Atto II

SCENA I

(ORBECCHE figliuola del Re Sulmone, NODRICE)
ORBECCHE.
Ai, quanto brevi sono i piacer nostri! 384
Quanto vicin al riso è sempre il pianto! 385
NODRICE.
Oh che dolente voce è questa ch'odo! 386
Parmi che sia la mia Reina: i' voglio 387
Veder s'è dessa e che dolor l'afflige. 388
ORBECCHE.
Credo che fa come si dice a punto 389
La fallace fortuna a me nemica, 390
Che quanto più piacer ci arreca o gioia, 391
Tanto maggior dolor n'apporta poi; 392
E ch'i fugaci suoi beni non sono 393
Se non ombra di bene, ma l'angoscie 394
Son più che 'l ver veraci: et io in me il provo. 395
NODRICE.
E che cosa è che sì v'afflige e preme, 396
Essendo vivo il vostro Oronte e i figli? 397
ORBECCHE.
Oimè, che la cagion del mio dolore 398
È troppo più crudel ch'altri non crede! 399
M'avesse tolto il mio marito e i figli, 400
Nodrice mia, se la spietata morte 401
Forse i' sarei la più felice donna 402
Che mai nascesse al mondo. Non ch'io brami 403
O mai bramassi d'alcun d'essi il fine 404
(Ch'Oronte et essi la mia vita sono) 405
Ma perch'io veggio ch'assai peggio è ch'ora 406
Si trovin vivi. È ben morire a tempo 407
Un don dato dal cielo. 408
NODRICE.
Oimè, ch'è questo?
Mi trafigete il cor, Reina mia, 409
Co le vostre querele. Oh che principio 410
Al vostro ragionare avete fatto! 411
Che strano augurio, oimè misera, è questo! 412
ORBECCHE.
Egli è, Nodrice mia, pur troppo strano 413
E infelice son io più d'ogni donna. 414
NODRICE.
Oimè, tremar mi fate insino a l'ossa, 415
Veggendovi sì trista! Oimè, Reina, 416
Ditemi la cagion di sì gran doglia, 417
Che forse al vostro mal sarà rimedio. 418
ORBECCHE.
Non perch'io speri al mio languir rimedio, 419
Ma perché il core pur respira alquanto 420
Ne l'isfogar le gravi angoscie interne, 421
Dirotti la cagion del mio gran male. 422
Quattro anni ha già, come tu sai, ch'io presi 423
Per mio marito il mio fedele Oronte, 424
Senza dirne parola al padre mio. 425
Et ancor che di noi siano già nati 426
Due figli, stat'è ciò così secreto 427
(Mercé de la prudenza tua) 428
Eccetto te che per mia madre tengo, 429
Non n'ha sentito pure una parola. 430
E perché il padre mio si ritrovava 431
Debole alquanto e di molt'anni carco, 432
I' mi pensai ch'ei si dovesse, prima 433
Che la cosa sapesse, uscir di vita. 434
Ma il mio destin m'ha ben mostrato quanto 435
Sia stato il mio sperar fallace e vano 436
E quanto folli siano i pensier nostri. 437
Che ragionando eri il mio padre meco, 438
Mi disse, dopo molte altre parole: 439
Orbecche, poi che piacque al Re del cielo 440
In te sola serbare il seme nostro, 441
Or che tu sei già pervenuta a gli anni 442
Di devere pigliar marito, e essendo 443
Vago d'averti il Re Selin per moglie, 444
Che 'l regno tien de' Parti a noi vicino, 445
Giovane tale, e di stato e d'ingegno, 446
Che sol tuo deve e non d'altri esser sposo; 447
E avendomiti chiesta da sua parte 448
Lamocche nostro, et io promessa a lui, 449
I' vo', per quell'amor che mi mostrasti 450
Sempre portare e che mai sempre fece 451
Che 'l tuo volere e 'l mio fosse uno istesso, 452
Che di quanto fatt'ho resti contenta, 453
Acciò che 'n questa mia vecchiezza estrema 454
Vegga la succession de' miei nepoti. 455
NODRICE.
Ben fu troppo improviso questo assalto 456
E da devervi tòrre ogni consiglio. 457
ORBECCHE.
Poco mancò ch'io non rimasi morta, 458
Cara Nodrice, al suon di queste voci. 459
Pur raccogliendo gli smarriti spirti 460
E dal volto chiamando al cor la doglia, 461
Così risposi: Padre, quell'amore 462
Che fatto ha insino ad or che il voler vostro 463
Sia stato il mio, mi face ora negarvi 464
Quanto voi mi chiedete. Oimè meschina 465
(E a questa voce i' mandai fuora il pianto 466
Ch'altro su gli occhi che pietà del padre 467
V'avea condutto) 468
Voi stare un'ora al mondo? Ai padre, ai padre, 469
É ogni contento mio solo in voi posto: 470
Però per la pietà vi prego ch'io 471
Vi porto e per l'amor che mi mostrate, 472
A non volermi allontanare ancora 473
Da voi, che sol sete il mio sommo bene. 474
E qui dal pianto vinta i' tacqui. Et egli, 475
Non sapendo qual duolo a lagrimare 476
Mi conducesse, mi basciò la fronte 477
E molto ne lodò la mia pietade, 478
E a pensarvi mi diè termine un giorno 479
E ritornossi a le sue usate stanze. 480
Non restò mai di tanto affanno piena 481
Madre ch'i figli suoi sbranar vist'abbia 482
Al lupo fier, quant'io rimasi allora 483
Colma di doglia e d'angosciosa pena. 484
Et allargando a le querele il seno 485
Qui venuta io sono oggi per tempo 486
Ad aspettare il mio fedele Oronte 487
(Che occupato dal Re ne' suoi negozii, 488
Per mia doglia maggior, non ha potuto 489
Venir insino ad ora a le mie stanze) 490
Per potermi pigliar con lui consiglio 491
E provedere al periglioso caso. 492
Ma poi che tu di lui prima sei giunta, 493
Dammi soccorso a l'ultimo bisogno. 494
NODRICE.
Vorrei così or poter farvi contenta, 495
Reina mia, com'io sono sicura 496
Ch'al vostro aspro dolor sarà rimedio: 497
Però ch'i Dei, la cui bontade mai 498
Non venne meno a chi si fida in loro 499
E, come fate voi, gli onora e cole 500
Con tutto 'l cor, non vi saranno meno 501
Che benigni e pietosi. Ma vorrei 502
Che sì non v'affligeste da voi stessa, 503
Né vi teneste d'ogni speme priva, 504
Se dato ben v'ha ria fortuna assalto. 505
Perché, come sapete, è proprio questa 506
Nostra vita mortale 507
Quasi nave che in mar sia a i venti e a l'onda. 508
Ch'or da crudel tempesta, 509
Che d'improviso con furor l'assale, 510
Combattut'è sì ch'or da l'una sponda, 511
Ora da l'altra oppressa, 512
Si vede a canto aver la morte espressa; 513
E talor con eguale 514
Corso, senz'alternar di poggia od orza, 515
Co la soave forza 516
De l'aurette seconde, 517
Solca del salso mar le tranquill'onde: 518
Ond'è piena talor d'ogni conforto, 519
E d'affanno talor lungi dal porto. 520
Però non voglio che voi date 'n preda 521
A la doglia la mente, 522
Che d'ogni mal vi può levare in tutto. 523
Or fate ch'io vi veda 524
Contra il fiero destin così possente 525
Che del vostro valore abbiate il frutto, 526
E non crediate mai 527
Che sian perpetui più del bene i guai. 528
Anzi, l'esser dolente, 529
Ov'eravate dianzi così lieta, 530
Vi può mostrar che queta 531
Col vostro alto consorte 532
Viverete e felice innanzi morte; 533
E che così succiede al male 'l bene, 534
Come dopo 'l piacer l'angoscia viene. 535
Ma mi par buon che vi torniate in casa, 536
Et io vedrò di ritrovare Oronte 537
E di condurlo a voi: ch'io tengo certo 538
Ch'egli, col suo consiglio, immantinente 539
Ritroverà rimedio a questo caso 540
E vi farà col suo senno palese 541
Ch'o la Fortuna è nulla, o ch'è mortale, 542
(come s'istima) 543
Forza non ha, s'altri v'oppon lo 'ngegno. 544
ORBECCHE.
Vanne, cara Nodrice, e là ridutti 545
Ove sai che ridur si suol Oronte, 546
E tanto aspetta, s'ei non v'è, che venga; 547
E senza darli del mio affanno indizio, 548
Di' che con gran desio l'aspetto in casa. 549
NODRICE.
I' vo, Signora, e pregovi ch'almeno 550
Facciate col dolore intanto tregua. 551

SCENA II

(NODRICE, ORONTE)
NODRICE.
Quando meco medesma i' vo pensando 552
A la incostanzia de l'umane cose, 553
I' veggio che non pur il mondo è nulla, 554
Ma chi pon speme in lui molto se 'nganna 555
E che non è qui cosa ove posare 556
Possa un fermo giudicio il suo pensiero. 557
Et io, per gli anni molti e per le molte 558
Occorrenzie c'ho viste in questa corte 559
E udit'ho raccontar da varie genti 560
E da molti prudenti uomini ho inteso, 561
Ne posso far ver testimonio a ognuno. 562
Guardinsi pria l'etadi e poi gli stati 563
Umani e vederassi apertamente 564
Ch'altrimenti non è. Prima l'infanzia 565
(Chi bene istima) 566
Come quella ch'è priva di giudicio 567
E distinguer non sa tra 'l bene e 'l male, 568
Cosa infelice e di miseria piena. 569
La gioventù poi, da follia sospinta, 570
Non sa per sé medesma ove si volga: 571
Quel ch'eri le fu grato, oggi le spiace 572
E seguendo or quello piacer, or questo, 573
Consuma in vanità tutto 'l suo tempo. 574
E quando la vecchiezza il crine imbianca 575
E fa severo il ciglio e 'l senno accresce, 576
Et altri il conto fa de' mal messi anni, 577
Conosce chiaramente ch'ogni cosa 578
Che gli fu grata ne l'età novella 579
Fu un sogno, una lieve ombra, un fumo, un vento. 580
Né la vecchiezza ha in sé cosa tranquilla, 581
Anzi 'l vigor perduto et il vedersi 582
Andare a gran camin verso 'l suo fine, 583
L'aggiunge grave affanno; oltre ch'i mali, 584
Le gravi infirmità ch'ella patisce 585
E l'essere ella infirmità a sé stessa, 586
Le disturba ogni gioia, ogni contento. 587
È vero ben che se l'accresce senno 588
E prudenzia e consiglio, ma le giova 589
Poco 'l molto saper per aver requie: 590
Perch'uopo non l'è sol ch'ella abbia cura 591
Di saper proveder a sé medesma, 592
Ma che provegga a le pazzie de gli altri, 593
A gli accidenti varii, a la fortuna, 594
E così sia nemica al suo riposo. 595
Or voltiamo a gli stati umani gli occhi 596
E gli vedremo tutti a un modo tristi. 597
Se povero l'uom nasce, ha sempre a canto 598
Gl'incommodi, il disagio e da ciascuno 599
È disprezzato; e se bene il più saggio 600
Egli è del mondo, è giudicato sciocco, 601
Perché lo stuolo umano oggi si crede 602
Ch'ove robba non è, non sia prudenzia. 603
E se 'n mezzano stato altri si trova, 604
Sempre aspirando a le grandezze eccelse, 605
A i favori, a gli onori, a gli alti ufficii, 606
Al crescere l'aver, mai non ritrova 607
Cosa che lo contenti o che lo sazii: 608
Anzi, spento un disio, ne sorge un altro, 609
E quell'altro è principio a un altro novo. 610
Ma che dirò di quei che le corone 611
Portano in capo et han gli scettri in mano, 612
Che paion sì felici e sì contenti? 613
Pare forse ad alcun ch'essi sian fori 614
De le condizion mortai. Ma tanti 615
Tormenti, tante angoscie sotto quelle 616
Purpuree vesti son, tanti pensieri 617
Spiacevoli, oimè lassa, e tante cure 618
Premon quelle soperbe, alte corone, 619
Che chi passa più dentro e 'l vero scorge, 620
Vede che è un mar di cure avere impero. 621
Oltre ch'i Re maggiori han sempre tanti 622
Sospetti di velen, sospetti d'arme, 623
Di tradimenti a torno, che sovente 624
Invidian le capanne e i vili stati. 625
Ma questo saria un giuoco, se 'l lor meglio 626
Scieglier sapesser pur le menti umane: 627
Ma credono sovente il meglio avere 628
Entro le braccia, e trovansivi il peggio. 629
Onde si può ben dir quel c'ho già udito 630
A molti saggi dir, che sol felice 631
È chiunque nel mondo mai non nasce 632
O che subito nato se ne more: 633
E così fugge, come da l'incendio 634
Levato fosse, l'incostante sorte. 635
Che chi vive tra l'aspre e oribil onde 636
Del mar di questa vita, è sempre un segno 637
Al fato, al fier destino, a la fortuna; 638
E ne può dar la mia Reina essempio 639
A gli altri, che ben serva 'l mondo in lei 640
Le sue condizioni a ognun comuni. 641
Né voglio dir che sia di ciò cagione 642
L'aver da sé preso marito Oronte; 643
Perché, volgiti pur da tutti e canti, 644
Vedrai che sta la penitenza ogn'ora 645
Appresso a qualunque uom, faccia egli pure 646
Ciò che si voglia e stia co gli occhi aperti. 647
Ver è ben che mi duole insin al core 648
Vederla così afflitta e così trista. 649
E s'io potessi in me coglier gli affanni 650
Che la trafigon così fieramente, 651
Ella scarca saria già d'ogni doglia. 652
Ma non potend'io più di quel ch'io possa 653
E non essendo ancor venuto Oronte 654
Qui dove egli suol pur ridursi spesso, 655
Voglio veder di ritrovarlo altrove 656
E di condurlo a lei: ch'è gran piacere 657
Poter comunicar gli affanni suoi 658
Con persona che s'ami e da la quale 659
Si speri aiuto o almen fedel consiglio. 660
Ma veggiolo, ch'a tempo esce di casa. 661
È gran pezza, Signor, che la Reina 662
Brama vedervi e ragionar con voi. 663
ORONTE.
Tornate in casa e ditele ch'io vengo. 664

SCENA III

(ORONTE, ORBECCHE)
ORONTE.
Difficil è ne l'onde acerbe e crude, 665
Quando l'irato mar poggia e rinforza, 666
Tener dritto il temone. Ma non deve 667
Però esperto nocchier perder sì l'arte 668
Che da l'ira del mar rimanga vinto 669
Senza opporsi al furor: che spesse volte 670
Vince l'altrui valor l'aspra tempesta. 671
ORBECCHE.
Non è meno di me misero Oronte, 672
Se da gli atti si può vedere il core. 673
ORONTE.
E s'avien pur ch'ei si sommerga in mare, 674
Gran parte di contento è non avere 675
Lasciato cosa a far per sua salvezza. 676
Però prima ch'io ceda a la rea sorte 677
Che dato m'ha così improviso assalto, 678
Usar vo' ogni mia forza, ogni mio ingegno. 679
(se non mi s'oppone ascoso inganno) 680
Spero nel Re che 'l tutto ordina e regge 681
Vincere al fine la fortuna iniqua. 682
ORBECCHE.
Oimè, che sarà questo? sarà forse 683
Giunto novo dolore al nostro affanno? 684
ORONTE.
Ma vedi come van le cose al mondo: 685
Che maritar volendo la sua figlia 686
Il Re, mi manda me, ch'a lei marito 687
Sono, ha molt'anni, perch'io la disponga 688
Che pigli per marito il Re Selino. 689
ORBECCHE.
Lo veggio molto tristo: ir gli vo' incontro 690
E insieme si dorremo ambo del male. 691
ORONTE.
Ma di là veggio a me venire Orbecche 692
Tutta maninconiosa lagrimando 693
E penso che ne sia la cagion questo: 694
Però buon fia ch'io le mi vada incontro 695
Con viso lieto, ancor ch'acerba doglia 696
I' serri dentro al core, ancor che grave 697
Sia non manifestar il duol nel volto. 698
Dio vi dia, anima mia, pace e contento: 699
Qual van pensiero a lagrimar vi mena? 700
ORBECCHE.
Oimè, che mi chiedete, Oronte? Unquanco 701
Non ebbi tal cagion di lamentarmi, 702
Né voi, se il mio dolor vi fosse noto. 703
Giunt'è quell'ora, oimè, giunt'è quel giorno 704
Del quale esser non puote il più infelice 705
Per ambo noi. Perché il mio padre vuolmi 706
Maritare a Selin, gran Re de' Parti, 707
Onde bisogno fia ch'ora si scuopra 708
Quel che ne farà sempre esser dolenti. 709
ORONTE.
Dite, Reina, ov'è gito quel core 710
Che mi mostraste allor ch'a voi marito 711
Divenni? ov'è quell'animo reale 712
Che vi fe' por da canto ogni sospetto 713
Allora ch'istimaste più del regno 714
L'avermi? forse non pensaste allora 715
Che il tempo, ch'ogni cosa al fin discuopre, 716
Non devesse mostrare anco palese 717
Quel che fatto avevam tra noi occulto? 718
Non me 'l lascia pensar l'antivedere 719
Che so ch'è in voi, né la prudenza vostra. 720
E se l'animo allor di tal temenza 721
Maggior aveste, a che vi bisogna ora 722
Tanto dolere? Indarno quel soldato, 723
Vita mia dolce, prende in mano l'armi, 724
Che, poi che vede il suo nemico, trema. 725
Non vi smarrite: la rea sorte vince 726
Chi teme, ma s'altrui con core invitto 727
A lei s'oppone, ella riman perdente: 728
Che non nuocono a quei gli strali suoi 729
Che de la lor virtù si fanno scudo. 730
Il vostro padre a me il medesmo ha detto 731
E a voi mi manda perch'ogni arte adopri 732
A disporvi a voler prender marito: 733
E pur non son di tant'affanno pieno 734
Di quant'or sete voi. Pigliate omai, 735
Vita mia cara, il vostr'animo invitto 736
E mostratevi tal ne' casi aversi 737
Qual conosciuta v'ho ne la seconda 738
Fortuna; e insieme a questo novo caso 739
Provediamo con altro che col pianto: 740
Che se noi stessi a desperar si demo, 741
Chi ne porgerà aiuto o chi consiglio? 742
ORBECCHE.
Par che voi non sapiate quant'è crudo 743
L'empio mio padre e quant'ei poco istimi 744
Stato, imper od onor, figli e sé stesso, 745
Quando disposto s'è di far vendetta. 746
Pensate voi ch'ei fia più mite a noi 747
Ch'al mio fratel sia stato e a la mia madre, 748
Quai lo spietato insieme a un colpo uccise? 749
ORONTE.
Altra cosa fu quella; e chi ben pensa, 750
Altra mercé non si deveva ad ambo 751
Che cruda e acerba morte. Oimè, che grave 752
Error fu che violasse ella la fede 753
Data al marito e la pietà, ch'al padre 754
Deveva il figlio, sì poco prezzasse 755
Ch'ei con la propria madre si giacesse. 756
ORBECCHE.
Ben creder si potria che 'l grave oltraggio 757
L'avesse indutto a sì crudel vendetta, 758
Se stato fosse sol contra lor crudo; 759
Ma non sapete voi quanti e quanti altri, 760
Senza colpa nessuna, egli ha già morti? 761
Per qual error uccise il suo fratello, 762
Ch'avanzava in bontade ogni mortale? 763
ORONTE.
Fu cagione di ciò desio del regno, 764
Che spesso puote più d'ogni pietade. 765
Ma lasciando il parlar di ciò da canto, 766
Novo non m'è che via più d'ognun crudo 767
Sia stato insino ad ora il vostro padre; 768
Ma novo anco non m'è che non è cosa 769
Ferma così che non la cangi il tempo 770
E che non è cor sì ostinato e duro 771
Ch'a lung'andar non s'ammollisca alquanto. 772
Il Re Sulmone è vecchio e la vecchiezza 773
Scemar in parte suol l'ira e l'orgoglio 774
E 'l sangue acceso intepidire in parte, 775
Sì che 'l furore a la ragion dia luoco. 776
Però vo' che sia grave il nostro errore 777
E ch'ambo degni siam di cruda pena: 778
La grave etade in cui egli si trova, 779
Ne la qual suol poter senno e pietade, 780
Farà al Re più che 'l sol chiaro vedere 781
Che maggior il suo error del nostro fora 782
S'egli, per molta età maturo e saggio, 783
A cosa che tornar non puote a dietro 784
Penserà proveder co l'esser crudo. 785
Che saria poi, dopo ch'egli ambo noi 786
Uccisi avesse e i figli ? saria forse 787
Ch'io non vi fossi, come son, marito? 788
Voi non mi foste, come sete, moglie? 789
Però son certo che se l'ira al male 790
Lo spignerà, la ragione anco in parte 791
Gli mostrerà quel che fia il meglio; e pure 792
Ch'ei dia alquanto di spazio a l'ira, i' penso 793
Ch'ei non sarà crudel come pensate: 794
Che viene e fugge in poco tempo l'ira, 795
E se subito l'impeto non face, 796
Ella riman come ne resta l'ape 797
Dopo che perdut'ha l'aco onde pugne. 798
E quando pure incrudelire ei voglia, 799
Moglie mia cara, contra noi, il nostro 800
Dolersi o lamentar poco rileva; 801
E meglio tengo che n'affliga e strazii 802
La crudeltade altrui, che 'l timor nostro. 803
Però, volgendo ad altro omai la mente 804
Ch'a i sospiri e pensando al nostro meglio, 805
A me par buon (quando a voi paia) ch'io 806
Malecche trovi, a cui molto il Re nostro 807
Crede e noi di cor ama; et io lo preghi 808
Che col modo miglior che parrà a lui 809
Faccia noto al Re questo. E ne' Dei spero 810
Che di Malecche fia tanto lo ingegno 811
Che queterà questa tempesta orrenda 812
Che, nata nel tranquil del nostro stato, 813
Sì ne minaccia. 814
ORB.
Oronte, i' son confusa
Né so dove piegar la mente i' debba. 815
Cosa alcuna non ho che mi dia speme, 816
Come molte mi danno aspro timore: 817
È cresciuto co gli anni nel mio padre 818
L'animo fiero e s'ha cangiato il pelo 819
Non ha però cangiato ancora il vezzo. 820
Ma perché ne gli estremi e crudi casi 821
Pigliar si dee quel più saggio consiglio 822
Che s'offre, fate quanto a voi par buono; 823
E di ciò che da voi fia fatto, anch'io 824
Mi rimarò con voi paga e contenta. 825
ORONTE.
Io dunque me n'andrò a trovar Malecche: 826
Datevi intanto voi pace e sperate 827
Che ne saranno i Dei anco benigni. 828
ORBECCHE.
Dio voglia che così la cosa stia, 829
Ma temo che 'l contrario non avenga. 830
Pur senza voi non mi lasciate molto, 831
O buona che ne sia la nova o rea. 832
ORONTE.
Cosi farò: restate in pace. 833
ORBECCHE.
A Dio.

SCENA IV

(ORBECCHE sola)
[ORBECCHE]
Par che chi miser è poco dia fede 834
A speme alcuna e sempre il peggio tema; 835
Poi pare ancor che quel ch'egli più brama 836
Aver pur debba il disiato fine. 837
Così da questi due contrari anch'io 838
Mi trovo combattuta. E da una parte, 839
L'essere unica figlia al Re Sulmone, 840
E l'esser tanto caro a lui Oronte 841
Quanto figliuol gli fosse, e la pietade 842
Ch'egli m'ha sempre mostro, ancor ch'ei sia 843
Via più d'ognun crudele, e l'alte lodi 844
Ch'egli ha palesemente a Oronte date, 845
Mi dan qualche speranza. Ma da l'altra, 846
L'essere Oronte di vil sangue nato 847
(Seguendo l'oppenion del vulgo sciocco 848
Che gentil crede sol chi ha copia d'oro) 849
E potendomi dar a un Re per moglie 850
Il Re mio padre, a tal timor me induce 851
Ch'io tremo come l'anitra che vede 852
Sovra sé il fier astor per divorarla. 853
È vero ben che s'ei volesse a pieno 854
Co lo intiero giudicio a parte a parte 855
Considerare 'l giusto e non volesse 856
Che più potesse in lui l'oro e la sete 857
Del regno e de l'aver che la virtute, 858
Io son sicura che non pur errore 859
Non giudicheria il mio, ma di gran loda 860
Mi terria degna, che più tosto avessi 861
Voluto un uom il qual non cieco errore 862
O desio folle, ma giudicio certo, 863
Scieglier m'ha fatto tra mill'altri illustri, 864
Quantunque pover sia, ch'un Re possente 865
Atto più tosto ad ogni vil ufficio 866
Che lo scettro real tenere in mano. 867
Ancor che paia questi al padre mio, 868
Cui ha velato gli occhi il costui stato, 869
Il primo Re che mai corona avesse: 870
Quasi ch'egli non sappia ch'assai meglio 871
È a donna avere un uom cui sia mestieri 872
D'oro, che l'or cui sia mestier d'un uomo. 873
Ma la fame d'aver tant'è cresciuta 874
Che non s'istima al mondo altro che l'oro. 875
Povera e nuda va la virtù istessa. 876
Ai sciocca oppenion del volgo errante, 877
Ai grave error ch'i mortali occhi appanna, 878
Quant'altri in ciò se 'nganna! Ma lasciando 879
Questo da parte e a me tornando, io veggio 880
Ch'altro esser non mi fa trista e infelice 881
Che l'esser donna. O sesso al mondo in ira, 882
Sesso pien di miserie e pien d'affanni 883
Et a te stesso, non ch'ad altri, in odio! 884
(se lo stato miser guardo 885
Di noi donne) 886
Sorte sì trista tra l'umane cose 887
Che la nostra infelice non l'avanzi. 888
Noi spesso insin nel ventre de la madre 889
(Pel primo don ch'a noi dà la natura, 890
Madre a ogn'altro animale, a noi madrigna) 891
Semo dal padre istesso avute in odio. 892
Et ove nasce ogn'animale in terra, 893
Per vil ch'egli si sia, libero e sciolto 894
(Don che prezzar si dee più che la vita) 895
Noi, lassa, noi a le catene, a i ceppi, 896
Oimè, nascemo e a servitù continova. 897
Perché sì tosto che conoscer nulla 898
Possiamo, benché tenere fanciulle, 899
Com'a perpetuo carcere dannate, 900
Sotto l'arbitrio altrui sempre viviamo 901
Con continovo timor, né pur ne lece 902
Volger un occhio in parte ove non voglia 903
Chi di noi cura tiene. E dopo quando 904
Pur dovremmo spirar alquanto e avere 905
(ancora 906
Che non mutiam per ciò sorte né stato 907
Ma sopponiamo il collo a novo giogo) 908
La madre, il padre od il fratello od altri, 909
Al cui severo arbitrio semo date, 910
Legano il voler nostro e ne conviene 911
Prender marito a lor volere e ch'essi 912
Contenti siano. E noi, che con la dote 913
Comperiamo i mariti e abbiam con loro 914
Viver fin a la morte, a tal siam date 915
Che più che 'l dispiacer sempre ne spiace. 916
E se forse da noi prendiam marito 917
E vogliam far nostro desir contento, 918
Stiamo a sentenza dura e proviam bene, 919
Con sommo nostro mal, che cosa importi 920
Uscir de l'altrui voglie. E chi nol crede 921
In me si specchi e la mia sorte attenda. 922
A me regno non giova o real sangue, 923
Né porpora, né scettro, né corona 924
Esser mi fa di questa sorte fuori. 925
Anzi, quanto maggior veggio il mio stato, 926
Tanto più grave la sentenza aspetto. 927
Deh non foss'io nel cieco mondo nata, 928
O morta fossi in un momento in fasce, 929
Più tosto ch'a sì reo stato esser giunta! 930
Ma a che vo pur giungendo pianto a pianto, 931
E querele a i lamenti? In van sospiro, 932
E quanto più penso isfogare il core, 933
Tanto più da dolere anco m'avanza. 934
Però chiudendo il mio dolor nel petto 935
Attenderò quel ch'i contrari fati 936
Disporranno di me misera e trista. 937

[CORO]

CORO
Come corrente rio sempre discorre 938
E non è mai una medesma l'onda, 939
Ma fuggendo la prima, la seconda 940
Succiede e un'altra a questa; 941
Così il viver mortal nostro trascorre 942
E non siamo oggi quelli 943
Ch'eri eravamo e presta 944
Più che saetta da nascosto viene 945
La debole vecchiezza e i bianchi velli 946
Accompagnati da dolenti pene. 947
Misero chi pon spene 948
Ne le cose mortai! Quanto se inganna 949
Chi pensa esser poter felice in terra, 950
Ove in continova guerra 951
Sono le cose sempre! 952
E s'avien pur ch'alcuna volta tempre 953
Qualche piacere il mal, tosto n'afferra 954
Doglia maggiore e a pena il bene appare 955
Ch'egli, qual neve al sol, tosto dispare. 956
Dunque perché nostro veder s'appanna? 957
Perché la nostra mente 958
Si dispone a sperare 959
In quel che prezza più la sciocca gente? 960
Non sente ella, non sente 961
Che quanto piace al mondo è fumo et ombra 962
Ch'i cor mortali ingombra? 963
Felice chi inalzare 964
Puote il pensiero ardente 965
Là dove nulla il ver piacer adombra, 966
E sì del cor si sgombra 967
I van desiri e le speranze false 968
Che di quanto gli calse 969
Tra noi mai per l'adietro 970
Diviene così schivo 971
Che non solo si duole 972
Essere stato del ver bene privo, 973
Ma vede assai più chiar che non è 'l sole 974
Che son tutti di vetro 975
I mondani contenti 976
Et assai men ch'i lievi venti fermi. 977
E chi nol crede, fermi 978
(Lasciando il vanneggiar mortal a dietro) 979
Gli occhi ne' dolorosi aspri tormenti 980
Di questi amanti a cui pensar m'impetro, 981
Che si tenean tra più felici i primi. 982
Chi fia che giusto istimi 983
E non giudichi infermi 984
I piacer nostri e più ch'ombra fugace 985
Tutto quel che tra noi diletta e piace? 986
FINE DEL SECONDO ATTO

Atto III

SCENA I

(MALECCHE solo, consiglieri del Re)
[MAL.]
Io veggio a la giornata avenir cose 987
Che mi fan giudicar senza alcun dubbio 988
Che poco veggia la prudenza umana. 989
E s'altro non vi fosse, questo solo 990
Ch'or ora in casa m'ha narrato Oronte, 991
Più chiaro assai che non è il sol me 'l mostra. 992
Più volte e più pregato ho il Re Sulmone 993
Che desse per marito Oronte a Orbecche, 994
E adducend'egli a me certi rispetti, 995
Deboli certo, ha recusato sempre 996
Voler far questo; e quasi ch'ei pensasse 997
Che fosse la sua figlia men de l'altre 998
Pronta ad amare o non sapesse ei quanto 999
Possa uno sguardo, una parola, un riso 1000
A destare in altrui fiamma amorosa, 1001
Lasciat'ha conversar tanto allo stretto 1002
Questi due insieme, che la cosa ha avuto 1003
L'effetto che deveva aver, né mai 1004
Pensai che ne potesse altro avenire 1005
Che quello ch'avenut'esser si vede. 1006
Che giovane amorose e dilicate 1007
E nodrite ne gli ozii e ne' diletti 1008
Conversino con giovani gentili 1009
E non s'accenda fiamma ardente in essi, 1010
Stolt'è chi il pensa. Amor ha sempre l'arco 1011
E le saette in man, pronto a ferire; 1012
Onde s'alcuno aver dee di ciò biasmo, 1013
Non si puote già dir che ne sia senza 1014
Il Re Sulmon: perdonimi sua altezza. 1015
Non sapeva egli ch'a fatica il freno 1016
Altri pone al desio, quando l'etade, 1017
Il commodo, l'amor, la beltà altrui 1018
Gli sprona il cor a l'amorosa impresa? 1019
Ma ritornando onde ci dispartimmo, 1020
Ancora che mi piaccia che sia omai 1021
Marito Oronte a la Reina mia, 1022
Parendomi che proprio la natura 1023
Avesse questi due fatt'a tal fine, 1024
Pur m'è di grave affanno che 'l Re nostro 1025
Non vi sia intervenuto et ho per certo 1026
Che com'ei questa cosa intende, a l'ira, 1027
A l'impeto, al furor si darà tutto. 1028
E già mi par veder arderli il volto, 1029
Et a placarlo fia difficil cosa: 1030
Sì perch'egli avea già promessa Orbecche 1031
Al Re Selin, sì perché i Re, i Signori 1032
Han, pel più, questo vizio in loro impresso, 1033
Che com'han recusato una sol volta 1034
Alcuna cosa, ancor che buona sia 1035
E d'utile e d'onore a l'esser loro, 1036
Se bene andar poi vi devesse il regno, 1037
Per non parere avere errato prima, 1038
Non vogliono più mai ridursi a farla. 1039
Io so che 'l Re ben conosceva Oronte 1040
Degno de la sua figlia e ch'egli istesso 1041
Non le sapea trovar miglior marito; 1042
Ma l'ostinazion tanto ha potuto 1043
Che n'è rimasa vinta la ragione 1044
Et ha sprezzato ogni fedel consiglio. 1045
Così temo ch'ancor l'ira e lo sdegno 1046
Non faccia in ciò avenir sinistro effetto. 1047
Ma poi ch'astretto m'ha co' preghi Oronte 1048
Che ciò palesi al mio Signore e veggia 1049
Con quel modo miglior ch'a me fia offerto 1050
Ch'ei di quanto fatt'è resti contento 1051
E col voler divino si conformi, 1052
Ancor che dura impresa assunta i' m'abbia 1053
E mi paia impossibil questa cosa, 1054
Pur non voglio restar ch'ogni mio ingegno 1055
Non usi e tenti ogni possibil opra 1056
Perché nasca tra lor pace e contento: 1057
Sì per utilità di tutto il regno, 1058
Sì per bene comun d'ambe le parti. 1059
Ma non voglio ire al Re, com'andar soglio 1060
Quando per l'occorrenzie e per l'imprese 1061
De la corona ragioniamo insieme. 1062
Aspetterò ch'egli a diporto venga 1063
Qui dove suol, d'ogni altra cura scarco: 1064
Che l'opportunità fa aver sovente 1065
Quel che senz'essa non si avrebbe mai; 1066
E con l'occasion ch'allor migliore 1067
Mi s'offrirà, farò l'ufficio a pieno. 1068
Ma veggio ch'egli vien: voglio ritrarmi 1069
Quivi in disparte e finger non vederlo 1070
Et aspettar che chiedere mi faccia 1071
Per qualche messo, prima ch'io mi mova, 1072
Perché non paia che qui atteso i' l'abbia 1073
Per volerli di ciò mover parola. 1074

SCENA II

(SULMON Re, MESSO, MALECCHE)
SUL.
È quel ch'io veggio là Malecche? 1075
MES.
È desso.
SUL.
Vanne a lui e li di' ch'a me ne venga 1076
Con esso teco di presente. 1077
MAL.
Parmi
Che fieramente sia turbato in vista 1078
Il Re, cosa che 'n lui esser non suole 1079
Quando qui si riduce, né pensare 1080
Mi posso la cagion ch'a ciò lo spinga, 1081
Che le cose del regno han pur quiete; 1082
S'oggi non è forse risorta cosa 1083
Ch'ancor venuta non mi sia a l'orecchie. 1084
Il poter ragionare oggi d'Oronte 1085
Mi sarà tolto. 1086
MES.
Il Re nostro vi chiede,
Signor Malecche. 1087
MAL.
I' vengo, ma di grazia
Dimmi, se forse il sai, che vuol dir ch'egli 1088
Si mostra sì turbato ne l'aspetto? 1089
MES.
Nol so, Signor, ma gran dolore il preme 1090
E istimo che sia in corte la cagione 1091
Del suo dolore e che non sia da giuoco: 1092
Che non suol un gran Re per cosa lieve 1093
Lasciar che 'n esso possa ira né sdegno 1094
O mostrar fuor così palese il core. 1095
MAL.
Che quel da me la vostra altezza? 1096
SUL.
Andate
Voi altri in casa. Il saperai ben tosto 1097
E vedrai ch'oggi non si trova fede 1098
Né pietà al mondo; e quanto un Re può male 1099
Conoscer fede in famigliare alcuno, 1100
Quand'i medesmi figli lor fan froda. 1101
MAL.
Sarà palese al Re per altra via 1102
Il tutto: ogni secreto alfin si scuopre. 1103
SUL.
La mia figliuola, in cui sola avea posto 1104
Tutta la speme mia, tutto il mio bene, 1105
Per cui sola i' sperava questo poco 1106
Di viver che m'avanza esser contento, 1107
Mostrato m'ha quanto sia stato folle 1108
Il mio pensiero e quanto infide e ingrate 1109
Siano le donne tutte e ch'al lor peggio 1110
S'appiglian sempre. Costei che poteva 1111
Aver Selino, un de' gran Re del mondo, 1112
Per suo marito, ha preso un che di vile 1113
Sangue creato insin da' suoi primi anni 1114
Ne la mia corte s'è nodrito. 1115
MAL.
E questi
Chi è egli stato? 1116
SUL.
Il traditor d'Oronte,
Che mi si dimostrava sì fedele; 1117
E due figliuoli già d'essi son nati. 1118
MAL.
Et ond'avete voi saputo questo? 1119
Da essi forse? 1120
SUL.
No, da la Giglietta
Sua cameriera, che dolersi insieme 1121
Oggi sentito gli ha dopo ch'io dissi 1122
Di dare a lei Selino e mandai lui 1123
A pregarla a disporsi al voler mio. 1124
Oh, se veduto avesti con che viso 1125
Dissimulò la dislealtade Oronte 1126
Quand'io questo l'imposi e come pronto 1127
Si mostrò a farlo, avresti detto certo 1128
Che più fedel di lui non avea in corte. 1129
E se sentito avesti le parole 1130
De la mia scelerata e iniqua figlia 1131
E udite le querele e visti i pianti 1132
Che da gli occhi versò, fingendo amore 1133
Verso di me, certo creduto avresti 1134
Che figlia non amasse padre mai 1135
Tanto, quanto costei mostrava amarmi. 1136
Ma stiano ambo sicuri che n'avranno 1137
Guiderdone da me degno del fallo. 1138
Ma pria ch'io mi disponga a la vendetta, 1139
Voluto ho che tu intenda quanto i' m'abbia 1140
Di tal figlia lodare e di tal servo 1141
E pigliar teco il modo con ch'io possa 1142
Di tal oltraggio far piena vendetta: 1143
Che gran vendetta grave ingiuria amorza. 1144
Sì che bramo d'udir ciò che ti paia 1145
Ch'io debba far in così acerba offesa. 1146
MAL.
Duolmi, Signore, ch'avenuta cosa 1147
Vi sia che sì vi spiaccia e s'io potessi 1148
Far che 'l fatto non fosse, i' farei certo 1149
Quel ch'a servo fedel far si conviene. 1150
Ma essendomi ciò tolto e voi chiedendo 1151
Che 'l parer mio sovra di ciò vi dica, 1152
I' dico, Sir, poi ch'altro non si puote, 1153
Ch'assai meglio sarà de la vendetta 1154
Accommodarsi al tempo, a la fortuna, 1155
Che la prudenzia altrui qui si conosce. 1156
Alcun non è che la seconda sorte 1157
Non sappia lietamente sostenere, 1158
Ma pochi son che la fortuna aversa 1159
Sappiano tolerar prudentemente. 1160
E come si conosce un buon nocchiero 1161
Quando il mar freme e la tempesta cresce, 1162
Via più che quando il mar senza onda giace, 1163
Così, Signor, l'altrui valore e 'l senno 1164
Ne le cose contrarie a pien si mostra. 1165
Però assai meglio fia che vostra altezza 1166
Perdoni loro il lor fallir e tenga 1167
L'un per gener fedel, l'altra per figlia: 1168
Sì perché basta che menoma pena 1169
Imponga per gran fallo a i figli il padre, 1170
Sì perché 'l far vendetta è d'ognun proprio, 1171
Ma il perdonare è da Signor gentile. 1172
E quanto d'un uomo è maggior lo stato, 1173
Tant'esser dee di più placabil ira, 1174
E quanto men quest'è osservato al mondo, 1175
Tant'esser dee da più tenuto quello 1176
Ch'ad atto sì cortese il core inchina. 1177
SUL.
Avrò per figlia una che me da padre 1178
Non tiene? e per fedele un che me 'nganna? 1179
Semplice ben sarei più d'ogni sciocco 1180
S'io mi lasciassi por questa su gli occhi 1181
E non mostrassi a l'uno e a l'altro quanto 1182
Aver poco rispetto a un Re sia grave. 1183
Vedrà quel traditor, vedrà la figlia 1184
(Se figlia si dee dir femina tale) 1185
Ciò che possan gli scettri e le corone 1186
E s'io saprò mostrare ad ambo loro 1187
(Com'a molti ho mostrato) 1188
MAL.
Signor, gli scettri e le corone mai 1189
O 'l far vendetta de gli oltraggi avuti 1190
Non mostraro alcun Re. 1191
SUL.
Ma che 'l dimostra?
Ch'ei s'offra a ognun per manifesto segno 1192
Ove si drizzi ogni nefanda ingiuria? 1193
MAL.
Questo non dico io, Sir, che un uom Re mostri, 1194
Ma un animo gentile, un core invitto, 1195
Una ferma prudenzia, un pensier saldo 1196
Di dominar, più di ciascun, sé stesso; 1197
E questo è posseder maggiore impero 1198
Che se servisse a un Re l'orto e l'occaso. 1199
Com'esser può ch'altri mai regga altrui 1200
E regger sé non sappia? Il maggior segno 1201
Che mostrar possa un uom degno d'impero, 1202
È non lasciar sé vincere al furore, 1203
Che spesso l'uom conduce ov'ir non deve. 1204
E s'è così, come cert'è palese, 1205
Qual mai più certa prova, alto Signore, 1206
Potrete voi mostrar d'esser Re vero, 1207
Di questa che vi s'offre ora dinanzi? 1208
SUL.
Dar mi vuoi a veder che 'l bianco è nero 1209
E che l'espresso mal mi torna in bene, 1210
Malecche? quasi ch'un fanciullo i' fossi 1211
E scerner non sapessi il ver dal falso? 1212
Tu sei ben fuor di te. 1213
MAL.
Dite, Signore,
Di me ciò che vi piace, ch'ogni cosa 1214
Che mi viene da voi m'è onore e pregio. 1215
Ma ben vi prego che vi piaccia udire 1216
(Poi che chiesto l'avete) 1217
Che per ciò non si toglie a voi l'arbitrio 1218
Che non facciate ciò che vi fia a grado. 1219
E vi prego anco che per certo abbiate 1220
Che non sono per dirvi altro che 'l vero 1221
E che m'è via più a core il vostro meglio 1222
Che 'l proprio mio, non che quel d'alcun altro. 1223
SUL.
Or segui. 1224
MAL.
Invitto Sire, i' tengo certo
Che quanto l'uomo più l'animo piega 1225
A la virtute, ch'è sol propria a l'uomo, 1226
Tanto più sovra ogn'uomo uomo si scuopra. 1227
Però quant'altri più umanità mostra, 1228
Tanto più giustamente uom si può dire. 1229
Appresso i' credo che quanto più onore 1230
A gli alti pregi suoi aggiunge altrui, 1231
Tanto più la sua gloria e 'l pregio accresca. 1232
E per queste ragioni or i' conchiudo 1233
Che se volete che da ognun si dica 1234
Che quanto voi di gran potenzia e stato 1235
Di gran lunga avanzate ogni mortale, 1236
Così anco molto e molto il sovrastate 1237
In mostrarv'uom, devete dar perdono 1238
A la figliuola e a Oronte; e che la gloria 1239
Ch'acquisterete in perdonar tal fallo 1240
Farà maggior qualunque vostr'onore. 1241
Ch'ancora che vi sia di somma loda 1242
L'aver tante battaglie e tante vinte 1243
E soperati i popoli nemici 1244
Et estesi i confini de l'impero 1245
Tanto quant'altro Re mai fosse in Persia, 1246
Pur non istimo ch'ugguagliar si possa 1247
A questa quella loda. Perch'al mondo 1248
Forza non è sì grande o sì gran copia 1249
Di genti armate o sì munite torri 1250
Ch'esser non possan superate in tutto 1251
Dal ferro, dal valor, da la potenzia. 1252
Ma vincer sé medesmo e temprar l'ira 1253
E dar perdono a chi merita pena 1254
E ne l'ira medesma, ch'è nemica 1255
A la prudenzia et al consiglio altrui, 1256
Mostrar senno, valor, pietà, clemenzia, 1257
Non pur opera istimo di Re invitto, 1258
Ma d'uom ch'assimigliar si possa a Dio. 1259
Questa sol è, sol questa è la vittoria 1260
Vera nel mondo, e sol di questa deve 1261
Sovra ogn'altro trionfo un Re lodarsi: 1262
Perché 'n vittoria tal non riman parte 1263
Ch'appartenga a' soldati o a la fortuna, 1264
Ma tutta del Re solo è questa gloria. 1265
Però i' vo', Sir, che voi pensiate certo 1266
Che perdonando questo fallo, come 1267
Devete perdonar, non pur voi stesso, 1268
Ma la vittoria istessa avrete vinto; 1269
E che non sarà gente o lingua alcuna 1270
Che per così onorata e sì bell'opra 1271
Non alzi il vostro nome insino al cielo. 1272
SUL.
Facile è dar ne' casi altrui consiglio, 1273
Ma se tu fossi me, ciò non diresti. 1274
MAL.
Signor, per quella fé che vi mi stringe 1275
E vi mi fa leale e fedel servo, 1276
Altro non vi dic'or di quel ch'io sento 1277
E di quel ch'io farei s'io fossi voi. 1278
E quando i' mi pensassi che 'n piacere 1279
Vi fosse che più oltre i' ragionassi 1280
Di questo, forse, oltre le ragion dette, 1281
I' vi farei veder con più efficaci 1282
(Non perch'io istimi esser di voi più saggio, 1283
Ch'avanzate in prudenza ogni mortale, 1284
Ma perch'io so che spesso l'ira toglie 1285
Il veder ad altrui quel che bisogna) 1286
Ch'altro far non si dee di quel ch'io dico, 1287
In cosa tal che voi anco direste 1288
Ch'io dico il ver. 1289
SUL.
Di' pur ciò che ti piace
Senza sospetto alcun, che mi fia a grado 1290
Udirti. 1291
MAL.
Adunque, alto Signore, i' dico
Che non è, come dite, traditore 1292
Oronte, per aver questo comesso. 1293
Ben traditore ei si potrebbe dire 1294
Se l'onor tolto a vostra figlia avesse 1295
Senza averla per moglie, com'a molti 1296
Oggi veggiamo far. Ma poscia ch'ella 1297
Mogliera gli è, non so veder che questo 1298
Altro ch'error d'amor chiamar si possa. 1299
E se volete incrudelire or tanto 1300
Contra costui che con sì ferma fede 1301
La cara vostra figlia ha amato et ama, 1302
Chi prometter si può bene di voi? 1303
Si deono perdonar simili errori 1304
Da un magnanimo core, e lo vi mostra 1305
Pisistrato a cui fu la figlia propria 1306
Basciata da l'amante ne la strada. 1307
Egli non corse a le catene, a i ceppi 1308
O a' martiri o a la morte, come molti 1309
De' suoi volean; ma sapendo ei che male 1310
(Per chiara isperienza e certi essempi) 1311
Resister puote un giovane a le fiamme 1312
D'amore, n'iscusò l'acceso amante 1313
E del comesso error diè lui perdono: 1314
Volendo che più tosto la ragione 1315
Cosa il facesse far degna di lui, 1316
Che fuor del giusto il traportasse l'ira; 1317
Sapendo che ne segue la vendetta 1318
Fatta senza ragion la penitenzia, 1319
La quale, essendo intempestiva e tarda, 1320
Altro non porta a l'uom ch'affanno e doglia. 1321
Forse direte ch'a ragion vi mena 1322
A far vendetta contra Oronte il vile 1323
Stato in ch'egli già nacque, a l'alto vostro 1324
Difforme in tutto. Et io vi dico, Sire, 1325
Che l'esser nato di vil sangue Oronte 1326
(Per quanto insino ad ora abbiamo inteso, 1327
Ch'esser potrebbe forse anco il contrario) 1328
Accender non vi dee contra di lui. 1329
E lasciando or da parte che siam nati 1330
Da un medesmo principio tutti e uguali 1331
N'abbia prodotti qui l'alma natura, 1332
Se la cieca, fallace e ria fortuna, 1333
Ch'a ogni spirto gentil sempre è nemica, 1334
Riguardo avesse avuto a la virtute, 1335
Ch'ecceder sola fa in nobiltà altrui, 1336
Degno era Oronte d'ogni grande impero; 1337
Né testimonio voglio altro che 'l vostro 1338
A provar questo: che quantunque servo 1339
Insino da fanciul l'abbiate avuto, 1340
Conosciuto ch'avete il suo valore, 1341
In questa verde età l'avete dato 1342
Tutto lo stato vostro ne le mani, 1343
Più tosto ch'a nessun de' più maturi 1344
De la progenie vostra. Ond'io ne lodo, 1345
(se mi lece dire 1346
Quel ch'io sento di questo) 1347
Molto il consiglio de la figlia vostra 1348
Che voi così dannate: che più tosto 1349
Abbia voluto un uom di basso stato 1350
Ma d'animo real, ch'un Re ch'avesse 1351
Imperio grande e cor d'un uom del vulgo. 1352
Né perch'Oronte sia povero deve 1353
Esser men caro a voi, perché l'avere, 1354
I ben de la fortuna, ch'oggi sono 1355
D'uno e diman d'un altro, son caduchi 1356
E si vengono e van qual onda al litto: 1357
Onde spesso si vede che quei c'hanno 1358
L'arche gravi d'argento e gravi d'oro 1359
Divengono mendichi e ch'i mendichi 1360
Son alzati a gli scettri, a le corone. 1361
E per questo io non ho istimato mai 1362
Ch'altri per molto aver si possa dire 1363
O nobile o gentil, com'altri crede. 1364
Parmi che sia ne la virtute sola 1365
(Stabil bene de l'uom) 1366
E ch'ella più d'ogni richezza vaglia. 1367
E più dirò: che povertade onesta, 1368
Da nobili virtuti accompagnata, 1369
Stat'è preposta da' più saggi a i regni 1370
Et a' maggiori imperi; et hanno tanto 1371
Tenuto un uom potente, quanto in lui 1372
Han veduto virtute. Ma se pure 1373
Sol i gran regni appresso di voi ponno, 1374
Può vostra altezza, Sir, porger rimedio 1375
A quest'oltraggio, a questa grave ingiuria 1376
Che fatt'ha a Oronte la fortuna iniqua. 1377
SUL.
Che poss'io forse far d'una colomba 1378
Un'aquila? o d'un toppo un leon fiero? 1379
MAL.
Sì potete, Signor, quando vi piaccia: 1380
Perché non avendo altri voi che questa 1381
Figlia, lasciar potete Oronte et ella 1382
Del regno eredi e a questo modo avrete 1383
Gener ugual al vostro eccelso stato. 1384
SUL.
Io lo farò ben Re per modo tale 1385
Che gli dorrà d'avermi unqua veduto. 1386
MAL.
Egli è ne le man vostre, far potete 1387
Di lui ciò che vi piace. Ma se l'ira 1388
Cederà in parte a la ragione, al giusto, 1389
Muterete consiglio e voi voi stesso 1390
Riprenderete di sì stran pensiero; 1391
E non permetterete che quel core 1392
Che vincer non potero arme nemiche, 1393
A un subito furore or come vile 1394
Si sopponga e di Re divenga servo. 1395
Tanto più quanto mi dà il cor mostrarvi 1396
Che quando avesse ben Oronte errato, 1397
Il gran giudicio della figlia vostra 1398
In aversi più tosto che Selino 1399
Eletto Oronte per marito, merta 1400
Ch'ad ambedue doniate omai perdono. 1401
SUL.
Tu mi vuoi far, Malecche, uscir del giusto 1402
Con queste tue parole. 1403
MAL.
Ah, Sir, di grazia
Non v'adirate e piacciavi ch'io segua 1404
A dirvi questo poco che m'avanza. 1405
Che s'io non vi dimostro ch'assai meglio 1406
Di voi ha eletto in maritarsi Orbecche 1407
E che di maggior utile e più requie 1408
E più contento esser vi deve ch'ella 1409
Più tosto Oronte abbia che 'l Re Selino, 1410
Io voglio che non pur l'ira sfogiate 1411
Sovra ambo lor, ma sovra questo vecchio 1412
Che torria di morir per l'onor vostro. 1413
SUL.
Deh, se questo mi mostri, creder voglio 1414
Che si possan nodrir ne l'aria i cervi. 1415
MAL.
Mostrerolvi, Signor, pur che vi piaccia 1416
Deppor lo sdegno e dar benigna udienza 1417
A quel ch'io vi dirò con vera fede. 1418
SUL.
Or segui. 1419
MAL.
Voi, eccelso Sir, la figlia
Dar volevate per mogliera ad uno 1420
La cui progenie al vostro regno infesta 1421
È stata sempre, ad un che non ha un anno 1422
Che due figliuoli e due fratei v'ha morti 1423
E tanto sangue sparso a la campagna 1424
Del popul vostro che ne grida e geme 1425
Ancor questa città di parte in parte: 1426
Et ella ha tolto un che la morte e 'l fuoco 1427
Col suo invitto valor ben mille volte 1428
Levato ha 'n tutto da l'impero vostro. 1429
SUL.
E questo è quel che più mi pesa e duole, 1430
Che così i' volea por un giorno fine 1431
A tante guerre e fermar ben la pace 1432
Al popul mio, né via miglior di questa 1433
Si potea ritrovar. 1434
MAL.
Dunque, Signore,
Pensate voi che quella man ch'ancora 1435
Stilla del sangue de' parenti vostri 1436
Et ha da far di tant'altri vendetta 1437
Che morti son da la sua parte, mai 1438
Debba portare al popul vostro pace? 1439
Io crederei più tosto che la neve 1440
Esser potesse fuoco e 'l fuoco ghiaccio, 1441
Che ciò mai fosse stato. Ei mi parea 1442
Veder ir sottosopra il vostro regno 1443
E tutta al fin la vostra gente serva. 1444
Oh se sentito aveste, Sir, com'io, 1445
Quanto aborrisce questo il popul tutto, 1446
Giudichereste che l'eterno Giove 1447
Concesso a vostra figlia avesse Oronte 1448
Per levarvi d'impaccio e darvi requie! 1449
E che sapete che non pari insidie, 1450
Sotto questa coperta, il Re Selino 1451
Al vostro capo, al vostro stato tutto, 1452
Per ottenere con inganno quello 1453
Che con valore alcun non ha potuto? 1454
Cosa alcuna sicura in un nemico 1455
Istimar non si deve; anzi, s'ei mostra 1456
Volerti esser amico e cercar pace, 1457
Dèi allor più temer guerra crudele. 1458
Non sapete, Signor, che sotto spezie 1459
Di parentado e di maritai legge 1460
Condusse già d'Egitto i figli a morte 1461
Danao fiero? Forse a questo ancora 1462
Aspira ora Selino. Oh quant'è meglio 1463
Ch'abbiate gener che da voi conosca 1464
L'impero, ch'un che voi d'impero privi 1465
O vi dia almen cagion di lungo affanno! 1466
Già merta questa età canuta e grave 1467
Pace e riposo, non travaglio o guerra. 1468
SUL.
Chi volesse sempr'ir dietro a' sospetti, 1469
Non si conduria a fin mai cosa alcuna. 1470
MAL.
Già non si dè, alto Sir, per ogni cosa 1471
Temer, ma chi non teme anco di quello 1472
Che potrebbe avenir, molto s'inganna, 1473
Massimamente quand'i fatti altrui 1474
Pongono l'avenire innanzi a gli occhi. 1475
Felici quei che da i successi d'altri 1476
Si fanno cauti! Ond'io vi prego, Sire, 1477
Che più tosto vogliate che gli altrui 1478
Casi a voi diano lume, ch'altri pigli 1479
Da la fortuna vostra altiero essempio. 1480
Ma lasciam, se vi par, tutte da canto 1481
Queste ragioni, ancor che siano tali 1482
Che vi devrian piegar se fost'un marmo. 1483
Quanto vi fia di biasimo s'or voi, 1484
Che carco sete di molt'anni e saggio 1485
Sovra ogn'altro Signor che regga il mondo, 1486
Lasciate la ragion sì in preda a l'ira 1487
Che quel che 'n gioventù biasmato avreste 1488
In qualunque uom, vogliate ora far vecchio? 1489
Deh piacciavi, Signor, ch'Oronte e Orbecche 1490
Sian più tosto biasmati del lor fallo, 1491
Al qual condutto gli ha poco vedere 1492
E che puote emendare il vostro senno, 1493
Che con inesorabil impietade 1494
Voi ne macchiate la prudenza vostra 1495
Et il nome real pel fallir loro: 1496
Che ciò giunger sarebbe errore a errore, 1497
Non emendar quel ch'emendar cercate. 1498
E tengo meglio ch'un riceva ingiuria, 1499
Che per vendetta far macchi il suo onore; 1500
Et è assai meglio, Sir, che vi dispiaccia 1501
Questo lor fatto, ch'a buon fin può uscire 1502
Et a contento vostro, che per fare 1503
Vendetta impetuosa, poi col tempo 1504
Ne dispiacciate voi a voi medesmo: 1505
Ch'altro non può avenir di ciò, se voi 1506
Date in preda al furor l'animo vostro. 1507
SUL.
Dura cos'è, Malecche, che da l'ira 1508
Non sia vinto quell'uom che da coloro 1509
Che devriano onorarlo e riverirlo 1510
E mostrarlisi grati de' piaceri, 1511
Nel proprio sangue vede farsi oltraggio. 1512
La ragion non può a l'ira in ciò por freno 1513
E veggonsi ogni dì di questo essempi. 1514
MAL.
Sì, in que', Signor, che son senza ragione 1515
Et entro a sé non han virtù che possa 1516
Mostrarli il ver, quando gli assale l'ira; 1517
Anzi, quanto altri più cerca levarli 1518
Fuor del furor con dimostrarli il vero, 1519
Tanto vi si sommergon maggiormente. 1520
Ma se pur l'ira un uom prudente assale 1521
(Che non è in noi frenar gl'impeti primi) 1522
Sì ch' egli il meglio suo da sé non vegga, 1523
Tosto che gli si fa vedere il giusto, 1524
Apre lo 'ngegno e da sé scaccia l'ira. 1525
E s'io per lunga prova non sapessi 1526
Quanto sia immensa la virtute vostra 1527
E quanto volentieri a la ragione 1528
Vi date in guida, i' non m'avrei giamai 1529
Preso baldanza di mostrarvi quello 1530
Che con lungo parlar vi ho dimostrato. 1531
E così come il saper vostro e 'l vostro 1532
Saggio consiglio e la prudenza vostra 1533
M'han dato ardir di dir quel ch'i' v'ho detto, 1534
Ora anco m'assicuran quelle istesse 1535
Alte virtuti che la vostra altezza 1536
S'appiglierà al miglior e vedrà chiaro 1537
Che non dee questo error tòrvi ch'Oronte 1538
E la figlia da voi perdon non abbia; 1539
E che 'n voi più potrà quel lungo amore 1540
Ch'avete ad ambo lor sempre portato, 1541
Che questo subito odio e questo sdegno. 1542
(cosa 1543
Ch'io non posso pensar che 'n voi mai venga) 1544
Movanvi i figliuolini a voi nepoti: 1545
Che per esser del sangue vostro nati 1546
Potransi assimigliar a voi, lor avo, 1547
Et esser lumi di virtuti al mondo 1548
E vèr di voi sostegno. E se pur questo 1549
Poco in voi può, che devria poter molto, 1550
Muovavi il vostro onor, che (com'ho detto) 1551
Essere non vi può se non disnore 1552
Così fatta vendetta. E s'anco questo 1553
(il che non credo) 1554
(Se nulla puote appo un Signore eccelso 1555
Il servir d'un leale e fedel servo) 1556
Possa la fede mia tanto ora in voi 1557
E 'l mio lungo servir, ch'impetri pace 1558
A la vostra figliuola, al vostro Oronte. 1559
SUL.
Malecche, in me assai puote il lungo amore 1560
Portato a Oronte e la pietate immensa 1561
Con c'ho la figlia mia insino or amata 1562
E molto istimo la tua lunga fede 1563
E tanto ponno in me le tue parole 1564
Che commover mi sento insino a l'alma 1565
Mentre i' t'ascolto. Ma se poi rivolgo 1566
A questa ingiuria il cor, tutto m'inaspro 1567
E spezialmente contra Oronte, ch'abbia 1568
Per nulla avuto farmi ingiuria tale. 1569
MAL.
I' credo, Sir, che glie ne pesi e dolga, 1570
Né che fatto abbia ciò per farvi oltraggio, 1571
Ma che, vinto d'Amor, fuori del giusto 1572
Si sia trascorso e sia lui stato tolto 1573
Da focoso desio vedere il meglio. 1574
Ma posto ancor che questo oltraggio fosse, 1575
Come non è, se fosse anco maggiore, 1576
Il raccordarvi de' gran fatti egregi 1577
Fatti da lui per la corona vostra 1578
Devriano estinguer questo vostro sdegno 1579
Et ammollire ogni durezza. E quando 1580
Cosa altra alcuna a ciò non vi movesse 1581
(Benché molte ve n'ha che devrian farlo) 1582
I' prego che non v'esca de la mente 1583
Quello infelice e lagrimevol tempo 1584
Ch'i Parti, ch'avean già tutto l'impero 1585
Vinto, l'assalto diero a questa terra 1586
Con forza tal, con così estremo assedio 1587
Ch'alcun non v'era che non desperasse 1588
Di poterli resistere e temeva 1589
Ognuno uscir fuor de le mura. Oronte, 1590
Stimando assai più voi che la sua vita 1591
(Sprezzato ogni pericolo) 1592
E ne scacciò Selino che portava 1593
Il fuoco ardente a tutto il vostro impero 1594
E estremo eccidio a la corona vostra: 1595
Scacciollo, dico, sì animosamente 1596
Che parve tra que' Parti un novo Marte 1597
E servò voi al regno e 'l regno a voi. 1598
Veggio, Signor, che queste mura istesse 1599
E le colonne e i pavimenti e i tetti, 1600
Non che quei c'hanno spirto e senso d'uomo, 1601
Vinte da beneficio così raro, 1602
Per dimostrarsi grate del piacere 1603
Ricevuto da lui, vi cheggion meco 1604
Pietade per Oronte; e lagrimando 1605
Pregan che s'egli ha voi servato e loro 1606
Col proprio sangue e co la propria vita 1607
Da servitù, dal fuoco e da la morte, 1608
Non vogliate ora voi distrugger lui 1609
E far che crudeltà sia il guiderdone 1610
Di così illustre et onorata impresa. 1611
Perdonateli, dunque, omai il fallo 1612
E levivi del cor questo ogni sdegno, 1613
Che certo i' son che d'ora in ora tanto 1614
Contento avrete di sì benign'opra, 1615
Per diversi rispetti, che fia vinto 1616
Da la gioia il dolor ch'ora sentite. 1617
SUL.
Grave cosa mi par, Malecche, questa 1618
Che tu mi chiedi e che sia un dar baldanza 1619
Di farmi peggio ancor di quel ch'è fatto. 1620
Ma per le ragion dette e per tuo amore 1621
E per amor di quei nepoti i quali 1622
M'hai col tuo dir così nel cor impressi 1623
Ch'io li bramo veder più che la luce, 1624
E per questa illustre opera ch'adesso 1625
M'hai raccordata, di cui la memoria 1626
Grata ancor mi si serba ne la mente, 1627
Son contento di far quanto m'hai chiesto. 1628
E per segno di ciò, te' questo annello 1629
E dallo a Oronte in succession del regno 1630
E fa' che di presente qui ne venga 1631
La moglie et egli et ambo i figli insieme, 1632
Acciò che tutti io li mi goda a un tratto. 1633
MAL.
Signor, questa bontà ch'ora m'avete 1634
Mostrata, sì vi m'ha obrigato ch'io 1635
Mi doglio quasi che 'n me non sia parte 1636
Che non sia già buon tempo tutta vostra, 1637
Perché or potessi darla almen per segno 1638
Espresso a voi de la mia grata mente. 1639
Ma bastivi, Signor, che 'l vostro servo 1640
Tant'or vi dia quanto donar vi puote, 1641
Cioè questo sincero animo mio, 1642
Tant'or più a voi del consueto astretto, 1643
Quanto questo piacer ogn'altro avanza. 1644
Ora io me n'andrò dentro ad Oronte 1645
E condurolli tutti innanzi a voi, 1646
Acciò ch'abbiate insieme ugual letizia. 1647
SUL.
Et io t'aspetterò qui, ma vien tosto. 1648
MAL.
Io ti lodo, alto Dio, che 'n questo core, 1649
Che sempre è stato dur più d'ogni pietra, 1650
Ho trovato pietade in questo giorno. 1651
È vero certo ch'appo il Re del cielo 1652
Impossibil non è cosa nessuna. 1653

SCENA III

(SULMONE solo)
[SUL.]
Malecche, in questa età canuta, sciocco, 1654
Si pensa con sue favole e sue cianze 1655
Il cervello intorniato avermi in guisa 1656
Ch'io non debba mostrare al traditore 1657
Di che importanzia questa ingiuria sia! 1658
Egli è ben d'ogni ingegno in tutto privo 1659
E ne sarei ben poco saggio anch'io 1660
S'io mi lasciassi ciò por ne la testa. 1661
Io non conosco al mondo uom così vile 1662
Che potesse soffrir sì grave scorno. 1663
Questi ha macchiato il mio sangue e l'onore 1664
E la real corona: ma stia certo 1665
Che sì nel sangue suo Sulmon le mani 1666
Si bagnerà, che ne sarà lavata 1667
Tutta questa vergogna e questa ingiuria. 1668
N'egli pur sol, ma i figli anco faranno 1669
Del paterno fallir la penitenzia. 1670
E giusto è ciò: perch'egli a me, a la figlia 1671
Ha fatto gran disnor, i figli et egli 1672
Ne debbono portar debita pena. 1673
Che temi, animo mio? che pur paventi? 1674
Accogli ogni tua forza a la vendetta 1675
E cosa fa' sì inusitata e nova 1676
Che questa etade l'aborisca e l'altra 1677
Ch'avenir dee creder noi possa a pena. 1678
Questo giorno ci dà degna materia 1679
Di dimostrare il poter nostro al mondo. 1680
Però cosa non sia che ne ritragga 1681
Da la incominciat'opra et ogni spezie 1682
Di crudeltà da noi oggi si tenti. 1683
Sono innocenti i figli, e siano: sono 1684
Figli d'un traditore e al padre anch'essi 1685
Saranno in tutto simili e se bene 1686
Devesser tralignar dal seme loro 1687
Et essere i meglior del mondo, sono 1688
Del ricevuto oltraggio indizii certi. 1689
Però muoiano anch'essi, perché parte 1690
Nessuna di vendetta a far mi resti. 1691
Non è, non è la ingiuria mia da scherzo, 1692
Né scorno è questo che per poca pena 1693
Si possa cancellar da l'onor mio. 1694
Ma che farò de la malvagia figlia? 1695
Debb'io le mani por nel proprio sangue? 1696
Sì devrei ben, s'al suo fallir guardassi, 1697
Ma s'io ne posso far vendetta intiera 1698
Senza la morte, non fia meglio? Meglio 1699
Fia questo certo. E che pena maggiore 1700
E più atta a la vendetta dar le posso 1701
Che con quello ond'avea sommo diletto 1702
Darle crudele e 'ntolerabil doglia? 1703
Se l'uccido, fia fine al suo dolore: 1704
Che la morte a chi è miser non è pena, 1705
Ma fine de la pena e de l'angoscia. 1706
Però se viva ne riman costei 1707
E co gli occhi ambe due i suoi figli vegga 1708
Morti e 'l marito, tal sarà l'affanno 1709
Che n'avrà invidia a que' che son sotterra: 1710
Che d'ogni morte è via più grave sempre 1711
Una infelice e miserabil vita. 1712
Questo mi piace, a questo omai disponti, 1713
Animo mio, né ti distorni nulla: 1714
Che chi non fa vendetta d'uno oltraggio, 1715
Ad aspettarne un altro s'apparecchia. 1716
Biasmato ne sarò? Che biasmo puote 1717
Avere un Re di cosa ch'egli faccia, 1718
Le cui opere tutte sotto il manto 1719
Real stanno coperte? E come a forza 1720
Soffrir le dee ciascun, così lodarle, 1721
O voglia o no, dal gran timore è astretto. 1722
Quest'è proprio de' Re, che l'opre ree 1723
Ch'essi si fan, siano da ognun lodate. 1724
Abbiansi gli altri pur le lodi vere, 1725
Queste son nostre e deono seguir sempre 1726
Quel ch'è più loro a grado i Re possenti; 1727
E s'altrimenti fanno, essi son servi, 1728
Del real nome indegni e de l'impero. 1729
Ma veggio che ne vengono a me insieme: 1730
Ristringer voglio l'ira e simolare 1731
Esser pien di contento e d'allegrezza 1732
E accompagnar co le parole il viso, 1733
Perché non abbian del pensier mio indizio. 1734

SCENA IV

(MALECCHE, ORONTE, ORBECCHE, SULMONE, CORO)
MAL.
Io non m'avrei giamai pensato, Oronte, 1735
Che ci fosse venuto così a punto 1736
Quanto noi volevamo. Certo i Dei 1737
Ci sono stati assai prosperi. Or meco, 1738
Alta Reina, e tu con lei, Oronte, 1739
Rendete grazie lor di merto tale. 1740
ORON.
Malecche, ancor ch'a me novo non sia 1741
Che senza volontà de' Dei del cielo 1742
Non ha buon fin cosa mortale alcuna, 1743
Pur istimo ch'ancor per opra vostra 1744
Mi sia questo avenuto; e com' i Dei 1745
Tutti ringrazio, così rendo a voi 1746
Grazie immortai del ricevuto bene. 1747
E quantunque ora a pien mostrar non possa 1748
Quant'obrigo abbia a la bontade vostra, 1749
Pur voglio che crediate che se mai 1750
Averrà ch'io vi possa a modo alcuno 1751
Mostrar l'animo mio, compiutamente 1752
Mi troverete grato del piacere 1753
Ricevuto da voi; e più che 'n voce 1754
Ora non faccio, i' vi farò palese 1755
Co' fatti chiari allor l'animo mio. 1756
Prosperin pur i Dei le cose nostre 1757
Com' incominciat'han. 1758
ORB.
Così li prego,
Ma un non so che di tristo il cor mi preme 1759
E non so la cagion del mio timore. 1760
Mi veggio il bene innanzi a gli occhi e tremo 1761
In mezzo a l'allegrezza e temo l'amo 1762
Ascoso sotto l'esca e 'l fel nel dolce. 1763
MAL.
Deh non vogliate voi per voi medesma 1764
Esser nemica a l'allegrezza vostra, 1765
Alta Reina, anzi scacciate fuore 1766
Quanto di tristo il cor vi preme e 'ngombra. 1767
Non vedete del ben gli espressi segni? 1768
Ecco, ha promesso il regno a Oronte e voi 1769
Co' figli insieme così allegramente 1770
Aspetta, che gli par un'ora mille 1771
Che vi raccolga tutti entro le braccia, 1772
E pianger visto i' l'ho de la dolcezza. 1773
ORB.
Deh, voglia Dio ch'ei non piagnesse allora 1774
La calamità nostra e 'l nostro fato: 1775
Che bench'io veggia e senta e a pien conosca 1776
Il mio gioire espresso, il cor non puote 1777
Non sospirare; e non mi par buon segno 1778
In cosa tal, da me bramata tanto, 1779
Non potermi allegrare. 1780
ORON.
E che temete?
Abbiam ciò che vogliam. Gran cosa è questa, 1781
Che sian le donne così pronte sempre 1782
A divinare il mal! Bene sperate 1783
E bene vi averrà. 1784
ORB.
Già non voglio io
Turbare il piacer vostro; e prego i Dei 1785
Che vane sian le mie temenze e ferme 1786
Sian le vostre speranze e i piacer vostri, 1787
E ch'i sospetti miei s'abbino i venti. 1788
ORON.
Deh ditemi, di grazia, per qual cosa 1789
N'avrebbe il Re mostrato tanto amore 1790
E mandatone segno così espresso 1791
De la sua pace, s'ei volesse poi 1792
Mancar di fé? 1793
MAL.
La fé, Reina, è proprio
Ne' Re, come ne' corpi nostri l'alma. 1794
Che come non si può tenere in vita 1795
Questa caduca salma 1796
Dopo che s'è da lei l'alma partita, 1797
Così se restan vuote 1798
Le promesse de' Re di fé, non puote 1799
Esser più cosa in lor che Re gli mostri. 1800
Perché le gemme e gli ostri 1801
O 'l posseder molt'oro 1802
Non fa Re altrui, se de la fede è privo, 1803
Che più val del poter, più del tesoro. 1804
Però vo' che crediate questo vero, 1805
Che ne potria lo impero 1806
Perder pria il nostro Re, che mai smarrita 1807
Volesse ch'apparisse in lui la fede. 1808
Vedete con che lieto 1809
Aspetto egli vi mira. 1810
Questo sol vi dee far l'animo queto 1811
E tòrvi ogni sospetto: 1812
Che quantunque altri l'ira 1813
Cerchi chiuder nel petto 1814
E quantunque usi ogn'arte 1815
Perché l'animo suo nessuno intenda, 1816
Forz'è che si comprenda 1817
(Mal grado suo) 1818
Che si scuopre di fore 1819
E nel viso dimostra aperto 'l core 1820
ORON.
È come dite, n'esser può altrimenti: 1821
Però andiamosi al Re. 1822
ORB.
Par ch'io non possa
Movere i piedi, e pure andar vorrei, 1823
E par ch'abbia chi a dietro mi ritragga. 1824
Ben ti prego, Signor che reggi 'l mondo, 1825
Che s'avenir mi dee cosa maligna, 1826
Pria ch'io mi vada al padre, io me ne moia. 1827
MAL.
Non più sospiri omai, alta Reina: 1828
Andiamo insieme e a me lasciate il peso 1829
Di fare al Re quelle parole ch'io 1830
Conoscerò opportune in questo caso. 1831
ORON.
Andiàn, Malecche, e voi parlate prima, 1832
Poi ch'avete insin qui condotto il fatto. 1833
MAL.
Invitto Sir, da parte vostra ho esposto 1834
A pieno a Oronte e a la figliuola vostra 1835
Quanto detto m'avete: essi ve n'hanno 1836
Le grazie che per lor si pòn maggiori; 1837
E quanto il loro error veggon più grave, 1838
Tanto conoscon più la bontà vostra. 1839
Eccovi Oronte, ecco la figlia e i cari 1840
Vostri nepoti, a la vecchiezza vostra 1841
Fidi sostegni e successor del regno, 1842
Ne le cui faccie sì scolpito sete 1843
Che vedervi mi par ringiovenire 1844
Felicemente nel bel viso loro. 1845
Accoglieteli Sire, e lor mostrate 1846
Che quanto detto gli ho per nome vostro, 1847
Tant'è per attenerli vostra altezza. 1848
SUL.
Non venne ad alcun men mai la mia fede 1849
Quando ad altrui con fé legata i' l'abbia. 1850
ORON.
Non dubito, alto Sir, che vostra altezza 1851
Non sia per attenermi con fé quello 1852
Che 'l suo fedele consiglier Malecche 1853
Sotto il pegno di fé dianzi m'ha detto 1854
A nome d'essa. Sol vi cheggio, Sire, 1855
Di spezial grazia, che dopo che tanto 1856
Estesa s'è la gran bontade vostra, 1857
Che imputar non vogliate il mio fallire 1858
A dislealtà o ad oltraggio, ma a l'amore 1859
Che puote troppo più che non poss'io, 1860
A l'età giovanile, atta ad errare 1861
Via più d'ogn'altra. E de l'error commesso 1862
Ve ne cheggiàn perdon la figlia et io; 1863
E me con ella et ambo i figli insieme 1864
Commetto a questa man, non men di fede 1865
Che di rara fortezza espresso pegno. 1866
E ben ch'io so che 'n me cosa nessuna 1867
È che possa ugguagliare il dono ch'io 1868
Da vostra maestà ho ricevuto oggi, 1869
Pur v'offro questa vita, sempre pronto 1870
Ad esporla per voi dove bisogni, 1871
E sempre cercherò che questo errore 1872
In tanto sia da le buone opre vinto, 1873
Che conoscer potrete agevolmente 1874
Quanta sia la mia fede. 1875
ORB.
Et anch'io, padre,
Perdono a vostra altezza umile i' cheggio. 1876
SUL.
S'io dessi ad ambo voi del fallir vostro 1877
Debita pena e vi mostrassi quanto 1878
Sia stato avermi offeso iniquo e grave, 1879
Non farei cosa men che giusta e meno 1880
Che dicevole al mal da voi commesso. 1881
Ma il pregar di Malecche, c'ha potuto 1882
Appresso me quel che poter devea, 1883
E l'amor col qual voi amo et i figli 1884
Vostri e nepoti miei, dispor mi fanno 1885
A fare oggi di voi quel che far voglio. 1886
Però con quella fé che dianzi i' diedi 1887
A Malecche per voi e ch'ei vi ha data 1888
A nome mio, perdono a te il tuo errore, 1889
Oronte, e a te il tuo, Orbecche. E te per figlia, 1890
Cara non men di quel ch'esser mi dèi, 1891
Accolgo e te per mio genero e questi 1892
Dolci fanciulli per nepoti miei, 1893
Non men da me che siate voi amati. 1894
Nepoti miei, anzi miei dolci figli, 1895
Quanto cari mi sete! Oh quanto bene 1896
Conosco in voi il mio medesmo aspetto! 1897
CO.
Poi che felice effetto, 1898
Coppia fedele, amica, 1899
Ha dato a' tuoi desiri 1900
Il ciel benigno, in vece de' martiri 1901
Che minacciava a te sorte nemica, 1902
Prego che dolce affetto 1903
Così t'ingombri il petto 1904
Che non t'offendan mai pianti o sospiri, 1905
E così vane sian tutte l'insidie, 1906
Che 'l tuo dolce gioir nulla t'invidie. 1907
SUL.
Così vi veggia lieti sempre, come 1908
V'accetto per ostaggi de la pace 1909
Fatta tra noi; così mi doni il cielo 1910
Grazia che far vi possa aver quel bene 1911
Ch'io bramo che v'abbiate e v'apparecchio 1912
E che dar penso anco a' parenti vostri, 1913
Per voi medesmi, in poco spazio d'ore. 1914
Tu, Oronte, aspetterai Tamule e Allocche, 1915
Poi tuttatre ve ne verrete in casa 1916
Incontanenti, a ritrovarmi insieme. 1917
Noi altri se n'andremo a dar principio 1918
Che 'n allegrezza et in solazzo degno 1919
Di questo giorno, i' possa far la festa 1920
Et uccider le vittime a gli altari, 1921
Parate già per queste nozze a i Dei. 1922

SCENA V

(ORONTE, TAMULE, ALLOCCHE)
ORON.
Chi con san occhio ben le cose umane 1923
Mira, vedrà che non è tanto polve 1924
Minuta e lieve da' soffianti venti 1925
Menata in giro, quanto la fortuna 1926
Queste cose mortai volve e rivolve. 1927
Indi veder potrà che 'n questo stato 1928
Il miser può sperare e può temere 1929
Chi felice s'istima e che 'l Motore 1930
Eterno de le stelle vuol che 'n terra 1931
Immortal non si trovi il bene o il male, 1932
Ma che s'egli è senza principio e fine, 1933
Non consente che cosa altra nessuna 1934
Questa condizione in sé contenga. 1935
E che vada così ciò che si trova 1936
In terra sotto 'l cerchio de la luna 1937
(Ancora che per molti e molti essempi 1938
Ciò paia più che vero) 1939
Forse via più d'ognun fare ampia fede, 1940
Che trastullo son stato un longo tempo 1941
A la fortuna e lungo tempo un giuoco. 1942
Nacqui in Armenia già d'un nobil uomo 1943
E di madre Reina, e fui da lei 1944
Subito dopo il parto in mar gettato 1945
In una cassa, per celare il fallo; 1946
(come intesi) 1947
Preso e nodrito in trista sorte. E a pena 1948
Passato avea cinque anni, che qui in Persia 1949
Condutto fui, non men da l'aspra sorte 1950
Sempre agitato, insin che 'l Re Sulmone 1951
(Non so per qual mio fato) 1952
Di chi mi tenea servo mi riscosse. 1953
Ma non mutai destin né mutai stato, 1954
Se ben mutato avea paese e cielo; 1955
Che ben ch'io col Re nostro in corte fossi, 1956
Egli senza pietà mi fe' nodrire 1957
Quattro e quattro anni da servo in sì vile 1958
E miserabil vita, ch'ogni speme 1959
Di poter aver bene avea sbandita, 1960
E non pur invidiava uomini e donne, 1961
Ma i cani istessi e i più vili animali. 1962
Ma non sì tosto giunsi a quindici anni 1963
(Vedi che gran mutazion fu questa) 1964
Che 'n tanto pregio crebbi appresso lui 1965
Che mi propose a quanti egli avea in corte. 1966
E qui da gli odii e da le crude invidie 1967
De' cortegiani, come in mar da l'onde 1968
Smarrita nave, combattuto i' fui. 1969
In tanto la crudel sorte nemica, 1970
Che vincer mi vedea l'aspra procella 1971
E valoroso in così rea tempesta, 1972
Invidiosa del mio bene al fine, 1973
Per farmi perder l'arte et attuffarmi 1974
Tutto ne l'onde, sotto ombra di bene, 1975
Con insidie nascose al mio gioire, 1976
Mostrandosi via più che mai tranquilla 1977
E tutta in tremolar l'onda marina, 1978
Scoglio tra l'onde inevitabil pose; 1979
Che fe' che de la figlia del Re mio 1980
M'accesi, e ella di me, sì fieramente 1981
Che non fu mai così fervente fuoco 1982
In Mongibello o sì vivace in Ischia, 1983
Che tepido non fosse appresso il nostro. 1984
Tal ch'ambo fatti da l'amor già ciechi, 1985
Divenimmo marito e moglie insieme, 1986
Senza che 'l Re ne risapesse nulla. 1987
Da indi in qua doglia crudele e accerba 1988
(Conoscend'io poi quel che non conobbi 1989
In quel primo furor ch'è senza legge) 1990
Mi rose sempre 'l cor, qual roder suole 1991
Tizio il crudo avoltor tra l'ombre oscure. 1992
Tal ch'io non ebbi mai, non dirò lieta, 1993
Ma riposata un'ora; anzi com'io 1994
Mi vedessi esser tra gli scogli ognora, 1995
Sempre aveva la morte innanzi a gli occhi. 1996
Et ecco, or quando men di speme avea 1997
Et eran congiurati tutti i venti 1998
Contra me, a la mia morte, e già perduto 1999
Aveva e remi e vele, ancore e sarte, 2000
Et era il mar co l'onde insino al cielo, 2001
Condutto m'ha così felicemente 2002
Il mio Signor da gli aspri scogli in porto, 2003
Perdonando l'errore a me e a la figlia, 2004
Che non temo più in mar Caribdi o Scilla: 2005
Tal che s'oggi alcun è più di me lieto, 2006
Non è mortale. Or ben prego il Signore 2007
Che con sommo saper governa il tutto, 2008
Che voglia omai, poi che de la tempesta 2009
(Ch'agitato m'ha quinci e quindi tanto) 2010
Mi trovo fuori, ch'io mi viva in porto 2011
Questo poco di viver che m'avanza, 2012
E ch'oltre il suo costume a questa volta 2013
Mi tenga fé la rea fortuna, ancora 2014
Che la costanza sua sia nel mutarsi. 2015
Ma veggio che di qua Tamule e Allocche 2016
Vengono, et io me ne voglio ire a loro 2017
Perché al Re se n'andiamo tutti insieme. 2018
Venite meco, che n'aspetta in casa 2019
Tuttatre il nostro Re. 2020
TAM.
Vengo, Signore.
AL.
Et io: m'andate innanzi, ch'ambo noi 2021
Dietro voi si verrem così pian piano. 2022
TAM.
Vedi come l'uomo erra! Questi pensa 2023
D'andare al suo contento, e va a la morte. 2024
(NODRICE, CORO. La Nodrice [que] parla)
NOD.
Poscia che gli infelici e oscuri giorni 2025
(la sua mercé) 2026
Donne mie care, e noi le nostre voci 2027
Mutiamo a ragionar del novo stato. 2028
Ma chi ne darà i versi o chi le rime 2029
Atte a spiegare il ben che 'n se tien l'alma? 2030
CO.
Or, dopo c'hai l'afflitta e miser' alma 2031
Volta a gradite notti e puri giorni, 2032
Perché mostrar possiamo a ognuno in rime 2033
Il ben che chiudiam dentro a' cori lieti 2034
E lodar te, lodando il caro stato, 2035
Danne tu i versi, Amor, danne le voci. 2036
NOD.
Deh perché non portate al ciel le voci, 2037
Aure, che manda or fuor si chiare l'alma, 2038
Perché sappiano i Dei lo nostro stato 2039
E che le notti che verranno e i giorni 2040
Saran così gioiosi e così lieti 2041
Che nol potrà spiegar forza di rime? 2042
CO.
Apollo, ancor che tu cantassi in rime 2043
E usassi le più scielte e dotte voci, 2044
Non potresti spiegar quant'or sian lieti 2045
I bei pensier di quella nobil alma, 2046
Cui minacciava il ciel sì amari giorni, 2047
Che temea viver sempre in duro stato. 2048
NOD.
Voi che 'l viver dolente e 'l crudo stato 2049
De la Reina mia piangeste in rime, 2050
Quand'avea più che notte oscuri i giorni, 2051
Accompagnate or l'amorose voci 2052
E scacciate sì il duol tutti da l'alma 2053
Che s'odano sol note e canti lieti. 2054
CO.
Ecco ch'i pargoletti Amor già lieti 2055
Gioiscon nosco, e ferma il nostro stato 2056
Chi accende dolce fuoco a altrui ne l'alma. 2057
E Giunon, mossa da l'accese rime 2058
(Per mostrar ch'al ciel van le mortai voci) 2059
Vuol che mai non veggiam men lieti i giorni. 2060
NOD.
Dunque i giorni averai mai sempre lieti, 2061
Coppia fedele, e voci liete e stato, 2062
Fin che rime orneran ben gentil alma. 2063
FINE DEL TERZO ATTO

Atto IV

SCENA I

(MESSO, CORO)
MESSO.
Oh perché ne' Rifei monti non sono 2064
Più tosto nato, o tra le tigri Ircane 2065
Ne gli ermi boschi e ne' più alpestri campi, 2066
Ove vestigio uman non si vedesse, 2067
Che qui dove i' son nato e son nodrito, 2068
Qui dove più d'ogn'aspra fiera crudi 2069
Gli uomini si ritrovano? Oh, che giova 2070
Viver ne le città più che ne' boschi, 2071
Se crudi più d'i lupi e più de gli orsi 2072
Gli uomini in esse sono? Qual mai fiera 2073
Ne' più solinghi luochi ritrovossi, 2074
Ch'usasse crudeltà nel proprio sangue? 2075
Dunque cosa vist'ho via più crudele 2076
Che 'n parte alcuna unqua veder si possa. 2077
CORO.
Gran cosa è questa, onde sì amaramente 2078
Si duol quest'uomo. O Dea che 'l ciel rischiari 2079
Col tuo sereno lume e i cori infiammi, 2080
Fa' che per noi non sian queste querele. 2081
MESSO.
Oh, perché non mi dà Dedalo l'ali, 2082
Sì che poggiando al ciel fuggissi questa 2083
Terra iniqua? Che terra? Anzi ricetto 2084
Di sozzi, dispietati e orribili atti. 2085
E se ciò non si puote, perch'almeno 2086
Non mi lece passar l'empio Acheronte, 2087
Poi ch'indi qua venuti son gli Atrei, 2088
Gli Atamanti, i Tiesti, anzi i più fieri 2089
Mostri che fosser là ne' laghi stigi? 2090
O secol reo, secol malvaggio e tristo, 2091
Come dar ci può il sol oggi la luce? 2092
CORO.
Che cos'è che ti face uscir del petto 2093
Voci sì crude e versar fuor da gli occhi 2094
Sì amaro pianto? Non tenere ascosa 2095
A noi la doglia tua. 2096
MESSO.
Donne, s'io avessi,
Non dirò tante lingue, quante mani 2097
E braccia e piedi e quante in me son membra, 2098
Ma vi se n'aggiungesser mille e mille, 2099
E avessi voce, non dirò di ferro, 2100
Ma di duro diamante, i' non potrei 2101
Spiegare il duol ch'a lagrimar mi mena. 2102
Ora pensate voi se può bastarmi 2103
Questa sol lingua, omai debile e fioca. 2104
CORO.
Narraci, prego, ciò, sia che si voglia, 2105
Se non a pieno, almeno il me' che puoi: 2106
Che bramiamo d'udir quello onde piagni. 2107
MESSO.
Cosa dirò, se tanto spirto avere 2108
Potrò che non s'agghiacci entro le vene 2109
Pel grave orrore il sangue, che dapoi 2110
Tutte vi pentirete averla udita. 2111
Ma temo che non possano l'orecchie 2112
Vostr'udir quel che miei tristi occhi han visto: 2113
Ch'è così miserabil che devrebbe 2114
Far oscurar nel ciel la luna e 'l sole, 2115
Non che 'n terra stordir gli animi umani. 2116
E se nol mi credete, questo viso 2117
Pallido e tristo e la tremante voce 2118
Lo vi puote mostrar, senza ch'io il dica. 2119
CORO.
Via più d'affanno n'è star sì sospese: 2120
Però da' omai principio a questa istoria. 2121
MESSO.
Giace nel fondo di quest'alta torre 2122
In parte sì solinga e sì riposta 2123
Che non vi giunge mai raggio di sole, 2124
Un luoco dedicato a' sacrificii 2125
Che soglion farsi da' Re nostri a l'ombre, 2126
A Proserpina irata, al fier Plutone; 2127
Ove non pur la tenebrosa notte, 2128
Ma il più orribil orrore ha la sua sede. 2129
Quivi Sulmon fatt'ha condurre Oronte 2130
(Oronte miser, che pensava omai 2131
Che fosser giunti al fin gli affanni suoi) 2132
Da due che d'improviso l'avean preso, 2133
Mentre egli ragionando il tenea a bada. 2134
E venuto il Re poi ne l'alta torre, 2135
Co le sue proprie mani il prese e disse: 2136
Ti voglio far mio successor del regno, 2137
Oronte, in questo luoco. E questo detto, 2138
Pigliar gli fe' le braccia a que' malvagi 2139
Ch'ivi l'avean condotto e ambo le mani 2140
Gli fe' por sovra un ceppo; e da le braccia 2141
Levogliele il crudele in due gran colpi 2142
Con un grave coltello. E dopo, alquanto 2143
Trattosi a dietro, prese in man le mani, 2144
Le porse a Oronte, lui dicendo: Questo 2145
È lo scettro che t'offro. A questo modo 2146
Ti vo' far Re. Come ne sei contento? 2147
Fa' ch'io lo sappia. Oronte allor rivolto 2148
Verso lui disse: Ai, traditore, è questa 2149
La fé ch'astretta m'hai? è questo quello 2150
Che da tua parte mi narrò Malecche? 2151
Ma segui, empio Tiranno, eccoti il collo, 2152
Percotilo, malvaggio; eccoti il petto, 2153
Aprilo col tagliente empio coltello: 2154
Che d'altra mai che d'una real mano 2155
(Se sì spietata dir real si deve) 2156
Morir non devea Oronte. Ma se 'n cielo 2157
Regna pietà, se Dio l'umane cose 2158
Mira con occhio giusto, aspra vendetta 2159
T'aspetta, traditore. A queste voci 2160
Sorrise quel crudel, come chi cosa 2161
Oda che schema o che si prenda a giuoco; 2162
E senza altro più dir, ambe due i figli, 2163
Che fatti avea condur prima d'Oronte 2164
Nel luoco oscuro et in disparte porre, 2165
Prese per mano, i quai semplici a l'avo 2166
Facevan festa, come che far vezzo 2167
Volesse loro il micidiale iniquo. 2168
Ma vider ben, non passò molto tempo, 2169
Il lor error. Perch'egli, preso il primo, 2170
Cui poco giovò aver de l'avo il nome, 2171
Nudolli il petto e, prese lui le mani, 2172
Dietro gliele legò; poi tra le gambe 2173
Postosi il fanciullin, che pur chiedeva, 2174
Come meglio sapea, mercé e pietade, 2175
Quasi agnello innocente, col coltello 2176
Crudelmente svenollo e così morto 2177
Lo gettò a' piè del miserello Oronte. 2178
CORO.
Oimè, in quanto dolor mutata è quella 2179
Allegrezza che dianzi ebbi nel core, 2180
Quando di perdonar l'empio Re finse 2181
A Oronte e a la figliuola! Io non ho in osso 2182
Medolla o sangue in fibra che non tremi. 2183
Ma che fe' Oronte al lagrimevol caso? 2184
MESSO.
Quel cor che non potea il suo mal piegare 2185
Sì che porgesse a sua salute preghi, 2186
Fu vinto da pietà d'ambedue i figli. 2187
Perché, dolente sì com'era, Oronte 2188
Pos'ambo le ginocchia in terra e alzando 2189
(Credendo aver, come solea, le mani) 2190
I tronchi de le braccia già dal sangue, 2191
Ch'a gran copia n'uscia, bruttati e molli, 2192
Incomminciò a pregar dal Re crudele 2193
Pietade almen per l'altro figlio vivo: 2194
Che già mercé chiedendo, a braccia aperte, 2195
Tutto pien di paura al miser padre 2196
Fuggito s'era, aver credendo aiuto. 2197
Oimè, che 'l cor mi scoppia e le parole 2198
Mi mancano e la voce, sol pensando 2199
A l'impeto, al furor di questo iniquo. 2200
Sulmon, poi che 'l fanciullo andò ad Oronte, 2201
Lo seguì, come can ch'acceso d'ira 2202
Segua pel bosco timidetta damma. 2203
Il che veggendo Oronte, lagrimando 2204
Avoltolisi a' pie, più caldi preghi 2205
Porse a questo crudele e così disse: 2206
Per la pietà, Sulmon, de' Dei del cielo, 2207
Perdona a questa età ch'è senza colpa: 2208
Bastiti avermi già svenato il primo, 2209
Perdona a l'altro e me colpevol svenna. 2210
E se non può piegare altro 'l tuo core 2211
A usar pietade in così estremo punto 2212
A un miser uom che dianzi tanto amasti, 2213
Paiati stran ne l'innocente sangue 2214
Bruttar le mani tue; fa' che l'onore 2215
Più possa in te, che la vendetta ingiusta. 2216
E se non temi di potenzia umana, 2217
Temi almeno li Dei ch'a l'opre buone 2218
Donano merto et a le triste pena. 2219
CORO.
Non s'ammollì quel duro core alquanto 2220
A sì calde preghiere, a così giuste? 2221
MESSO.
Oimè, che mi chiedete? A queste voci 2222
Vidi pianger le mura e i duri sassi 2223
E tremar de l'orror tutta la torre. 2224
E non pur lagrimar vidi l'imago 2225
Di Pluton fiero, al quale il sacrificio 2226
De l'anime innocenti il Re facea, 2227
Ma per non mirar cosa così orrenda, 2228
Volger la vidi in altra parte gli occhi. 2229
Sol egli, d'ogni dur sasso più duro, 2230
Immobile rimase, com' a l'onda 2231
Del mar rimaner suol ben fermo scoglio. 2232
Né pur non si mutò dal fiero uffizio, 2233
Ma qual calcata serpe i denti stringe, 2234
Tutta piena di rabbia e di veleno, 2235
Per dar di morso a chi col piè la preme, 2236
Tal il Re crudo a così dolci preghi, 2237
Come pungente stral tocco l'avesse, 2238
Con viso fier rivolto al tristo Oronte: 2239
Ricevi - disse - del tuo grave errore, 2240
Perfido, disleal, il giusto premio; 2241
E se sol de la morte d'un contento 2242
Esser potessi, alcun non avrei morto. 2243
E pochi questi due sono a l'oltraggio 2244
C'hai con la infedeltà tua in me commesso. 2245
CORO.
Oimè, che core esser deveva allora 2246
Quel del misero padre, essendo privo 2247
Già d'ogni speme! 2248
MESSO.
Il poverello Oronte,
Vinto da l'aspra ambascia e dal dolore, 2249
Ne la desperazion pigliando ardire, 2250
Lasciato in tutto il van pregar da parte 2251
E vòlto verso il Re, con viso audace, 2252
Ai fiero cane - disse - e come lupo 2253
A l'insidie notturne, a i tradimenti 2254
Sol atto e forte solo e sol feroce 2255
Nel sangue de' fanciulli, i' spero, i' spero 2256
(E questo in parte il mio dolor rileva) 2257
Che non fia molto che tra l'ombre oscure 2258
De la vendetta mia sentirò nova. 2259
E quindi vòlto lagrimando al figlio, 2260
Gettolli ambo le braccia al collo e disse: 2261
Poi che pur vuole il ciel, figlio mio caro, 2262
Che tu la mia ti veggia, io la tua morte, 2263
Et è per noi pietà sorda com' aspe, 2264
(l'ultimo don, caro figliuolo, 2265
Del padre tuo) 2266
E questi estremi basci; andremo insieme 2267
A le parti di Dite, a i regni oscuri, 2268
Ove forse sarem men che qui tristi. 2269
CORO.
Ma che faceva intanto il Re crudele? 2270
MESSO.
Godeva a queste voci il traditore, 2271
A queste voci ch'averian spezzato 2272
Una selce, un diamante, e fatto molle 2273
Un cor d'acciaio. E quasi che godesse 2274
Ch'Oronte si dolesse lungamente 2275
Del suo tormento e de la morte rea 2276
De' due figliuoli, il micidial si stava 2277
Come ridendo a le parole intento. 2278
Ma poi che tolse il gran dolore a Oronte 2279
La voce, il Re, via più che mai sdegnoso, 2280
A guisa di leon ch'uccider dassi 2281
L'armento altrui, che quanto vede il sangue 2282
Più correr per li campi, tanto avampa 2283
Più d'ira e di disdegno e via più cresce 2284
L'appetito del sangue e de la morte, 2285
Aventatosi irato a l'altro figlio 2286
Che ne le tronche braccia aveva Oronte 2287
Piangendo accolto e del suo sangue asperso, 2288
Sveller il volse dal paterno seno, 2289
Come tigre che vede a la giuvenca 2290
Accostarsi il vitel timido e imbelle, 2291
Che 'l picciolo e la madre irato uccide. 2292
Ma non volendo il suo padre lasciare 2293
(che tal del fanciullo era il nome) 2294
E stringendolsi il padre al petto, il fiero 2295
E spietato tiranno, alzato il braccio, 2296
Percossili ambe due sì acerbamente, 2297
Ch'a' piedi suoi se ne cadderon morti. 2298
CORO.
Chi non diria ch'un cor di tigre o d'orso 2299
Nel petto avesse, sotto finto aspetto 2300
D'uomo, questo crudel? Non fu giamai 2301
Cosa più strana o più malvagia udita. 2302
MESSO.
Ma che pensate voi che qui finisca 2303
La crudeltà di così orribil mostro? 2304
Quel che fine vi par, principio è stato 2305
A maggior male, a più scelerat'opra. 2306
CORO.
Ma ch'esser può dopo la morte peggio? 2307
Non è ella estrema de le cose orrende? 2308
Non è ella fin de tutti e mali al mondo ? 2309
MESSO.
Peggio non puote aver già de la morte 2310
Chi morto giace, ma chi vive puote 2311
Mostrar la crudeltà via più palese 2312
Ne' morti corpi. 2313
CORO.
Ai quanto è sozza cosa
Ne' morti incrudelir! quanto disdice 2314
Servar l'ira e 'l furor dopo la morte! 2315
MESSO.
Sozza cos'è, ma perché nulla resti 2316
Di sozzo a fare a l'empio Re, finito 2317
Ch'ebbe sì miserabile e reo ufficio, 2318
Tutt'asperso di sangue, a Oronte andossi 2319
E li levò la testa e fece il corpo 2320
Gettare a i nibi, a gli avoltori, a i cani. 2321
Poi fattosi portare un nobil vaso 2322
D'argento puro, in esso ambo le mani 2323
E 'l capo pose, e d'un zendado nero 2324
Lo ricoperse e lo si fe' servare. 2325
CORO.
Ai, quanto è somma la giustizia eterna! 2326
Vedi come ben ha questo crudele, 2327
Credendo incrudelir, mostro pietade: 2328
Che quella illustre et onorata testa 2329
E quelle man dignissime di scettro, 2330
Dal micidiale, dal nemico istesso 2331
Ricevuto hanno il meritato onore. 2332
Ma che fatt'ha de' fanciullini morti? 2333
MESSO.
Sì tosto com' a Oronte il capo tolse, 2334
Levolli da le braccia il figlio, il quale 2335
Stretto era ancor dal miserabil tronco; 2336
E veggendolo pur torcersi alquanto, 2337
Due volte e tre nel delicato petto 2338
Il percosse il crudel, tal ch'ei col sangue 2339
Spirò del tutto l'anima innocente. 2340
Dopo spogliollo, et indi a l'altro vòlto 2341
Che già fredd'era e senza spirto alcuno, 2342
Dal corpo li levò la vesta e nudi 2343
In due vasi d'argento ambo li pose; 2344
E a l'un nel petto e a l'altro ne la gola 2345
Pose i ferri con cui gli aveva uccisi: 2346
E col capo del padre e co le mani 2347
A la stanza real fece portarli 2348
Et ivi posti gli ha, né so a qual fine. 2349
CORO.
Ai misera Reina, quest'orrendo 2350
Spettacolo t'aspetta! a te il crudele 2351
Riserba questo don! Ma forse il cielo, 2352
Pietoso del tuo mal, giusta vendetta 2353
Per te stessa apparecchia a questo cane: 2354
Che chi a far cosa ingiusta si dispone, 2355
Deve aspettar vendetta, onde non teme. 2356

[CORO]

CORO.
Fede, per lo cui fido nodo insieme 2357
Son le cose contrarie 2358
Con tanta fede aggiunte, 2359
Che non si vede mai ch'alcuna varie 2360
Da l'ordine che lor diè la natura, 2361
Quando l'ascoso seme 2362
De le cose create in un congiunte 2363
Con tanto studio e con sì estrema cura 2364
Aperse dal profondo 2365
Orror che 'n sé celava il bel del mondo. 2366
Se per te sol di cerchio in cerchio il cielo 2367
Serva l'usata legge 2368
Et al moto del primo 2369
Ciascun de gli altri il suo camino regge, 2370
Né mai da l'ordin certo alcun si parte 2371
Pur per un picciol pelo, 2372
Dal più sublime cerchio insino a l'imo, 2373
Onde con sì bel studio e con tant'arte 2374
Del sol la vaga luce 2375
Ciede a la notte e 'l dì dopo n'adduce; 2376
Se gli elementi la lor propria sede 2377
Servan con ordin tale 2378
Che da sé 'l caldo fuoco 2379
Sovra ciascun sublime e leggier sale, 2380
E 'l mezzo l'aer tien tra lui e l'onde, 2381
E la terra si vede 2382
Mai sempre aver lo stabilito luoco, 2383
E ch'un sì bene a l'altro corrisponde, 2384
Che benché sian nemici, 2385
Divengono a creare il tutto amici; 2386
Anzi si fan d'eterni e d'immortali, 2387
Perché nascan le cose 2388
Che 'n potenza in lor foro, 2389
Mortali in parte, come già dispose 2390
Il supremo Motor de l'alte stelle. 2391
Indi piante, animali 2392
Vengono, quai poi ne' principi loro 2393
Risolvonsi, onde gli elementi belle 2394
Opre producono anco, 2395
Tal che non viene il generar mai manco: 2396
Che 'l corromper di questo, quel produce 2397
Con così certe tempre 2398
Che l'un da l'altro viene, 2399
Onde morendo l'un, rinasce sempre 2400
L'altro et eterne di mortai si fanno 2401
Le cose in questa luce; 2402
Perché 'l mancar de l'un l'altro mantiene, 2403
E con fede perpetua così vanno 2404
E andranno insin che giri 2405
Il ciel la terra, e 'l sole il tutto miri. 2406
Perciò con tanta fé succiede al verno 2407
La bella primavera 2408
E l'autunno a l'estate, 2409
E l'onor, che dal gel levato gli era, 2410
Rianno i campi, e frondi e frutti et erbe; 2411
E al fin, se con eterno 2412
Modo le cose son tutte legate, 2413
Fede, per te, perché non fai che serbe 2414
Fede l'umano stuolo? 2415
Perché tua purità macchia egli solo? 2416
Perché lasci che sotto il puro e netto 2417
Tuo nome altri a la morte, 2418
Sotto spezie di bene, 2419
Condotto sia per vie maligne e tòrte? 2420
Deh fa che porti del commesso errore 2421
Ogni disleal petto, 2422
Non pur l'empio Sulmon, sì acerbe pene, 2423
Che passi per essempio e per orrore 2424
Di quanti avran desire 2425
Di fare il santo tuo nome perire. 2426
Sulmon, Sulmon, superbo, empio Tiranno, 2427
Bench'abbi e morte e vita 2428
In man de' servi tuoi, 2429
Non è la forza tua però infinita, 2430
Ma sovra te è un Signor d'altra potenzia 2431
Che, con tuo grave danno, 2432
In te può quel che tu ne' minor puoi, 2433
Ch'al fine, al fin, senza più usar clemenzia, 2434
Con fermo ordine e certo 2435
Dà a l'ingiustizia altrui dicevol merto. 2436
Dunque se non vien meno 2437
Quella immensa giustizia, iniquo, aspetta 2438
De la tua rotta fé giusta vendetta. 2439
IL FINE DEL QUARTO ATTO

Atto V

SCENA I

(SULMONE, ALLOCCHE, TAMULE)
SULMONE.
Levata i' m'ho dal viso quella macchia 2440
Che m'avea impressa Oronte. Egli ha provato 2441
Co l'ignobile sua mal nata prole 2442
Che cosa importi il non guardar l'onore 2443
D'un Re come son io. Se non son sciocchi, 2444
Gli altri che 'n corte son sol per costui 2445
Potranno avere innanzi essempio tale 2446
Che sapran per qual via debbano inviarsi 2447
Per fuggir così crudo e fiero intoppo. 2448
[ALLOCCHE].
Sì bene, invitto Sir, s'avranno senno 2449
E non fian più che ciechi. 2450
SULMONE.
E se fian ciechi,
Io bene in guisa gli occhi aprirò loro 2451
Che potran far veder a gli altri quello 2452
Che non avran voluto essi vedere. 2453
Se così non facessero, i Signori 2454
E i Re sarian da meno ch'i più vili 2455
Uomini ch'abbia il mondo e le lor corti 2456
Verrebbero da men che le capanne. 2457
TAMULE.
E così, alto Sir, è, come voi dite, 2458
E devonsi mostrare i Re a tal modo 2459
Esser Signori e Re come voi fate: 2460
E cianzi poi chi vuoi cianzar. Gli oltraggi 2461
Fatti a' Signori aspettan questo premio 2462
Che ricevuto ha il traditor d'Oronte, 2463
E quest'è de l'imperio avere il frutto. 2464
SULMONE.
Dicon costor che la violenzia è quella 2465
Che consuma gli stati e che l'amore 2466
Sol i mantiene e ch'a' Signor bisogna 2467
Tenir la briglia in man con la man lieve 2468
E dee temere un Re sovra ogni cosa 2469
Di non esser temuto. Ma io tengo 2470
Per cosa più che certa che 'l timore 2471
Sia colonna de' regni e che senz'esso 2472
Ne vadano gli imperii a la mal'ora. 2473
Un Re devrebbe esser terribil sempre, 2474
E lo dimostra chiaro il Re del cielo, 2475
Il qual, mentre serbar vuol la sua altezza, 2476
Tien ne la mano il fier fulmine ardente, 2477
E quando lo depon, di Re d'i Dei 2478
Diviene bove, augel, satiro e capro. 2479
Sta' pur sicur ch'io non son per lasciare 2480
Cosa ch'a por timor mi s'offra innanzi. 2481
Abbiammi in odio pur, pur che mi teman 2482
Tutti i sudditi miei. Nati ad un parto 2483
Son, come due fratelli, il regno e l'odio, 2484
E chi non cerca esser temuto, cerca 2485
Lasciare il regno tosto e venir servo. 2486
Questo non verrà a me. Ma che ti parve 2487
Del cor d'Oronte, quand'egli si vide 2488
Colto a la rete? 2489
ALLOCCHE.
Parmi ch'ei facesse
Come color che son senza speranza, 2490
C'hanno nel disperarsi ogni salute. 2491
Egli pensò co lo rimproverarvi 2492
La fede rotta e col mostrarsi forte 2493
A tolerar la morte, che fuggire 2494
Non potea a modo alcun, trovar mercede; 2495
O farvi vergognar di voi medesmo 2496
A quelle sue parole, onde lasciaste 2497
La vostra impresa. Ma non sapev'egli 2498
Che s'altri inganna altrui sotto la fede 2499
Aver ne dee sotto la fé castigo? 2500
E chi biasima quei che così fanno, 2501
S'inganna molto et è fuori del vero. 2502
Fedele esser si deve a chi è fedele, 2503
Ma fé servare a chi di fede manca 2504
È proprio usare infideltade espressa; 2505
E ben felice è quattro volte e sei 2506
Chi de le 'ngiurie far vendetta puote. 2507
SULMONE.
E perché credi tu che, potend'io 2508
Subito far morire il traditore 2509
Senza darli altra fé, gli l'abbia data? 2510
Non per altro se non che simil fosse 2511
La vendetta a l'oltraggio. Egli l'ingiuria 2512
Mi fece allor che per lo più fedele 2513
L'avea de la mia corte, et io ho voluto 2514
Che la fé istessa lo conduca a morte. 2515
ALLOCCHE.
Non pensava altrimenti. E per dir vero 2516
Conosciuto v'ho, Sir, sempre prudente, 2517
Ma oggi via più che mai; e a molte prove 2518
V'ho conosciuto Re, ma in questa d'oggi 2519
Avete superato anco voi stesso. 2520
Ond'ora tengo il vostro animo invitto 2521
Dignissimo di scettro e di corona. 2522
SULMONE.
Certo ch'anch'io mi pregio che nel fine 2523
Quasi de la mia vita abbia mostrato 2524
Con opra di me degna esser Re vero. 2525
Oh, se permesso avessi che Malecche 2526
M'avesse con sue fole a veder dato 2527
Che 'l perdonare i ricevuti oltraggi 2528
Via più d'ogn'altra cosa a un Re conviene, 2529
Quanto scemato avrei de la mia gloria! 2530
TAMULE.
Che sa di ciò Malecche? Egli è nodrito 2531
Tra le donne ne gli ozii e voi misura 2532
Col suo vil core; egli non sa che cosa 2533
Sia una real e gloriosa impresa. 2534
Invitto Sir, io dico e dirò sempre 2535
Che 'l rimedio d'oltraggi è la vendetta 2536
E che le crude morti e i sangui sparsi 2537
Indizii son de gli animi reali: 2538
E chi far lo si dee, se i Re nol fanno? 2539
SULMONE.
Non è altrimenti. Ma lasciàn da parte 2540
Il ragionar di ciò: vo' che tu vada 2541
In casa e che qui porti que' tre piati 2542
Ove è 'l capo d'Oronte e i figli morti 2543
E di zendado ner sono coperti. 2544
[ALLOCCHE].
I' vo, Signor. 2545
SULMONE.
Va' tosto e tosto torna.
E tu, Tamul, vatene a la mia figlia 2546
E dille ch'ella a me subito venga, 2547
Che le voglio far don degno di lei 2548
E de le nozze e di sì lieto giorno. 2549
TAMULE.
Vorrestele mai voi, Signor, offrire 2550
Que' piati che portati avemo in casa, 2551
Ov'è 'l capo d'Oronte e i figli morti ? 2552
SULMONE.
Cosi vo' far. 2553
TAMULE.
Per Dio, che fate bene,
Perch'ella del suo error porti la pena, 2554
E del colpo di c'ha percosso voi 2555
È degno che ne sia percossa anch'ella. 2556
SULMONE.
Or va' e di' che non tardi. 2557
ALLOCCHE.
Eccomi, Sire.
Ove volete ch'io mi ponga i piati? 2558
Qui forse? 2559
SULMONE.
No, ponli un po' più discosti
Da questo palco. 2560
ALLOCCHE.
Qui?
SULMONE.
Sì: ma con ch'occhio
Pensi tu che vedrà la figlia questo 2561
Dono che far le voglio? 2562
ALLOCCHE.
Io tengo certo
Che via più grave a lei fia la ferita 2563
Che le farete con tal don nel core, 2564
Che se l'aveste d'un coltel trafissa: 2565
Peggio è d'una ferita e de la morte 2566
Un continuo dolor senza rimedio. 2567
E certo che pensato avete bene 2568
Che, senza darle morte, ella vivendo 2569
Sia di continuo da l'affanno uccisa. 2570
Ma veggio che Tamule a noi ne viene 2571
Senz'essa. 2572
SULMONE.
E che non vien, Tamule, Orbecche?
TAMULE.
Dice ch'incontinenti a vostra altezza 2573
Verrà, pel don ch'aver da quella spera. 2574
SULMONE.
Or ritiriansi un po' tutti da canto, 2575
Ch'al suo primo apparir qui non ne scorga. 2576

SCENA II

(NODRICE, ORBECCHE, SULMONE, SEMICORO)
NODRICE.
Qual fia quel giorno mai, alta Reina, 2577
Ch'apporti fine a le querele vostre? 2578
ORBECCHE.
Nodrice mia, per me quel giorno lieto 2579
Fia che mi mandarà morte sotterra. 2580
NODRICE.
Deh vani sian, Signora, questi augurii 2581
Che voi fuor di ragione ora vi fate. 2582
Ben vi prego, s'appresso voi pòn nulla 2583
Le mie preghiere e queste bianche chiome 2584
E la fede e l'amor con cui sin ora 2585
I' v'ho nodrita, che vi piaccia omai 2586
Dar bando al duolo, a le querele, a i pianti. 2587
Nel tempo più seren temete pioggia 2588
E nel più queto mar cruda tempesta. 2589
Gli altri nel male istesso speran bene 2590
E con la speme si mantengon: voi 2591
Quanto più avete ben, peggio temete. 2592
Deh piacciavi che dubbia e inutil tema 2593
Non turbi certa gioia e ver riposo. 2594
ORBECCHE.
Non sai, Nodrice mia, che quanto lieta 2595
Si mostra a noi più la fortuna, tanto 2596
Più devemo temerla e men fidarsi 2597
De le lusinghe sue sempre fallaci? 2598
Ella a le volte ci solleva in alto 2599
Perché maggior dopo sia la ruina; 2600
E spesse volte, quando per la fronte 2601
Crediam tenerla, in un picciol momento 2602
Le spalle a noi volgendo se ne fugge 2603
E del creder fallace nostro a noi 2604
Lascia per guiderdon solo il dolersi 2605
E 'l veder chiaramente che chi ferma 2606
In lei la speme e a sue lusinghe crede 2607
Si trova al fin le man piene di vento. 2608
E chi non temeria, vedendo un tale, 2609
Qual è stato Tamule, a me venire 2610
E chiedermi per parte di mio padre? 2611
Non sai che mai micidial più crudo 2612
Non fu sovra la terra di Tamule? 2613
Né alcuno ch'usi più nel mal oprare 2614
Di costui il mio padre? Oltre ch'un sogno 2615
Ch'io vidi questa notte e insino ad ora 2616
Celato i' l'ho ad Oronte, per non darli 2617
Materia di più acerba e cruda doglia, 2618
Non mi lascia sperar nulla di bene. 2619
NODRICE.
Che sogno è questo? Deh, di grazia fate 2620
Che lo sappia ancor io, se non v'è grave. 2621
ORBECCHE.
Era questa passata notte corsa 2622
E già l'Aurora co' bei crini d'oro 2623
Si mostrava al balcon de l'oriente 2624
Lieta, con faccia candida e vermiglia, 2625
Per fare al sol la consueta scorta, 2626
Quand'io, vinta dal duolo e da l'affanno, 2627
(se sonno 2628
Dir si può lo stupor ch'occuppa altrui 2629
La mente afflitta da dolore interno) 2630
Et a pena ebbi chiusi i languid'occhi, 2631
Che mi parve veder venirmi inanzi 2632
Una columba più che neve bianca, 2633
Seguita dal compagno e da' due figli, 2634
E sotto l'ale accòrre i polli e lieta 2635
Gioirsi col compagno. Et ecco venne 2636
Una aquila dal ciel, turbata in vista, 2637
Et aventosi a i pargoletti e al maschio, 2638
Che 'n dolce trastull'era co l'amica, 2639
E col rostro crudele e co gli artigli 2640
Ne fece così accerbo e fiero strazio 2641
Che la memoria sola anco m'attrista. 2642
E così morti inanzi a la meschina 2643
Gli gittò fieramente et ella mesta 2644
Con mormorio dolente il fiero fato 2645
Piangendo, vinta da l'acerbo affanno, 2646
Morta cadeo sovra li morti corpi. 2647
Io allora mi svegliai, di tal paura 2648
Piena che mi tremava il cor nel petto. 2649
E mi ha tanto terror ne l'alma posto 2650
Questo orribile sogno, ch'io non posso 2651
Cosa pensar se non dogliosa e trista. 2652
O Dio immortal, fa' che sia vana in tutto 2653
Sì orribil visione e da' miei scaccia 2654
Così crudele e miserabil caso. 2655
NODRICE.
Io tengo che v'abbiate in mezzo 'l core 2656
Accolta tutta la maninconia 2657
Ch'esser possa nel mondo. Non fia pazzo 2658
Uno ch'a mezzo 'l dì tema la notte? 2659
(e cheggio a voi perdono 2660
S'io dico or questo) 2661
In tanta festa, in così lieto giorno, 2662
Temer di cosa che v'apporti noia. 2663
Né vo' che 'l sognar mal v'aggiunga tema, 2664
Che, posto che disdica a ognun dar fede 2665
A cose tai, tanto più a voi disdice, 2666
Quanto devete esser di quello ingegno 2667
Ch'al vostro real grado si conviene. 2668
Ditemi, che volete altro sognarvi 2669
Ch'affanno e morti, se 'n affanni sempre 2670
Vi state e v'opponete al piacer vostro? 2671
Non si dee dar, Signora, a' sogni mente, 2672
Che vani sono e da' pensier del giorno 2673
Nascono e per lo più si trovan falsi. 2674
Se così stata foste in pensier lieti, 2675
Come vi state in tristi, lieti i sogni 2676
Avreste avuto e non, com'ora, mesti. 2677
ORBECCHE.
Par che non sappi che sovente i Dei 2678
Per monir altri de' lor casi in sogno 2679
Mostran quel c'ha avenir; e chi li sprezza, 2680
Sprezza la sua salute e la sua vita. 2681
Tale il sogno già fu d'Apollodoro 2682
E quel d'Imera e quel d'Ipparco e quello 2683
D'Alessandro, di Cresso e d'Anniballe 2684
E di molt'altri che, s'a' sogni loro 2685
Avesser dato fede, avrian schifato 2686
O fatto acerbo o abominevol morte. 2687
NODRICE.
La fé, Reina, che dal Re v'è data, 2688
Esser vi deve com'un chiaro raggio 2689
Ch'ogni nebbia di duol dal cor vi sgombri. 2690
ORBECCHE.
I' so, Nodrice, per aperta prova 2691
Che la fede ben sta sempre a la porta 2692
De le reali stanze, ma non osa 2693
Por dentro da la soglia il piede mai. 2694
E poi che fede è quella del mio padre 2695
(Per dire or tra noi due come sta il fatto) 2696
Che n'ha sotto la fé mille traditi? 2697
Non è più bel rifugio per le frodi 2698
Del venerabil nome de la fede 2699
Che da' gran Re sì rado oggi si serba. 2700
NODRICE.
Reina mia, lasciam omai da parte 2701
Il lamentarsi e andiam al vostro padre, 2702
Che spero che quel don ch'ei far vi vuole 2703
Vi farà rimaner tutta giuliva. 2704
ORBECCHE.
Odano i Dei le voci tue! M'andiamo, 2705
Ch'egli a l'usato luoco s'è ridutto 2706
E lì n'aspetta. 2707
NODRICE.
Fate allegro viso
Quanto più far potete e via scacciate 2708
Quanto chiude di tristo il vostro core. 2709
ORBECCHE.
Così farò più che possibil fia. 2710
Che vuol da me la maestade vostra? 2711
SULMONE.
Non voglio se non bene. Andate in casa 2712
Voi tutti, perch'io voglio esser qui alquanto 2713
Co la mia cara figlia, a parlar solo. 2714
Orbecche, poi che tuo marito venne 2715
Il nostro Oronte, e a me genero, a lui 2716
Ho fatto, ha men d'un'ora, apertamente 2717
Conoscere il mio core e quanto caro 2718
Stato mi sia l'aver saputo ch'egli 2719
Pres'abbia te per moglie. Or sol m'avanza 2720
Far che tu intenda ancor quant'allegrezza 2721
Avuto i' m'abbia che lui per marito 2722
Pres'abbi; e però or voglio farti un dono 2723
Onde potrai veder chiaro e palese 2724
Quant'io di fatto tal resti contento 2725
E quanto ferma sia la pace nostra. 2726
[ORBECCHE.]
Padre, i' non cerco aver più espresso segno 2727
Da la maestà vostra de la pace, 2728
Che 'l perdon c'ho da voi ricevuto oggi 2729
Oltre ogni mia credenza, ogni mio merto. 2730
Pur, se vi è a grado farmi questo dono, 2731
Non per chiarir più il ben che mi portate, 2732
Ma per farvi piacere e per mostrare 2733
Che quanto piace a voi, tanto a me piace, 2734
Accetterollo con benigna fronte. 2735
SULMONE.
Così, figliuola mia, vo' che tu faccia. 2736
Or leva quel zendado et ivi sotto 2737
Vedrai la mia allegrezza e 'l tuo contento. 2738
ORBECCHE.
Par che tema la mano avicinarsi 2739
A quel zendado, il core in mezzo il petto 2740
Mi trema e par ch'io non ardisca alzarlo. 2741
SULMONE.
Che tardi, figlia? Leva arditamente, 2742
Che vedrai quel che t'aprirà qual sia 2743
Verso di te il mio core. 2744
ORBECCHE.
Oimè, ch'è questo?
SULMONE.
Il don, malvagia figlia, che d'avere 2745
Ha meritato il simolato amore 2746
Verso di noi. 2747
ORBECCHE.
Ai trista me! ai meschina!
SULMONE.
E la tua rotta fede. 2748
ORBECCHE.
Oimè dolente!
SULMONE.
E 'l poco riguardare il nostro onore. 2749
ORBECCHE.
O spettacol crudele, o caso acerbo! 2750
SULMONE.
Egli tal è, qual meritato l'hai. 2751
ORBECCHE.
Ai, di ch'aspro coltello ora trafissa 2752
M'avete, oimè! 2753
SULMONE.
Di quel di ch'eri degna.
ORBECCHE.
Oimè, pur devevate a' figli almeno 2754
Usar pietà. 2755
SULMONE.
Pietà non puote dove
È ingiuria così atroce. 2756
ORBECCHE.
Oimè, più tosto
Morta foss'io, che veder cosa tale! 2757
SULMONE.
Tu vedi quel contento, o scelerata, 2758
C'hai dato al padre tuo. 2759
ORBECCHE.
Quant' oimè lassa
Lagrimevol mi s'offre questo dono 2760
Ond'io credeva esser contenta al mondo! 2761
Ai padre, ai caro padre! 2762
SULMONE.
Or son tuo padre,
Ma allor non fui che ti pigliasti questo 2763
Traditor per marito, iniqua figlia! 2764
Ora m'è a grado ch'abbi aperti gli occhi 2765
E mi conosca. 2766
ORBECCHE.
Ai spettacol crudele!
Oimè marito, oimè! 2767
Oimè figliuoli, oimè!
Di quant'affanno, oimè, cagion mi sete! 2768
SULMONE.
Quanto ciò è a te dolente, è tanto lieto 2769
E piacevole a me, figlia proterva; 2770
E quanto più doler ti veggio, tanto 2771
Più me n'allegro e più men gode il core. 2772
ORBECCHE.
Spiaccievol più che non m'è mi sarebbe, 2773
Padre, cosa veder così crudele 2774
Che non pur altri, ma voi stesso indurre 2775
Porria a pietade; e quel che aggraveria 2776
Più il mio dolor, sarebbe che da voi, 2777
Da cui sperar devean grandezza e onore 2778
Il mio caro marito e i cari figli, 2779
Avessin ricevuto oltraggio e morte. 2780
Ma l'allegrezza ch'io vi veggio avere 2781
Del mio dolore e de la morte loro 2782
Et il considerar che 'l grave errore 2783
Da noi commesso pena men crudele 2784
Non meritava né men fier castigo, 2785
Più pazienzia aver fammi in sì gran doglia 2786
Ch'io non avrei se ciò non fosse: ch'io 2787
Molto più istimo l'allegrezza vostra, 2788
Ch'io lieta fossi e voi foste dolente. 2789
Ma perché, s'io riguardo la gravezza 2790
De la mia colpa et il mio grave errore, 2791
Non merito ancor io pena men dura, 2792
Come colei che sono stata prima 2793
Cagion di tanto mal, padre, vi prego 2794
(S'ottenne grazia mai figlia da padre) 2795
Che col nocente mio sangue lavate 2796
La macchia fatta a la real progenie 2797
E al nome venerabile del padre. 2798
E perché più non vada a lungo il fatto, 2799
Qual più vi piace di questi coltelli 2800
Prendete e 'n guisa il mio colpevol petto 2801
Percotete che l'alma se ne vada 2802
Et io ne resti qui pallida e essangue. 2803
SULMONE.
Far ben lo mi devrei, se sol guardare 2804
Volessi a l'error tuo, ma più non voglio 2805
Nel sangue mio por man di quel ch'io m'abbia: 2806
Basta che quindi omai conoscer puoi 2807
Quel che far ti convien per l'avenire 2808
E 'n che rispetto aver mi dèi. Per ora 2809
Proceduta insin qui sia l'ira nostra, 2810
Estinta in tutto nel colpevol sangue. 2811
Te voglio, come pria, per cara figlia 2812
E voglio che tu tenga me per padre. 2813
ORBECCHE.
Non merto questo don, padre: la morte 2814
Deve emendar l'error che 'n voi commisi. 2815
SULMONE.
Viviti pure e sii contenta meco 2816
Che morti sian chi eran di morir degni, 2817
Né meno erano a te ch'a me d'infamia; 2818
E disponti d'aver marito uguale 2819
A la tua altezza e al tuo sublime grado, 2820
Onde figli abbi de la stirpe tua 2821
Degni, con mia sodisfazione. Or poni 2822
Giù que' coltelli et entra meco in casa, 2823
Ove da me chiar segno avrai di pace. 2824
ORBECCHE.
S'ora anco il ciel non m'è contrario, guari 2825
Non andrà, traditor, che la vendetta 2826
Farò io stessa de l'avuta ingiuria, 2827
Se non mi vengon men questi coltelli. 2828
SULMONE.
Ai malvagia, ai crudele, oimè, ch'io moro, 2829
Oimè, che posto m'ha il coltel nel petto 2830
La scelerata figlia! oimè, aiutate 2831
Il vostro Re, soldati. A che tardate? 2832
Pigliatela, uccidetela, ch'io veggia, 2833
Pria che del tutto i' moia, la vendetta. 2834
SEMICORO.
Che grido, oimè, che voce è questa orrenda 2835
Del Re Sulmon? La figlia col coltello 2836
Che tenea ascoso ne la destra mano 2837
Gli ha dato in mezzo il petto, mentre ch'egli 2838
La voleva abbracciare, e li dà morte. 2839
Ma questo non le basta, anco lo sgozza 2840
Con un altro coltello. 2841
SULMONE.
Oimè, pietade!
SEMICORO.
Egli è del tutto morto. Oh quanto sangue 2842
Versa d'ambo le piaghe! Ma che veggio? 2843
Puot'esser tal furore in petto umano? 2844
E spezialmente in una donna? Il capo 2845
Gliele leva dal collo e da le braccia 2846
Ambo le mani. Egli è come si dice, 2847
Che né vento, né fuoco, né altra forza 2848
È tanto da temer, quanto una donna 2849
Che si veggia privar del suo marito 2850
E sia dal duolo a un tempo e d'Amor spinta. 2851
Ma chi di Sulmon ben la crudeltate 2852
Tra sé contempla, certo era ben degno 2853
Che per le mani di colei ch'uccisa 2854
Egli aveva ne' figli e nel marito, 2855
Egli mort' anch' avesse; e co' coltelli, 2856
Co l'un de' quali aperto aveva a l'uno 2857
De gli innocenti figli il petto e l'altro 2858
Svenato avea, fusse sgozzato e aperto 2859
Anch'egli; e se la testa avea ad Oronte 2860
Tolta dal collo e le man da le braccia, 2861
Fori d'ogni giustizia, anch'ei devesse 2862
Da le man che devean porgerl'aiuto 2863
Contra ogni assalto, ugual mercede avere. 2864
Ma non è stato mal a uccider lui, 2865
Ch'a Dio non s'offre vittima più grata 2866
D'un malvagio Tiran com'era questo: 2867
Mal è stato d'Oronte, di cui mai 2868
Non fu veduto il più gentile, e male 2869
È stato di que' figli che poteano 2870
(Come giust'era) 2871
E mal di questa povera Reina, 2872
Di cui tant'è 'l dolore e così grave 2873
Che gran meraviglia è ch'ella sia viva. 2874
Parmi proprio vedere un'aspra tigre 2875
A cui tolt'abbia il cacciatore i figli, 2876
Che cerchi tutto il bosco e d'aspre voci 2877
Empia ruggendo tutta la campagna 2878
E seco di dolor si strugga e roda. 2879
Altro non è 'l suo viso che dolore 2880
E sol dal cor l'escon lamenti e grida 2881
E come forsennata, or quinci or quindi 2882
Crudelmente guatando, aggira gli occhi, 2883
Che due facelle sembrano di fuoco. 2884
Ma veggio che col capo e co le mani 2885
Del crudo padre e col coltello in mano 2886
Se ne viene di fore; et io qui in casa 2887
Me ne vo' gir, che non vorrei talora 2888
Che 'n così oscuro e nubiloso tempo 2889
Cadesse sovra me questa tempesta: 2890
Che toglie a altrui così l'ingegno l'ira 2891
Et il fiero dolor, che non discerne 2892
L'amico dal nemico; e ognuno a strazio 2893
Conduce e a morte, senza alcun riguardo, 2894
Chi ha l'animo disposto a la vendetta. 2895

SCENA III

(ORBECCHE, NODRICE, DONNE DI CORTE della Reina)
ORBECCHE.
Or godi, traditor, de' tuoi misfatti, 2896
Godi, via più d'ogni dur Scita crudo 2897
E più fier d'ogni fiera, del tuo orgoglio 2898
E de la fé violata. Tu, spietato, 2899
Sazio ti sei del sangue mio innocente: 2900
Et io mi son del tuo colpevol sazia, 2901
Ma con cagion più giusta. E 'n che t'aveva 2902
Offeso Oronte mio, crudele, et io? 2903
E s'avevamo noi fattoti oltraggio, 2904
Che colpa se n'aveano i figli nostri 2905
Che tu li mi devessi far vedere 2906
Tali quali ora i veggio? O scelerato, 2907
E come, quando col coltel ferire 2908
Volesti i chiari e generosi figli, 2909
Non trafisse a te il cor vera pietade? 2910
O sol che sol il mondo orni et illustri, 2911
Perché non ti fugisti allor dal cielo 2912
Che questo fier Tiran, ch'or per me giace, 2913
Commise così sozzo e orribil atto? 2914
Come poté la tua serena luce 2915
Veder cosa sì cruda e così orrenda 2916
E non venire oscura? O sommo Giove, 2917
Perché non fu da' fulmini tuoi arso 2918
Sì abominevol mostro e sì nefando? 2919
E come consentistù, terra, mai 2920
Che fusse sovra te sì malign'opra 2921
Commessa, oimè, perché nel basso centro 2922
Non tragiuttistù l'omicida fiero 2923
Che di pianger mi dà cagion sì cruda 2924
Che non so qual pianger mi debba prima, 2925
O 'l marito o i figliuoli ? Ai, occhi miei, 2926
Come potete voi questo mirare, 2927
E non divenir ciechi? e tu, mio core, 2928
Come mandare a mio sostegno puoi 2929
Lo spirito vitale, essendo morti 2930
Que' ch'eran la mia vita, la cui imago 2931
Con tanta gioia in te scolpita avevi? 2932
Oimè, marito, oimè, figliuoli, oimè, 2933
Perché non mi conciede il Re del cielo, 2934
Per sua bontà, che com'io mi viveva 2935
In tuttatre voi lieta, ora morendo 2936
A tuttatre donassi anco la vita? 2937
E se non lece a me co la mia morte 2938
Tornarvi in vita, perché almen non puoi, 2939
Marito mio, impetrar tanto di spirto, 2940
Ch'a la dolente tua moglie infelice, 2941
Che con sì amara voce ora ti chiama, 2942
Risponder possi almeno una parola? 2943
Ai sovra ogn'altra cosa amato capo, 2944
A che cheggio io quel ch'avenir non puote? 2945
Maladetto colui che mi ti face 2946
Tal or veder qual io ti miro. Accogli 2947
Quel che la donna tua t'offere, il capo 2948
Del traditor, che 'l tuo ti tolse, e quelle 2949
Mani che fèr lo scelerato ufficio. 2950
E voi, fidi sostegni a la mia vita, 2951
Figliuoli nati d'infelice madre, 2952
Viscere espresse del mio corpo e vera 2953
E viva imago del mio caro Oronte, 2954
Come son senza voi, oimè meschina, 2955
Misera, trista, dolorosa, afflitta! 2956
Perché vi dèi, come innocenti agnelli, 2957
A quel lupo arrabbiato? perché prima 2958
Non mi lasciai svenare e aprire il core 2959
Che darvi ne le man di quel crudele, 2960
Assetato via più del vostro sangue 2961
Che di quel de le fiere orso selvaggio? 2962
Oimè, che mi mostraro bene in sogno 2963
La mia trista ventura i Dei del cielo, 2964
E del suo aperto mal fu ben presaga 2965
La mente mia; ma non si può schifare 2966
L'empio destin né la malvagia sorte. 2967
Ma godetevi almeno, alme innocenti, 2968
Godete, che ne giace ora colui 2969
Per cui voi vi giacete. E co' coltelli 2970
Con cui da lui ne sete stati uccisi, 2971
N'è stato ucciso anch'ei, da quelle mani 2972
Per cui ne devevate esser difesi 2973
Dal suo furor, s'al ciel piaciuto fosse, 2974
E qual vittima a voi da lor sacrato. 2975
Oimè, figli, o marito, 2976
Oimè, marito, o figli, 2977
Quant'è grave il dolor che per voi porto! 2978
NODRICE.
O che pianto, o che grida, o che querele 2979
Crudeli i' sento! 2980
DON. DI.
Certo che son gravi,
SEMICORO.
Né lontano molt'è questo lamento. 2981
ORBECCHE.
O giorno sempre acerbo a gli occhi miei, 2982
Giorno sovra ogni giorno amaro e oscuro, 2983
Quanto trista mi fai, quanto dolente! 2984
Oh che bel morir era oggi ha quattr'anni! 2985
Non credo che di me sia più infelice 2986
La infelicità istessa; e s'aver puote 2987
Corpo mortale, ella nel mio si vive. 2988
NODRICE.
Certo ch'io n'ho pietà, senza ch'io sappia 2989
La cagione del male o chi si dolga. 2990
ORBECCHE.
Ma che prolungo più la vita mia? 2991
Già verso voi finito è ogni mio ufficio, 2992
Figliuoli miei, caro marito mio; 2993
E più cosa nessuna a far mi resta 2994
Se non che venga a giungersi con voi 2995
Questa infelice e miserabil alma. 2996
Però, caro marito e cari figli, 2997
Le cui anime forse a le mie grida 2998
Venute sono e 'n questo loco insieme 2999
Godon de la vendetta da me fatta, 3000
Cogliete questo spirto ch'a voi viene 3001
Per più non si partir da voi, per sempre 3002
Godervi. Or noi, contra il suo antico stile, 3003
La morte, che disgiunge tutti gli altri, 3004
Congiungerà con sempiterno nodo. 3005
Oimè, caro marito, o cari figli! 3006
NODRICE.
Deh di grazia guardiam se noi vediamo 3007
Chi sparge al ciel così dogliose voci. 3008
ORBECCHE.
Ben prego, se non è pietà dal mondo 3009
Sbandita in tutto, ch'una grazia almeno 3010
Mi sia concessa in questo estremo punto: 3011
Che così come l'anime congiunte 3012
Saran ne l'altra vita . . . 3013
DON. DI.
Oimè, Nodrice,
SEMICORO.
Che la Reina nostra è che si duole! 3014
Vedila là con un coltello in mano, 3015
Che par che sé medesma uccider voglia. 3016
NODRICE.
Oimè, che 'l traditor del padre avralle 3017
Rotta la fede e l'averà costretta 3018
A darsi morte co la propria mano! 3019
Ai trista me! M'andianle, andianle incontro, 3020
Donne mie care, ma così nascose 3021
Ch'ella non se n'aveggia, acciò che forse 3022
Non s'avacciasse di passarsi il petto, 3023
Veggendone a sé gire; e a poter nostro 3024
Levianla da la morte. 3025
ORBECCHE.
Così insieme
In un medesmo luoco sian riposti 3026
I corpi nostri in questa vita ch'ora, 3027
Il petto trafigendomi, abbandono. 3028
NODRICE.
Che cosa è questa, oimè, Reina, e quale 3029
Empio furor così cieca vi mena 3030
A darvi morte? 3031
Ai trista me, che tardi 3032
Siam giunte! Oimè, 3033
Già si ha passato il core 3034
La nostra alta Reina! 3035
Oimè, che morta 3036
La veggio, oimè, giacere! 3037
Ve' la cagione 3038
De la sua acerba morte. 3039
Ai crudo padre, 3040
Com'hai, essendo padre, mai potuto 3041
Privar la figlia tua de' propri figli, 3042
Oltre ogni merto lor, sì indegnamente? 3043
Non dico del marito, ancor che vile 3044
Sia stata et iniqua opra averlo ucciso. 3045
O che perdita è questa! oimè, che danno! 3046
Ai vecchiezza infelice, ai vita amara 3047
E più cruda che morte! ai destin fero, 3048
Destin rapace e reo, destino ingiusto, 3049
Che più t'avanza a fare in questa corte 3050
D'infelice, di tristo e di dolente, 3051
Perché sazio ti resti? 3052
Oimè, Reina! 3053
E perché non chiamaste anco con voi 3054
Questa infelice vecchia a morir vosco, 3055
Acciò che mai non si potesse dire: 3056
Orbecche è morta e la Nodrice è viva? 3057
Oimè, che divinaste ben voi quello 3058
Ch'esser deveva; et io, semplice e sciocca, 3059
Creder giamai nol volli, anzi vi spinsi, 3060
O me infelice, a la palese morte, 3061
Col mio persuadervi che contenta 3062
Vi faria il don de lo spietato padre, 3063
Che stato vi è cagion di darvi morte. 3064
DON. DI.
Misere noi, ben siam come smarrita 3065
SEMICORO.
Nave che 'n mar senza governo sia, 3066
Piene d'ogni dolore 3067
E senza alcuno onore, 3068
Senza speme d'aita. 3069
Poi che colei, a cui non fu né fia 3070
Simil unqua tra noi, 3071
Al fin de' giorni suoi 3072
Venuta e qual baleno è a noi sparita. 3073
Ai fortuna aspra e ria, 3074
Ai sorte acerba, ai sorte, 3075
Com'hai a un colpo sol tutte noi morte! 3076
NODRICE.
Giusto duol bene a lamentar vi mena, 3077
Figliuole mie, ch'a voi tolt'ha la morte 3078
Ogni speme, ogni onore, e a me la vita. 3079
O fallaci pensier di noi mortali! 3080
Or che Reina e maritata e lieta 3081
I' sperava vedervi in somma altezza, 3082
Morta i' vi veggio. Oimè trista e dolente! 3083
O Signora, o Reina amata e cara, 3084
Alzate gli occhi a la Nodrice vostra 3085
E vedete il suo pianto; e a le parole 3086
Risponda questa bocca da la quale 3087
Uscian sì dolci e sì soavi accenti 3088
Che potean di dolcezza ogni gran pianto 3089
Condire, oimè! 3090
Ma non farà la morte 3091
Ch'io non accolga almen da queste labbra 3092
Lo spirto estremo, se ven resta punto. 3093
O dolci e care labbra, 3094
O labbra amate, 3095
Che con tanta mia gioia già succiaste 3096
Le poppe mie, com'or vi veggio essangui! 3097
Misera me, ben sono, oimè, di vetro 3098
Le spemi nostre e d'ogni lieve vento 3099
Più veloci a fuggirsi. 3100
O vita mia, 3101
Deh rispondete almeno una parola 3102
A la trista Nodrice ch'or vi chiama. 3103
Ma che pur chiamo? Ella non sente nulla. 3104
Però, care mie figlie, or m'aiutate 3105
A portarla qui in casa e i figli e 'nsieme 3106
Il capo del marito, acciò ch'almeno 3107
Compiamo verso lor l'ultimo ufficio 3108
E gettiamo il crudele empio Tiranno 3109
A divorare a gli avoltori, a i lupi. 3110
Peso già a me via più d'ogn'altro dolce, 3111
Com'or mi sei via più d'ogn'altro amaro! 3112
Oimè, Reina, oimè, 3113
Oimè, perché non moro, 3114
Conoscendo voi morta? 3115
Oh come mai 3116
Potrò più senza voi vivermi al mondo? 3117
Oh perché, come m'hai d'ogni ben priva, 3118
Crudele, acerba, inessorabil morte, 3119
Togliendomi colei ond'io viveva, 3120
Tolta non m'hai con lei di questa vita? 3121
DON. DI.
E noi che più sperar, lasse, devemo? 3122
SEMICORO.
Morta ogni nostra spene, 3123
Sol n'avanzan sospiri, angoscie e pene. 3124
In voi perduto ogni sostegno avemo, 3125
Cara Reina nostra, e con voi giace 3126
Ogni nostro contento et ogni pace. 3127

[CORO]

CORO
Ben è vana e fugace 3128
Questa felicità nostra mortale, 3129
Ch'un'ombra è de l'eterna; 3130
E a chi ne la divina l'alma interna, 3131
Quanto più bella par, tanto men vale. 3132
Dunque a quella immortale 3133
Ch'è là dov'è il Signor che 'l ciel governa, 3134
Chiunque il ver discerna, 3135
Del veloce pensier spiegar dee l'ale 3136
E lasciar questa frale 3137
Qui godere a gli sciocchi, 3138
Cui le cose terrene appannan gli occhi. 3139
IL FINE DEL QUINTO ATTO

Atto

LA TRAGEDIA
Venut'è omai il mio doglioso fine, 3140
Caro lettore, e se potuto avessi 3141
Di me medesma a voglia mia disporre 3142
Stando nascosa, non avrei noiato 3143
Co le dolenti mie querele alcuno. 3144
Che quantunque io sapessi ch'i più saggi 3145
Preposero a ogni sorte di poema 3146
La real gravità de la Tragedia, 3147
Come color che ben vedean che nulla 3148
Era nel mondo onde potesse avere 3149
Lo stuolo uman modo miglior di vita, 3150
Non dimeno i' vedea che sì cresciuta 3151
(Mercé del guasto mondo) 3152
Che non pur la Tragedia non è in pregio, 3153
Ma il suo nome real è odioso a molti. 3154
Ma poi c'han vinto il mio voler l'altrui 3155
Voglie e costretta sono uscire in luce 3156
Mal grado mio, s'è 'n te pietà ti prego 3157
Ch'esser vogli vèr me più tosto mite 3158
E benigno censor, ch'aspero e crudo: 3159
Perché tu non aggiunga al mio dolore, 3160
Ch'è dur da sé, col lacerarmi, affanno. 3161
E se forse parrà ch'io non mi scopra 3162
In quell'abito altero in che devrei, 3163
Iscusimi la forza de' martiri 3164
Che tanto ogni desio d'ornarmi m'hanno 3165
Tolto, che spesse volte ho avuto invidia 3166
A le più rozze pastorelle, essendo 3167
Ne l'umile lor abito riposo, 3168
Ov'è 'l grave e real pieno di cure. 3169
Né mi dèi men pregiar perch'io sia nata 3170
Da cosa nova e non da istoria antica: 3171
Che chi con occhio dritto il ver riguarda, 3172
Vedrà che senza alcun biasimo lece 3173
Che da nova materia e novi nomi 3174
Nasca nova Tragedia. Né perch'io 3175
Da gli atti porti il prologo diviso 3176
Debbo biasimo aver, però che i tempi 3177
Ne' quai son nata e la novità mia 3178
E qualche altro rispetto occulto fammi 3179
Meco portarlo: che ben pazzo fora 3180
Colui il qual, per non por cosa in uso 3181
Che non fosse in costume appo gli antichi, 3182
Lasciasse quel che 'l loco e 'l tempo chiede 3183
Senza disnor. E s'io non sono in tutto 3184
Simile a quelle antiche, è ch'io son nata 3185
Testé da padre giovane e non posso 3186
Comparir se non giovane; ma forse 3187
Potrà levare il dispiacer ch'avrai 3188
Del mio grave dolor, la verde etade. 3189
E che divisa in atti e 'n scene io sia, 3190
Non pur non deve essermi ascritto a vizio, 3191
Ma mi deve mostrar via più leggiadra. 3192
Che com' un uom fia strano mostro al mondo 3193
Che non abbia distinte in sé le membra, 3194
Così anch'io istimo che spiacevol fora 3195
Vedermi in un tutta confusa. E bene 3196
Seneca vide et i Romani antichi, 3197
Quanto vedesser torto i Greci in questo. 3198
E ch'io sia grande e grandi abbia le parti, 3199
Fuor de l'ordin non è de la natura, 3200
Anzi maggior beltà regna in que' corpi 3201
Che ne la spezie lor sono maggiori. 3202
E s'ad alcun, cui grave sia d'udire 3203
Ragioni ch'a pietà possin piegare 3204
Un animo disposto a la vendetta, 3205
Troppo lungo parrà forse Malecche, 3206
Egli a sua volta lo si accorci, ch'io 3207
Mai perciò non verrò seco a tenzone. 3208
Né stran ti paia che le donne ch'io 3209
Ho meco in compagnia sian via più saggie 3210
Che paia altrui che si convenga a donne. 3211
Ch'oltre il lume, qual ha de la ragione 3212
Come l'uomo la donna, il gran sapere 3213
Che chiude in sé quella sublime e rara 3214
Donna, il nome di cui alto e reale 3215
Con somma riverenza e sommo onore 3216
Oscuramente entro a me chiaro serbo, 3217
Far può palese a ogni giudicio intiero 3218
Non pur quanto di pregio in sé aver possa 3219
Donna gentil, ma che 'n prudenzia e senno 3220
(Rimossa che ne sia la invidia altrui) 3221
Agguagliar puote ogni saggio uom del mondo. 3222
Appresso non ti paia stran che i Ciri 3223
Meco non abbia e i Dari e le Satipne, 3224
Quantunque i' mi confessi esser di Persia: 3225
Che da sì fatto biasimo iscusare 3226
Mi può il mio nascimento, a chi ben mira. 3227
Né dee duro parere, ad uom che sappia 3228
Che può desperazione e grave doglia 3229
In cor di donna, che la figlia, senza 3230
Speme alcuna rimasa nel dolore, 3231
Dat'abbia acerba morte al crudo padre. 3232
E quantunque ne moia il fier tiranno, 3233
Nessun di sceleragine giamai 3234
M'accuserà che con sano occhio miri 3235
A qual pietade desti i cori umani 3236
Il caso di coloro ond'io son nata. 3237
E s'avut'ha lo Stagirita duce, 3238
Che tanto vide e tanto seppe e scrisse 3239
E di compor Tragedie aperse l'arte, 3240
Nel darsi aperta morte la Reina 3241
Ond'ho il nome io, per per fine al suo male, 3242
Maraviglia non è se da le leggi 3243
Del Venusino in ciò partissi e volle 3244
Nel cospetto del popolo col ferro 3245
Darsi con forte man la morte in scena. 3246
A que' ch'a' giri de le voci intenti 3247
Vanno ansiosamente mendicando 3248
Gonfie parole et epiteti gravi 3249
E d'orror ciechi e sanguinose morti, 3250
D'Acheronti, di notti orride e nigre 3251
Empion le carte lor se scrivon pianto, 3252
E s'allegrezza, altro da lor non s'ode 3253
Che fiori, erbe, ombre, antri, onde, aure soavi, 3254
Rubin, perle, zefir, topazi et oro, 3255
Dirai ch'a scielta tal mi fece inetta 3256
La forza del dolor che mi premea; 3257
Et ho voluto aver più tosto duce 3258
Con l'ornamento debito natura, 3259
Che con pompose voci una finta arte. 3260
A' molti ch'oggi scrivono volgare 3261
E lascian l'uso de' scrittori eletti, 3262
Fidandosi di sé - per esser nati 3263
In parte ove par lor che sia perfetta 3264
La volgar lingua, ch'è senza alcun pregio 3265
S'a lei non danno onor gli auttori antichi - 3266
Tu risponder potrai agevolmente, 3267
Se forse contra me parlar vorranno, 3268
Perché seguito in parte abbia il gran Tosco 3269
Che per Laura cangiò l'Arno con Sorga, 3270
Et il buon Certaldese, eterni e chiari 3271
Lumi de la volgar dolce favella. 3272
Che tal fu la Romana e tal la Greca 3273
Lingua, qual ora è la volgare et ambe 3274
Non dal parlar comun, ma da' scrittori 3275
Che 'n esse si scoprirono eccellenti 3276
Ebbero nome e tanto for pregiate, 3277
Quant'era simil l'una e l'altra a quelli 3278
Tre, quattro e sei ch'avean la scielta fatta 3279
Del meglio tra il parlar del volgo indotto. 3280
E chiunque nel dir cercava fama, 3281
Seguia que' scrittor buon, né si fidava 3282
Di sé per esser nato in Grecia o 'n Roma. 3283
È vero ben che per essere ancora 3284
Vivo questo volgar grato idioma, 3285
Giudico che sia lecito a chiunque 3286
Scrive in tal lingua, usare alcuna voce 3287
(Scielta però da singolar giudicio) 3288
Che ne' predetti Toschi non si trovi. 3289
Però a quei che ristretta han questa lingua 3290
(Che in tal oppinione oggi son molti) 3291
Solo a le voci de' due chiari Toschi, 3292
Se voce è 'n me che non si trovi in essi, 3293
Vo' che risponda teco il divin Bembo, 3294
Bembo divino che la volgar lingua 3295
Tolt'ha dal carcer tenebroso e cieco 3296
Regno di Dite, con più lieto plettro 3297
Ch'Orfeo non fe' la sua bramata moglie; 3298
E 'l Trissino gentil che col suo canto 3299
Prima d'ognun dal Tebro e da l'Illisso 3300
Già trasse la Tragedia a l'onde d'Arno; 3301
Et il gran Molza, il cui onorato nome 3302
Vola con chiaro grido in ogni parte; 3303
Et il buon Tolomei ch'i' volgar versi 3304
Con novo modo a i numeri Latini 3305
Ha già condotto e a la Romana forma; 3306
E quel che 'nsino oltre le riggid'Alpi, 3307
Da Tebbe in Toscano abito tradusse 3308
La pietosa soror di Polinice: 3309
I' dico l'Alamani che mi vide 3310
Per mio raro destino uscire in Scena. 3311
Questi felici e pellegrini ingegni, 3312
Co gli altri che seguiti han le lor orme 3313
(Ancora che que' due celebri auttori 3314
Abbiano in pregio tal qual deono aversi) 3315
Cercando d'aumentar questa favella 3316
Con ferma elezione e ver giudicio, 3317
Han più tosto voluto procacciarsi 3318
Con libertà lodevole di voci 3319
Ch'aprano e lor concetti, che 'n prigione 3320
Co' ceppi a' piedi rimanersi muti. 3321
Lasciando adunque a te tal peso e a loro, 3322
Attenderò, sotto il presidio raro 3323
Del Signor sotto il cui favor son fuori, 3324
Ch'altri, da le mie voci forse desto, 3325
In abito più altero e più onorato 3326
Mostri Tragedie e di beltà più rare. 3327
Perché a le virtù loro, a le lor doti, 3328
A la mirabil lor rara bellezza 3329
(Pur che non sia diforme al mio dolore) 3330
Cercherò somigliarmi a mio potere. 3331
IL FINE